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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  AI  NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE     INTORNO 

Al  PRINCIPALI  SANTI,  BEATI,  MARTIRI,  PADRI,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  Plì)  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARII  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHtESA  CATTOLICA,  ALLE  CITTA  PATRIARCALI,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII  ,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CEREMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI  ,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NON 
CHE    ALLA    CORTE  E  CURIA  ROMANA    ED  ALLA  FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.    EC.    EC. 

COMPILAZIONE 

DEL  CAVALIERE  GAETANO  MOROiNI  ROMANO 

PRIMO  AIUTANTE  DI  CAMERA  DI  SUA  SANTITÀ 

GREGORIO      XVI. 


VCL.  XXI. 


IN    VENEZIA 

DALLA      TIPOGRAFIA     EMILIANA 
MDCCCXLIIL 


DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO-ECCLESIASTICA 


E 


EBR 


Ei 


iBREI.  Nazione ,  che  dipoi  fu 
nominata  ^V Israeliti j  e  il  popolo  Giu- 
deo. Secondo  la  sagra  Scrittura,  gli 
ebrei  sono  la  posterità  di  Abramo 
per  Giacobbe.  Siccome  Abramo  uscì 
dalla  Caldea  dove  nacque,  affine  di 
recarsi  ad  abitare  la  Palestina  (P^e^ 
di),  e  fu  appellato  Ebreo ,  Heber, 
vale  a  dire,  viaggiatore^  o  straniero 
dai  cananei  abitatori  della  Palesti- 
na; e  siccome  la  preposizione  Heber, 
o  eZ>er,  vale  trans,  cioè  al  di  là;  co- 
sì vuoisi  che  questo  nome  fosse 
dato  dai  cananei  ad  Abramo  per- 
chè veniva  dal  di  là  del  fiume  Eu- 
frate. Si  dice  ancora  che  gli  ebrei 
ebbero  tal  denominazione  dalla  ra- 
dice Havar,  passare^  quasi  a  dire, 
passeggeri.  Altri  dicono  che  il  no- 
me proprio  del  popolo  ebreo,  di- 
scendente dai  dodici  patriarchi  fi- 
gli di  Giacobbe,  e  perciò  dalle  do- 
dici tribù,  provenga  da  Eber  od 
Heber,  figlio  di  Sale,  e  trisavolo 
del  nonno  di  Abramo.  Affine  di 
chiarire  la  derivazione  del  nome 
di  ebreo,    giova  notare    che  i  giu- 


EBR 

dei  chiamati  Tchifout  o  Tchufut 
dai  turchi ,  sono  detti  Ja-Houd,  o 
la-Houdij  dagli  arabi.  Il  profeta 
Houd  è  lo  stesso  che  il  patriarca 
Eber  figlio  di  Sale,  o  Saleh,  figUo 
di  Arfasad,  figlio  di  ^t.m^  figlio  di 
Noè;  ed  è  da  Eber,  secondo  l'o- 
pinione quasi  universale  degli  orien- 
tali, che  deriva  il  nome  Ebreo.  Si 
chiamarono  gli  ebrei  Israeliti  qua- 
li discendenti  òi'Israele,  o  sia  di 
Giacobbe  nato  da  Isacco  figlio  di 
Abramo,  e  che  fu  il  padre  dei  fi- 
gli, donde  derivarono  le  dodici  tri- 
bù. Israele  parola  ebraica  signifi- 
ca che  prevale  o  che  domina  con 
Dio  quasi  vincitore  di  Dio,  dalla 
parola  Schara,  dominare.  Israele 
è  il  nome,  che  V  angelo  diede  a 
Giacobbe  dopo  che  egli  ebbe  in 
visione  lottato  con  lui  una  notte 
intera  a  Mahanaim,  o  a  Phanuel. 
Inoltre  il  nome  d'Israele  si  prende 
qualche  volta  per  tutto  il  popolo, 
per  tutta  la  discendenza  di  Giacob- 
be, e  qualche  volta  pel  regno  d'  I- 
sraele   e  delle   dieci  tribù,   distinte 


6  EBR 

dal  regno  di  Giuda;  regno  che 
componevasi  di  questa  tribù,  e  di 
quella  di  Beniamino.  Finalmente 
gli  ebrei,  e  gl'israeliti  si  appellaro- 
no Giudei,  nome  loro  dato  dopo 
la  schiavitù  di  Babilonia,  e  preci- 
samente a  quegl'israeliti,  i  quaUda 
quella  cattività  fecero  ritorno  ia 
Gerusalemme,  e  nel  regno  di  Giuda, 
non  sussistendo  allora  più  quello  di 
Israele,  laonde  vennero  compresi 
nella  denominazione  dell'altra  par- 
te della  nazione,  vale  a  dire  dei 
Giudei.  Deriva  poi  ancora  questo 
nome  di  giudei  da  quello  di  Giu- 
da, perchè  in  allora  la  tribù  di 
Giuda  era  più  potente,  e  quasi  la 
sola  che  figurasse  ancora  in  quel 
paese,  cioè  la  Giudea  (Fedi).  Pri- 
ma di  quest'epoca  davasi  il  nome 
di  giudei  soltanto  a  coloro,  i  qua- 
li abitavano  nel  regno  di  Giuda; 
e  finché  la  terra  promessa ,  poi 
detta  Terra  Santa,  non  fu  divisa 
sotto  Roboamo  figlio  di  Salomone 
in  due  regni,  che  presero  i  nomi 
di  regno  di  Giuda,  e  di  regno  di 
Israele ,  i  discendenti  di  Giacobbe 
non  furono  conosciuti  se  non  col 
nome  d'israeliti,  o  di  ebrei.  Que- 
sto secondo  nome,  come  il  più  an- 
tico, ha  prevalso.  Tutta  volta  gli  o- 
dierni  ebrei  amano  chiamarsi  Israe- 
liti, come  denominazione  fondata 
nella  sagra  Scrittura,  ove  talora  ivi 
sono  chiamati  figli  d'Israel. 

Dopo  che  i  figli  di  Giacobbe  si 
stabilirono  in  Egitto,  gli  ebrei  loro 
discendenti,  gemettero  circa  ducento 
quindici  anni,  ovvero  secondo  altri, 
più  di  quattrocento  anni  sotto  la 
schiavitù  degli  egiziani.  Mosè  per  co- 
mando di  Dio  da  essi  li  liberò,  e  per 
quarant'anni  li  condusse  fra  i  de- 
serti dell'  Arabia  Petrea  dove  lo 
stesso  Dio  li  alimentò  colla  prodi- 
giosa manna,  e  in    altri  modi  por- 


EBR 
tentosi.  Quindi  Giosuè,  condottiero 
degli  ebrei ,  li  mise  in  possesso 
del  paese  di  Canaan,  che  Iddio  a- 
veva  promesso  ad  Abramo,  ad  I- 
sacco,  a  Giacobbe  e  agli  altri  loro 
padri,  e  da  dove,  passati  alcuni 
secoli,  furono  condotti  schiavi  in 
Babilonia,  in  punizione  delle  loro 
colpe.  Essendo  stati  liberati,  dopo 
sett'  anni  di  schiavitù  ritornarono 
gli  ebrei  nel  loro  paese,  e  rifabbri- 
carono Gerusalemme,  ristabilirono  il 
loro  statOj  e  forti ficaronsi  in  modo, 
che  alla  nascita  di  Gesù  Cristo, 
erano  gli  ebrei  una  delle  più  po- 
tenti nazioni  dell'oriente.  Ma  aven- 
dolo essi  sgraziatamente  crocefisso 
invece  di  riceverlo  come  il  loro 
liberatore,  e  loro  messia,  questo  de- 
litto, il  più  enorme  di  tutti  quel- 
li di  cui  eransi  potuti  rendere  col- 
pevoli, fu  cagione  della  totale  loro 
rovina.  I  romani,  sotto  gl'imperato- 
ri Flavio- Vespasiano ,  e  Tito  suo 
figlio,  ne  fecero  orribile  macello. 
Gerusalemme  fu  presa,  e  in  un  al 
tempio  distrutta,  e  gli  ebrei  di- 
spersi, verificandosi  appuntino  così 
i  divini  oracoli.  F".  il  Bercastel  Sto- 
ria del  Cristianesimo  ;  Gioseflfo,  de 
ariti quitatibus  ac  de  bello  judaico, 
Venetiis  i5io,  ed  ilSigonio  derepu- 
blica  Hebraeorum,  Bononiae,  i582. 
In  quanto  poi  all'epoca  della  di- 
mora degli  ebrei  in  Egitto,  va  let- 
ta la  Distruzione  completa  della  sen- 
tenza, che  la  dimora  degli  ebrei  in 
Egitto  fino  all'Esodo  sta  stata  di 
43 o  anni  in  conferma  dell'opusco- 
lo intitolato  :  /  Faraoni  di  Abra- 
mo, Giuseppe,  e  Mosè  colla  scor- 
ta  della  sagra  Scrittura,  e  de'  mo- 
numenti nulentìcaniente  dimostrati, 
Roma  i836,  Lettera  del  canonico 
Claudio  Samuelli  professore  nel- 
rimp.  Reg.  università  di  Pisa,  ora 
vescovo  di  Monte  Pulciano,  al  re» 


EBPt 

verendissimo    p.     Ungarelli     barna- 
bita. 

Diibois  Aymè,  in  un  suo  dottis- 
simo scritto  intorno  il  popolo  e- 
breo,  dice  clie  gli  egiziani  sotto  il 
regno  di  alcuni  principi  ottennero 
fama  nelle  armi,  e  più  ancora  per 
la  saggezza  delle  loro  leggi,  e  per 
l'estensione  delle  loro  cognizioni. 
La  maggior  parte  delle  scienze,  e 
delle  arti  derivarono  da  essi,  e  in- 
gentilendo la  Grecia  furono  in  cer- 
to modo  i  maestri  dell'Europa.  Ma 
quella  celebre  nazione  dileguossi 
con  mille  altre:  mentre  il  popolo, 
che  fu  schiavo  di  uno  de'  suoi  Fa- 
raoni, esiste  pur  ancora  disseminato 
per  tutto  il  globo,  sommesso  ad 
ogni  specie  di  reggimento.  Egli  ha 
conservato  i  suoi  costumi,  le  sue 
leggi,  la  sua  lingua ,  la  sua  fiso- 
nomia;  e  mentre  le  più  possenti 
nazioni  dell'  Europa  sono  incerte 
dell'  origine  loro;  mentre  gli  al- 
tri popoli  ignorano  qual  sangue 
scorra  nelle  proprie  Tene,  e  quali 
sieno  i  loro  antenati,  il  più  misero 
ebreo  possiede  quello  che  formereb- 
be il  "vanto  de'  suoi  orgogliosi  pa- 
droni, un'  antica  genealogia.  Egli 
può  dire,  sia  nato  nell'Italia,  nella 
Germania,  nella  Francia,  o  in  tut- 
t' altra  terra:  i  miei  padri  abita- 
rono i  campi  della  Siria,  i  deserti 
dell'Egitto,  allorché  Roma,  Atene, 
Sparta,  ornamento  e  gloria  degli 
antichi  tempi,  non  esistevano  an- 
cora. 

Il  p.  Menochio,  tomo  li  delle 
sue  Stiiore^  a  pag.  898,  riporta  il 
cap.  XXXVII:  Se  avanti  la  venu- 
ta di  Cristo 3  e  poco  dopo,  gli  e- 
brei  erano  sparsi  per  vari  paesi 
del  mondo,  e  come  sia  vero  che 
gli  Spartani  avessero  attinenza  co- 
gli ebrei-,  quindi  con  dimostrazioni 
di  fatti    storici,    prova    che    gli    e- 


EBR  7 

brei,  avanti  la  nascita  di  Gesù  Cri- 
sto, e  dopo  erano  sparsi  per  tutte 
le  Provincie  dell'  impero  romano,  e 
dà  molta  probabilità,  che  l' origine 
degli  spartani  derivi  dagli  ebrei.  Nel- 
la pag.  399  poi  il  p.  Menochio  ri- 
porta il  cap.  XXXVIII:  Per  qua- 
li cause  abbia  voluto  Dio,  che  do- 
po la  morte  di  Cristo  i  giudei  fos" 
sero  sparsi  per  vari  paesi  del  mon- 
do. Nel  salmo  58,  \i  leggiamo 
queste  parole:  Deus  ostendet  mihi 
super  inimicos  meos,  ne  occidas 
eos,  ne  quando  obliviscantur  popvli 
mei  ;  disperge  illos  in  vìrtute  tua, 
et  depone  eos  protector  meus  Do- 
mine. Prega  Cristo,  secondo  alcuni 
interpreti,  che  il  popolo  giudaico 
paghi  la  pena  del  suo  peccato  col- 
lo scacciamento  dal  suo  paese  na- 
tivo della  Giudea  ,  e  coli'  esseie 
sparso  per  il  mondo,  ed  aggiunge 
la  causa  della  convenienza  di  que- 
sta pena:  Ne  quando  obliviscantur 
populi  mei,  perchè  dovunque  sono 
li  giudei,  stanno  con  l' espettazione 
della  venuta  del  Messia,  che  venga 
a  liberare  il  suo  popolo  ;  e  mentre 
mostrano  eh'  egli  è  promesso  nelle 
sagre  Scritture,  risvegliano  la  me- 
moria di  Cristo,  facendo  così  testi- 
monianza delia  fede  cristiana.  Sulle 
citate  parole  dice  s.  Agostino:  di- 
spersi sunt  judaei,  testes  iniquitatis 
sua  e,  et  veritatis  nostrae,  ipsi  ha- 
bent  codìces  de  quìbus  prophefatus 
est  Christus,  et  nos  tenemus  Chri' 
stum.  E  nel  lib.  18,  de  civitate  Dei 
al  cap.  4^  ubique,  soggiunge  :  Ju- 
daei non  desunt,  et  per  scripturas 
suas  testimonio  nobis  sunt,  prophe- 
tias  nos  non  Jinxisse  de  Christo, 
quos  plurimi  eorum  considerantes, 
crediderunt  in  eum.  Sono  parago- 
nati i  giudei  come  il  candelliere 
materiale  di  legno,  o  di  altra  ma- 
teria, che  non  ha  senso,  e  sostiene 


8  EBR  EBR 
con  tutto  ciò  la  lucerna  o  la  tor-  diritto  di  dominarli.  I  greci  furo- 
cia ,  che  illumina  tutta  la  casa,  no  più  giusti  verso  i  giudei,  ed  in 
Inoltre  \anno  gli  ebrei  sparsi  pel  favore  loro  parlarono  Pitagora,  A- 
mondo,  non  solo  per  castigo,  ina  ristotile,  Megastene,  Porfirio  ed  ai- 
anche  per  benefìcio  loro,  acciocché  tri.  In  Strabone,  Diodoro-Siculo, 
vedendo  e  considerando  ,  che  la  Trogo-Pompeo,  Dione  Cassio,  Var- 
Chiesa  di  Cristo  fiorisce  in  san-  rone,  e  Tacito  vi  sono  molte  os- 
tila per  tutte  le  parti  colmata  di  servazioni  che  fanno  loro  onore, 
benedizioni  spirituali  e  tempora-  Non  sembra  che  l' ambizione  avuta 
li,  ordinata  in  ben  disposta  e  mi-  successivamente  dai  re  di  Assiria,  e 
rabile  gerarchia,  costante  e  durevo-  di  Persia,  non  che  di  Egitto,  e  dai 
le  per  XIX  secoli,  riconoscano  che  romani  di  soggiogare  i  giudei,  sia 
il  loro  sacerdozio,  i  sagrifjzi  loro,  un  segno  di  dispregio.  Molti  di 
e  quanto  avevano  di  bene,  è  tras-  questi  sovrani  accordarono  ad  essi 
ferito  dalla  sinagoga  ebraica  alla  il  diritto  di  cittadinanza,  e  la  li- 
Chiesa  cattolica;  aprano  perciò  gli  berta  di  seguire  le  loro  leggi,  e  la 
occhi,  e  si  assoggettino  al  soave  loio  religione.  Ed  a'  tempi  più  a 
giogo  della  nuova  legge  evangelica,  noi  vicini ,  il  senatore  romano  Pan- 
Su  questo  punto  può  vedersi  s.  ciatici  del  i4o5 ,  ad  esempio  di 
Gio.  Crisostomo  sul  salmo  8.  Fi-  Malatesta,  e  di  Bentivoglio,  conces- 
nalmente  ha  voluto  Dio  che  sieno  se  la  cittadinanza  romana  agli  e^ 
dispersi  gli  ebrei,  ma  non  affatto  brei  maestro  Elia,  e  Mosè  di  Lis* 
estinti,  perchè  al  fine  del  mondo  bona ,  ed  a  maestro  Mosè  di  Ti- 
avanti  il  giudizio  finale,  una  gran  voli  dottori  in  medicina,  i  quali 
parte  di  essi  si  convertirà  alla  fede  utilmente  servirono  colla  loro  arte 
di  Cristo,  come  insegna  s.  Paolo  i  cristiani.  Gli  stessi  romani  Pon- 
ad  Roman.  9.  27;  e  ciò  disse  pu^  teflci,  che  sempre  bramarono  la 
re  Cristo  in  s.  Matth.  17.  Celebre  conversione  degli  ebrei  al  cattolicis- 
c  poi  l'epistola,  che  il  medesimo  s.  mo,  in  più  modi  li  beneficarono, 
Paolo  scrisse  agli  ebrei,  e  che  die-  e  furono  verso  loro  indulgenti,  cor 
de  motivo  ad  un  gran  numero  di  me  si  dirà  in  appresso, 
questioni,  forse  più  di  qualunque  La  storia  del  popolo  ebreo,  com-^ 
altra,  come  si  può  vedere  in  Le  posta  dallo  spagnuolo  Aschmond, 
Clero,  Storia  Eccl.  an.  69,  §.  5.  ebn  Jehuda  (  Samuele  figlio  di  Giu- 
li Bergier,  alla  parola  Ebrei,  nel-  da)  ebreo  rinnegato,  è  una  fra  le 
l'osservare  che  essi  sono  stati  di-  tante,  che  scritte  furono  dagli  o- 
sprezzati  da  tutti  gli  altri  popoli,  rientali  intorno  le  molte  nazioni, 
soggiunge  :  accordiamo  che  i  filoso-  le  quali  fiorirono  in  Asia.  Questa 
fi,  gli  storici,  e  i  poeti  romani  ab-  storia  dall'  arabo  fu  tradotta  in 
biano  dimostrato  per  essi  molto  di-  persiano,  in  turco,  e  in  greco.  L'o-. 
spregio  ;  ma  li  conoscevano  così  pò-  pera  per  ogni  verso  singolare  di 
co,  che  attribuiscono  loro  degli  u-  Samuele,  comincia  con  un  versetto 
si  ed  una  credenza  precisamente  dell'Alcorano,  in  cui  si  dice  che  •»  kl- 
conlrarìa  a  quella,  che  insegnano  i  >»  dio  giurò  di  mandare  di  tempo  in 
libri  de' giudei.  Per  altro  si  sa,  che  «  tempo  insino  al  giorno  del  fìna- 
gli  antichi  romani  dispregiavano  «  le  giudizio  qualcuno  per  castiga- 
tulti  gli  altri  popoli,  per    avere    il  «   re  i  giudei,  per  cui    gli    ha    di- 


EBR  EBR                       9 

w  spersi   fra    tutte    Je    nazioni    del  ad    effetto    di    averli    a    testimonio 

»  mondo."  Il  Samuele  osserva,  che  della  sua  dottrina.  Samuele  chiude 

il  perpetuo  servaggio,  cui  sono  con-  la  sua  storia  coli'  osservare,    che    i 

dannati  i  giudei,   procede  dal  rivol-  giudei     tralignarono     mai     sempre 

gimento  loro  contro  Dio,  e  per  non  dalle  massime   del    legislatore    loro 

aveie  voluto  riconoscere    Gesù    pel  Mosè,  e  dagli    esempi    del    profeta 

vero  Messia.  Per    questo    quel    pò-  Houd  o  Eber,  da  cui  derivarono  il 

polo  fu  sempre  ed  ovunque  perse-  nome.  Però,  a  gloria  del  vero,  tan- 

guitato,  e  tenuto  duramente.    I    re  to     V  opera     del    Samuele,    quanto 

di  Assiria,  e  gii  antichi    romani    li  quella  di  Paolo  Medici,  di  cui  par- 

trattarono  in    siffatto    modo,    ed    i  leremo,  vanno  lette  con  molta  cau- 

mussulmani  dissero   avere   ricevuto  tela    essendo    ambedue    neofiti,    e 

l'ordine  da  Dio,  col  mezzo  del  lo-  quindi  non  in  tutto  guidati  da  cri- 

ro  falso  profeta  Maometto,  di  fare  tica,  e  da  imparzialità ,  fondamen- 

ad  essi  una   continua    guerra,    fin-  ti  principali,  che  debbono   avere    i 

che    si    piegassero    al    loro    islami-  veridici,  e  saggi  storici  ;  anzi  è  no- 

smo.  11  giudaismo,  dice  Aschmond  to,  che  allorquando  pel  1775  giun- 

citato,   fu  introdotto  nell' Arabia  da  se  in  Roma  l'opera    del    Samuele, 

Abu  '1  Kerb  Assaad,  ottavo  re  del  per   disposizione    del  Pontefice  Pio 

Yemen,  circa   settecento   anni    pri-  VI,  fu    dichiarata  non  degna  della 

ma  della  nascita  del    gran    profeta  pubblica  diramazione,  e  quindi  venne 

degli  arabi  Dhoìi  '1  Naovas,  vente-  ordinato  il   ritiro    degli    esemplari, 

simo  tei'zo  re  della  stessa   dinastia,  che,  venuti  in  Roma  a  mezzo  della 

Mostrossi  poi  egli  si  fattamente  ze-  posta  di    Firenze,    eransi    alquanto 

laute  per  quella  religione,    che    fa-  propagati. 

ceva  gettare  nelle  fornaci  ardenti  Gli  ebrei,  al  dire  degli  storici, 
quei  suoi  sudditi,  i  quali  rifiutava-  dividono  in  oggi  principalmente  le 
no  di  professarla.  L' alcorano  fa  loro  leggi,  e  le  loro  cerimonie  in 
menzione  di  questo  principe  sotto  tre  ordini:  il  primo  comprende  i 
il  nome  di  Saheb-al-okhdoud,  cioè  precetti  della  legge  scritta,  che  sono 
inventore  delle  fosse  ardenti.  Tanta  nel  Pentateuco  ;  il  secondo  risguar- 
sua  crudeltà  indusse  Jaksoum,  re  da  la  legge  orale,  le  glose,  cioè  le 
cristiano  di  Etiopia,  a  muovergli  spiegazioni  e  commenti,  che  i  dot- 
guerra.  Quindi  Abrahah,  figlio  di  tori  hanno  fatto  sul  medesimo  Pen- 
Jaksoum,  nell'anno  della  nascita  di  tateuco ,  ed  un  numero  infinito 
Maometto  andò  per  distruggere  la  di  costituzioni,  e  di  regole  raccolte 
Mecca  e  il  Raaba,  e  quarantacin-  nel  Talmud  (F'edi),  libro  condan- 
que  anni  dopo  il  legislatore  degli  nato  dai  sommi  Pontefici  ;  il  terzo 
arabi  cominciò  a  fare  incessante  e  comprende  le  cose  autorizzale  dal- 
mortale  guerra  agi'  israeliti,  i  qua-  l'  uso  in  diversi  tempi,  ed  in  diffe- 
]i  non  vollero  abbracciare  la  sua  renli  luoghi,  per  lo  che  chiamansi 
dottrina  religiosa,  eh'  è  un  compo-  costumanze.  La  legge  scritta  da  Mo- 
sto di  giudaismo,  e  cristianesimo,  sé,  e  la  legge  orale  derivante  dai 
con  altre  sue  stravaganti  idee,  per  dottori  per  la  tradizione,  sono  ge- 
cui  se  si  mantennero  ancora  nella  neralmente  ricevute  da  tutti  i  gin- 
Arabia  alcune  tribù  di  giudei,  qua  dei,  benché  dispersi  in  tutte  le 
e  là  sparpagliate,  ciò  non    fu    che  parti  del   mondo,   senza   che   siavi 


IO  EBR 

fra  di  essi  a  questo  riguardo  alcu- 
na considerabile  differenza.  Ma  quan- 
to alle  costumanze  differiscono  egli- 
no moltissimo,  perchè  i  giudei  ordi- 
nariamente seguono  gli  usi  dei  luo- 
ghi, in  cui  trovausi  dispersi.  Tutto  il 
loro  culto,  al  dire  degli  storici,  non 
consiste  più  se  non  in  preghiere,  che 
essi  fanno  nelle  loro  sinagoghe;  ma 
è  noto  che  in  quelle  di  Vienna, 
di  Londra,  di  Livorno,  di  Amster- 
dam, e  di  altrove,  si  canta  secondo 
le  leggi  musicali  ;  e  la  loro  cre- 
denza contiene  i  sette  principali 
articoli  di  fede,  ch'essi  professano: 
ì.  Dio  è  uno,  incorporeo  ed  eter- 
no. II.  Non  devesi  adorare  e  ser- 
vire che  Dio  solo.  III.  Vi  furono, 
e  vi  possono  essere  dei  profeti.  IV. 
Mosè  è  stato  il  piìi  grande  de'pro- 
feti,  e  la  legge  che  ha  lasciato 
fu  dettata  da  Dio.  V.  La  legge  di 
Mosè  è  immutabile:  non  si  può 
né  aggiungervi,  né  levarvi  punto 
alcuno.  VI.  Verrà  un  Messia  più 
potente  di  tutti  i  re  della  terra. 
VII.  Iddio  risusciterà  i  morti  alla 
fine  dei  secoli,  quindi  farà  un  giu- 
dizio universale.   F.  Bibbia. 

Paolo  Medici,  già  ebreo  conver- 
tito, pubblicò  in  Venezia  ove  fu- 
rono fatte  quattro  edizioni,  oltre 
quella  del  1801,  Riti  e  costumi  de- 
gli ebrei  confutati,  coU'aggiunte  di 
una  lettera  all'  universale  del  giu- 
daismo, compilata  colle  riflessioni 
di  Nicola  Srata  già  rabbino  ebreo, 
e  poi  cattolico  romano,  nella  qua- 
le coll'autorità  degli  scrittori  più 
accreditati  nell*  ebraismo,  si  prova 
la  venuta  del  Messia  Gesù  Cristo 
redentor  nostro,  essere  già  seguita, 
e  Tincarnazione  del  medesimo  nel 
ventre  purissimo  di  Maria  Vergine. 
In  questa  opera  si  tratta  pure  del- 
la nascita  degli  ebrei ,  della  loro 
circoncisione,  del  riscatto  de'prirao- 


EBR 
geniti,  dell'educazione,  e  dello  stu- 
dio dei  figliuoli  ;  del  Talmud,  della 
creazione  ,  ed  autorità  de'  rabbini  ; 
delle  sinagoghe,  oratori  privati,  ed 
abitazioni  ;  dei  loro  sacerdoti,  e  le- 
viti j  degli  abiti  che  vestono  tanto 
in  casa  che  nella  sinagoga;  delle 
orazioni,  ed  atti  preparatori  alle  me- 
desime ;  de*  loro  traffichi,  negozj,  e 
professioni;  della  mensa;  de'  sogni, 
e  superstizioni  che  usano  ;  de'  giu- 
ramenti, de' voti,  e  dell'assoluzione, 
e  confessione;  de' digiuni,  e  peni- 
tenze che  fanno;  della  festa  del  sab- 
bato;  dei  loro  anni  e  mesi;  delle 
feste  delle  calende  ;  della  solennità 
della  pasqua  degli  azzimi  ;  delle  lo- 
ro feste  delle  settimane,  e  della  pen- 
tecoste; del  capo  d'anno,  del  digiu- 
no e  festa  delle  espiazioni;  della  fe- 
sta de'  tabernacoli  ovvero  delle  ca- 
panne ;  della  festa  delle  encenie 
detta  Chanucà  ;  della  festa  delle 
sorti  detta  Purim  ;  dello  sposalizio, 
matrimonio  ec.  ;  come  del  ripudio, 
e  divorzio  ;  del  discalceamento,  e  li- 
berazione, della  cognata  ;  dell'infer- 
mità, morte,  sepoltura,  e  lutto  ;  del- 
le loro  opinioni  intorno  all'inferno, 
ai  demoni,  al  paradiso,  e  agli  an- 
geli, come  intorno  al  Messia,  colle 
prove  cli'è  venuto.  Finalmente  trat- 
ta del  castigo,  che  presentemente 
patisce  la  sinagoga  in  pena  di  non 
avere  accettato  il  Messia;  sua  osti- 
nazione, cecità,  e  contrarietà,  che 
hanno  pei  cristiani,  massime  pei 
neofiti.  Della  principale  parte  delle 
nominate  materie,  e  di  altre  cose 
risguardanti  la  storia  del  popolo  e- 
breo,  i  suoi  riti,  e  costumi,  si  trat- 
ta in  moltissimi  articoli  del  Dizio- 
nario, il  perchè  non  ci  diffondiamo 
in  questo  luogo  ,  come  esigerebbe 
il  vasto,  ed  importante  argomento. 
Inoltre,  per  quanto  spetta  alla 
monarchia  degli   ebrei,  al  loro  go- 


EBR 
verno,  alle  leggi,  alle  cerimonie,  an- 
tichità, scienze^  poesia,  musica,  ec, 
si  possono  consultare,  il  trattato 
d  Hontouyn;  la  repubblica  degli  e- 
brei  di  Cuneo  ;  le  antichi  là  giudai- 
che di  Basnage  ;  la  monarchia  degli 
ebrei  del  marchese  di  s.  Filippo;  il 
trattato  degli  ebrei  di  Sigonio;  le 
antichità  sagre  degli  ebrei  di  Relan; 
lo  Spencero  eie  legìbus  hebraeoritm 
nuplialibus,  ritualibiis  earumque  ra- 
tionibiis,  Tubingae  1782;  Compie- 
gue,  hebraeonim  de  connubiis  jus 
civile  et  Ponlificium,  Parisi is  167 3; 
Nicolai,  de  sepulchris  hebraeorum, 
Lugduni  Bat.  1705  ;  le  diver- 
se dissertazioni  del  p.  Calmet;  e 
il  tesoro  dell'antichità  sagre  ed 
ebraiche  dell*  Ugolini.  Nel  1794 
venne  pubblicata  in  Roma  l'opera 
di  Bonet,  intitolata:  Armatura  dei 
forti,  ovvero  memorie  spettanti  agli 
infedeli,  agli  ebrei,  ai  turchi,  ec. , 
utili  ai  cristiani  catecumeni,  ai  neo- 
fiti ec.  Nella  celebre  tipografia  della 
sagra  congregazione  di  propaganda 
Jìde  in  Roma  nell'idioma  ebraico 
vi  sono  le  seguenti  opere:  de  Cel- 
lino Bibliotheca  Magna  Rabbinica 
de  scrìptoribuSy  et  scriptis  hebraice 
et  latine  dìgestis  etc.  1675;  Gene- 
sis  liber  adjectis  ad  calcem  notulis, 
voces  difficiliores  enodantibus  i836; 
Imbonatus  Latino-hebraica,  sive  de 
scriptoribus  latinis,  qui  contra  ju- 
daeos,  vel  de  re  hebraica  scripsere, 
additis  observalionibus  criticis  etc. , 
1694;  Jona,  Testamentum  novum, 
sive  quatuor  Evangelia,  hebraice 
reddita  (hebraeo-Iatin.)   1668. 

Il  p.  Stefano  Menochio  tratta 
vari  eruditi  argomenti  risguardanti 
gli  ebrei,  nelle  sue  Stuore;  il  Mu- 
ratori nelle  dissertazioni  sulle  an- 
tichità italiane,  parla  del  numero 
considerabile  degli  ebrei,  anche  in 
Italia   ai    tempi  del   re    Teodorico, 


EBR  Ji 

delle  temerità  commesse  in  Francia, 
della  loro  espulsione  dalla  Spagna, 
ec.  Il  Bercastel,  nella  sua  storia, 
parla  delle  principali  vicende  degli 
ebrei,  come  in  Creta  coi  crocesi- 
gnati,  nella  Francia,  nell"  Inghilter- 
ra, in  Portogallo,  nel  regno  di  Na- 
poli ,  ed  altrove  ,  non  che  della 
perdita  fatta  dagli  ebrei  della  lo- 
ro nuova  Gerusalemme  in  Polo- 
nia, ove  essendo  numerosissimi,  a- 
vevano  eretto  in  riva  alla  Vistola 
e  presso  Varsavia,  un  grosso  bor- 
go cui  diedero  il  nome  dall'antica 
Sionne.  Il  chiarissimo  continuatore 
poi  del  Bercastel,  d.  Giovanni  Bel- 
lomo,  nel  voi.  I,  p.  224,  e  seg. 
parla  della  famosa  assemblea  degli 
ebrei  radunata  in  Parigi  con  de- 
creto dell'imperatore  Napoleone,  pel 
dì  26  luglio  del  1806,  avvenimento 
che  non  aveva  esempio  negli  anna- 
li del  cristianesimo;  riporta  i  dodi- 
ci quesiti  proposti  per  ordine  so- 
vrano air  assemblea  degli  ebrei,  i 
quali  non  potendo  dar  vigore  di 
precetto  alle  date  risposte.  Napo- 
leone fece  rinascere  il  gran  sinedrio 
degli  ebrei,  componendolo  di  set- 
tanta membri,  cioè  due  terzi  di  rab- 
bini, ed  un  terzo  di  laici.  Il  sine- 
drio fu  inlimato  pei  20  ottobre  in 
Parigi  stesso,  dove  diede  le  sue  ri- 
sposte. Tutto  narra  il  citato  scrit- 
tore, che  inoltre  riporta  il  regola- 
mento concernente  gli  ebrei  di  Franc- 
fort,  promulgato  dal  principe  pri- 
mate; ma  tanto  questo,  che  gli  al- 
tri provvedimenti  citati  di  Napo- 
leone, ebbero  dipoi  un  sinistro  suc- 
cesso. Da  ultimo,  nel  i833,  in  Pa- 
dova il  eh.  professore  di  quella  u- 
niversità  d.  Lodovico  Menin,  inco- 
minciò a  pubblicare  la  preziosa,  ed 
interessante  sua  opera,  ricca  d' im- 
portanti rami,  intitolata  :  //  costume 
di  tutte  le  nazioni,  e  di  tutti  i  tem- 


il  EBR 

pi,  dove  nella  parte  antica  con  pro- 
fonde cognizioni  tratta  del  costume 
degli  ebrei. 

Finalmente  per  ebraismo  s'inten- 
de l'espressione,  o  modo  di  parlare 
proprio  della  lingua  ebraica,  che 
pure  si  chiama  idiotismo  ebraico. 
L'ebraismo  non  solo  è  la  maniera 
propria  di  parlare  della  lingua  e- 
braica,  ma  anche  come  modo  figu- 
rativo. Per  esempio  si  dice  mon- 
tagne di  Dio,  per  alte  monta- 
gne, ec. 

La  lingua  ebraica  è  la  più  an- 
tica che  si  riconosca,  e  nella  qua- 
le sono  stati  scritti  la  maggior  par- 
te de'iibri  del  vecchio  testamento. 
Gli  antichi,  e  i  moderni  critici  so- 
no divisi  nella  questione,  se  la  lin- 
gua ebraica  tragga  il  suo  nome  da 
Heber,  e  se  alla  confusione  delle 
lingue,  restasse  nella  sola  famiglia 
di  Heber,  e  dei  suoi  discendenti. 
Ciò  non  pare,  dappoiché  è  indu- 
bitabile, che  la  lingua  ebraica  è 
stata  comune  a  tutti  gli  uomini, 
cioè  a  quei  popoli  che  non  aveva- 
no alcun  legame  colla  famiglia  di 
Heber,  com'erano  i  fenici,  o  cana- 
nei, i  siri,  i  filistei,  i  quali  sino 
dal  tempo  di  Abramo  parlavano 
l'ebraico,  o  almeno  una  lingua  po- 
co differente.  Quindi  non  può  dir- 
si, che  questa  lingua  sia  rimasta 
nella  sola  famiglia  di ,  Heber.  Sem- 
bra pure,  che  il  nome  di  lingua  e- 
braica  derivi  dagli  ebrei  discen- 
denti d' Àbramo,  e  da  questi  ad 
essi  comunicata.  Su  questa  lingua 
abbiamo  parecchi  trattati,  disserta- 
zioni, commenti,  grammatiche,  e 
dizionarii,  che  discorrono  dell'origi- 
ne, dell'antichità,  del  genio,  del  ca- 
rattere, della  composizione,  e  del 
meccanismo  della  medesima.  Ab- 
biamo nella  tipografìa  di  propa- 
gandacele /'  AlphabcUt/n  hcbraicutn 


EBR 
ec.   1771;  e  la  Grammatica  liehraU 
ca  et  Chaldaica  i834. 

Qui  noteremo,  che,  celebrando  so- 
lennemente il  Papa,  si  cantano  Te- 
pistola,  e  il  vangelo  in  latino,  ed  in 
greco.  Si  rileva  però  dagli  atti  del 
concilio  di  Pisa  del  i4o9  pubbli- 
cati dall'Arduino  t.  Vili,  pag.  92, 
che  nella  coronazione  di  Alessandro 
V  si  cantarono  l'epistola,  e  il  vange- 
lo, non  solo  in  latino,  ed  in  greco, 
ma  anche  in  ebraico.  Ed  il  Can- 
cellieri, nella  Settimana  Santa,  p. 
i^Qi  parlando  del  discorso,  il  qua- 
le si  fa  nella  cappella  pontifìcia  nel 
venerdì  santo,  dice,  che  nel  i4^r, 
lo  fece  Guglielmo  Siculo,  con  testi 
arabi,  greci  ed  ebraici,  e  con  tanta 
erudizione ,  che  sebbene  durasse 
due  ore,  niuno  s'annojò. 

Altre  notizie  sugli  ebrei  parllcolar' 
mente  di  Ronia^  e  dello  stato 
Pontificio. 

Gli  ebrei  furono  condotti  in  Ro- 
ma la  prima  volta  da  Pompeo, 
dopo  aver  debellata  la  Giudea,  e 
sotto  Augusto  ve  n'  erano  più  di 
ottomila,  ed  a  loro  fu  conceduto 
di  poter  vivere  in  ogni  parte  del- 
l'impero, osservando  la  propria 
legge,  ed  i  riti,  ciò  che  pure  con- 
cesse ad  essi  l'imperatore  Tiberio. 
Nell'anno  4^  dell'era  cristiana,  s. 
Pietro  di  nazione  ebreo,  di  Bet- 
saida  di  Galilea,  principe  degli  a- 
postoli,  e  primo  vicario  di  Gesù 
Cristo,  sì  recò  in  Roma  a  stabilirvi 
la  sede  pontifìcia ,  ed  appena  fu 
giunto  colà,  venne  albergato  in  Tras- 
tevere appresso  la  chiesa  di  s.  Ce- 
cilia, luogo  allora  destinato,  come 
poi  meglio  diremo  parlando  del 
presente  claustro  o  ghetto,  sino  dal 
tempo  di  Augusto  primo  impera- 
tore romano,  agli  ebrei  di  sua  me- 


EBR 

desima  nazione.  Ma  passati  sette 
anni  dacché  il  primo  Pontefice  ro- 
mano s.  Pietro  dimorava  in  Roma, 
predicandovi  la  dottrina  evangelica, 
per  editto  dell'imperatore  Claudio, 
fu  esiliato  da  Roma  cogli  altri  e- 
brei.  Dipoi  vi  fece  ritorno ,  evi 
soffri  glorioso  martirio.  Si  sa,  che 
in  Roma  in  tempo  di  Domiziano 
vi  era  il  fisco  giudaico,  come  nar- 
ra Svetonio;  e  che  sotto  Alessan- 
dro Severo  nuovamente  fu  asse- 
gnata agli  ebrei  per  abitazione,  la 
regione  Trastiberina. 

L' undecimo  Papa,  eletto  Tanno 
i58,  fu  s.  Pio  1,  il  quale  ordinò, 
che  gli  eretici  venuti  dall'  eresia  dei 
giudei  alla  religione  cattolica,  fos- 
sero ricevuti,  e  battezzati.  Per  que- 
sta eresia  de'  giudei  Pietro  Boerio, 
in  Glossis  mss. ,  intende  gli  stessi 
giudei.  L'annalista  Baronio  poi,  al- 
l'anno 167,  citato  dal  Fontanini 
nella  sua  hist.  Ut  ter.  Aquilej.  lib, 
2,  cap.  4»  intende  la  setta  di  Ce- 
rinto,  che  molto  affettava  i  riti  giu- 
daici. L'imperatore  Costantino,  nel- 
l'anno 336,  proibì  agli  ebrei  di  te- 
nere i  cristiani  per  ischiavi.  Il  Pon- 
tefice s.  Gregorio  I  proibì  di  co- 
stringere gli  ebrei  a  ricevere  la  fe- 
de cattolica.  Nella  vita  di  s.  Gre- 
gorio I ,  scritta  da  Giovanni  dia- 
cono, 1.  4)  e.  5o  si  legge  «  Sicco- 
«  me  si  ha  per  tradizione  de'  mag- 
«  giori,  e  noi  abbiamo  sino  dalla 
*»  nostra  fanciullezza  veduto  co'no- 
M  stri  propri  occhi,  l'uso  antico  è 
«  che  gli  uomini  di  quella  super- 
«  stizione  (  ebraica  ) ,  quantunque 
*»  bellissime  merci  recassero ,  mai 
M  col  Papa  non  parlavano,  ne  mai 
»  egli  li  riguardava  ;  ma  sedendo 
»  essi  fuori  della  portiera  del  lun- 
»  ghissimo  portico,  non  negli  scan- 
»  ni,  ma  nel  pavimento  di  mar- 
«  mo,  contavano  i  denari,  che  ri- 


EBR  i3 

«  cevevano  in  prezzo,  acciocché 
«  non  paresse  che  ricevessero  cosa 
>»  alcuna  di  mano  del  Pontefice  ". 
Pietro  Leone  romano,  ebreo  ric- 
chissimo, si  fece  cristiano,  e  tra  i 
suoi  figli  ebbe  Pier  Leone,  il  qua- 
le si  fece  monaco  di  Cluny,  e  fu 
poi  Cardinale,  ed  antipapa  col  no- 
me di  Anacleto  li.  Così  la  maggior 
parte  degli  scrittori.  Ma  l' accura- 
tissimo Lodovico  Agnello  Anastasio, 
r\e\V  Istoria  degli  antipapi y  t.  II,  p. 
26 ,  ci  dice,  che  s.  Leone  IX  bat- 
tezzò un  giudeo,  e  gì' impose  il  pro- 
prio nome  di  Leone.  Ebbe  esso  un 
figlio  chiamato  Pietro  di  Leone, 
da  cui  USCI  appunto  Pier  Leone, 
di  cui  parliamo.  11  Cardella,  nelle 
Memorie  ist.  de'  Cardinali,  tom.  I, 
par.  I,  p.  2  35,  racconta  che  Pier 
Leone  trasse  origine  da  una  delle 
più  potenti,  e  ricche  famiglie  ebree 
di  Roma,  e  che  fu  uomo  dottissi- 
mo, e  di  gran  valore.  Allevato  dai 
suoi  all'ambizione,  Pier  Leone  fu 
spedito  dai  genitori  in  Francia  ad 
apprendervi  le  scienze,  dove  per  lo 
imprudente  ed  empio  suo  conte- 
gno, corse  pubblica  voce  che  do- 
vesse essere  l'  anticristo,  e  la  rovi- 
na del  mondo.  Così  screditato  per 
iscostumatezza,  entrò  nel  monistero 
di  Cluny  affine  di  cuoprire  V  infa- 
mia della  vita  passata,  per  lo  che 
acquistossi  riputazione  essendo  quel- 
lo il  monistero  piii  illustre  della 
Francia.  Di  fatti  Pasquale  li  lo  creò 
Cardinale  diacono  de'  ss.  Cosma,  e 
Damiano,  e  Calisto  II  lo  trasferì 
al  titolo  di  s.  Maria  in  Trasteve- 
re; quindi  con  prepotenze,  maneg- 
gi, e  corruzioni  nel  1 1 3o,  si  fece 
eleggere  antipapa  contro  il  legitti- 
mo Innocenzo  li,  prendendo  il  no- 
me di  Anacleto  li,  e  facendosi 
consagrare  in  s.  Pietro.  Visse  bru- 
talmente,   e    perseverò   sette   anni 


i4  EBR 

nello  scisma.  Morì  nel  i  i38,  e 
colla  sua  morte  terminò  di  trava- 
gliare la  Chiesa  di  Dio.  11  citato 
Agnello  dice,  che  i  fratelli  del  falso 
Papa  nascosero  in  Roma  il  cadave- 
re di  lui,  e  fecero  eleggere  in  suc- 
cessore l'antipapa  Vittore  IV,  che 
poi  costrinsero  ad  umiliarsi  ad  In- 
nocenzo II,  poiché  temevano  le  sue 
censure,  e  di  essere  esposti  agi'  in- 
sulti de*  romani. 

Nel  suo  Itinerario  il  famoso  viag- 
giatore Rabbi  Beniamino  narra  co- 
in' egli  trovò  nel  pontificato  di  A- 
lessandro  III  da  circa  duecento 
giudei,  viri  honoratij  nemini  tribù- 
tiim  pendentesy  inter  quos  suos  ha- 
bei  minislros  Papa  Alexander.  .  . 
Ibidem  inveniuntur  viri  sapientissi- 
mi ^  quorum  primarius  magnus  R. 
Daniel^  et  /?.  Dehiel  Papae  mini- 
steri juvenis  formosus,  prudensj  ac 
sapiens j  qui  in  aula  Papae  conver- 
satur,  utpote  aulae  omnium  ipsius 
facultatum  adni'mistrator :  vuol  di- 
re, che  costui  era  maestro  di  casa 
di  Alessandro  III,  e  dev'  essere  sta- 
ta persona  assai  da  bene  se  venne 
richiesto  a  tale  impiego  da  quel 
gran  Pontefice. 

Innocenzo  III,  nel  concilio  gene- 
rale del  12 15,  ordinò  agli  ebrei 
per  contraddistinguerli  dai  cristia- 
ni, di  portare  nuovamente  un  qual- 
che contrassegno,  ciocche  venne  or- 
dinato successivamente,  anche  da  al- 
tri concilii. 

Onorio  III,  nel  12 17,  con  let- 
tere apostoliche  lib.  2,  epist.  'jiQ, 
ordinò  che  niuno  forzasse  gli  ebrei 
a  ricevere  il  battesimo,  ne  si  faces- 
se ad  essi  oltraggio  veruno.  Quindi 
Innocenzo  IV  nel  1249  comandò 
che  gli  ebrei  non  potessero  avere 
ne  balie,  ne  servi  cristiani.  Clemen- 
te V,  nel  concilio  generale  di  Vien- 
na, decretò  uel   1 3 1 1  per  la    cod- 


EBR 
versione  degli  ebrei  l' iusegnamento 
delle  lingue  ebraica,  e  caldaica,  af- 
fine di  convincere  i  medesimi  nel- 
le cattoliche  verità.  Giovanni  XXII, 
residente  in  Avignone,  nel  1820, 
prese  le  difese  degli  ebrei  allora 
molto  perseguitati,  e  pregò  con  sue 
lettere  i  principi  a  proteggerli.  E 
siccome  molti  ebrei  si  fecero  bat- 
tezzare, il  Papa  rinnovò  le  costitu- 
zioni, colle  quali  si  provvede,  che 
i  giudei  venuti  alla  nostra  fede, 
ritengano  i  beni,  che  prima  ave- 
vano. Però  fece  bruciare  il  Talmud, 
come  libro  condannabile.  Nell'eru- 
dita opera  del  Marini,  Archiatri 
Pontificii,  si  parla  di  molti  cele- 
bri, e  dotti  ebrei  al  servigio  della 
corte  dei  Papi  come  medici,  e  chi- 
rurghi; e  gli  storici  dicono  gran 
cose  della  medicina  adoperata  da- 
gli ebrei  in  prò  de' cristiani  nel  se- 
colo X,  e  ne'  precedenti,  come  nei 
seguenti,  contenuti  però  sempre  da 
ottime  leggi,  e  stabihmenti,  mal- 
grado le  scomuniche,  e  le  costitu- 
zioni contrarie  a  ciò  pubblicale  da 
diversi  concili,  e  sino  dall'  antipapa 
Benedetto  XIII,  le  quali  vennero 
in  appresso  confermate  da  Calisto 
III,  che,  nel  i456,  rivocò  i  privi- 
legi concessi  dai  Pontefici  predeces- 
sori, massime  da  Martino  V. 

Molti  furono  i  medici,  che  dalla 
sinagoga  passarono  alla  corte  dei 
Papi,  appresso  de' quali  alcuna  vol- 
ta ottennero  posto  anche  le  donne 
ebree,  alle  quali  si  diede  a  custo- 
dire ,  e  lavare  la  biancheria  del 
palazzo  ;  ed  una  di  esse  lavorò  per 
r  antipapa  Benedetto  XIII,  rocchet- 
ti, camici,  ed  altri  abiti  pontificii. 
Bonifacio  IX  ebbe  alla  sua  corte, 
e  protesse  medici,  e  chirurghi  e- 
brei.  Innocenzo  VII  disse  con  ve- 
rità, che  licet  judaeij  in  sua  ma- 
gis  velini  ohstinantia  perdurare  .  . . 


EBR 

tamen  defensionem  nostrani  et  aii- 
xiliuni  postulante  et  christianae  pie- 
tatis  mansuetudineni  interpellante 
Kel  i4o6,  ricevette  sotto  Ja  prole- 
zione apostolica  alcuni  giudei  del 
rione  di  s.  Angelo,  ed  ebbe  per 
buoni  i  diplomi  di  cittadinanza  ro- 
mana, e  di  altre  grazie  in  diversi 
tempi  accordate  dai  senatori,  e  con- 
servatori di  Roma. 

Vuoisi,  che  Martino  V  sia  stato 
il  Pontefice,  il  quale  più  di  ogni 
altro  proteggesse  gli  ebrei,  e  li  fa- 
vorisse in  diversi  modi.  Imperocché 
non  solo,  ad  istanza  del  re  de'  ro- 
mani Sigismondo,  confermò  loro  i 
privilegii  che  avevano,  cioè  a'  12 
febbraio  i4>8,  agli  ebrei  di  Ger- 
mania, e  di  Savoja,  ed  a*  20  feb- 
braio i/^ii,  a  tutti,  permettendo 
a  quelli  di  Spagna,  ed  a'  loro  suc- 
cessori, qiwd  ntederi  possìnt  chri- 
stianìs  impune,  e  tolse  di  mezzo  le 
pene,  che  contra  hujusmodi  Judaeos 
medendi  arte  utenteSj  aveva  pre- 
scritte l'antipapa  Benedetto  XIII, 
nel  tempo  che  riparavasi  in  quel 
regno  j  ma  il  successore  Eugenio 
IV,  considerando  quanto  pericolosa 
fosse  l'intima  familiarità  dei  cri- 
stiani cogli  ebrei,  nel  i442>  con 
bolla  apostolica,  proibì  ai  cristiani 
il  mangiare,  e  il  coabitare  con  essi, 
ed  il  prendere  da  essi  medicine.  In 
oltre  proibì,  che  agli  ebrei  si  con- 
ferissero uffizii  pubblici,  vietò  ad 
essi  di  fabbricare  nuove  sinagoghe, 
e  vagare  nelle  città  e  luoghi  dove 
risiedono  nella  settimana  santa,  nel- 
la quale  la  santa  Chiesa  celebra  la 
memoria  della  passione  di  Gesìi 
Cristo,  come  avevano  ordinato  pa- 
recchi concilii,  riportati  dal  p.  M<- 
nochio  nel  t.  Ili,  p.  4?  7  delle 
Stuore.  Eugenio  IV  rinnovò  il  di- 
vieto emanato  da  Giustiniano  1, 
che  gli  ebrei  non  possono  fare  da 


EBR  i5 

testimoni  coi  cristiani,  come  nep- 
pure permise  che  tenessero  nutri- 
ci, e  servi  cristiani ,  che  ricevessero 
usure,  ed  impose  ai  giudici  di  pu- 
nire con  gravi  pene  gli  ebrei,  se 
bestemmiassero  contro  Cristo,  la  b. 
Vergine,  i  santi  ec.  Il  citato  p.  Me- 
nochio,a  p.  497»  ci  dà  il  cap.  XCIII: 
Se  agli  ebrei  anticamente  fosse  leci- 
to di  dare  ad  usura  a  quelli^  che 
non  erano  della  loro  nazione. 

Nel  i45i,  il  Papa  Nicolò  V 
confermò  con  bolla  la  legge  del 
re  Enrico  III  di  Castiglia,  rinno- 
vata dal  re  Giovanni  II,  colla  qua- 
le, affine  di  propagare  la  religione 
cristiana,  si  pubblicava,  che  chiun- 
que venisse  da  ogni  setta  al  grem- 
bo della  Chiesa,  godesse  tutti  gli 
onori,  privilegi,  ed  uffizi,  che  go- 
devano gli  altri  cristiani.  Con  un'al- 
tra bolla  confermò  altresì  quella 
di  Eugenio  IV,  il  quale,  come  si 
disse,  per  raffienare  gli  abusi,  e  la 
licenza  de'  giudei  aveva  annullato  i 
privilegi  concessi  loro  ampiamente 
da  Martino  V.  Nel  i45'9j  quando 
Pio  II  determinò  nel  congresso  di 
Mantova  d'imporre  le  decime  per 
tre  anni,  affine  di  far  fronte  alla 
potenza  ottomana,  volle  che  gli 
ebrei  pagassero  la  vigesima.  Fu 
familiare  di  Pio  II  certo  Fran- 
cesco Ispano,  ebreo  convertito,  che 
divenne  poi  decano  della  chiesa  di 
Toledo,  e  da  Sisto  IV  fu  fatto  da- 
tario, e  spedito  a  Genova  per  se- 
dare alcuni  tumulti.  Forse  avrebbe 
meritato  la  dignità  cardinalizia,  se 
la  morte  non  l'avesse  colpito  nella 
età  di  cinquantacinque  anni.  Aven- 
do Martino  V  accordato  agli  ebrei 
di  Roma,  che  per  l' annua  somma 
dalla  loro  università  pagata  al  ma- 
gistrato del  popolo  romano,  cioè 
scudi  53 1  e  bajocchi  Sy,  per  le 
feste  che  in  tempo  di  carnevale  si 


ìG  EBR 

facevano  in  piazza  Navona,  ed  a 
Testaccio,  dovessero  contribuirvi  an- 
cora tutti  gli  ebrei  dello  stato  pon- 
tificio; Paolo  li  approvò  e  confer- 
mò tale  disposizione.  Riuscendo  poi 
a  Paolo  II  di  pacificare  i  vari  sta- 
ti italiani,  volle  mostrarne  pubbli- 
ca gioja,  ed  ordinò  feste  di  ogni 
specie,  fra  cui  permise  il  piacevole 
giuoco  delle  corse  coi  pallii.  Tutti 
correvano  in  giorni  separati,  ebrei, 
e  cristiani  di  ogni  età. 

Del  tributo  ed  omaggio,  che  gli 
ebrei  fanno  pel  carnevale  al  popolo 
romano,  e  della  loro  premura  per 
godere  la  protezione  di  questo,  come 
delle  corse  che  prima  facevano,  si 
tratta  al  voi.  X,  p.  90,  e  91  del  Di- 
zionario. Nel  lib.  Ili  degli  Statuti  di 
Roma,  si  ]) rescrive  agli  ebrei,  che 
ogni  anno  paghino  alla  camera  ca- 
pitolina ii3o  fiorini.  11  Cancellieri 
ne' suoi  Possessi^  a  p.  226,  fa  men- 
zione della  parte,  che  gli  ebrei  a- 
vevano  nei  giuochi  di  Agone,  e  di 
Testaccio  sino  a  Clemente  IX,  che 
gli  esentò  dall' obbligo  di  correre 
al  pallio  del  carnovale,  e  di  pre- 
cedere le  cavalcate  del  magistrato 
romano  per  la  strada  del  Corso. 
Certamente  ripugnò  al  benefico  a- 
nimo  di  Clemente  IX  il  corre- 
re degli  ebrei ,  e  l' umiliazione  di 
precedersi  la  cavalcata  dai  fatto- 
ri dell'università  vestiti  di  giubbo- 
ne, o  rubbone,  per  cui  con  chi- 
rografo de' 28  gennaio  1668,  abolì 
tali  costumanze,  dicendo  essere  di 
poca  convenienza  e  decoro,  massi- 
me nella  capitale  del  cattolicisrao, 
ove  tutto  deve  spirare  carità  cri- 
stiana, moderazione,  e  dove  tutto 
dee  far  conoscere  i  riguardi  dovu- 
ti ai  nostri  simili.  Lo  stesso  Cle- 
mente IX  prescrisse,  che  in  luogo 
delle  corse,  che  avrebbono  fatto  i 
cavalli,  pei  palli  di  questi,  la  con- 


EBR 
grega  israelitica  pagasse  alla  came- 
ra capitolina  annui  scudi  trecento; 
e  che  in  vece  di  precedere  i  fatto- 
ri la  cavalcata  del    magistrato    ro- 
mano nel  carnevale,  nel  primo  gior- 
no del  carnovale    medesimo,    nella 
camera  del  trono  di  esso  magistra- 
to gli  facessero  un  omaggio,  cioè  a 
seconda  di  quelli,  che  allora  si  pre- 
stavano dai  vassalli  pel  sistema  del 
feudalismo  in  pieno  vigore.  Questo 
omaggio  dovevano  prestarlo  innan- 
zi   al    trono    de'  conservatori    come 
prescrive  il  chirografo,  appunto  in 
quel  modo,  con    cui    il    magistrato 
romano    riceveva    gli    omaggi    dai 
vassalli,  e  feudatari  de'  propri  feu- 
di. Laonde  tuttora  gli    ebrei   paga- 
no alla  camera  capitolina  pel   car- 
nevale scudi  831,07,  ed  apparano 
i  palchi,  ed  addobbano   le    camere 
nel  carnevale  pel  senato,  e   popolo 
romano,  ed    altri    impiegati,    e    ad 
uso  delle  corse. 

Clemente  X,  nell'anno  santo  1675, 
non  celebrandosi  il  carnevale,  or- 
dinò agli  ebrei,  che  in  vece  del 
consueto  tributo  pagassero  all'  ar- 
ciconfraternita  della  ss.  Trinità  dei 
pellegrini,  la  somma  di  mille  tre- 
cento scudi,  oltre  a  trecento  venti- 
cinque scudi  valore  dei  pallii^  che 
pure  a  loro  incombeva  di  sommi- 
nistrare, per  premio  ai  cavalli  vin- 
citori delle  corse,  che  neppure  eb- 
bero luogo. 

Dal  citato  Marini  si  apprende, 
che  Paolo  IH  ebbe  a  medici  dotti 
ebrei,  e  che  sotto  il  suo  pontifica- 
to furono  in  Roma  protetti,  e  fa- 
voriti i  giudei,  il  perchè  grandi 
querele  ne  scrisse  al  Cardinal  Ales- 
sandro Farnese,  nipote  del  Papa, 
il  rigido  Cardinal  Sadoleto  dalla 
sua  chiesa  di  Carpentrasso,  episto- 
lar.  par.  Ili,  pag.  11 3,  ediz.  del 
1764    Giulio  III,    nel  i554,    con 


EBR 

decieto,  che  si  riporta  dal  Cheru- 
bini, Bull.  lìom.  tom.  I,  coiist.  32, 
determinò,  che  gli  ebrei,  ed  altri 
infedeli  convertiti  alla  fede  cattoli- 
ca, conservasseio  illesi  i  loro  beni 
mobili,  ed  immobili ,  eccetto  però 
quelli  che  fossero  stati  acquistati  per 
usura,  o  per  altro  commercio  ille- 
cito, i  quali  dovrebbero  restituirsi 
ai  loro  legittimi  padroni,  se  com- 
parissero; laddove  non  trovandosi 
questi,  concedeva  detti  beni,  come 
in  uso  pio,  a' medesimi  convertiti, 
in  grazia  del  ricevuto  battesimo  , 
locchè  avea  già  determinato  il  Pon- 
tefice Giovanni  XXII  coW  Extra- 
vag.  Coni,  de  Judaeìs  cap.  i  i.  11 
successore  Marcello  li  applicò  ai 
Cardinali  più  poveri  la  gabella  del- 
la vigesima  sugli  ebrei.  Indi  dive- 
nulo  Pontefice  Paolo  IV,  siccome 
zelatore  della  purità  della  fede,  os- 
servando, che  il  libero  commercio 
degli  ebrei  coi  cristiani  era  uno 
2^  scoglio  assai  pericoloso  al  manteni- 
IK  mento  di  essa  fede,  a'  i4  luglio 
i555,  emanò  la  bolla,  const.  Ili, 
Cum  ninùs ,  Bull.  Roni.  tom.  I, 
confermata  di  poi  da  s.  Pio  V, 
colla  costituzione  V,  da  Gregorio 
XllI  colla  costituzione  LXVllI,  e 
da  Clemente  Vili  colla  costituzio- 
ne XIX,  le  quali  tutte  sono  ripor- 
tate nel  Bollano  del  Cherubini,  e 
in  quello  di  Cocquelines. 

Paolo  IV,  con  detta  bolla,  pre- 
se sagge  ed  opportune  provviden- 
ze sugli  ebrei.  Primieramente  or- 
dinò che  non  potessero  avere  più 
di  una  sinagoga  ne'  paesi  ove  di- 
moravano. In  Roma  li  separò  nel- 
le abitazioni  dai  cristiani,  costrin- 
gendoli ad  abitare  in  una  stra- 
da contigua,  ma  divisa  dalla  cit- 
tà, chiamata  ghetto,  del  quale  poi 
parleremo,  come  avea  fatto  nella 
sua  capitale  la  repubblica    di    Ve- 


EBR  17 

nezia ,  il  che  si  può  vedere  negli 
Annali  Urbani  di  Venezia^  del  eh. 
cav.  Mutinelli,  a  pag.  Sog.  Ad  e- 
sempio  d'Innocenzo  III,  comandò 
Paolo  IV,  che  gli  uomini  portassero 
un  cappello,  e  le  donne  un  velo 
del  medesimo  colore,  per  essere  in 
questa  maniera  contraddistinti  dai 
cristiani.  Ordinò  inoltre,  che  non 
potessero  gli  ebrei  tener  balie,  ser- 
ve, e  servi  cristiani,  ne  lavorare 
in  pubblico  ne' giorni  festivi,  ne 
giuocare  insieme  coi  cristiani  ;  la 
quale  cosa  più  ampiamente  aveva 
comandata  nel  144^  Eugenio  IV, 
come  riportasi  dall'annalista  Rinaldi 
al  detto  anno.  Paolo  IV  proibì  pa- 
rimenti, che  i  medici  ebrei  curar 
potessero  i  cristiani,  ancorché  chia- 
mati e  pregati.  Raffrenò  le  loro 
usure,  vietò  loro  il  possedere  beni 
immobili,  accrebbe  i  tributi,  ch'e- 
rano soliti  pagare,  non  volle  che 
fossero  appellati  col  titolo  di  Don, 
e  rivocò  i  privilegi  concessi  loro 
dai  sommi  Pontefici,  perchè  estre- 
mamente si  arricchivano,  dichiaran- 
do per  ultimo,  che  la  Chiesa  tolle- 
rava gli  ebrei  in  memoria  della 
passione,  e  morte  di  Gesù  Cristo, 
acciocché  per  tale  indulgenza  si 
convertissero  alla  cattolica  religione. 

Cola  Coleine,  nel  suo  Diario, 
e  indica  il  giorno  preciso,  cioè  ai 
26  luglio  i556,  in  cui  Paolo  IV 
restrinse  tutti  gli  ebrei  in  una  stra- 
da. Fu  tale  il  risentimento,  ch'essi 
concepirono  contro  il  zelante  Pon- 
tefice, che  dopo  la  sua  morte  alcu- 
ni si  unirono  alla  commozione  po- 
polare della  plebaglia,  a  malme- 
narne la  statua;  ma  di  poi  Pio  IV, 
che  gli  successe,  sembra  che  favo- 
risse gli  ebrei,  mitigando  le  prece- 
denti leggi. 

LéC  cure  di  s.  Pio  V  si  estesero 
anco  agli  ebrei,  giacché  con  la  bol- 


VOl..     XXI. 


j8  EBR 

la  IO,  Jìomaiius  Ponti fcx,  de'  19 
aprile  i566,  presso  il  Bull.  Roni. 
tom.  IV,  par.  Il,  pag.  286,  del 
Cocquelines ,  confermò  quella  di 
Paolo  IV,  inculcando  loro  di  do- 
ver osservare  il  prescritto  tenore 
di  vita,  starsi  chiusi  la  notte  nel 
recinto  di  case  loro  assegnate  pres- 
so l'antico  teatro  di  Marcello ,  e 
non  poter  girare  per  Roma  che 
nel  solo  giorno.  Quindi,  coll'autori- 
là  della  bolla  Hehraeorum  gens, 
data  a' 29  marzo  1569,  s.  Pio  V 
bandì  gli  ebrei  da  tutti  i  luoghi 
dello  stato  ecclesiastico  ove  si  erano 
stabiliti,  fuorché  da  Roma ,  e  da 
Ancona  per  urgentissime  cagioni, 
le  quali  sono  riportate  nella  bolla, 
e  presso  il  MafFei  nella  vita  di  s. 
Pio  V,  lib.  II,  cap.  IV,  essendo  la 
principale  quella  di  crederli  neces- 
sari a  mantenere  il  commercio  col 
levante.  Qui  noteremo,  che  gli  ebrei 
furono  dai  Papi  tollerati  anche  in 
Avignone,  come  si  vedrà,  e  in  Be- 
nevento, come  si  ha  dal  Borgia, 
Memorie  istor.  di  Benevento,  tom. 
II,  pag.  178  e  seg.  Egli  dice  per- 
ciò, che  per  lo  passato  gli  ebrei 
dimoravano  in  Benevento  in  gian 
copia,  e  che  si  può  credere  godes- 
sero una  qualche  privativa  di  la- 
vorar colori,  o  sieno  tinte  ad  uso 
di  tintori,  giacche  Cencio  camera- 
rio noverò  tra  le  rendite  del  Pa- 
pa, anche  il  dazio  della  tinta  dei 
giudei.  Nel  Necrologio  di  s.  Spiri- 
to, formato  nel  1 1 98  ,  sono  nota- 
te le  parrocchie  s.  Nazarii  a  Ju- 
deca^  s.  Stephani  de  Judeca^  s.  Ja- 
nuavii  de  Judeca,  così  denominate 
perchè  contigue  alla  Giudeca^  che 
così  allora  dicevasi,  come  in  Vene- 
zia, il  luogo  destinato  per  abitazione 
agli  ebrei ,  conosciuto  poi  sotto  il 
nome  di  ghetto.  Inoltre  nelle  vec- 
chie carte  di   Benevento,    è    noini- 


EBR 
lìata  andio  la  chiesa  di  s.  Stefano 
Aq  Neofilia  ili  proposito  de'  quali 
ordinò  Ugone  Guidardi  nel  suo 
concilio  provinciale  del  1874,  che 
non  si  sforzassero  gli  ebrei  a  rice- 
vere il  battesimo.  Pio  II,  con  bol- 
la del  i4t*9)  obbligò  gli  ebrei  di- 
moranti a  Benevento  ad  deferen- 
dum  certuni  signuni,  perchè  si  di- 
stinguessero dai  cristiani.  Paolo  Ili, 
nel  j547,  e  Giulio  111  nel  i55o 
con  loro  brevi,  i  quali  si  conserva- 
no nell'archivio  segreto  della  città, 
ordinarono  che  gli  ebrei  avessero 
macello  proprio,  e  che  non  potes- 
sero vendere  grano  ai  cristiani.  Da 
questo  tempo  in  poi  non  si  trova- 
no più  memorie  di  essi  in  Beneven- 
to. Laonde  si  congettura,  che  ne 
sieno  stali  espulsi  all'epoca  di  s.  Pio 
\,  rigido  esecutore  delle  disposi- 
zioni di   Paolo  IV. 

Divenuto  Pontefice  il  gran  Si- 
sto V,  prendendo  umana  considera- 
zione della  nazione  israelitica,  mas- 
sime degli  ebrei  dimoranti  nei 
pontificii  dominii,  in  loro  favore 
emanò  la  costituzione  Christiana 
pietas  infeliceni  IJehracorwn  slatuni 
voniniiscrans  etc.  data  a'  11  otto- 
bre i586,  nella  quale  seguendo 
gli  esempi  di  Pio  IV,  e  di  altri 
Pontefici,  i  quali  si  mostrarono  be- 
nefici ed  indulgenti  cogli  ebrei,  con- 
fermò loro  i  privilegi  conseguiti,  e 
dispose,  che  ogni  ebreo  di  qualun- 
que sesso,  grado,  condizione,  e  sta- 
to, potesse  liberamente  abitai-e  nel- 
lo slato  ecclesiastico,  cioè  nei  luo- 
ghi murati,  come  città,  castelli,  e 
terre  del  medesimo,  eccettuate  le 
ville,  e  i  borghi  :  che  gli  ebrei  po- 
tessero esercitare  ogni  arte,  ogni 
traffico  e  mercanzia,  eccettuato  la 
negoziazione  di  animali,  vino,  fru- 
mento, e  grano,  il  quale  però  non 
potessero  seminare.    A    tale    elFcllo 


J 


EBR 
|)ernaise  agli  ebrei  di  conversare 
roi  cristiani,  potendosi  valere  della 
loro  industria,  e  mano  di  opera, 
particolarmente  servirsi  de' macella- 
ri cristiani.  Però  confermò  il  divie- 
to  agli  ebrei  di  avere  servitori  cri- 
stiani d'ambo  i  sessi.  Dispose  an- 
cora, elle  ne'  luoghi  citati,  ove  è 
permesso  di  abitare  agli  ebrei,  si  asse- 
gnassero ad  essi  comode  case,  ed 
abitaziojii,  anche  atte  ai  loro  riti, 
permettendo  le  scuole,  e  sinagoghe; 
che  vivessero  colle  famiglie  nell'  e- 
sercizio  del  traffico  di  mercanzie, 
e  che  gli  affitti  fossero  onesti,  e 
non  si  potessero  aumentare  confor- 
me alle  lettere  apostoliche  di  Pio 
IV.  Permise  agli  ebrei  di  ritenere 
presso  di  se  libri  ebraici,  non  con- 
tenenti cose  contro  la  Chiesa  cat- 
tolica. Proibì  di  costringere  gli  ebrei 
a  comparire  ne'  giudizi  civili  nei 
loro  giorni  festivi  e  solenni,  come 
di  f;u*e  cosa  in  onta  iii  loro  riti,  e 
leggi.  Stabilì  una  modica  tassa  da 
pagarsi  per  ogni  maschio,  in  luo- 
go di  pubbliche  imposte,  senza  pre- 
giudizio di  quello,  che  dovevano 
somministrare  al  senato  e  popolo 
romano  pei  giuochi  di  Agone,  e  di 
Testaccio,  e  pei  pallii.  Abilitò  gli 
ebrei  a  godere  i  privilegi  de' luoghi 
ove  dimoravano,  vale  a  dire  quelli, 
di  cui  potevano  essere  capaci  di 
fruire;  come  li  abilitò  a  riprendere 
que'  luoghi  ove  solevano  seppellire 
in  avanti  i  morti,  ed  acquistarne 
in  proprietà  il  terreno,  il  cui  avan- 
zo potessero  liberamente  affittare. 
Regolò  quanto  concerne  i  banchi, 
ed  i  pegni,  che  da  loro  potevano 
ritenersi,  né  permise  di  venderli 
prima  di  mesi  diciotto.  Autorizzò 
gli  ebrei  a  servirsi  di  notari ,  sol- 
lecitatori, procuratori ,  ed  avvocati 
cristiani.  Li  esentò  dal  portare  il 
segno,  col  quale  prima  si  volevano 


EBR  19 

distinti ,  conforme  all'  istroraento 
rogato  colla  camera  apostolica  ai 
Il  aprile  i58i,  sotto  il  predeces- 
sore Gregorio  XIII.  Vietò  di  gra- 
vare gli  ebrei  nei  loro  viaggi  con  par- 
ticolari gabelle,  dazi,  o  pedaggi,  e  vol- 
le che  navigando  per  mare  non  po- 
tessero essere  fatti  schiavi,  confer- 
mando perciò  le  analoghe  provvi- 
denze emanate  da  Paolo  III,  e  da 
Gregorio  XIII.  Proibì  ai  cristiani 
di  fare  violenza  ad  alcun  ebreo, 
ne  di  battezzarlo  per  forza;  regolò 
l'intervento  alle  annuali  prediche; 
e  dispose,  che  i  medici  ebrei  auto- 
rizzati dalla  Sede  apostolica,  potes- 
sero medicare,  e  curare  liberamen- 
te i  cristiani.  Tali  ed  altre  sono 
le  benefiche  ed  eque  disposizioni 
del  magnanimo  Sisto  V,  pubblica- 
te pegli  ebrei,  derogando  così  in 
massima  parte  alle  anteriori  rigo- 
rose leggi  contro  di  essi. 

Tutlavolta  non  andò  guari,  che 
Clemente  Vili  ripristinò  il  divieto 
agli  ebrei  dì  abitare  nello  stato  ec- 
clesiastico ,  eccettuate  le  città  di 
Roma,  Ancona,  ed  Avignone,  e  suo 
stato  in  Francia,  anch'esso  allora 
dominio  della  Sede  apostolica,  co- 
me si  legge  nella  costituzione  52 
del  Boll.  Rom.  tom.  V,  par.  I, 
pag.  246.  Ciò  per  altro  fu  rivoca- 
to  col  breve:  Cum  superioribus 
mensibiis  de  ordine ,  ec.  scritto  die 
2  julii  iSgS,  e  pubblicato  colle 
slampe  della  tipografia  camerale, 
col  quale  non  solamente  lo  stesso 
proibì  di  molestare  ed  infastidire 
gli  ebrei,  ma  decretò:  "  Siccome 
«  nei  mesi  addietro  fu  proibito 
«  per  Nostro  ordine,  che  tutti  e 
«  singoli  gli  ebrei  dimoranti  nel  no- 
M  stro  stato  ecclesiastico,  non  potes- 
si sero  abitare  che  in  Ancona,  og- 
«  gi  in  vista  dell'utilità  che  la  lo- 
»  ro  presenza  può  arrecare  ai  no* 


ao  EBR 

M  Stri  sudditi  pel  commercio  che 
M  fanno ,  permettiamo  che  possano 
*»  dimorare  in  qualunque  città,  ter- 
»»  ra,  e  castello,  non  che  possano 
**  intervenire  a  qualunque  fiera,  o 
w  mercato,  ed  ivi  esercitare  il  com- 
»  mercio  di  ogni  genere,  prescri- 
w  Tendo  ai  presidi,  ministri,  ed 
w  autorità  locali,  di  lasciar  libera- 
»  mente  passare  i  delti  ebrei  ne- 
»»  gli  accennati  luoghi  '*.  Quando  poi 
il  ducato  di  Ferrara  sotto  il  medesi- 
mo Clemente  Vili,  ed  il  ducato  di 
Urbino  e  Pesaro  sotto  Urbano  Vili, 
ritornarono  all'assoluto  dominio  del- 
la santa  Sede,  si  accrebbero  i  ghet- 
ti nello  stato  ecclesiastico.  Nel  du- 
cato di  Ferrara  furono  aggiunti  i 
ghetti  di  Ferrara,  Lugo,  e  Cento. 
In  quello  poi  di  Urbino  e  Pesaro 
si  aggiunsero  quelli  di  Urbino,  Si- 
nigaglia,  e  Pesaro.  Quindi  quelli 
del  Ferrarese  dovettero  dipendere 
per  l'azienda  economica  dal  Car- 
dinal legato  di  Ferrara  ,  che  al  mo- 
do del  prelato  tesoriere  in  Roma, 
a  Ferrara,  Lugo,  e  Cento  furono 
sottomessi  all'approvazione  dei  loro 
conti  al  detto  Cardinal  legato,  sic- 
come quelli  di  Urbino,  Sinigaglia, 
e  Pesaro  ai  rispettivi  presidenti,  o 
legati  di  Urbino,  e  Pesaro.  L'uni- 
versità degli  ebrei  d'Ancona  dipen- 
de da  monsignor  delegato  nella  fac- 
cenda economica,  la  quale  dev'es- 
sere approdata  da  lui.  Cosi  dicasi 
quando  invece  del  delegato  eravi 
un  prelato  governatore.  Nei  luoghi 
suddetti  governati  da  un  Cardina- 
le, se  la  provincia  è  affidata  al 
regime  di  un  prelato,  da  lui  in  si- 
mi  1  modo  dipendono  gli  ebrei  nel- 
la loro  economia. 

Appena,  nel  1676,  divenne  Pa- 
pa Innocenzo  XI,  con  rigoroso  e- 
dilto  vietò  agli  ebrei  le  usure,  a 
reprimere  le  quali   erasi    già    ado- 


EBR 
peralo  con  zelo  mentre  era  Cardi- 
nale. Quindi  abbiamo  che  Clemen- 
te XI,  con  editto  de'  2  aprile  1 708, 
rinnovò  la  proibizione  de'  suoi  pre- 
decessori, cioè  che  i  cristiani  servisse- 
ro nelle  case  degli  ebrei,  e  comandò  a 
questi  che  ne'  giorni  festivi  non  po- 
tessero lavorare  nelle  case  de'  cri- 
stiani, o  nei  monisteri  dei  regolari, 
né  vendere  o  donare  a*  cristiani  i 
loro  pani  azzimi,  come  si  legge  nel 
tom.  Vili  del  Bull.  Maga.  p.  254. 
Gli  ebrei  di  Roma  furono  sempre 
r  oggetto  delle  cure  di  Clemente 
XI  a  segno,  che  a  mezzo  di  dotti 
cattolici  versati  nella  lingua  ebrai- 
ca, e  nelle  sante  Scritture,  faceva 
fare  loro  ogni  otto  giorni  zelanti 
esortazioni,  obbligando  gli  ebrei  ad 
intervenirvi.  Egli  stesso,  allorché 
seppe  che  un  ebreo  nella  casa  dei 
Catecumeni  [Fedi)  aveva  ancora  al- 
cuni dubbi ,  per  cui  non  si  ri- 
solveva a  convertirsi,  si  recò  in 
persona  da  lui ,  per  determinar- 
lo ad  effettuarla.  Nel  pontificato 
d' Innocenzo  XIII  ricorsero  gli  avi- 
gnonesi  contro  gli  ebrei,  perché,  con 
grave  danno  de'  loro  mercanti,  fa- 
cevano commercio  di  cotoni,  e  di 
seterie ,  per  lo  che  il  Papa  colla 
costituzione  Ex  injunclOy  data  ai 
i4  gennaio  1724,  Bull.  Rom.  tom. 
XI,  par.  II,  p.  273,  confermò  e  rin- 
novò le  costituzioni  di  Paolo  IV 
de'  i4  luglio  i556;  di  s.  Pio  V 
de'  18  aprile  i566,  e  di  Clemente 
Vili  de'  24  febbraio  1 592  ;  nelle 
quali  si  vietava  agli  ebrei,  dimo- 
ranti nello  stato  ecclesiastico,  qua- 
lunque traffico  delle  cose  nuove , 
potendo  soltanto  far  commercio  di 
cenci,  e  di  drappi  vecchi.  Ma  sif- 
fatta disposizione  d'Innocenzo  Xlll 
fu  poi  derogata  da  Benedetto  XIV, 
il  quale,  con  breve  apostolico  dato 
a  20  settembre   1740»   stabili,  pò- 


EBR 
tersi  dall'universale  degli  ebrei  eser- 
citare il  commercio  di  robe  nuove, 
come  tuttora  pacificamente  fanno. 
V.  il  detto  breve  Exponi  nobìs  ec. 
in  quo  autìwrizata  fuit  sententia 
lata  favore  iiniversitatìs  hebraeonuìi 
contra  mercatores  fundacales  (  l'u- 
ni versità  e  collegio  de'  mercanti 
cristiani  di  Roma)  adversarios  prò 
exìmenda  in  posterum  universitate 
praedicta  a  quacumque  lite. 

Benedetto  XIV,  fra  le  sollecitu- 
dini del  suo  apostolico  ministero, 
prese  provvidenze  anche  sui  matri- 
monii  degli  ebrei  convertiti  alla  fe- 
de. Sapendo  egli,  che  molti  di  essi, 
dopo  aver  ricevuto  il  battesimo, 
tornavano  in  ghetto,  ed  alla  pre- 
senza del  rabbino  davano  il  libello 
di  ripudio  alle  mogli  che  rimane- 
vano nell'ebraismo,  mediante  la  co- 
stituzione, apostolici  mìnistèrii j  da- 
ta a'  i6  settembre  174?  >  Bull. 
Magli,  tom.  XVII,  p.  186,  vietò 
questo  abuso  ordinando,  che  gli  e- 
brei  convertili  prima  interpellasse- 
ro le  mogli,  se  volevano  anch'  esse 
abbracciare  la  fede  cattolica,  e  non 
volendo  esse  annuirvi,  allora  potes- 
sero sposarsi  con  cattolico  rito  ad 
una  cattolica,  nel  qual  caso  resta- 
va sciolto  il  matrimonio  colla  don- 
na ebrea.  Nata  poi  controversia,  se, 
avendo  un  ebreo  preso  per  moglie 
una  protestante,  la  quale  aveva 
abiurato  i  suoi  errori,  ovvero  era 
pronta  ad  abiurarli,  si  dovesse  rei- 
teiare  il  matrimonio  dopo  che  l'e- 
breo aveva  ricevuto  il  battesimo. 
Benedetto  XIV,  col  disposto  della 
costituzione  Singnlari  nobis,  data 
a' 19  febbraio  1749?  ^oc.  cit. ,  tom. 
XIX,  p.  3,  dichiarò,  che  avendo 
uno  abiurato  l'infedeltà,  e  l'altra 
l'eresia,  doveasi  reiterare  il  matrimo- 
nio, giacché  celebrato  questo  prima, 
era  nullo  per  la  diversità  del  culto. 


EBR  it 

Inoltre  Benedetto  XIV,  col  te- 
nore della  costituzione  Postremo 
mense,  pubblicata  a'  18  febbraio 
1747,  Bull.  Bened.  XIV,  t.  II,  p. 
186,  pienamente  provvide  a'  bat- 
tesimi degli  ebrei,  sii  bambini  co- 
me adulti.  Benedetto  XIV  divise 
in  due  parti  la  citata  costituzione, 
al  medesimo  vicegerente  diretta , 
decidendo  nella  prima  sul  battesi- 
mo de' bambini  :  i."  Che  senza  il 
consenso  de'  genitori,  la  Chiesa  non 
mai  ricevette  l' uso  di  battezzarli  ; 
i!'  Che  senza  questo  consenso  si 
possono  dare  due  casi  pel  battesi- 
mo, cioè  il  pericolo  estremo  di  vi- 
ta, e  l'essere  dai  loro  parenti  pro- 
ietti, ed  abbandonati;  3.°  Che  il 
battesimo  dato  a' bambini  ne' casi, 
che  non  è  lecito  di  conferirlo,  è 
tuttavia  valido;  4'"  ^^^  in  quel 
caso  i  bambini  battezzati  non  si 
debbono  restituire  ai  genitori  ebrei, 
ma  allevarli  presso  i  cristiani  nella 
fede  cattoHca;  5."  Che  per  prova, 
che  sieno  stati  veramente  battez- 
zali, basta  il  testimonio  di  un  solo. 
Nella  seconda  parte  della  costitu- 
zione. Benedetto  XIV  tratta  del 
battesimo  degli  adulti,  ed  in  essa, 
come  nella  prima,  molto  si  diffon- 
de in  diverse  altre  questioni  su 
questo  argomento.  Avvenne  dipoi, 
che  lasciando  un  ebreo  per  la  sua 
morte  due  figli,  e  la  móglie  gra- 
vida ,  che  con  altri  ebrei  lasciava 
di  essi  tutrice,  n'era  superstite  an- 
cora la  nonna  paterna ,  la  quale 
già  cristiana,  voleva  che  i  nipoti 
fossero  battezzati ,  al  qual  senti- 
mento si  univano  parimenti  lo  zio, 
e  la  zia  paterni  siccome  anch'  essi 
cristiani.  Consultato  su  questo  caso 
Benedetto  XIV,  col  breve  Probe  te, 
dato  a'  i5  dicembre  I75i,  Bull. 
Maga.  tom.  XVII,  p.  247,  e  di- 
retto a  monsignor  Guglielmi  asses- 


aa                    EBR  EBR 

sore  del  s.  offizio,  decrelò,    clie  la  più  ragioni:    i.  Perchè  siamo  esor- 
nonna  potesse  offrire  i  nipoti  al  bat-  tati  dall'umanità  a  sentir    compas- 
tesimo  dopo  la    morte    del    figlio,  sione  di  loro,  nati  fuori  del  grem- 
iion  attesa  la    madre,    benché   nu-  bo  della  Chiesa;  2.  Perchè    ciò    è 
trice,  dovendosi    ad    essa    preferire  uniforme    alla    carità    di    amare  il 
la  nonna  perchè  cattolica,  prossimo,  che  ci  deve  far  compati- 
Ricevuta   sul    fine    del  X  secolo  re  la  loro  cecità;  3.  Perchè  abbia- 
dai polacchi  la  religione    cattolica,  mo  obbligo  di  amare  persino  i  ne- 
erasi    questa    conservata    principal-  mici  ;  4-  Perchè  non  dessimo  scan- 
mente  per  le  leggi  contra  gli  ebrei  dalo  col  fuggirli,  dovendo  procura- 
stabilite  ;  ma  siccome    gli    ebrei  se  re  la  loro    salute    eterna  ;    5.    Per 
n'  erano  in  quel  regno    a    poco    a  imitare  Gesù  Cristo,  il  quale  sem- 
poco  sottratti,  e    col  pretesto   della  pre  trattò  co'  giudei,    e    con    mag- 
mercatura    eziandio    si    erano    resi  giore  amore  che  coi  gentili,  per  cui 
necessari  alla  nazione,  facevansi  ser-  i  Vecchi  della  sinagoga  il  pregaro- 
vire  dai  cristiani ,    ed    esercitavano  no  di  risanare  il  figlio    del    centu- 
le    usure.    Per    togliere    Benedetto  rione;    6.    Perchè     con     moderata 
XIV  si  fatti    abusi ,    già    da    altri  coltesia  piti  facilmente  si    determi- 
Pontefici  proibiti,  esorlò  il  prima-  nino  a  conoscere  la  verità;   7.  Per 
te  ed  i  vescovi  polacchi    colla    co-  essere  degni  di  maggior  pietà  quel- 
stituzione    A    quo^    emanata    a'  i4  h>  che  sono  passati  da  una  somma 
gennaio   lySi,  Bull.    Maga.    tom.  dignità  ad  un'estrema  miseria,  qua- 
XXIII,  p.  222,  a  rinnovare  contro  li  appunto  sono  gli  ebrei,    già    po- 
detti  ebrei  le  leggi   della    Polonia ,  polo  eletto  di  Dio  :  Non  fecit  tali- 
conforme  a*  canoni  de'  concili,    ed  ter  onini  natìoni j  8.  Perchè  questa 
a'  decreti  pontificii ,    non    già    allo  nazione  è  un  gran  testimonio  della 
smodato  zelo  di  certo  monaco  Ro-  fede  cristiana,  e  della  memoria  del- 
dolfo,  il  quale  nel  secolo    XII   ec-  la  passione  di  Gesù  Cristo,  che   nac- 
cilava  tutti  nella  Germania,  e  nella  que  da  lei  secondo  la  carne,  e  per- 
Francia  a  perseguitare  gli  ebrei,  a  che  da  essa  pure  ebbero  origine  gli 
spogliarli,  ed  a  trucidarli,  ond'eb-  apostoli;  e  finalmente  per  la  speran- 
be  ad  opporsi  Pietro,  abbate    clu-  za,    che    si    può    avere    della    loio 
niacense,  esortando    Lodovico    VII  conversione.  Che  se,  come  argomen- 
re    di    Francia    ad  impedire   tanta  la  s.  A§os,l\no  de  praedestin.  ss.  cap. 
crudeltà,    e    pregandolo    a    frenarli  16,  gli  ebrei  non  si    possono    con- 
soltanto    colla     forza     delle     leggi,  vertire  da  noi  cristiani,  da  chi  po- 
Saggiamente  notò  Carlo  Bartolom-  trassi  sperare  la    loro  salute  ?    Non 
meo    Piazza,    nel    suo    Euscvologio  già  dagli    eretici,    non    dai    turchi, 
Romano,  ossia  Opere  pie  di  Roma,  non  dai  gentili, 
part.  2,  trat.    X,    cap.    XIX,    che  Clemente  XIV,  con  rescritto  dei 
non  deve  affatto  recare  meraviglia,  7.5  marzo    1770,  rigettò  interamen- 
se  in  Roma,  capo,    e    centro    della  te  l' istanza  degli  ebrei,  per  riguar- 
cattolica  religione,  e    sotto    gli    oc-  do  ad  una  donna  di   loro  nazione, 
chi  de'  Pontefici,  in  ogni  tempo  sie-  che  dal    marito    neofito    era    stata 
no  stati  tollerati  i    riti,  le    cerimo-  offerta  alla    cattolica    fede,    e    con- 
nie,  e  i  costumi   degli    ebrei    diffe-  dotta  alla  pia  casa    de'  catecumeni, 
reuti  dalla  nostra  fede,  e    ciò    per  Esaminata  più  volte  questa    donna 


EBR 

da  monsignor  Autonelli,  nssessore 
del  s.  olHzio,  fu  trovata  rsperla  ab- 
bastanza negli  articoli  della  santa 
fede,  e  perciò  venne  ammessa  al 
battesimo,  respingendo  ogni  querela 
degli  ebrei.  Quindi  Clemente  XIV, 
per  dare  su  di  ciò  una  regola  co- 
stante, concesse  alia  sagra  Congre- 
gazione del  s.  Offizio  (Pedi)  am- 
plissima facoltà  di  prorogare  lo 
spazio  di  quaranta  giorni,  dai  sagri 
canoni  stabilito,  per  esplorare  la 
volontà  di  quelli,  che  sono  oUbrti 
alla  fede  cattolica,  se  vogliano  o  no 
ad  essa  convertirsi,  e  di  prorogarlo 
per  quante  volte  la  stessa  congre- 
gazione dell'  inquisizione  lo  giudi- 
casse opportuno.  Decretò  inoltre 
Clemente  XIV,  che,  secondo  le  co- 
stituzioni di  Benedetto  XiV,  le 
donne  ebree  offerte  dal  marito  neo- 
fito  alla  fede  cattolica,  ricevendose- 
ne r  offerta,  si  debbano  condurre 
alla  casa  de'  catecumeni  per  esplo- 
rare se  abbiano  volontà  di  conver- 
tirsi, e  che  interamente  si  ricusi  la 
domanda  degli  ebrei,  e  che  a  tale 
esplorazione  intervengano  i  loro  pro- 
curatori, come  esponevano  di  prati- 
carsi altrove;  dappoiché  diceva  Cle- 
mente XIV,  non  convenire,  che 
nell'  affare  della  santa  fede  si  adot- 
tino le  costumanze  delle  nazioni 
straniere,  e  s' introducano  in  Ro- 
ma, la  quale,  ossia  la  santa  Sede, 
a  tutte  è  la  maestra  delle  verità 
cattoliche. 

Pio  VI,  nel  1775,  pubblicò  un 
editto,  coi  quale  prese  molli  pro- 
vedimenti  sugli  ebrei.  I  regolamen- 
ti stabiliti  da  Clemente  Vili  pegli 
ebrei  dello  stato  papale  ebbero  sus- 
sistenza sino  al  i79«~>,  cioè  all'epo- 
ca repubblicana.  Ripresero  vigore 
nel  1800  sotto  Pio  VII,  e  tornaro- 
no a  cessare  all'epoca  dell' ammi- 
nistrazione imperiale   francese.    Re- 


EBR  23 

slituilo  Pio  VII  nel  i8i4  a  Ro- 
ma, furono  imposti  agli  ebrei  gli 
antichi  regolamenti.  Leone  XII  ap- 
provò la  lassii  imposta  dagli  ebrei 
di  Lugo,  e  ili  altrove,  dei  due  e 
mezzo  per  cento,  ad  una  delle  lo- 
ro famiglie,  che  aveva  emigrato; 
volle  però,  che  dette  multe  fossero 
godute  dai  soli  ebrei  rimanenti, 
senza  partecipazione  agli  altri.  In 
oltre  Leone  XII  concesse  agli  ebrei 
di  possedere  case  in  proprietà  den- 
tro il  recinto  de'  ghetti,  il  che  nei 
tempi  precedenti  non  era  loro  per- 
messo. Al  presente  in  Italia  il  re 
di  Sardegna,  ed  il  duca  di  Mo- 
dena hanno  ristretto  gli  ebrei  nei 
termini  antichi. 

Istruzione  cntlolìca  per  gli  ebrei, 
novero  dì  alcune  com'ersioni,  ed 
a  lire  beneficenze  de' Papi  verso 
gli  ebrei  convcrliu. 

L' istruzione  degli  ebi*ei  nella  cat- 
tolica fede,  e  nella  buona  morale, 
fu  sempre  a  cuore  de'  sommi  Pon- 
tefici, i  quali,  mossi  da  paterna 
carità,  e  zelo  per  la  loro  conver- 
sione, sempre  inculcarono  a  tutti 
i  vescovi,  che  nelle  loro  diocesi  ove 
fossero  ebrei,  venisse  loro  fatta  la 
istruzione  cristiana,  e  possibilmente 
nella  stessa  loro  lingua  ebraica,  co- 
me apparisce  dalla  costituzione  92, 
di  Gregorio  XIII  presso  il  Bolla- 
rio  Romano,  nella  quale  il  provvi- 
do Pontefice  rammenta  ai  vescovi 
r obbligo  di  procurare  la  conversio- 
ne degli  ebrei,  tracciando  il  meto- 
do che  debbono  tenere  nelle  pre- 
diche da  farsi  ad  essi,  quelli  che 
saranno  destinati  ad  istruirli,  con 
queste  parole:  «  in  quibus  (idest 
»  concionibus)  exponantur  scriptu- 
M   rae  veleris  testamenti,  praesertim 


a4  EBR 

«  vero,  quae  eo  sabbato  leguntur, 
«  ac  in  eis  disseratur  de  certo  ad- 
«  ventu,  et  incarnatione  Filii  Dei, 
»  et  de  necessitate  christianae  fi- 
M  dei^  de  mùltiplicibus,  et  Tariis 
M  erroribus,  et  haeresibus  eorum, 
M  et  de  falsa  per  eorum  rabbi nos 
M  tradita  sacrarum  scripturarum 
w  interpretatione,  quarum  literam, 
«  et  sensuni  fabulis  ec.'*  Da  queste 
parole  si  scorge  l'intenzione  di  Gre- 
gorio XIII,  il  quale,  come  padre 
amoroso,  voleva,  che  mediante  la 
predica  si  facesse  agli  ebrei  l' istru- 
zione cristiana. 

La  regolare  istruzione,  che  al 
presente  ricevono  gli  ebrei  in  Ro- 
ma, e  da  un  religioso  dell'  Ordine 
de' predicatori,  maestro  in  teologia, 
e  ben  versato  nella  lingua  ebraica, 
rimonta  a  Gregorio  XII f,  dappoi- 
ché prescrisse  colla  bolla  Sancla 
Mater  Ecclesia,  emanata  nel  i584, 
secondo  la  mente,  e  le  analoghe 
disposizioni  de'suoi  predecessori,  che 
in  tutti  i  luoghi,  dove  fosse  una 
sinagoga,  si  facesse  agli  ebrei  una 
predica  ogni  settimana  per  illumi- 
narli nei  loro  errori,  e  nelle  su- 
perstizioni, e  convincerli  sul  venuto 
Messia,  seguendo  in  ciò  l'esempio 
di  Nicolò  III,  e  di  altri  predeces- 
sori, come  riporta  il  Piazza  citato, 
parte  seconda,  pag.  i52,  ove  dice 
che  Gregorio  XIII  invitò  i  predi- 
canti a  fare  1*  esortazione  con  cari- 
tà e  mansuetudine ,  affinchè  gli 
uditori  si  penetrassero  dalle  verità 
cattoliche.  Concesse  poi  a  tali  pre- 
dicatori tutte  le  grazie  di  cui  nelle 
università  pubbliche  godono  i  let- 
tori dei  dommi.  Inoltre  Gregorio 
XIII  ordinò,  che  si  punissero  quel- 
li di  età  maggiore  di  dodici  anni, 
i  quali  non  intervenissero  alla  pre- 
dica. Ma  il  principio  di  sì  santa 
opera,  e  il  ;  luogo  ove    anticamente 


EBR 

si  faceva,  lo  apprendiamo  da  Gio. 
Battista  Bovio,  La  pietà  trionfan- 
te ec. 

Parlando  tale  autore  a  p.  i5i 
della  chiesa  di  s.  Benedetto  alla  Re- 
nella in  J remila,  nel  rione  Regola, 
come  filiale  della  basilica  di  s.  Lo- 
renzo in  Damaso,  dice  ch'era  anti- 
chissima parrocchia ,  la  quale  poi 
venne  trasferita  parte  in  s.  Paolo 
in  Arenala,  e  parte  sotto  s.  Sal- 
vatore in  Onda  nel  i566.  Prima 
però  di  tal  tempo,  s.  Filippo  Neri, 
verso  l'anno  i5^S,  istituì  una  so- 
cietà di  pie  persone  le  quali  vesti- 
vano di  un  sacco  rosso,  significan- 
te il  fuoco  di  carità,  giacche  pro- 
ponevasi  molte  pie  opere  per  ono- 
rare Dio  nel  ss.  Sagramento,  e  be- 
neficare il  prossimo.  Neil'  anno  del 
giubileo  i5oo,  il  santo  impiegò  i 
confrati  nel  raccogliere  i  pellegrini, 
ch'erano  privi  di  alloggio.  A  tale 
effetto  la  dama  romana  Elena  Or- 
sini cedette  una  sua  casa  alle  ter- 
me di  Agrippa  ove  si  alimentavano 
per  tre  giorni  i  pellegrini  d'ambo 
i  sessi,  lavandosi  i  piedi  agli  uni 
dai  confratelli,  ed  alle  altre  dalle 
consorelle.  Dopo  l'anno  santo  vol- 
le il  fondatore  del  sodalizio,  che 
questo  s'impiegasse  a  ricevere,  nu- 
trire e  custodire  i  convalescenti,  che 
uscivano  dagli  ospedali,  finché  aves- 
sero ricuperate  le  forze.  E  siccome 
non  avevano  chiesa,  e  dovevansi  ra- 
dunare in  quella  di  s.  Salvatore  in 
Campo,  così  Paolo  IV  nel  i558 
concesse  al  sodalizio  la  chiesa  di 
s.  Benedetto  alla  Regola,  in  Arenu- 
la,  acciocché  sempre  più  fiorisse,  al 
quale  efletto  il  successore  Pio  IV 
nel  i56o,  con  la  bolla  Illiiis  qui 
pio  dominici  salvatione,  l'eresse  in 
arciconfrateinita.  Nel  pontificato  di 
s.  Pio  V,  e  nel  iSyo,  i  confrati  ac- 
quistarono una  contigua  casa,  e  vi 


m 


EBR 
eressero  l'oratorio  pei  loro  pii  eser- 
cizi. Riuscito    quell'oratorio  grande 
e  comodo,  fu    giudicato  a  proposi- 
to per  istituirvi    la     predica    pegli 
ebrei,  con    l'occasione  che  un  dot- 
to rabbino  convertito,  e  battezzato 
per  mano  di   Giulio  ili,  compassio- 
nando la  cecità  di  sua  nazione,  cer- 
cava ridurla  alla  verità  della  fede. 
Ma,  perchè  ninno  andava  ad  ascol- 
tarlo ,     attesoché    la    sinagoga    in- 
felice ,    secondo     il     real     profeta  , 
noluit    ìntellìgere  ,  ut    bene    ageret^ 
Gregorio  XIII    impose    l'obbligo  a 
tutti  gli  ebrei,  che  sotto  determina- 
te pene  vi  dovessero  intervenire  o- 
gnì    sabbato  ,    almeno    una     terza 
parte    di     essi    con     le    donne      e 
coi   fanciulli,   i  quali  avessero  com- 
pito dodici  anni,  anzi  determinò  che 
gli    uomini   dovessero    essere  cento, 
e  le  donne  cinquanta.  Affinchè  poi 
stessero  attenti  alla  istruzione,  inca- 
ricò un  individuo  che  invigilasse  su 
quelli,  i  quali    non    osservavano  il 
silenzio,    e    svegliasse    i    dormienti, 
bell'ingresso   all'oratorio  un  indivi- 
duo fu  stabilito  a  registrare  quelli, 
che  v'  intervenivano.   Chi    mancava 
multavasi.  Tali  multe  furono  attri- 
buite alla  pia  casa  dei  catecumeni, 
della  quale  tanto  per    quella  degli 
ebrei,  come  delle  ebree  convertite, 
si  parla    dW&vùcoìo  Neofiti  [Fedi), 
ove  pure  dicesi  del  monistero  delle 
neofite  domenicane  della  ss.  Annun- 
ziata. Qui  noteremo,  che  l'univer- 
sità romana  degli    ebrei    paga    an- 
nui    scudi     iioo     alla      detta    pia 
casa  de'  catecumeni;    ed    al  moni- 
stero  delle  convertite  a  sostentamen- 
to di  chi  ivi  si  rifugia,  annui  scu- 
di    trecento;     tributo    imposto    da 
Clemente  Vili,  e  da  Urbano  Vili. 
[Nei  primi  anni  predicò  nell'oratorio 
il  nominato     rabbino,    ed  un  altro 
individuo;  ma  la  contigua  chiesa  di 


EBR  25 

s.  Benedetto  fu  totalmente  rifab- 
bricata, e  consagrata  nel  i6i4  in 
onore  della  ss.  Trinità. 

In  progresso  di  tempo  la  predi- 
ca ed  istruzione  agli  ebrei  fu  fatta 
nella  Chiesa  di  s.  Angelo  in  Pe- 
scheria (Vedi)  ,  come  più  vicino 
al  recinto  israelitico,  o  ghetto.  Ivi 
al  presente  la  fa  il  benemerito  e 
dotto  p.  maestro  Angelo  Vincenzo 
Modena  dell'  Ordine  de'predicatori, 
compagno  del  p.  maestro  del  sagro 
palazzo  apostolico ,  col  titolo  di 
predicatore  degli  ebrei.  Questa  pre- 
dica ha  due  deputati  ecclesiasti- 
c\,  uno  col  titolo  di  presidente,  che 
suole  essere  il  segretario  del  vica- 
riato, l'altro  deputato  all'assistenza 
della  predica,  che  si  fa  agli  ebrei 
nella  chiesa  di  s.  Angelo  in  Pesche- 
ria. In  essa,  quando  ha  luogo  la 
predica,  si  leva  dal  ciborio  il  ss. 
Sagramento,  e  vi  si  recano  ad  u- 
dirla  circa  trecento  ebrei  di  ogni 
sesso  e  condizione.  La  predica  du- 
ra circa  un'ora,  e  versa  l'istruzione 
sul  vecchio  testamento,  ed  in  ispe- 
cie  sulle  profezie,  la  cui  lettura  nei 
giorni  che  cade  la  predica,  gli  e- 
brei  hanno  fatta  od  udita ,  per- 
chè avendo  essi  l'obbligo  dì  leg- 
gere r  intero  Pentateuco  ne'  cin- 
quantadue sabbati  dell'anno,  oltre 
la  lezione  di  altri  libri  biblici,  che 
hanno  relazione  coll'argomento  toc- 
cato in  lettura,  sono  molto  istrutti 
del  corrente  argomento,  come  dice 
il  Piazza  nel  suo  Eusevologio  stam- 
pato in  Roma  nel  1698,  alla  qua- 
le epoca  già  faceva  tal  predica  un 
religioso  domenicano,  e  si  continua- 
va a  fare  nell'  oratorio  della  ss. 
Trinità.  Ed  è  perciò,  che  il  predi- 
catore, suscitando  nella  mente  degli 
uditori  le  fresche  idee  delle  lezioni 
scritturali,  ne  dichiara  il  vero  sen- 
so, combatte  le  false  inteipretazio- 


26  EBR 

ni  talmudistiche,  fa  liconoscere  l'a- 
dempimento delle  profezie  tJitle  av- 
verale ,  e  spiega  la  verità  della 
cessazione  della  sinagoga  e  del  ve- 
nuto Messia^  ed  i  caratteri  di  esso 
verificatisi  in  Gesù  Cristo  Signore 
nostro.  Tale  predica  ora  ha  luogo 
cinque  volte  all'anno.  Sisto  V,  col 
breve  succitato  de^2  2  ottobre  i586, 
ecco  quanto  su  ciò  dispose:  «  Gli 
3»  uomini  ebrei  sieno  tenuti  ad  an- 
»  dare  ad  udire  le  prediche,  o  ser- 
w  mone  dc'cristiani,  tre  volte  l'anno 
ti  quando  saranno  invitati,  o  chia- 
w  niati  dai  predicatori,  e  tre  volte 
»  l'anno  in  qualche  solennità,  quando 
w  paresse,  e  fossero  invitati  dagli 
s»  Ordinari.  Nel  resto  del  tempo 
»  niuno  sia  astretto,  ma  possa  an- 
*♦  darvi  a  suo  beneplacito  anco  non 
»  invitalo  ".  La  predica  coattiva 
agli  ebrei  fu  aggiunta  da  Clemente 
Vili,  e  richiamata  quindi  in  vigo- 
re negli  ultimi  tempi  da  Leone 
XIL 

A  voler  far  menzione  di  alcune 
delle  principali  conversioni  degli  e- 
brei  al  cristianesimo,  noteremo  le 
seguenti,  oltre  quelle  che  si  posso- 
no leggere  negli  Annali  ecclesiastici 
del  Baronio  e  del  Rinaldi,  che  tra 
le  altre  riporta  quella  della  con- 
versione de'giudei  dell'  isola  di  Mi- 
norica,  avvenuta  nell'anno  4 1 8.  L'an- 
tipapa Benedetto  XIII  aveva  per 
medico  un  ebreo  fallo  cristiano,  chia- 
malo Girolamo  di  s.  Fede,  il  qua- 
le nel  1^11  compilò  un  dottissimo 
libro,  che  si  trova  nella  Bìblioth. 
PP.  tom.  IV,  p.  i4i2,  in  cui  di- 
mostrava non  solamente  cogli  oracoli 
divini,  ma  ancora  cogli  scritti  dei 
rabbini,  che  Cristo  era  il  vero 
Messia,  per  lo  che  più  di  cinque 
mila  ebrei  d'Aragona  si  convertiro- 
no alla  lède  cattolica,  e  il  libro  fu 
anche  letto  avanti  il    detto  autipa- 


EBR 
pa.  Innumerabili  poi  sono  quel- 
li convertili  in  vari  tempi  dai  san- 
ti, ed  il  solo  s.  Vincenzo  Ferreri 
dell'Ordine  de*  predicatori  ,  morto 
nel  i4i8»  converti  alla  fede  venti- 
cinquemila ebrei,  oltre  un  prodi- 
gioso numero  di  peccatori,  che  in- 
dusse a  vivere  secondo  i  precelli 
evangelici.  Appena,  nel  i566,  di- 
venne Papa  s.  Pio  V,  siccome  a- 
veva  procurato,  mentre  era  Cardi- 
nale, la  conversione  dell'ebreo  E- 
lia,  il  più  ragguardevole  di  quelU 
romani,  ed  egli  rispondeva  allo- 
ra per  giuoco,  che  l'avrebbe  eflet- 
tuata  quando  fosse  esaltato  al  pon- 
tificalo ,  invitò  Elia  a  mantener- 
gli la  parola,  il  quale  illu:»)inato  dal- 
la grazia  vi  aderì  con  tutta  la  fa- 
miglia, e  fu  dal  Papa  solennemen- 
te battezzato  nella  basilica  vaticana 
a'20  giugno,  imponendogli  l'antico 
suo  nome  di  Michele,  e  adottando- 
lo nella  sua  famiglia  Ghislieri.  Ad 
esempio  di  Elia  si  convertirono  più 
di  trecento  ebrei  del  claustro  di 
Roma.  Clemente  XIII  battezzò  e 
cresimò  un  ebreo  padovano,  lo  po- 
se nel  seminario  di  s.  Pietro  a  sue 
spese,  e  poi  gli  conferì  la  prima 
tonsura.  Del  battesimo,  e  della  cre- 
sima ,  che  i  Pontefici  conferiro- 
no agli  ebrei,  si  tratta  a  quegli 
articoli.  Celeberrima  poi  e  pio- 
digiosa  avvenne  da  ultimo  la  con- 
versione operata  dalla  beata  Ver- 
gine nella  chiesa  di  sani'  Andrea 
delle  Fratte  di  Roma,  e  che  riempì 
di  gioia  i  cattolici,  nella  persona  di 
Alfonso  Carlo  Tobia  Ratisbonné  e- 
breodi  Strasburgo,  al  presente  edifi- 
cante religioso  della  compagnia  di  Ge- 
sù. Ed  è  perciò  che  abbiamo  la  Con- 
versione miracolosa  alla  fede  cattali' 
ca  di  Alfonso  Maria  Ratisbonné,  trat- 
ta dai  processi  autentici  formati  in 
Roma  nel    1842,    ivi  stampata    in 


I 


EBR  EBR  27 
detto  anno,  e  dove  pure  si  pubbli-  lati  gli  ebrei  alla  conversione,  per- 
carono  le  JSotìzìe  istorìche  intorno  mettendo  loro  la  ritenzione  de'be- 
tarcìconfraternita  del  ss.  Cuore  di  ni,  che  prima  possedevano,  al  mo- 
Maria.  Al  capo  V  di  quest'ultimo  do  sopraddetto.  Decretarono  i  som- 
opuscolo  vi  è  la  narrazione  della  mi  Pontefici,  che  gli  ebrei,  dopo  il 
medesima  prodigiosa  conversione.  Si  ricevimento  del  battesimo,  divenga- 
legge  poi  nel  numero  36  del  Dia-  no  subito  cittadini  di  que'luoghi, 
rio  di  Roma  del  i843,  che  nella  ove  sono  rigenerati  a  Cristo  colle 
mattina  de'  1 1  marzo  anno  corren-  acque  battesimali ,  e  che  godano 
te,  il  Cardinal  Patrizj  vicario  di  tutti  i  privilegi,  i  quali  sono  pro- 
Roma,  nella  chiesa  de'  ss.  Andrea  piii  degli  altri  cittadini,  in  ragione 
e  Gregorio  de'  camaldolesi  al  Ce-  della  loro  origine,  e  nascimento, 
lio,  con  solenne  pompa,  battezzò  il  Tanto  si  dichiara  nella  bolla  82, 
dottore  Moisè  Rocca  israelita  di  Ciipientesj  di  Paolo  111,  confermata 
Trieste,  medico  e  chirurgo  di  chia-  ed  ampliata  da  Clemente  XI  colla 
ro  nome,  la  di  lui  moglie  Regina  bolla  Propaganda  già  citala.  La 
insieme  alla  loro  figliuolina;  quiu-  sagra  rota  romana,  decis.  200,  p. 
di  i  coniugi  dal  medesimo  Cardi-  recentior.  n.  3,  spiegando,  la  bolla 
naie  ricevettero  il  sagramento  della  CupienteSy  estende  il  memorato  pri- 
confermazione,  e  la  ss.  Eucaristia,  vilegio  di  cittadinanza,  dicendo  che 
Questi  convertiti  ebrei ,  che  reca-  gli  ebrei  battezzati  conseguiscono  il 
ronsi  perciò  da  Trieste  apposita-  grado  di  nobiltà,  purché  dopo  il 
mente  a  Pioma ,  a  colmo  di  reli-  battesimo  non  esercitino  impiego 
giosa  letizia,  furono  ammessi  dal  vile,  od  arte  meccanica.  Tanto  re- 
regnante Pontefice  al  bacio  de*  pie-  gistra  il  Tonelli  nel  Manudiiclio  in- 
di,  e  da  lui  regalati  benignamente.  Jidelìuni  ad  Jideniy  conclus.  7,  num. 
Desiderando  sempre  la  santa  2,  pag.  109,  Sessa,  de  Judaeis  cap. 
romana  Chiesa,  ed  avendo  somma-  21,  pag.   69. 

mente  a  cuore  ì  romani  Pontefici  Se  l'ebreo  battezzato  abbraccia 
la  conversione  di  tutti  gl'infedeli,  lo  stato  ecclesiastico,  e  diviene  chie- 
ed  in  modo  speciale  degli  ebrei,  pei  rico  secolare ,  è  capace  di  otte- 
quali  sente  una  viva  compassione,  nere  un  beneficio  curato,  o  sen- 
e  non  lascia  di  pregare,  ha  mai  za  cura,  ed  anche  un  canonica- 
sempre  usate  tutte  le  possibili  di-  to  della  cattedrale,  come  osserva  il 
ligenze,  con  prescrivere  a  tutto  il  medesimo  Tonelli  nella  detta  con- 
corpo vescovile  l'insegnamento  dei  clus.  I,  num  2  3,  citando  il  Lam- 
dommi  di  nostra  fede,  con  argo-  bertini,  il  De  Luca,  ed  altri  auto- 
menti  tratti  dai  medesimi  libri  ri.  Alessandro  HI,  scrivendo  al  ve* 
santi,  che  gli  stessi  ebrei  gelo-  scovo Tornacense,  lo  rimproverò  per- 
samente custodiscono.  Intorno  a  che  aveva  trascurato  di  conferire 
ciò  possono  vedersi  le  bolle  San-  un  canonicato  colla  prebenda  ad  uà 
ctó71/fZ/er£c<:7e5Wj  di  Gregorio XI II,  ebreo  convertito  alla  lède,  coman- 
e  Propaganda  per  universum,  di  dandogli  che  prontamente  ciòeffet- 
Clemente  XI,  e  tante  altre  di  ze-  tuasse,  dandogliene  il  possesso.  Se 
lanti  Pontefici,  riportate  nel  bollarlo  l'ebreo  convertito  abbraccia  lo  sta- 
romano.  Ha  inoltre  la  Chiesa,  a  to  religioso  entrando  in  qualche 
mezzo  de'suoi  venerabili  capi,  allet-  Ordine    regolare    approvato  ,    per 


28  EBR 

volere  dei  Pontefici ,  debbe  essere 
ricevuto  dai  superiori,  e  può  anche 
ottenere  negli  Ordini  qualunque  ono- 
re grado  e  dignità.  S.  Pio  V,  nel- 
la bolla  128  Pastoralìs  officiì,  co- 
mandò al  ministro  generale  dell'Or- 
dine francescano,  quanto  si  è  detto 
pe'neofiti,  che  vogliono  abbracciare 
lo  stato  regolare.  Gregorio  XIII, 
colla  bolla,  Munerìs  nostri,  cassò 
ed  annullò  alcune  leggi  fatte  dal 
capitolo  de'  religiosi  minimi  detti 
Paololti,  contro  gl'infedeli  conver- 
titi alla  fede.  Flavio  Cherubini  , 
nelle  annotazioni  che  fa  al  Bolla- 
rio  Romano,  sopra  la  citala  bolla 
di  s.  Pio  V,  domanda:  «  Cur  di- 
M  scedens  ex  judaeis,  ad  religionem 
M  admittitur?  E  risponde.  «  Quia 
w  salus  ex  judaeis  est.  Secundo 
»  quia  daretur  occasio  judaeis,  ne 
w  ad  fidem  converterentur,  dura  in- 
i>  telligunt  conversorum  fìlios  ex- 
»>  pulsos  a  religione.  Tertio  quia 
»  religionis  status  est  talis,  ubi  ipsi 
w  polius  si  inaliquodubitant,  solida- 
>»  ri  in  fide,  quam  alios  inficere  pos- 
'»  sunt  "  .  La  sagra  congregazione 
del  concilio,  a' 12  dicembre  1607, 
fece  il  seguente  decreto  riferito  dal 
JNicolio  ne'suoi  flosculi,  alla  parola 
Confraterni tas  :  «  Nec  confirmatur 
»  statutum ,  quod  nullo  unquam 
>*  pacto  recipiantur  in  confraterni- 
»»  tatem  discedentes  ex  genere  iu- 
M  daeorura,  vel  aliorum  infìdelium, 
»  sed  tantum  oriundi  ex  veteribus 
»»   Christianis  " . 

Da  tutto  questo,  da  quanto  supe- 
riormente dicemmo,  e  da  quanto  ri- 
portasi nei  numerosi  articoli  di  que- 
sto Dizionario  risguardanti  gli  ebrei, 
si  conosce  evidentemente  quanto  la 
Chiesa  cattolica,  ed  i  Pontefici  suoi 
capi  desiderino  la  conversione  degli 
ebrei,  e  quanti  lavori  e  grazie  com- 
partiscano   ai  convertiti,  per  confer- 


EBR 

marli  maggiormente  nella  santa 
fede,  che  per  tratto  di  speciale  gra- 
zia conseguirono  dalla  misericordia 
divina  entrando  nel  grembo  della 
Romana  Chiesa:  Hitrusaleni,  Hie- 
rusaleni,  convertere  ad  Dominuiii 
Deum  tuiim. 

Cerimonie  fatte  anticamente  dagli 
ebrei  nel  presentarsi  ai  Papi  nel 
loro  solenne  possesso^  e  nelL'of 
frire  loro  la  divina  Scrittura  o 
legge,  perche  la  confermassero , 
ed  adorassero. 

La  vocazione  de' fedeli  al  regno 
di  Cristo,  non  meno  della  cieca 
gentilità,  che  della  ribelle  sinagoga 
degli  ebrei,  in  Roma  si  vede  espres- 
sa nel  musaico  della  tribuna  late- 
ranense,  da  due  cervi,  che  stanno 
presso  la  croce;  e  ne'  musaici  delle 
tribune  delle  chiese  di  s.  Maria 
Maggiore,  de' ss.  Cosma  e  Damiano, 
di  s.  Marco  ec,  si  vedono  effigiate 
le  due  città  di  Gerusalemme,  e  di 
Betlemme.  Intorno  alle  medesime 
si  osservano  varie  pecorelle.  Quelle, 
che  stanno  vicine  alla  prima  signi- 
ficano i  fedeli  convertiti  dal  giu- 
daismo. Forse  a  queste  due  città 
alludono  quelle,  che  si  osservano 
nell'arco  della  tribuna  nella  chiesa 
di  s.  Sabina,  nel  musaico  fatto  sot- 
to s.  Celestino  I,  ove  si  vedono  so- 
pra la  porta  due  donne  col  motto: 
ECCLESIA  EX  GENTiBus  da  Una  parte, 
e  dall'altra  :  ecclesia  ex  circumci- 
siONE.  E  però  fino  dai  tempi  i  più 
rimoti  venne  ingiunto  agli  ebrei 
di  presentarsi  ai  romani  Pontefici 
nelle  loro  più  solenni  cavalcate,  e 
massime  in  quella  del  possesso,  nel 
quale  prendono  quello  della  loro 
sede,  col  testo  della  divina  Scrittu- 
ra, di  cui  secondo  s.  Girolamo  so- 
no gli  ebrei  come  gli  archivisti,  es- 


EBR  EBR                     29 

sendo  chmlianorum    hihliopolae    et  Benedetto  nel   i  i43,    ci    prescrive, 
ììhrarìij  come  li  appella    s.  Agosti-  che  gli  ebrei  nella  seconda  festa  di 
no.   A  questi  si  unì  anche    s.  Ber-  Pasqua  facciano   le   laudi    al  Papa 
nardo,  per    inculcarne    la  protezio-  presso  il  palazzo    di    Cromazio,  in 
ne,  perchè  la  loro  esistenza   forma  altro  codice  indicato   dal  Mabillon, 
una  prova  del    cristianesimo.    Già-  che   si    diceva    situato    ante   Pala- 
conio    Angelo    di     Scarperia,     nel-  tiiim    s.    Stephanì    in    Piscina.    Lo 
la    pompa     del     possesso    di     Gre-  stesso  s' ingiunge    con  la    presenta- 
gorio    XII     da    lui    descritta   nel-  zione  della  legge  per   la  medesima 
l' Epistola  ec.  pubblicata  da  Loren-  circostanza  nell'Ordine  XII  di  Cen- 
zo  Mehus  nel   1743  in  Firenze,  in-  ciò  Camerario,  steso    sotto    Celesli- 
dagando    le    ragioni    dell'incontro,  no  II,    che    incominciò    a    regnare 
che    facevano    gli    ebrei    al    Papa,  nel  1 143  (pag.    188  Mus.  Italie.  ), 
congettura    essere    stato    introdotto  determinandone  il  sito,  ch'era    alla 
questo  costume  dall'uso,    che    ave-  Torre  di    Serpietro ,    nel    principio 
vano    i    medesimi    ebrei,    di     pre-  della  strada  di  Parione,  e  che  nel- 
sentarsi    ai    nuovi    imperatori ,    af-  l' Ordine  XIII  si  chiama  di  Slefa- 
finchè  per  rispetto  della  legge  mo-  no  di  Pietro,  Si  aggiunge    poi,  che 
saica,  cui  professavano,  non  gli  esi-  in  premio    di    queste    laudi,    reci- 
liassero  da  Roma,  come  varie  voi-  piunt  a  camerario  in  preshyterium 
te  era  seguito,  e  fra  le    altre  sotto  viginti  solidos  provisinos,    seu  prò- 
Tiberio,  da  cui,  secondo    Giuseppe  visionis.  Nel  giorno  però    del    pos- 
Ebreo,  p.  &^,  furono  rilegati    nella  sesso,  in    cui     dovevano    gli    ebrei 
Sardegna  in  castigo  delle  loro  usu-  presentare    la  legge,    era   prescritto 
re,  e  per  la  loro  avversione  al  gen-  ad  essi  di  pagare  alla  camera  apo- 
tilesimo.  Crede  ancora,    che    sicco-  stolica  il  tributo  di  una    libbra  di 
me  stoltamente  gli  ebrei    si    lusin-  pepe,  e  due  di  cannella.  Il  rito  poi 
gano,  che  debba  un  giorno  venire  prescritto  negli  Ordini  romani,  cioè 
un  principe  a    sottrarli    dalla    loro  che     gli  ebrei    si    presentassero    al 
schiavitù,  e  restituire    il    loro  tem-  Papa  con  la  legge,  si  vide  eseguilo 
pio,  e  gli  olocausti,  sieno  andati  in-  nel  Processo    (così  allora    chiama- 
contro  al  nuovo  Pontefice,  per  isco-  to    il  possesso)  di  Eugenio  111    nel 
prire  se  mai  fosse    quello    da   loro  1 14^}    leggendosi     nella    sua    vita, 
tanto  aspettato.  scritta    dal    Cardinal    di    Aragona, 
La  prima  memoria  dell'  interven-  che    non    mancarono    gli    ebrei  in 
lo  degli  ebrei  ne' possessi  dei  Papi,  quella  solennità,   i    quali  anzi  sos- 
risale  al   i  1 19,  quando    Calisto    li  tennero  sopra  le  loro   spalle  la  leg- 
si  recò  a  prendere  il  solenne   pos-  gè  mosaica.  L'annalista  Rinaldi  ai- 
sesso  della  patriarcale  basilica  late-  l'anno   11 65,  num.    12,    descriven- 
ranense.    I    loro    festeggiamenti  ed  do  la  solenne  pompa  con  cui  Ales- 
applausi  furono  uniti  a    quelli    dei  Sandro  HI  venne  ricevuto    in    Ro- 
greci,  e  de' latini,  affinchè  senza  ben  ma,  dice  che  fu    incontrato    anche 
rifletterci  a  maggior  loro  confusio-  dagli    ebrei  poitanti    la  legge.    Nel 
ne,  o  anche  di  malavoglia,    doves-  1227   questi    andarono    incontro  a 
sero  confessare  di  riconoscere  quel-  Gregorio  IX,   sì    nel    possesso,  che 
Io  che    negavano.    Nell'Ordine    ro-  nel  ritorno  da  Su  tri.    Nel    cerimo- 
luauo  XIj    composto    dal   canonico  niale  di    Gregorio    X,    assunto    al 


3o  EBR 

pontificalo  nel  1271,  eh' è  l'Ordine 
XII Ij  si  determina,  che  venendo  il 
nuovo  Papa  eletto  fuori  di  Roma, 
sia  incontrato  alle  falde  di  Monte 
Mario,  alla  cappella  di  s.  Maria 
Maddalena,  e  che  ivi  Jitdaci  oc- 
ciirrant  cum  lege  cL  laudibus,  Mus. 
ttalìc.  tom.  II,  pag.  23 1.  Sotto 
Bonifacio  Vili,  nel  1294,  la  na- 
zione ebrea  presentò  la  legge  in 
Piìiione,  secondo  l'Ordine  XIV  del 
Cardinal  Gaetano ,  tom.  II  Mus. 
Jtal^  pag.  268.  Nel  i4o6  si  pre- 
sentarono nello  stesso  luogo  di  Fa- 
none a  Gregorio  XII  col  volume 
della  legge  legato  in  oro,  e  coper- 
to di  un  velo. 

Eletto,  nel  14093  "el  concilio  di 
Pisa,  Alessandro  V,  gli  ebrei  fece- 
ro la  presentazione  della  legge  nel- 
la solenne  cavalcata,  ch'ebbe  luogo 
a' 7  luglio,  figurando  il  possesso. 
Indi,  nel  i447j  l'offrirono  a  IN i co- 
lò V  a  monte  Giordano.  Nel  i484> 
sotto  Innocenzo  Vili,  per  la  prima 
volta,  invece  di  presentare  la  leg- 
ge al  Papa  al  monte  Giordano, 
come  avevano  usalo  fino  allora, 
perchè  gli  ebrei  restassero  garanti- 
li  dalle  insolenze,  che  talvolta  loro 
faceva  la  prepotente  plebe,  furono 
ammessi  ai  merli  inferiori  di  Castel 
s.  Angelo,  in  un  angolo  del  mede- 
simo. Troppo  è  interessante  la  de- 
scrizione, che  ne  fa  il  Burcardo 
per  ometterla:  >»  Cum  Papa,  ei 
M  dice,  pervenisset  prope  castrum 
>»  s.  Angeli  se  firma vit,  et  Judaei, 
>»  qui  ad  inferiores  merulas  in  an- 
>»  gulo  dicti  castri  versus  plateam 
"  se  cum  orna  tu,  et  lege  sua  re- 
«  ceperaut,  obtulerunt  P.  P.  legem 
*»  adoraudam,  et  honorandam  vcr- 
»»  bis  hebraicis  in  liane  ferme  sen- 
*»  tentiam  Papam  acclamanles:  Bea- 
"  tissime  Pater;  Nos  viri  hebraici 
»*  nomine    synagogae   noslrae    sup- 


EBR 
«  plicamus  S.  V.  ut  legem  Mosai- 
«  cam,  ab  omni  potenti  Deo  Moysi 
»>  pastori  nostro  in  monte  Sinai 
»>  traditam,  nobis  confirmare,  et 
M  approbare  dignemini ,  quemad- 
w  moduni  alii  summi  Pontifices  S. 
M  V.  praedecessores  illam  confirma- 
«  runt,  et  approbarunt,  Quibus 
>i  respondit  Pontifex:  Commenda- 
w  mus  legem  ;  vestram  autem  ob- 
«  serva lionem,  et  intellectum  con- 
w  demnamus,  quia,  quem  venturum 
»>  dicitis.  Ecclesia  docet,  et  praedi- 
«  cat  venisse  Dominum  nostrum 
«  Jesum  Chrislum  etc".  Presso  il 
detto  castello  gli  ebrei  incontraro- 
no Giulio  II,  e  Leone  X,  come  nar- 
rano Burcardo,  e  Paride  de  Gras- 
si, e  fu  una  novità  quella  sotto  di 
Pio  III,  che  gli  ascoltò  m  introilu 
aulae  palatii,  per  i  seguenti  mo- 
tivi. 

Creato  Papa,  a'  22  settembre 
i5o3,  Pio  III,  agli  8  ottobre  si 
fece  solennemente  coronare  nella 
basilica  vaticana,  ideila  quale  volle 
prendere  il  possesso,  perchè  avendo 
una  piaga  in  una  gamba,  che  gli 
impedia  di  recarsi  al  Laterano, 
volle  che  gli  ebrei  gli  presentasse- 
ro la  legge  nel!'  ingresso  della  pri- 
ma sala.  Indi  mon  a' 18  ottobre, 
e  gli  successe  Giulio  II,  che  a' 5 
dicembre  con  solenne  cavalcala  pre- 
se possesso  della  basilica  lateranen- 
se.  11  Burcardo,  citalo  dal  Marini, 
Archiatri  Pontificii,  p.  290,  par- 
lando di  Samuele  Sarfadi,  rabbino 
spagnuolo,  e  medico  di  Giulio  II, 
racconta  :  »>  Judaei  fecerunt  longum 
>»  sermonem  in  angulo  turris  ro- 
»  tundae  arcis  sancii  AngeH.  Rab- 
«  bi  Samuele  hispano  medico 
»  Papae  prò  omnibus  loquente; 
»)  Papae  respondit  prout  in  libel- 
»  lo  ",  cioè  neir  Ordine  romano, 
nel  quale  si    ha    la    formola   pre- 


EBR 

sellila,  e  solenne  per  tal  cosa,  Or- 
dine attribuito  al  nominato  Car- 
dinal Giacomo  Gaetani,  o  Caetani. 
A  ciò  i  Papi  rispondevano  >»  com- 
«  mondando  legem  ,  et  danmando 
t>  observantiam  Judaeorum,  sive  in- 
>i  lellectiim,  ovvero  interpreles  "  ; 
siccome  dice  1'  autore  della  vita  di 
Nicolò  V.  Altra  formola  si  legge 
nel  JVovaes,  Dìssert.  storico-critiche, 
tom.  II,  p.  35o,  non  che  nel  ci- 
tato Eusevologio  del  Piazza,  par.  2, 
pag.  i5o.  JN'el  i5i3  gli  ebrei  pre- 
sentarono nello  stesso  luogo  a  Leo- 
ne X  la  legge,  come  attestano  Pari- 
de de  Grassi,  e  Giacomo  Penni,  il 
quale  dice  che  ciò  eseguirono  alla 
porta  del  castello,  sopra  un  palco 
di  legno  coperto  di  broccati  d'oro, 
e  di  drappi  di  seta,  mediante  la 
presentazione  delle  tavole  della  leg- 
ge, fra  torcie  accese  di  cera  bian- 
ca. Ma  dopo  il  possesso  di  Leone 
X,  non  ebbe  più  luogo  la  presen- 
tazione della  legge  in  tal  funzione. 
Il  medesimo  Novaes,  loc.  cit.  pag. 
35 1,  aggiunge  che  la  legge,  ofierta 
dagli  ebrei  al  Pontefice  romano, 
non  era  descritta  in  libri  ,  i  quali 
si  scorrono  foglio  per  foglio,  ma  in 
continui  volumi  di  una  sola  perga- 
mena all'uso  antico,  molti  de'qua- 
h  si  vedono  nella  librerìa  Vati- 
cana. 

L'  accuratissimo  Cancellieri,  nella 
Storia  de  Possessi^  ci  dice,  che  do- 
po Leone  X,  e  sino  a  Gregorio 
XIV  eletto  nel  1390,  non  trovò 
notizie  di  tal  presentazione,  e  solo 
rinvenne,  che  nel  possesso  di  que- 
sto Papa  gli  ebrei  ornarono  l'arco 
di  Settimio  Severo  con  motti  ebrai- 
ci, coi  quali  incominciarono  a  sup- 
plire al  cerimoniale  della  presenta- 
zione della  legge  andata  in  disuso, 
e  mai  più  ripigliata.  Nel  possesso, 
che  prese  Gregorio  XV  nel    1621, 


EBR 


3f 


si  torna  a  far  menzione  degli  ebrei 
ne'  possessi,  e  sembrava  loro  sta- 
bilmente assegnato  di  ornare  un 
tratto  di  strada  in  quest'  occasione, 
incominciando  dall'  arco  eretto  a 
Tito  dopo  la  guerra  giudaica,  ac- 
ciocché nel  trionfo  di  tale  impera- 
tore, scolpito  neir  arco,  riconosces- 
seio  gli  ebrei  avverata  la  profezia 
del  Redentore,  nella  distrutta  Ge- 
rusalemme in  uno  al  suo  tempio. 
Dall'  arco  di  Tito  sino  al  Colosseo 
(yedi)j  spettava  l' apparato  della 
strada  all'  università  degli  ebrei,  dai 
quali,  oltre  agli  arazzi,  per  confor- 
marsi al  loro  costume,  si  aggiun- 
gevano in  vari  cartelloni,  diversi 
emblemi,  con  motti  della  sagra 
Scrittura,  alludenti  alla  loro  di  vota 
ubbidienza  al  sommo  Pontefice,  al 
solenne  possesso  di  lui,  non  che 
alle  personali  qualità  d'  ognuno.  Il 
citato  Cancellieri,  nella  mentovata 
sua  opeia,  riporta  la  descrizione 
degli  ornati  fatti  dagli  ebrei  nel 
dello  tratto  di  strada,  come  di  tutti 
gli  emblemi,  e  motti  da  Iimocen- 
zo  X  dell'anno  i644  sino  a  Pio  VI 
dell'anno  l'j'jS  inclusive.  Inoltre  rac- 
conta, che  appena  l'università  di  Ro- 
ma seppe  la  fausta  elezione  di  Pio 
VII  seguita  in  Venezia  nel  1800, 
trasmise  a  questa  città  una  procu- 
ra speciale  a  Salvatore  Cracovia, 
aflinchè  tributasse  al  santo  Padre  i 
suoi  più  umili  omaggi  e  congratu- 
lazioni. E  siccome  Pio  VII,  nel 
i8or,  prese  il  possesso  passando 
per  altra  via,  la  medesima  univer- 
sità israelitica  si  fece  un  sagro  do- 
vere di  umiliargli  i  motti,  e  gli 
emblemi,  che  avrebbero  esposti  in 
ebraico,  ed  in  latino  dall'  arco  di 
Tito  al  Colosseo,  se  fosse  passato 
secondo  il  solito  per  quella  par- 
te nel  recarsi  a  prendere  il  suo 
possesso.  L*  università   fece    presen- 


3i  EBR 

tare  a  Pio  VII  tali  motti  ed  em- 
blemi, raccolti  in  un  libro  miniato, 
e  riccamente  legato  dal  suo  rabbi- 
no Leone  di  Leone  d' Ebron,  ve- 
stito air  orientale,  con  turbante,  e 
barba  lunga_,  e  dai  due  fattori 
Giacobbe  Giuseppe  di  Camillo  Cai- 
vani,  e  Jacob  Vita  del  quondam 
Angelo  Ascarelli,  vestiti  in  abito 
nero.  11  Cancellieri  ci  dà  l'orazio- 
ne, le  composizioni,  e  i  motti  in 
idioma  latino  a  pag.  49^>  ^  ^^S* 
Leone  XII,  Pio  Vili,  e  il  regnan- 
te Gregorio  XVI,  non  essendo  pas- 
sati per  r  arco  di  Tito,  quando 
presero  il  possesso  della  basilica  la- 
leranense,  l'università  degli  ebrei 
fece  ad  ognuno  decorosamente  quan- 
to in  supplenza  avea  praticato  con 
Pio  VII.  Anzi  all'articolo  Belluno 
(Pedi)j  patria  del  Papa  cbe  regna, 
facemmo  menzione  del  superbo  libro 
manoscritto  in  pergamena,  eli' egli 
ricevette  dall'università  israelitica 
di  Roma  pel  suo  possesso,  ricco  di 
miniature,  di  fregi,  e  di  fatti  scrit- 
turali eseguiti  mirabilmente  a  pen- 
na dal  valente  pittore  bellunese 
cav.  Pietro  Paoletti,  e  dal  Pontefi- 
ce donato  per  distinzione  al  capi- 
tolo della  insigne  cattedrale  di  Bel- 
luno. 

Finalmente  non  va  taciuto,  cbe 
r  antichissimo  uso  di  complimen- 
tarsi il  nuovo  Papa  dagli  ebrei,  si 
praticò  dai  medesimi  ebrei  in  Cor- 
fù,  col  nuovo  arcivescovo,  come  può 
vedersi  dalla  bella  descrizione  inse- 
rita nel  seguente  racconto  del  pub- 
blico solenne  ingresso  fatto  a  Cor- 
fu  da  monsignor  Francesco  Maria 
Fenzi  arcivescovo  nel  1780,  e  pub- 
blicata in  Fermo  nel  1787,  da 
Bartolommeo  Bartolini:  »■  Dietro 
»  alla  vanguardia,  ei  dice,  cammi- 
»  nava  un  ebreo  vestito  all'italia- 
«   na,  con  bastone  militare  in  ma- 


EBR 

no,  cbe  si    appellava    il    condot' 
tiere.  Indi  tre  altri    con  bastoni 
pili  lunghi  impugnati,  nella  som- 
mità de'  quali  stava  attaccato  un 
pezzo  d'  argento  lavorato  in  qua- 
dro ,  che  vestiti  alla  lunga  figu- 
ravano i  tre  primi    padri   Abra- 
mo, Isacco,    e   Giacobbe.    Poscia 
dodici  giovinetti,  vestiti  pure  alla 
italiana,  con  pomoli  d'argento  in 
mano,    rappresentanti    le    dodici 
tribù  israelitiche,  che  aspettava- 
no il  regno:   e    dietro  a    questi, 
altri  dieci  giovani  con  manto  so- 
pra le  spalle  detto  Talet,  simbo- 
leggiando dieci  savi  rabbini,  con- 
servatori   della     legge     mosaica , 
messi  al  tempo  di  Cesare  impe- 
ratore. Seguiti  erano  da  quindi- 
ci altri    giovanetti    con    fiore    in 
mano  per    gli    undici    fratelli    di 
Giuseppe,   e    quattro   servi,    che 
con  presenti  andavano  al  re  Fa- 
raone. Poscia  otto  pii^i  grandi  con 
vasi  e  palme  per    gli    otto    con- 
servatori del  precetto  circoncisia- 
le,  che  ordinava  loro  tal  funzio- 
ne, prima  dello  spirare  degli  ot- 
to giorni  dalla  natività.  Poi  ven- 
tiquattro persone  andavano    con 
apparamenti    di    argento,    bacili, 
e  guanti    in    mano,    significando 
in  doppio  numero  le  tribù,  mo- 
strando cosi  la  loro  prole   fiori- 
ta in  ricchezza.   Fino  a  qui  era- 
no portati    da    quattro   con    ba- 
stoni alla  pellegrina,  in  memoria 
dei  dieci  figli  di    Giacobbe,    che 
andavano    raminghi  in    cerca  di 
Giosefìfo  loro  fratello  venduto  ai 
mori,  o  Egiziani  mercadanti.    A 
questi  succedevano  altri  con  ber- 
rettoni di  pelli  in    capo    sino    a 
quarantotto.  Chiudevano  tale  or- 
dinanza sei,  che  con   lihri    fode- 
rati d'argento  in  ebraico   canta- 
vano con  buone  voci^  i  salmi  di 


EBR 

Davide.  Dietro  questi  andavano 
schierati  quattro  vestili  a  lungo 
con  parrucconi,  quasi  alla  dolH- 
na  j  con  bastoni.  Succedevano 
quindici  giovanetti  con  lastre  di 
argento  al  petto,  sulle  quali  era- 
no impresse  le  marche  del  de- 
calogo ^  in  commemorazione  di 
anni  quindici  di  guerra  sostenu- 
ta col  petto,  e  colle  ricchezze  in 
onore  di  quello.  Dopo  marcia- 
vano altri  otto  con  vari  flutti,  e 
palme,  per  quattro  leviti,  e  quat- 
tro serventi,  e  dietro  ai  medesi- 
mi slavano  con  cinque  bacili  di 
argento.  Anche  quest'  ordinanza 
fu  chiusa  da  altri  sei  cantori. 
Camminavano  in  seguito  quattro 
vestiti  pur  di  bianco  con  i  ba- 
stoni, simboleggiando  i  quattro 
sommi  sacerdoti  Mosè,  Aronne, 
Davide,  e  Salomone.  Dietro  ad 
essi  altri  quattro  con  vasi  di 
fiori,  rappresentanti  i  discendenti 
di  Levi,  da'  quali  solamente  po- 
tevano essere  servili  nell'orato- 
rio. Vi  susseguivano  tre  giovani 
con  bacili  lavorati  in  mano,  in 
commemorazione  di  Anania,  Mi- 
sael,  e  Azaria,  gettati  nella  for- 
nace per  la  religione.  Indi  tre 
altri  con  bacili  d' argento  per 
Coem,  Levi,  e  Israello,  alli  quali 
stava  attaccato  un  ceto  di  can- 
tori. Marciava  in  ultimo  con 
gravità  squallido  in  volto,  per 
rigorosissimo  digiuno,  osservato 
da  tutto  r  ebraismo,  solito  a  far- 
si prima  di  muovere  la  Bibbia, 
il  gran  rabbino  coperto  fino  a 
terra  di  bianco,  figurante  il  som- 
mo sacerdote,  ed  al  suo  lato  due 
vecchioni  rispettabili  con  due  ba- 
cili di  fiori  freschi  ridotti  in  pu- 
re foglie.  Indi  la  Bibbia  portata 
con  rispetto  da  uno  de'divoti  e- 
brei,  adobbata  con   sonagli,    po- 

VOL.    XXI. 


EBR  33 

moli,  corone  ed  altri  ornamenti 
di  argento  sotto  un  baldacchino 
bianco,  simbolo  della  purità  del- 
la legge,  il  quale  era  sostenuto  da 
quattro  principali  ebrei;  e  la 
stessa  fu  aperta  in  sei  luoghi 
consueti  della  città  di  Corfìi,  con 
alte  grida  di  lutto  il  popolo  giu- 
5  daico,  gettando  allora  solamente 
>  sopra  la  medesima  i  fiori  dei 
»  memorati  bacili.  Quattro  erano 
»  i  regolatori  di  quesla  processio- 
i  ne  in  memoria  delle  quattro 
i  schiavitù,  Egitto,  Babel,  Romana, 
j  e  presente.  In  folla  dietro  la 
Bibbia,  tratti  da  oggetto  di  di- 
vozione, marciavano  molti  ebrei 
dell'uno,  e  dell'altro  sesso  al 
numero  di  trecento  circa,  e  rac- 
cogliendo le  donne  dalla  terra  i 
fiori,  che  toccato  avevano  la  Bib- 
bia, e  per  divozione  riserbando- 
seli in  seno.  Presso  la  metropo- 
litana in  una  loggia  pomposa- 
mente fornita,  fu  ricevuto  l' ar- 
civescovo di  Corfù  da  sedici  e- 
brei,  che  dopo  fatta  umilissima 
riverenza,  stando  Y  arcivescovo 
in  piedi  con  mitra,  e  pastorale, 
certo  Moisè  Vivante  ebreo,  co^ 
pertosi  il  capo  col  cappello,  ed 
al  di  sopra  il  Talet^  ad  alta  vo- 
ce recitò  un  complimento,  a  cui 
monsignor  arcivescovo  di  Corfù 
«   rispose  analogamente". 

Recinto  israelìtico^  o  claustro  degli 
ebrei  di  Roma,  detto  volgarmen- 
te il  Ghetto. 

Dicesi  recinto  il  luogo  chiuso^ 
septum,  amhitus  ;  claustro  per  chio- 
stro, claustjunij  chiamasi  un  luogo 
chiuso,  serraglio  ;  e  ghetto,  la  raccolta 
di  più  case  dove  abitano  gli  ebrei, 
in  alcune  città  cristiane,  judaeoruni 
contuhemium.  Il  Muratori,  Dissert. 
sopra  le  antichità  italiane  ^  diss. 
3 


34  EBR 

XXXI li,  dell'  origine^  ed  etimologìa 
delle  voci  italiane,  alia  parola  Ghet- 
tOy   Ficus  Hthratorum ,  dice  di  a- 
vere    altrove    fatto    osservare,    che 
Giudecca  si  appellava  il  luogo  dove 
nelle  città  abitano  i    giudei.   Quin- 
di aggiugnCj  die  pare    dal    Guitto 
de'  toscani,  o    Chi  Ito    de'  modenesi, 
significante    sordido,    avesse    preso 
nome  quel  luogo,  siccome  angusto. 
Ma  piuttosto  è  voce  di    origine  e- 
braica,  o    pure    rabbino- talmudica. 
Dappoiché ,  per  attestato  del    Bux- 
torfio  seniore,   i    rabbini    chiamano 
Gliet  ]a  separazione,  ed  il  divo/ zio. 
Però  sen»bra  trasfeiito  questo  nome 
a  significare  il  luogo  separalo  da'  cri- 
stiani, dove  sogliono  vivere  i  giudei. 
Ficus  Judaeoruiìi  anticamente   era 
jchiamalo  il  ghetto  sì  in  Roma,  che  in 
altre  città.  Conviene  a  siffii Ita  spiega- 
zione il  Borgia,  Meni.  i.sl.    di    Be- 
nevento, t.  Il,  p.    179.  I  confini  del 
ghetto  di   Roma  da  ultimo  furono 
ampliati  da  Leone  XII  colla  giunta 
di    alcune    vicine    contrade  :     quelli 
sotto     il     pontificalo    di    Benedetto 
XIV,  sono  slati  con  diligenza  notati 
dal  Bernardini:  Descrizione  de/ Rioni 
di  Roma,  parlando  dei  rioni  Rego- 
la, s.   Angelo,   Ripa,  Trastevere  ec. 
Il  Bernardini,  descrivendo    le    cose 
principali     contenute    net    rione    8. 
Angelo,  dice  che  nel    ghetto    vi    è 
al  vicolo  della  torre  uno  torre,    la 
piazza  delle  fontanelle  con   tre  pic- 
cole fontane,  la   piazza    delle  scuole 
con  cinque  scuole  giudaiche,   la  via 
del  forno  delle  azziinelle,  e  le  vie  del- 
la Bua,  e  della  SlulU  ec.  ;  laonde  si  ri- 
leva, che  il  ghetto  è  compreso  nel  rio- 
ne di  s.  Angelo,  il  quai«  prende  que- 
sto nome  dalla  chiesa  di  s.  Angelo  in 
J^escheria,  la  cui  chiesa  gli  è  vicina. 
Sendjra  poi,  che  il  nome  di    Clau- 
sura,   come    alcuni    appellarono    il 
ghetto  di  Roma,    per    la    chiusi^ra 


EBR 
de  portoni  che  di  esso    si    fa    ogni 
notte,  derivi  dalla  nobile,  e  potente 
famiglia  romana   Branca    di   Clau- 
sura,  una  delle  dodici  famiglie  no- 
bili del  rione  Regola,  eh'  ebbe  01  i- 
gine    da'  medici    ebrei,  nella    qnal 
regione  abitarono  anticamente    cri- 
stiani, ed  ebrei.   Sembra  che    forse 
si  possa  congetturare  una  tal    cosa 
da  quanto  dice  il  Cancellieri  a    p. 
1 1  del    suo  Mercato,  ove  pur  no- 
tò, che  sotto  l'amministrazione  fran- 
cese i  cinque  portoni  che  rinserra- 
vano ogni   notte  il    ghetto,    nell'  a- 
goslo    1810  restarono  aperti.   Però, 
allorquando  Pio  VII  fece  ritorno  in 
Roma  nel  1 8  i4,*i  rinchiusero  la  not- 
le  nuovamente    i    portoni,  dei  qua- 
li  è  custode  o  poi  tinaro  un  indivi- 
duo che  nomina  il  Cardinal  vicario 
nella  persona  di  un  suo    familiare, 
e  per  lo  più  il  decano.    L' univer- 
.sità  israelitica  al  portinaro  del  ghet- 
to per  la  sua  cura  di    rinchiudere 
di  notte  gli  ebrei,  paga  annui  scu- 
di cenlosessantatre,   e  bajocchi  ven- 
ti, oltre  a  scudi  ventisette  e  bajoc- 
chi   sessanta    annui,    che    paga    ad 
un    erede    del    cav.    Fontana,    per 
una  corrisposta  di  due  portoni  sen- 
za custodirli.   Al   presente,    per    gli 
ultimi    ingrandimenti     del     recinto 
degli  ebrei,  ampliato  nel  pontifica- 
lo di  Leone  XII,    i    portoni    sono 
otto,  vale  a  dire  cinque    nell'  anti- 
co clauslro  deiKjininati   della    Rua, 
Regola,  Pescheria,   quattro  Capi,  e         ij 
Ponte;  gli  alili  tre  nel  nuovo  brac-         1 
ciò  aggiunto  dal    lodato    Pontefice        9 
Leone  XII,  e  che  comprende  la  via  * 

lieginella,  e  porzione  di  quella  di 
Pescheria.  11  principale  dei  suddetti 
olio  portoni  è  quello  di  piazza 
Giudea.  Questa  piazza  è  decorata 
di  una  fontana  appartenente  al  rio* 
ne  Regola,  creila  con  disegno  di 
Giacomo  della  Po»  la,    dai    conser» 


EBR 

valori  del  popolo  romano.  In  det- 
ta piazza  Giudea^  cos'i  detta  per- 
chè dà  r  ingresso  al  di  contro  por- 
tone del  ghetto  vecchio,  Ridolfìno 
Venuti,  nel  t.  Ili,  p.  856,  di  Ro- 
ma moderna^,  parlando  del  Ghetto 
o  .serraglio  degli  ebrei,  dice  esservi 
un  portico  rovinato  eretto  dall'im- 
peratoie  Severo,  per  testimonianza 
di  Lucio  Fauno. 

11  eh.  monsignor  Monchini,  de- 
gli istituti    ec.     in    Roma,    voi.    II, 
p.    i38,  cap.  XYII,  osserva  che  due 
religioni  sono  sparse  sulla    superfi- 
cie della  terra  ;    la    cattolica,    e    la 
ebrea,  cioè  la  vera,  e  la  prova   di 
essa.  Quindi    aggiunge    non    dover 
recare  maraviglia  se  anche  in   Ro- 
ma,   non    senza    disposizione    della 
divina  Provvidenza,  vi  sieno  ebrei, 
i  quali  vi  si  recarono  sino  dai  tem- 
pi degli  antichi  romani,  e  vi  resta- 
rono   sotto    il    paterno    reggimento 
dei  Papi  assai  più  tranquilli  che  in 
altre  contrade  di  Europa,  dove  sof- 
frirono in  alcuni  tempi  angarie,  ed 
espulsioni.  Della    moltitudine    degli 
ebrei  stabiliti  in  varie  città    d'Ita- 
lia, e  massime  in  Roma,  siamo  ac- 
certali dal    Basnagio,    histoire    des 
Juifs,  lib.  VI,  e.  VI,  e  dal  Fabri- 
zio Saluiaris  luxevangeliiy  p.  372. 
Fino  adunque  dai  più  rimoti  seco- 
li gli  ebrei  abitarono  in    Roma,    e 
primieramente  nella  regione  di  Tras- 
tevere, avendovi  sinagoga,  e    viven- 
do secondo  la  loro  legge,  e  costu- 
manze. Tanto  provano  gli  scrittori 
delle    cose    di    Roma,    e    l' Alveri, 
Roma  in  ogni  stato,  t.  II,  p.   4^3, 
dice  che  il  Torrigio,  ne'  suoi  sagri 
trofei  romani,  notò  sulla    sinagoga, 
che  gli  ebrei  avevano  in  Trasleve- 
re,  di  aver  Ietto    presso    la    chiesa 
di    s.    Benedetto  in    Fiscinida  (  V. 
voi.  XVII,  p.  245,  del  Dizionario) 
un  frammento  di  marmo    con    al- 


EBR  35 

cune  parole  ebraiche,  che  interpre- 
tate da  Melchiorre  Palontrotti,   di- 
cevano :  Sanctitas  Deo    in    Jerusa- 
leni  cito  in  diehus  congregalio  san- 
ata    Canticorum  quatiior   capitani. 
Aggiugneremo  essere    di    avviso    il 
Bosio^  Roma  sotter.  hb.  2,  e.    22, 
p.    142,  che  l'abitazione  dei  giudei 
in    Trastevere    sia    durata    fino  ai 
secoli  poco   lontani  dai    nostri,    ri- 
manendo anche  memoria    presso    i 
vecchi    ebrei    del    suo    tempo,    per 
tradizione  avuta  dagli  antenati  loro, 
della  sinagoga,  non  mollo    lontana 
dalla   Chiesa  di  s.  Salvatore   della 
Corte  (Fedi),  o  in   Carte,  la  quale 
sebbene    alcuni    vogliano,    che    sia 
cos'i  delta  dalla  corte,  o  curia,  che 
era  nel    rione    di   Trastevere,   non 
meno  che  negli  altri  di  Roma,  può 
forse  avere  avuta    questa    denomi- 
nazione anche  dai  giudei,  i  quali  abi- 
tavano nel  medesimo  rione,  chiamati 
Curti  dai  gentili,  cioè  Circoncisi,  co- 
me li  chiama  Orazio  Ser.  1. 1,  Satir.g, 
In  una  sua  bolla  Benedetto  Vili, 
che  regnò  dal  io  12   al  1024,  pres- 
so rUghelli,  in  Epist.  Pori.  col.  1 18, 
di  che  fa  pure   menzione    il    Fea , 
Dissert.  sulle  rovine   di    Ronia^    p. 
374)    descrivendo    i    confini    della 
diocesi    suburbicaria   di    Porto ,    la 
quale  si  estendeva  fino  dentro  Ro- 
ma, le  dà  per  confine  il  Ponte  rot* 
to  (Fedi)  presso  la  Marmorata,  l'al- 
tro Pome  di  s.  Maria,  ossia  il  Pa- 
latino (Fedi),  detto  anche  Senato- 
rio,  e  il  Ponte   Cestio  (Fedi),    che 
metteva  in  Trastevere,    ove    abita- 
vano   gli    ebrei.    Chiamato    è  pure 
quel  ponte  di  s.  Bartolommeo  dal- 
l'isola    di    tal    nome    o    Tiberina, 
presso    il     Ponte    quattro     Capi   o 
Fahricio  (Fedi),  detto  eziandio  pon- 
te judaeorum ,    come    si    legge    nel 
Diario    di    Antonio    di    Pietro    del 
i4m,    che    descrive    l'ingresso    in 


36  EBR 

Roma  di  Giovanni  XXI II.    Si  leg- 
ge ancora  il  confine  dell'abitazione 
degli  ebrei,  quando  risiedevano    in 
Trastevere,  dal  Cancellieri  ne*  citati 
Possessi,  con  queste   parole  :    Inci- 
piente primo  termine  a  fracto  pon- 
te, uhi  linda  dividitur  per  murimi, 
i'idelicet  TranstyberinOe   Urbis,  per 
Septimianam  portam  ,  per  portam 
s.  Pancratii remeante  per  me- 
dium Jlumen  majus  venit  usque  ad 
ramum  fracii  pontis,  qui  est  juxta 
Marmar atam ,    usque    ad  medium 
pontem  S.  Mariae,  et  ad   medium 
pontem  ubi  judaei  habilare    viden- 
tur.  Le    medesime    parole    si   ripe- 
tono in  altra  bolla  di  s»  Leone  IX, 
che  regnò  dal   io/\C)   al    io54,  ap- 
presso lo  stesso  Ughelli    col.     \i^. 
Presso  Tanonimo    del    XIII    secolo 
pubblicato  da  Montfaucon,  in  Diar. 
Italie,  p.  287  di  Roma,    p.   874, 
viene   nominato    Circus  Flamineus 
ad  pontem  judaeorum   in  Transty- 
berim,  ibid.  pag.    284.    Tal    nome 
seguitò  a  conservarlo,    giacché    dal 
Sommario  delle  entrate  e  spese  del 
popolo  romano,   stampato    in    Ro- 
ma nel   1606,  fra  gli    uffiziali,  che 
si  eleggono  dal  Cardinal  camerlen- 
go in  sede  vacante,  coi  loro   emo- 
lumenti, si  assegnano  ai  tre  custo- 
dì del  ponte  de'  giudei,  canne  due 
di  panno  di  prima  sorte  ec,  e  scu- 
di quindici,  e  mezzo  per  ciascuno. 
Nello  stesso    libro  poi    de  mirabili^ 
bus   tìrbis,  ove  si  tratta  dei    ponti 
della  città,  s' indica  ancora  il  Pon- 
te Adriano,  qui  dicitur  judaeorum 
quia  ibi  judaei   habitant.  Il  mede- 
simo ponte    viene    appellato   ponte 
de*  giudei  anche  da    Beniamino  di 
Tudela,  wtW Itinerario;  quindi  s'in- 
tende come  Innocenzo  VII  nel  i4o6 
ricevette  sotto  la  protezione  aposto- 
lica alcuni  ebrei  del  rione  di  s.  An- 
gelo, lo  che  abbiamo  detto  di  sopra. 


EBR 

Soggiogata  eh'  ebbe  Pom|>eo  fa 
Giudea,  e  resa  tributaria  al  po- 
polo, ed  alla  repubblica  romana , 
vennero  per  la  prima  volta  gli  e- 
brei  in  Roma  in  gran  numero  sic- 
come schiavi  ;  ma  essendo  poi  slati 
dichiarati  liberi,  ottennero  di  vive- 
re secondo  la  propria  legge,  ed  a- 
vervi  sinagoga,  nella  quale  radu- 
nandosi, facevano  collette  che  spe- 
divano in  Gerusalemme,  per  offri- 
re nel  tempio  le  vittime.  Quindi 
vennero  assai  favoriti  da  Giulio 
Cesare,  il  perchè  essi  grandemente 
ne  piansero  la  morte,  e  nella  not- 
te del  continuo  si  recavano  a  sfo- 
gare il  loro  duolo  ove  erano  state 
depositate  le  sue  ceneri. 

L'imperatore  Augusto,  che  di- 
venne il  dominatore  dell'impero  ro- 
mano 3i  anni  avanti  la  nascita  di 
Gesù  Cristo ,  fu  il  primo  che  ri- 
dusse gli  ebrei  hbertini,  fatti  pri- 
ma schiavi  nella  guerra,  in  Traste- 
vere, narrando  Filone  de  legalio- 
ne  ad  Cajum  :  nec  dissimulem  pro- 
bari  sibi  judaeos  :  alioquin  non  pas- 
sus  fuisset ,  Transtyberim  bonani 
Urbis  partem,  teneri  a  judaeis , 
quorum  plerique  erant  libertini  j 
quippe  qui  in  belli  jure  in  potè- 
statem  redacti  ab  heris  suis  manu- 
missi  fuerunt,  pemiissi  more  majo' 
rum  vivere. 

Da  Augusto  gli  ebrei  furono 
molto  amati  e  favoriti,  e  per  loro 
mezzo  ed  a  sue  spese,  faceva  ogni 
giorno  sagrifìcare  delle  vittime  al 
tempio  di  Gei-usa  lem  me  ;  laonde  a 
suo  esempio  i  cortigiani,  e  favoriti 
suoi  fecero  agli  ebrei  molti  dona- 
tivi. E  però  fra  le  nazioni,  che  ne 
piansero  la  sua  morte,  si  distinse 
quella  degli  ebrei,  che  al  dire  di 
Svelonio,  per  totani  hebdoniadam 
lamentata  est.  Anche  l'Alveri  a  pag. 
345  racconta,  che  Augusto   stabili 


EBR 
gli  ebrei  in  Trastevere,  ove  aveva 
posto  anche  i  soldati,  che  avea  for- 
malo per  inviarli  in  Ravenna  ;  il 
percliè  la  regione  fu  poi  chiamata 
la  città  de'  Ravennati.  Il  Nardini , 
Roma  antìcaj  p.  4^4?  difende  gli 
ebrei  dalla  taccia  di  permutatori 
di  zolfanelli  con  vetri  rotti ,  come 
gli  aveano  creduti  il  Baronie,  ed 
il  Rinaldi ,  nei  loro  Annali  eccle- 
siastici. Egli  dice  che  gli  ebrei  da 
principio  abitavano  in  Roma  libe- 
ramente in  qualunque  luogo,  come 
le  altre  genti,  le  quali  professava- 
no diversa  idolatria  da  quella  dei 
romani,  facendone  testimonianza  i 
coniugi  Aquila,  e  Priscilla  persone  e- 
bree  scacciate  da  Roma  sotto  l'impe- 
ro di  Claudio,  che  incominciò  a  re- 
gnare 4i  awni  dopo  la  nascita  di 
G.  C.  Tornatevi  poi  esse  abitaro- 
no suir  Aventino,  dov'è  la  Chiesa 
di  s.  Prisca  [Vedi)^  e  dove  alber- 
garono s.  Pietro.  Le  sante  Aquila 
e  Priscilla  furono  convertite  alla 
vera  fede  dall'  apostolo  delle  genti 
s.  Paolo  nella  città  di  Corinto,  do- 
po la  detta  espulsione  da  Roma. 
Queir  apostolo  era  stato  da  loro 
albergato  in  Efeso  ,  come  riferisce 
s.  Luca.  Ne  accrescono  la  certezza 
i  ss.  Pietro,  Marziale,  Paolo,  Lu- 
ca, ed  altri  di  nazione  ebrea ,  che 
quantunque  cristiani,  non  distinti 
allora  dagli  ebrei,  abitarono  in  di- 
versi rioni  della  città,  come  si  può 
vedere  agli  articoli  Chiesa  di  s.  Ma- 

BIA    IN    VIA    LATA,    e  ChIESA  DI  S.  Pu- 
DEJVZIANA. 

Neil'  anno  4^  <^el''  ^la  cristiana 
s.  Pietro  si  recò  in  Roma  a  stabi- 
lirvi la  sede  pontificia,  fu  alberga- 
to primieramente  in  Trastevere  pres- 
so la  Chiesa  di  s.  Cecilia  (Fedi), 
siccome  luogo  destinato  da  Augu- 
sto agli  ebrei,  e  pel  primo  vi  pre- 
dicò l'evangelo.  Passati  sette  anni, 


EBR  37 

cioè  nell'anno  5i,  per  editto  del- 
l' imperatore  Claudio  fu  esiliato  da 
Roma  cogli  altri  ebrei  che  ivi  si 
trovavano.  Dopo  un  lustro,  essen- 
do morto  Claudio,  nell'anno  56  s. 
Pietro  ritornò  in  Roma  in  un  agli 
altri  ebrei,  e  sotto  Nerone  vi  pati 
glorioso  martirio.  L'annalista  Ri- 
naldi narra  all'anno  4^,  num.  87, 
che  gli  ebrei  furono  maltrattati  in 
Egitto,  in  Soria,  in  Babilonia,  e  in 
Seleucia,  ove  all'  improvviso  ne  fu- 
rono uccisi  più  di  cinquantamila  ; 
indi  all'anno  ^3  num.  2,  dice  che 
r  imperatore  Claudio,  con  pubblici 
editti,  comandò  che  gli  ebrei  non 
fossero  molestali  da  nessuno,  ne  di 
Alessandria ,  ne  di  altrove.  Però 
proibì  a'  giudei  di  Roma  che  non 
potessero  adunarsi,  come  pur  fece 
con  altri,  sì  abolendo  le  taverne,  e 
sì  evitando  le  conventicole  per  ti- 
more di  congiure.  AH'  anno  49  ^ 
5o  num.  27  racconta  la  sedizione 
e  r  uccisione  degli  ebrei  sotto  Cu- 
mano,  e  che  crescendo  in  Roma  il 
culto  cristiano,  e  mancando  così 
l'antica  religione,  Claudio  determi- 
nò che  vi  si  ponesse  riparo  :  ed  al- 
l'anno 5i  num.  I  riporta  i  moti- 
vi per  cui  r  imperatore  cacciò  gli 
ebrei  da  Roma,  insieme  a  quelli 
convertiti  al  cristianesimo,  cioè  per- 
chè i  giudei  tumultuavano  contro 
s.  Pietro,  e  contro  i  cristiani  per 
la  fede  che  gli  uni  predicavano,  e 
gU  altri  abbracciavano;  e  finalmen- 
te, che  morto  Claudio,  il  suo  edit- 
to contro  di  loro  ebbe  fine,  per 
cui  fecero  ritorno  in  Roma. 

Dopo  l'aumento  degli  ebrei  in 
questa  città,  pel  numero  che  vi  con- 
dusse Tito,  essi  non  sono  mai  piti 
partiti  da  Roma.  Scrive  il  Basna- 
gio,  lib.  6  e  7,  che  gli  ebrei  di 
Worms  provarono  all'  imperatore , 
che  non  avevano  avuta   parte  alla 


38  EBR 

crocifissione  di  Gesh  Cristo.  Anche 
i  nostri  ebrei  romani,  che  sosten- 
gono di  scendere  da  quelli,  i  quali 
andarono  a  piangere  al  mausoleo 
di  Augusto,  pretendono  di  non  di- 
scendere da  quelli  condotti  in  Roma 
da  Tito  dopo  la  distruzione  di  Ge- 
rusalemme, e  che  per  conseguenza 
non  hanno  avuta  parte  alla  croci- 
fissione. V.  Giuseppe  M.  Perimez- 
zi ,  Dìssert.  de  natione  tortorum 
Christi,  adversus  nuperum  scrìpto- 
rem  Galliini,  Romae  1726;  Elia 
di  Amata,  di  die  nazione  fossero 
qué  soldati  esecutori  della  morte 
di  Cristo?  nel.  t.  I  delle  Lettere 
erudite j  Benedetto  XIV,  de  feria 
VI  in  Parasceve,  p.  igS,  de  fc- 
stis  Domini  Nostri  Jesu  Cliristij 
Lettera  di  Gio.  Antonio  Astorio  a 
Gabriele  Cenci,  nella  quale  si  dà 
la  notizia  sulla  condotta  della  si- 
nagoga di  Terra  santa,  nel  venire 
alla  deliberazione  di  procurare  la 
morte  di  Gesù  Cristo,  nella  Gali. 
di  Minerva  t.  I,  p.  3^3.  Osserva 
lo  stesso  Basnagio,  che  la  sinagoga 
romana  è  rispettata  da  tutte  le 
altre  per  la  sua  antichità,  e  le  de- 
cisioni sue  sono  sentite  da  tutti. 
Da  vari  viaggiatori  si  è  rilevato 
nelle  fisonomie  de'  nostri  ebrei  un 
carattere  diverso  da  quello  degli 
altri,  stabiliti  altrove.  Celebri  poi  sono 
le  sinagoghe  di  Amsterdam ,  e  di 
Livorno,  che  primeggiano  fra  le  più 
famigerate. 

Nel  paragrafo  precedente  abbia- 
mo veduto  gli  atti  ossequiosi  ren- 
duti  dagli  ebrei  a'  Pontefici  che  ri- 
siedevano in  Roma  ;  durante  la  lo- 
ro dimora  poi  in  Avignone ,  sotto 
il  Pontificato  di  Clemente  VI,  die- 
dero nel  i352  un  segno  di  fedel- 
tà al  governo  papale,  che  aveano 
veduto  rovesciare  dal  famoso  tri- 
buno Cola  di  Rienzo,  e  concorsero 


EBR 

a  bruciarne  il  cadavere  presso  il 
mausoleo  di  Augusto,  allora  de'Co- 
lonnesi ,  fieri  nemici  del  tribuno 
per  la  strage,  che  di  molti  di  loro 
avea  fatta.  Di  sopra  pure  si  è  det- 
to, che  Paolo  IV  impose  agli  ebrei 
varie  leggi,  restringendoli  ad  abita- 
re tutti  in  una  strada,  su  di  che 
può  leggersi,  Leges^  et  ordinatio- 
nes  a  Judatis  in  stata  Eccl.  de- 
gentibus  obsen'andae  sub  Paulo  IV, 
nel  tom.  IV,  part.  I,  p.  32 1  del 
Bull.  Rom.  Davide  d' Ascoli  stam- 
pò :  Apologia  Hebraeorum,  Argen- 
torati  1559,  ^  favore  de'  suoi  giu- 
dei contro  questo  bando  di  Paolo 
IV.  Si  possono  pure  leggere  il  Ciuci- 
li, Bibiìot.  volante,  scau/.ia  XIV,  p. 
19,  e  il  Mazzucchelli  t.  II,  p.  i  iSy. 
Dipoi  nel  r566  s.  Pio  V  mandò 
ad  effetto  la  prescrizione  del  pre- 
decessore, assegnando  agli  ebrei 
quel  recinto  di  case  che  abitano, 
al  modo  già  descritto. 

Da  Marco  Ubaldo  Ricci,  nella 
sua  interessante  Notizia  della  fami- 
glia Boccàpaduli,  Roma  1762,  a 
pag.  20,  e  seg.  rileviamo  le  seguen- 
ti notizie.  L'antica  abitazione  di  tal 
nobilissima  famiglia  romana,  insie- 
me con  parecchie  altre  case  all'in- 
torno, rimase  racchiusa  dentro  al 
recinto,  che  da  Paolo  IV  venne  pre- 
scritto agli  ebrei  per  la  loro  stanza, 
e  in  cui  furono  tutti  racchiusi  da 
s.  Pio  V.  Ella  mostra,  anche  ai 
giorni  nostri,  il  suo  non  ignobile 
prospetto  di  contro  al  portone  del- 
la piazza,  che  gli  ebrei  chiamano  del 
Mercatello  ;  e  sembra  che  nell'anti- 
chità fosse  così  magnifica,  che  sovente 
le  si  dava  il  nome  di  palazzo.  Inol- 
tre in  delta  piazza  del  Mercatello, 
eravi  la  chiesa  parrocchiale  dedica- 
ta ai  ss.  martiri  Patermuzio,  e  Ca- 
prele,  jus  patronato  della  stessa  fa- 
miglia   Boccapaduli.  Essa    però    fu 


EBR 
rasa  e  spianata  al  suolo  in  quel 
medesimo  tempo  in  cui  fu  vietato 
a'ciistiani  di  avere  le  loro  abita- 
zioni in  quella  parte  della  città, 
volendosi  che  tutta  rimanesse  per 
soggiorno  degli  ebrei.  I  suoi  diritti 
parrocchiali  furono  uniti  alla  vicina 
chiesa  di  s.  Angelo  in  Pescheria,  e  del- 
le sue  entrate  si  formò  un  beneficio 
semplice  nella  stessa  chiesa,  il  qua- 
le essendo  stato  conferito  al  p.  Gal- 
loni della  congregazione  dell'orato- 
rio, venne  da  Clemente  Vili  per- 
petuamente unito  alla  medesima 
congregazione;  quindi  fa  menzione 
lo  storico  di  una  campana  di  delta 
chiesa  coH'anno  i538,  e  di  una 
lapide  sepolcrale  del  i3o2,  coUi- 
sciizione.  V,  i  BoUandisti  Ada  san- 
cì, jidii  t.  Il,  die  nona  p.  701. 
Siccome  chiesa  filiale  della  basilica 
di  s.  Lorenzo  in  Damaso,  il  Bovio 
ne  fece  menzione  a  p.  178,  la  pie- 
tà trionfante.  Il  Martinelli,  Roma 
ex  ethnica  sacra,  ne  tratta  a  pag. 
377,  sotto  il  titolo  de'ss.  Muti  et 
Cupi,  e  il  Cancellieri  nel  Mercato 
a  p.  12.  Dopo  adunque  che  Paolo 
IV,  e  s.  Pio  V  obbligarono  gli  e- 
brei  a  riunirsi  nel  recinto  che  a- 
bitano  di  qua  dal  Tevere,  tutti 
debbono  alloggiare  nel  recinto,  e 
posteriormente  i  Pontefici  permise- 


EBR  3^ 

ro  a  qualcuno  di  loro  di  avere 
fuori  del  ghetto  qualche  deposilo 
di  mercanzie,  vale  a  dire  nelle  sue 
vicinanze. 

Paolo  V,  avendo  provveduto  vari 
luoghi  di  Roma  con  l'acqua  del 
lago  di  Bracciano,  dal  suo  nome  det- 
ta Paola,  e  vedendo  che  l'universi- 
tà degli  ebrei  scarseggiava  di  acqua 
nel  ghetto,  ne  potevano  essi  intat- 
te le  ore  attingerla  alle  fontane 
esteriori  al  recinto,  condiscese  alle 
loro  preghiere,  come  scrive  Alber- 
to Cassio,  Corso  delle  acque  anti- 
che ec.  ec,  e  delle  moderne  par. 
I,  pag,  384j  e  385,  e  permise  agli 
ebrei  che  a  mezzo  di  un  tubo  dal- 
la conserva  di  ponte  Sisto  supplis- 
sero al  bisogno.  Quindi  sulla  piaz- 
za della  sinagoga  fece  erigere  una 
fontana  di  travertino,  nella  cui  vasca 
cadono  tre  fonti  di  acqua,  due  del- 
le quali  derivano  dalle  bocche  di 
due  draghi,  siccome  parte  del  suo 
stemma.  Dai  lati  della  vasca  sono 
due  conchiglie  pure  di  travertino 
con  gettiti  di  acque,  decorate  da 
candelabri  giudaici,  ed  inoltre  vi 
sono  lateralmente  due  piccoli  abbe- 
veiatori  o  lavatoi  per  comodo  del 
pubblico.  A  memoria  di  sì  gran  bene- 
ficio, sopra  la  fontana  fu  eretta  la  se- 
guente iscrizione,  scolpita  in  marmo  : 


PAVLVS    .    V    .     PONT    .    OPT    .    MAX. 

AQVAM    .    EX     .    AGRO    .    BRACHI  A  NEWS  l 

IN     .    VERTICE    .    MONTIS     .    AVREI 

AD    .    HEBRAEORVM    .    INOPIAM    .    SVBLEVANDAAf 

HVNC    .    IN     .    LOCVM    .    DVCI    .    CONCESSIT 

AN    .    MDCXIV    .    PONT    .    SVI    .    X 


Inclinato  ognora  il  popolo  ebreo  gli  interessi   finanzieri  di  molti  sla- 

alla    mercatura,    che    un  tempo  e-  li  di  Europa,    ed    essendogli   iuter- 

sercitavaesclusivamente,  avvenne  che  detto  il    possedimento  de'  beni  sta- 

aumentandosi  di  molto  le  sue  rie-  bili   per  necessità  ancora  impiegò  i 

chezze  entrasse  eziandio  a  parte  ne-  capitali  al    commercio.  Da  ciò  na- 


|5  EBR 

sce  che  in  Roma  gli  ebrei  eser- 
citano nel  ghetto  la  mercatura , 
massime  di  ogni  specie  di  drappi, 
telerie,  cotoni  ec. ,  come  acquista- 
no, e  rivendono  le  robe  vecchie. 
Queste  robe,  e  le  altre  da  tempo 
immemorabile  si  vendono  dagli  e- 
brei  anche  nel  mercato  settimana- 
le, che  in  Roma  si  tiene  in  piazza 
Navona.  Però  quando  Innocenzo  X 
nobilitò  quella  piazza  colla  sontuo- 
sa fonte  che  Tadorna,  e  colla  rie- 
dificazione della  magnifica  chiesa 
di  s.  Agnese,  tanto  agli  ebrei  quan- 
to agli  altri  venditori  venne  proi- 
bito di  ivi  recarsi  pel  mercato,  do- 
ve poi  furono  riammessi ,  e  tutto- 
ra pacificamente  intervengono.  /^. 
Piazza  Navona.  Dello  stato  degli 
ebrei  sotto  Alessandro  VII,  abbia- 
mo. Stato  vero  degli  ebrei  di  Roma^ 
pubblicato  dal  Varese  nel  1668  in 
Roma.  Nell'anno  precedente  Gio. 
Teodoro  Sprengero,  nella  sua  Roma 
«ot^<3j  Francofurti  1667,  parla  degli 
ebrei  romani,  ed  altri  de'suoi  tem- 
pi, nella  sua  opera  :  De  stata  ju- 
daeoriim. 

Nel  rione  Ripa ,  e  sul  declivio 
del  colle  o  monte  Aventino,  presso 
la  chiesa  di  s.  Prisca,  e  dietro  quel- 
la di  s.  Maria  in  Cosmedin,  vi  è 
il  cimiterio  degli  ebrei,  del  quale 
facemmo  parola  al  volume  XIII  p. 
i5  del  Dizionario.  Ivi  si  vedo- 
no varie  iscrizioni  ebraiche ,  erette 
ai  defonti  ebrei  di  distinzione.  Il 
Piazza,  a  pag.  i53,  dice  che  ai 
5uoi  tempi  il  cimiterio  era  fuori  di 
una  delle  porte  di  Trasteyere,  cioè 
la  Portese,  ed  aveva  il  nome  di 
Campo  giudeo.  Nel  1 602  lo  descris- 
se il  Bosio,  il  quale  notò,  che  era- 
vi  in  greco  l'iscrizione:  In  pace,  e 
che  quasi  ad  ogni  sepoltura,  dipin- 
to di  colore  rosso,  o  impresso  con 
calce,  eravi  il  segno  del  candelabro 


E13R 
colle  sette  lucerne.  Che  anticamen- 
te la  custodia  del  ghetto,  e  dei  due 
ponti  quattro  Capi,  e  Sisto,  in  vigore 
di  un  antico   privilegio  appartenesse 
alla   nobilissima  famiglia   Mattei,  lo 
dicemmo  all'articolo  Conclave  (  Vedi). 
Dall'  Itinerario  di  Roma,  pubblicato 
da  Mariano    Vasi  nel    i8o4j  t.   II, 
p.  492,  si  ricava  che  gli  abitanti  del 
ghetto  di  Roma  erano  circa    sette- 
mila.  Vuoisi,  che  ai  tempi  di   Gre- 
gorio XI li  gli  ebrei  di  Roma  ascen- 
dessero a    tredici  mila;    ma  questo 
sembra  un  calcolo  esagerato.  Leone 
XII,    come    si    disse,  concesse    agli 
ebrei  il  diritto  di  possedere  case  in 
proprietà.  Ma  essendosi  fissata  la  pi- 
gione stabile  delle  case  del  ghetto  nei 
pontificati  di  Paolo  IV,  e  di  s.  Pio  V, 
e  questa  ai  tempi  presenti  essendo 
divenuta  minima,  gli  ebrei  poterono 
divenire    proprietari    di  quello  che 
hanno    diritto    di    chazzacà,    detto 
volgarmente  gazzagà,  cioè  di  quel- 
lo, che  dagli  antichi   proprietari  si 
vendeva,  lascia  vasi  in  eredità,  o  da- 
vasi    in    dote   come  una    vera  pro- 
prietà.   Per    la    qual    cosa    fabbri- 
candosi  anche  in    grande  de'palaz- 
zini,    gli  ebrei  in  realtà    ne  diven- 
gono   quasi     padroni  ,    sebbene    in 
apparenza    restino  in  proprietà  dei 
cristiani. 

A  meglio  dilucidare  questo  pun- 
to aggiungeremo,  che  ì\  j'us  gazza- 
gàj  ovvero  j'us  inquilinatus  perpe- 
tuo è  inerente  alla  qualità  di  e- 
breo,  anzi  una  necessaria  conseguen- 
za della  reclusione  di  questa  na- 
zione nel  recinto.  Con  tale  diritto 
gli  ebrei  non  possono  venire  espul- 
si dalle  loro  case,  ove  pagano  le  pat- 
tuite pigioni  ;  e  queste  aumentare 
non  si  debbono  dai  direttori,  i  quali 
però  in  caso  di  sfitto  sono  dall'israeli- 
tica università  reintegrati  dell'identi- 
fica pigione.  Su  tale  importante  ma- 


EBR 

teria  gì  possono  vedere  le  disposizioni 
diverse  emanale  dai  sommi  Pontefi- 
ci, Paolo  IV  in  data  12  luglio  i555, 
di  Clemente  Vili  a'  5  giugno  i6o4; 
di  Alessandro  VII  a'i5  luglio  i658, 
d'Innocenzo  XII  ai  3o  aprile  1698, 
e  dello  slesso  regnante  Gregorio 
XVI  colla  decisione  di  una  congre- 
gazione speciale  ad  referendum  , 
portante  la  data  de' 16  agosto  1841. 
Ancora  si  può  vedere  il  Giornale 
del  Foro,  che  va  pubblicandosi  dal 
eh.  Belli,  nel  fascicolo  di  ottobre 
1 84^,  paragrafo  211. 

JVel  Iacinto  israelitico  non  vi  so- 
no ospedali,  ed  i  nostri  non  ricusa- 
no di  ricevervi  gli  ebrei.  Vengono 
soccorsi  i  poveri  a  domicilio  dall'u- 
niversità, e  si  raccolgono  in  cinque 
scuole,  oltre  le  sovvenzioni  de' pri- 
vati. L'edifizio  delle  cinque  scuole 
riunite,  aventi  ognuna  un  princi- 
pale ingresso  per  l'atrio  comune, 
è  posto  nella  piazza  delta  appunto 
delle  scuole.  Tali  scuole  sono  al- 
quanto vaste,  e  si  denominano,  del 
Tempio,  Nuova^  Catalana ,  Castiglia- 
iia,  e  Siciliana.  Gli  ebrei  pei  po- 
chi diritti  civili  loro  concessi  dai 
canoni,  dalle  costituzioni  apostoliche, 
e  dalle  leggi  pontificie,  a  guisa  degli 
altri  sudditi,  corrispondono  a  tutti 
i  dazi  e  pesi  pubblici,  ed  inoltre 
a  parecchi  oneri  pecuniari  di  sopra 
nominati.  A  questi  aggiungeremo 
l'annua  somma  di  scudi  settantatre 
e  baiocchi  sessanta  al  segretario  del 
vicariato,  e  la  somma  d'annui  scu- 
di centoventicinque  e  baiocchi  cin- 
quanta, che  la  congrega  paga  ai 
vari  parrochi  delle  chiese  vicine  al 
ghetto  a  titolo  di  pretatico.  Oltre 
a  ciò  devono  gli  ebrei,  ossia  la 
loro  università,  dare  annui  scudi 
tremila  seicento  circa,  a  vari  inca- 
ricati preposti  alla  medesima,  e  pel 
reggimento  di  essq;  più  impiega  la 


EBR  4r 

congrega  circa  scudi  seimila  settecen- 
to per  l'istruzione  che  i  giovanetti 
ebrei  non  possono  avere  altrove,  e 
per  soccorrere  i  vecchi  ,  gì'  invali- 
di, i  poveii,  gl'infermi  ec.  Laon- 
de ascendono  gli  annuali  pesi  del- 
l' università  a  scudi  tredici  mila 
circa,  senza  possedere  rendita  sta- 
bile, tutto  dovendosi  ricavare  dalla 
sola  industria  commerciale.  L'uni- 
versità israelitica,  nell'anniversario 
dell'elezione  e  coronazione  del  so- 
vrano Pontefice,  stabilisce  una  spe- 
ciale deputazione  per  felicitarlo,  e 
presentargli  i  voti  che  fanno  gli 
ebrei  di  Roma  per  la  di  lui  con- 
servazione, e  per  godere  il  prose- 
guimento del  benigno  sovrano  pa- 
trocinio .  Il  prelato  maestro  di 
camera  la  introduce  al  Papa ,  ed 
in  nome  di  tutti  fa  un  analogo  di- 
scorso il  rabbino  maggiore,  od  un 
deputato.  Tale  deputazione  bacia  la 
veste  del  Pontefice,  ed  ossequiosa 
se  ne  parte  contenta  dell'umano 
trattamento  del  proprio  sovrano. 
Del  modo  col  quale  gli  ebrei  furo- 
no ricevuti  dai  Papi,  del  cerimonia- 
le che  osservarono  quando  per  quaU 
che  negozio  furono  ammessi  alla  loro 
udienza,  trattano  il  Sarnelli,  Lette- 
re eccl.  tom.  VI  lettera  XXX Vili; 
e  lo  Schud,  memorabdium  jiidaeo' 
rum  p.   242. 

Gli  ebrei  di  Roma,  e  quelli  del- 
lo stato  pontificio  dipendono  dalla 
suprema  congregazione  della  santa 
romana  universale  inquisizione,  co- 
me da  un  supremo  magistrato  per 
tutti  i  regolamenti  disciplinari  . 
Inoltre  in  Roma  lo  speciale  magi- 
strato sul  disciplinare  degli  ebrei  è  il 
tribunale  del  Cardinal  vicario,  a  cui 
secondo  il  regolamento  legislativo  del 
1834  incombe  emanarci  locali  prov- 
vedimenti disciplinari,  sì  nel  conten- 
zioso che  nel  civile.  La  giurisdizione. 


42  EBR 

che  in  Roma  si  esercita  dal  Cardinal 
vicario,  viene  altrove  esercitata  dal 
tribunale  della  sagra  inquisizione 
nella  rispettiva  località,  e  dal  ve- 
scovo diocesano,  dovendo  gii  ebrei 
dipendere  ora  da  ambedue,  ed  ora 
da  uno  di  essi.  L'università  degli 
ebrei  di  Roma  è  posta  sotto  la  pro- 
tezione, e  tutela  dei  prelati  tesorie- 
ri generali,  e  nelle  faccende  econo- 
miche dipende  unicamente  da  essi 
portando  a  tal  fine  il  nome  di  e- 
conomi,  e  sopraintendenti  dell'uni- 
versità israelitica  di  Roma.  Dipen- 
dono inoltre  gli  ebrei  anche  dagli 
altri  magistrati  di  Roma  a  seconda 
delle  rispettive  attribuzioni,  e  per 
la  topografica  posizione  del  clau- 
stro  sono  questi  soggetti  al  presi- 
dente regionario  dei  rioni  s.  An- 
gelo, e  Campitelli.  A  tenore  poi  del 
censimento  formato  nel  1841,  gli 
ebrei  di  Roma  ammontano  a  tre- 
mila, e  settecento.  Eleggono  essi  i 
tie  fattori  del  ghetto,  uffizio  che 
dura  un  semestre.  Questi  fattori 
fanno  lo  specchio  delle  spese  co- 
muni, e  le  distribuzioni  per  capi, 
con  somma  accuratezza ,  tassando 
ogni  familiare  individuo  secondo  le 
rispettive  risorse.  Le  famiglie  agia- 
te e  ricche,  che  sovvengono  le  al- 
tre, si  compongono  di  più  di  mil- 
le individui  in  circa,  e  quando  nel 
1837  il  morbo  pestilenziale  chia- 
mato Cholera  afflisse  Roma ,  gli 
ebrei  agiati  si  distinsero  nella  ca- 
rità verso  i  loro  connazionali.  I  fat- 
tori devono  fare  la  distribuzione 
delle  raccolte  sovvenzioni,  ma  pri- 
ma le  debbono  sottoporre  all'ap» 
provazione  di  monsignor  tesoriere 
generale.  Gli  altri  ghetti  dello  sta- 
to pontificio  nei  regolamenti  e  fac- 
cende economiche  dipendono  dai 
locali  legali,  o  delegati  apostolici. 
JVella  Raccolta  citile  leggi j  e  ilLspo- 


EBR 

sizioni  di  pubblica  amminislrazioite, 
che  si  pubblicano  nell'odierno  pon- 
tificato, vi  sono  diverse  leggi  risguar- 
danti  gli  ebrei,  come  la  conferma 
degli  usi  tollerati  dagli  ebrei  rela- 
tivamente alle  ferie;  l'estensione 
delle  provvidenze  emanate  per  la 
nettezza  di  Roma  sulle  strade  com- 
prese nel  recinto  del  ghetto  ;  sul 
privilegio  della  mano  regia  che  go- 
de la  comunità  degli  ebrei  ;  il  re- 
golamento sulla  tassa  dovuta  alle 
università  israelitiche  da  ciascun  e- 
breo  emigrato  dello  stato  pontifì- 
cio. La  tassa  d'emigrazione  degli 
ebrei  imposta  da  Papa  Leone  XII, 
consiste  nel  due  e  mezzo  per  cen- 
to, sul  valore  de'  capitali  che  si 
estraggono,  ed  avvi  ancora  il  rego- 
lamento come  si  eseguisca  a  mezzo 
della  mano  regia  1'  esigenza  di  tal 
tassa. 

In  Germania,  in  Inghilterra,  in 
Russia,  in  Italia  ed  altrove  si  pub- 
blicarono dopo  l'anno  1780  molte 
opere  di  divergenti  opinioni,  scritte 
con  particolari  vedute  intorno  agli 
ebrei  ovunque  sparsi,  la  cui  nomen- 
clatura e  compendiosi  cenni  riusci- 
rebbero alquanto  prolissi,  e  di  te- 
dio. La  maggior  parte  però  degli 
autori,  seguendo  le  massime  evan- 
geliche, r  umanità,  e  la  modera- 
zione, principalmente  in  un  tempo 
in  cui  si  annullarono  gli  atti  di 
feudale  vassallaggio,  durato  fino  al 
secolo  decorso  in  quasi  tutti  gli 
stati;  ed  eziandio  in  un'epoca,  nel- 
la quale  aboPi  la  tratta  dei  negri, 
ed  emancipati  furono  gli  schiavi, 
razza  selvaggia,  abitanti  di  siti  inos- 
piti e  barbari,  e  seguaci  dell'  ido- 
latria, mostra  che  la  condizione  de- 
gli ebrei  debba  meritare  i  caritati- 
vi, clementi  ,  ed  umani  riguardi 
dei  principi  regnanti,  e  dei  popoli. 
11    perchè    fauno    tutti    unauimi  e 


EBR  EBR  4^ 
pietosi  voti,  che  la  educazione  di  fruire  del  caritativo  sollievo,  chr. 
quest'antico  e  celebre  popolo  me-  porge  il  sagro  monte  di  pietà  , 
glio  curata  ed  estesa,  lo  renda  più  ai  postulanti  ne'  prescrilti  modi  . 
illuminato,  e  più  si  faccia  utile  al-  Perciò  il  Cardinal  pro-tesoriere  An- 
la  società,  e  divenga  degno  di  ve-  ionio  Tosti,  con  dispaccio  de'  io 
dere  mitigate  le  leggi  rigoro5;rr  che  giugno  i835,  manifestò  al  diretto- 
fin  qui  l'hanno  colpito,  e  gl'incep-  re  generale  dello  stesso  sagro  mon« 
pamenli  in  cui  fu  ravvolto  per  la  te,  essersi  degnata  sua  Santità  an- 
sua  condotta  in  molti  sili  non  sem-  nnire  alla  istanza  della  classe  indi- 
pre  lodevole.  gente  degli  ebrei  di  Roma ,  am- 
In  ogni  tempo  la  pietà  del  go-  mettendoli  a  partecipare  dei  sussi- 
verno  della  santa  Sede  raddolcì  le  di  del  sagro  monte,  derogando  co- 
particolari  disposizioni,  che  riguar-  sì  a  quelle  contrarie  disposizioni 
dano  gli  ebrei.  11  regnante  Ponte-  che  ciò  impedivano,  e  prescriven- 
fice  in  ispecie,  il  quale  ripone  la  do  in  pari  tempo  norme  rela- 
propria  felicità  nel    potere   rendere  tive. 

felici  i  suoi  sudditi  d'ogni  condi-  EBRON  o  HEBRON.  Città  ve- 
zione,  ha  sin  qui  date  al  ceto  scovile  della  Turchia  asiatica,  nella 
israelitico  per  la  condotta  eh'  esso  Palestina,  una  delle  più  antiche 
tiene,  delle  evidenti,  ed  ineccezio-  del  mondo,  chiamata  dai  turchi 
nabili  prove  di  sovrana  giustizia,  Rabr-lbrahira  o  Khatil,  sangiacato 
e  di  benignila ,  e  clemenza,  col  della  Siria,  nel  pascialatico  di  Da- 
concedere;  i.**  che  in  un  apposito  masco.  Sorge  la  città  a  qualche 
stabilimento,  sotto  la  vigilanza  del  distanza  della  riva  occidentale  del 
presidente  regionario,  possano  i  gio-  mare  morto,  sul  declivio  di  una 
vanetti  israeliti  venire  avviati,  anche  montagna,  in  cui  vi  è  un  castello 
per  mezzo  de' cattolici,  nell'eserci-  fortificato,  residenza  del  governato- 
zio  <li  qualche  arte,  e  mestiere  per  re.  Questa  città  secondo  Mosè  era 
toglierli  dal  pericoloso  ozio,  e  per-  più  antica  che  le  famose  città  del- 
chè  si  rendano  co' loro  con  eligio-  l'Egitto,  e  Giuseppe  dice  pur  anco 
nari  vieppiù  degni  della  protezio-  piìi  di  Zoan,  e  Tanis,  ed  eziandio 
ne,  e  della  pietà  governativa,  me-  di  Memfi.  Era  situata  nella  tribìi 
diante  una  fedele  sudditanza,  ed  di  Giuda,  distante  circa  sette  leghe 
una  lodevole  condotta;  2."  ha  loro  da  Gerusalemme,  dal  lato  di  mez- 
concesso  d'impetrare  dal  sagro  mou-  zodì.  Anticamente  si  chiamò  Ca- 
ie di  pietà  di  R.oma  dei  prestiti  per  riath,  o  Kiriath-Arba,  o  città  del 
depositati  efttitti,  dappoiché  le  leg-  quattro,  cioè  Te  tra  poli  ;  ed  ebbe 
gi  governative  vietano  ad  essi  l'è-  il  suo  re  particolare,  prima  che  gli 
sercizio  dei  banchi  di  prestilo,  che  israeliti  entrassero  nella  terra  pro- 
anticamente essi  soltanto  maneggia-  messa,  o  sia  di  Canaan.  Giosuè  la. 
vano.  Moderando  a  tal  fine  un  ri-  conquistò,  ne  uccise  il  re,  ed  allo- 
gore  forse  un  giorno  meritato,  non  ra  prese  il  nome  di  Ebron  da  uno 
volle  il  benefico  Pontefice  che  una  de'  suoi  figli,  o  discendenti,  come 
sola  classe  di  sudditi  rimanesse  pri-  opinano  alcuni.  JN'on  molto  lungi 
va  di  un  vantaggio,  di  cui  abbi-  da  Ebron  eravi  una  doppia  caver- 
sogna,  e  che  altrove  non  poteva  uà,  nella  quale,  come  e'  insegna  la 
sperare,  permettendosi  agli  ebrei  di  Scrittura,  fu  sepolto    Abramo,    con 


44  EBR 

Sara  stia  moglie,  Isacco  loro  figlio, 
e  Giacobbe  il  perchè  ancor  oggi  chia- 
masi la  santa  caverna.  Nella  divi- 
sione toccò  alla  tribù  di  Levi,  e 
diventò  una  delle  città  di  asilo,  e 
di  rifugio.  David  fu  eletto  re  degli 
israeliti  in  Ebron,  ed  ivi  regnò  set- 
te anni,  e  sette  mesi,  divenendo 
allora  la  prima  città  della  tribù  di 
Giuda.  Dipoi  il  di  lui  figlio  Assa- 
Jone,  quando  si  ribellò  in  Ebron 
fecesi  proclamare  re,  ed  a  suono 
di  tromba  fece  annunziare  al  po- 
polo :  Assalone  ha  regnato  in  E- 
bron.  Poco  distante  dalla  città  ve- 
desi  la  valle  di  Mambre,  presso  la 
quale  ritirossi  Abramo,  e  in  con- 
siderazione degli  angeli  che  a  lui 
qui  apparvero,  dagli  ebrei,  dai  cri- 
stiani, e  dai  pagani  fu  visitato  e 
tenuto  per  luogo  santo.  La  pre- 
sente città  rifabbricata  dai  saraceni, 
è  presso  quella  antica. 

Dicono  gli  storici  che  si  osserva 
una  moschea,  eh'  era  un  tempo 
chiesa  greca,  con  il  sepolcro  di  Àbra- 
mo, e  di  sua  moglie;  e  che  si  ve- 
dono in  una  chiesa  gotica  quelli  di 
Isacco,  Rebecca,  Giacobbe,  Rachele, 
e  di  Giuseppe  :  questa  tomba  è  vi- 
sitata con  venerazione  da  molli  po- 
poli. Altri  affermano  che  tal  mo- 
schea è  la  chiesa  fatta  edificare 
dall'  imperatrice  Elena  sul  sepolcro 
di  Abramo,  e  che  al  presente  due 
ìmami  turchi,  di  prima  classe,  ten- 
gono coperto  il  sepolcro  con  ricchi 
tappeti,  che  vengono  di  quando  in 
quando  cambiati  a  spese  del  gran 
signore.  Dopo  che  i  latini  conqui- 
starono Gerusalemme,  col  paese 
circonvicino,  dice  Commanville  che 
nel  1 102  stabilirono  in  Ebron  una 
sede  vescovile,  immediatamente  sog- 
getta al  patriarcato  di  Gerusalem- 
me. In  seguito  essendo  stati  i  lati- 
ni, espulsi  dalla   Palestina,    i    greci 


EBR 
vi  nominarono  uri  vescovo  del  lòrìy 
rito,  di  cui  Giovanniccio  vescovo 
del  1672,  intervenne  al  concilio 
di  Betlemme,  e  proscrisse  solenne- 
mente gli  errori  calvinisti  di  Ciril- 
lo Lucario,  sotto  il  patriarca  Do- 
siteo  II.  Attualmente  Ebron,  He- 
bronen.,  è  titolo  vescovile  in  parti- 
bus^  che  conferisce  la  santa  Sede, 
sotto  il  patriarcato,  egualmente  in 
partibus,  di  Gerusalemme.  Lo  por- 
tarono da  ultimo  Ignazio  Dtuski  ; 
e  monsignor  Francesco  Arnoldi- 
Melchers  di  Werne,  fatto  dal  Pa- 
pa regnante  nel  concistoro  dei 
21  novembre  dell'anno  i836,  suf- 
fraganeo  di  Munster,  e  vescovo  di 
Ebron. 

EBRULFO  (s.).  Presso  Bayeux , 
da  ricca  famiglia  ed  onorata  nacque 
Ebrulfo  nel  517.  Sortita  una  edu- 
cazione conforme  ai  principii  della 
morale  cristiana,  fu  da' suoi  geni- 
tori in  progresso  introdotto  alla  cor- 
te di  Childeberto  I.  Non  tardò 
Ebrulfo  a  meritare  colla  sua  condot- 
ta il  favore  del  principe,  e  ad  es- 
sere innalzato  ad  importanti  uffizi. 
Per  puro  eccitamento  de' suoi  in- 
contrò matrimonio,  e  la  sua  sposa 
gli  corrispose  perfettamente  in  vir- 
tù e  meriti.  Le  cure  secolari  non 
impedivano  alla  sua  pietà  e  reli- 
gione di  consecrare  più  ore  del 
giorno  al  bene  dell'anima,  ed  in 
mezzo  al  mormorio  di  una  corte, 
sapea  egli  formarsi  una  solitudine 
entro  il  suo  cuore,  e  fissarsi  in  Dio. 
Sostenne  egli  quanto  più  potè  una 
lotta  sì  perigliosa  e  difficile,  ma  fi- 
nalmente stanco  delle  cure  secola- 
resche, consultata  la  moglie,  ed  a- 
vutone  uno  spontaneo  e  pieno  as- 
senso ,  si  separarono  entrambi  , 
prendendo  ella  prima  il  velo  in 
un  monistero.  Durò  fatica  Ebrulfo 
ad  ottenere  dal  re  la  richiesta   di- 


ECC 

missione,  e  finalmente  conseguita- 
la, venduto  quanto  avea  di  prezio- 
so, lo  distribuì  ai  poveri,  e  si  ri- 
fugiò nel  monistero  così  detto  dei 
due  Gemelli  nella  diocesi  di  Ba- 
yeux.  Entrato  Ebrulfo  in  quel  sa- 
cro ritiro,  sentì  di  subito  l'anima 
sua  ripiena  di  quello  spirito  di  pu- 
ro amore  verso  Dio,  che  rende  dol- 
ce e  soave  la  più  rigida  penitenza, 
e  solleva  l'uomo  alle  più  eroiche 
virtù. 

JVon  tardò  egli  a  meritarsi  in  quei 
dintorni  la  venerazione  di  quanti 
il  conobbero,  a  segno  che  schivo 
egli  degli  onori,  e  temendo  d' in- 
vanirsi, uscito  da  quel  monistero, 
con  altri  tre  suoi  compagni,  si  ri- 
covrò  nelle  foreste  di  Ouche,  per 
esser  meno  conosciuto  ed  onorato. 
Là  Ebrulfo  fondò  un'  abbazia,  e 
molti  furono  quelli  che  concorsero 
ad  abbracciare  quell'  istituto  di  san- 
ta ritiratezza.  Molti  miracoli  operò 
egli  ancor  vivente,  e  quindi  celebre 
il  suo  nome  sempre  più  si  rendet- 
te. Visse  sino  agli  anni  ottanta,  e 
li  29  dicembre  del  596  l'anima  sua 
volò  al  cielo,  ed  il  martirologio  ro- 
mano in  tal  giorno  ricorda  il  suo 
nome. 

ECANA,  ìEGAE.  Città  vescovi- 
le della  Puglia,  nel  regno  di  Na- 
poli, alle  falde  del  monte  Appen- 
nino, tra  Lucera,  e  Venosa,  che 
si  è  pure  chiamata  Aeca  ed  Ac- 
cana. Si  vuole  fabbricala  da  Malen- 
zio  re  de'  Salentini,  e  che  fosse  po- 
scia così  chiamata  dal  nome  di  sua 
moglie  Ecanania.  La  sede  vescovi- 
le vi  fu  fondata  verso  l'anno  5oo  ; 
ma  essendo  stata  la  città  totalmen- 
te rovinata  dai  barbali,  sulle  di 
lei  rovine  nel  decimo  secolo  venne 
edificata  la  città  vescovile  di  Tro- 
ja  (Vedi). 

ECCELLENTISSIMO   (  ExceU 


ECC  45 

lentissimus).  Titolo  di  onore.  V.  Ec- 
cellenza. 

ECCELLENZA  (praestanlia,  ex- 
cellcntia).  Astratto  di  eccellente,  e 
titolo  di  onore.  Dicesi  eccellente, 
excellenSy  egregius^  chi  ha  eccel- 
lenza, e  nel  suo  essere  è  in  gra- 
do di  perfezione.  Parlando  per  ter- 
za persona,  dissero  i  nostri  antichi 
scrittori  eccellenza,  ed  anco  eccel- 
lentia  a  tutti  quei  grandi  signori, 
ai  quali  per  lettera  da  vasi  il  titolo 
à' Illustrìssimo  [Fedi),  ed  Eccellen- 
tissimo (Vedi).  Dice  il  Macri  nella 
notizia  de'  vocaboli  ecclesiastici,  che 
tra  i  titoU  usati  dal  Pontefice  s. 
Gregorio  I  del  Sgo,  nelle  sue  let- 
tere, vi  sono  quelli  di  Gloria  ve- 
stra,  ed  Excellentia  vestra,  che  da- 
va ai  re,  alle  regine,  ed  ai  patrizi 
di  Roma,  come  Excellentia  Vestra, 
che  dava  ai  consoli,  agH  esarchi, 
ai  duchi,  ed  ai  conti. 

Parlando    il    Parisi,    Istruzioni 
per  la  segreteria,  p.  3,  e   seg.    dei 
titoli  in  genere,  e  della  loro  origi- 
ne, osserva  che  nel  secolo    XVI  si 
lasciò  correre  il  cerimoniale  col  ti- 
tolo di  eccellenza,  ed  altri.  Quindi 
aggiunge  che  nel  1596  essendo  sla- 
to cresciuto  a  dismisura  lo  scialac- 
quamento    de'  titoli  ,    la    corte    di 
Spagna,    alla    quale    gl'italiani    ne 
davano    la    colpa,    tentò,    massime 
ne' suoi  stati  d'Italia,  di   porvi    al- 
cun rimedio.   11  titolo    d'illustrissi- 
mo, ed  eccellentissimo,  che   già    fu 
attribuito    a'  soU    piincipi    sovrani, 
si  era  tanto  prostituito,  che  sino  i 
nobili  dell'  infimo  rango  lo  preten- 
devano, ed  i  nobili  provinciali,    lo 
pretendono  anche  adesso.    Il  Men- 
chenio,  orai,  de  chiarlat.  erudit  p. 
20,  neli'  inveire  colla  nota  sua  gra- 
ziosa mordacità  contro  1'  ambizione, 
e    nauseante   moltiplicità    de'  Titoli 
di  onore  [Vedi),  parlando    del    ti-. 


46  ECC  ECC 

lolo  di  eccellentissimo, soggiunge: .. .  al    detto    principe,    come    generale 
Consultissinios,    quibiis  parum^    aut  del  re  di  Spagna.  Excellentissimus 
nihil  consiliij  Excclleiitìssiinos^quos  nella  casa  Augusta  eia  il  Quaeslor 
vellyro  anlecellerel.  scientìa.Eiiimve  sacri  Palatii  (clic  oggi    sarebbe    il 
ro    Clini    olini    Carolus    M.    lìoin.  gran  cancelliere),  va  era   il  prefet- 
imp.  in  inscriptione  libri,    quem  de  lo  di    Roma,    e  del    pretorio,    cui, 
iniaginiìms  cantra  graecos   scripsis-  come    a    Triboniano,    si    dette    da 
se  Iraditur    viri,    cxcellentissimi^    et  Giustiniano    I,    anche    il    titolo    di 
spectabilis    elogio    notetur  ,    ecquis  ExceLo  (Vedi),  alto,  sopreminente, 
est  liodie  inter  doctores  iimbriaticos^  magnanimo,  grande.  Nell'anno  776, 
quibus  etc.  regnante  d.  Karolo    excellentissimo 
11  medesimo  Parisi  a  pag.   2 1   e  rege  francoruni,  alque  longobardo- 
seg.    tratta    dei    titoli,    Eccellenza^  rum,  come    si    legge    nel    Crescini- 
EccellentissimOf   Eccellente,    ed    os-  beni,   Istor.  di  s.  Maria  in   Cosnie- 
serva  che  trovasi  in  Simmaco  scrit-  din  ,    pag.     67.    Abbiamo    inoltre, 
lore  del  IV  secolo,  in  una    lettera  <:he  nel  957  Berengario  re    d' Ita- 
a  Stilicone    lib.    4>    epist.    9:    ciun  lia    fu    detto    excellenlissimus    rtx, 
Miblimi  excellentia  tua.  E    noto    il  come    si    ha    dal     Federici     Hist. 
gi-ado  eminente  che  Stilicone  aveva  Pompos,  tom.  I,  pag.  4**4' 
nell'impero,     la    cui    figlia    Maria         I    titoli    pertanto    di    eccellenza, 
doveva  sposare  l' imperatore    Ono-  eccellentissimo  ec. ,  secondo    il    Pa- 
rlo. Lo   stesso    titolo    l' imperatore  risi  si  sogliono  dare  ai  cavalieri,  o 
Giustiniano  I  diede  alla  regina  A-  nobili  veneti,  a'  nipoti  o  fratelli,  ed 
inalasunta,  il  re    Teodorico    al    re  altri    parenti    dei    Papi,    ai    grandi 
Clodoveo,  ed  altri  re,  come  si  leg-  di  Spagna,  ai  cavalieri  del    Toson 
gè  in  Cassiodoro,  lib.  X,    epist.  S,  d' oro,    dello  Spirito    Santo,    e    ad 
lib.  XI,  epist.  /\.ì,  e  lib.   Ili,  epist.  altri  Ordini  egualmente  insigni;  a 
3 14.  1  re  di  Francia   della  prima,  quelli  che  hanno  titolo  di  principi 
e  seconda  stirpe    erano    trattati    di  e  duchi  ;  agli  ambasciatori,  ai    mi- 
Ecctllenza  ;  e    tal    titolo    con    essi  nistri  primari  delle  corti    regie,    ai 
usò    il    nominato     s.     Gregorio     1.  vice-re,  ai  segretari  di  stato,  ai  ge- 
Carlo  fthigno  ne  onorò  il  Papa,    e  ncrali  d'armata,  ed    altri    ch'eser- 
i   re  ;  siccome  può  vedersi   in    Ma-  citano  ministero    di    regia    rappre- 
billon,  de  re  diplom.    lib.   II,    cap.  sentanza,  come  ancora  al    senatore 
6,  g.    5.    1    legati    del    concilio   di  di  Roma,    ad    alcuni    signori,    seb- 
Trenlo  diedero    tal    titolo  '  al    du-  bene  non  abbiano  titolo  di    conte, 
ca    di    Baviera    in    una    lettera   al  duca,  principe,  ec. ,  purché  discen- 
Papa,  presso  il  Pogiano,  voi.  3,  p.  dano    da    famiglie,    che    hanno    si- 
57.  11  Bembo  al  doge  di   Venezia,  gnoreggiato  qualche  grande  o  pic- 
lett.   lib.  1.   In  una  lettera   del    se-  colo  stato,    ovvero    si    sono    impa- 
nato romano  al  duca  di   Parma  e  reniate  con  case  reali.   Perciò  i  si- 
Piacenza  Odoardo  Farnese,  in  rin-  guori  d.  Alfonso,  e  d.  Rodolfo  Va- 
graziamento  di  avergli  partecipato  le  rano     di    Camerino    domiciliati    in 
imprese  del  principe  Alessandro  suo  Ferrara,  dopo  la  metà    del    secolo 
figlio,  diede  al  duca  il  titolo  di  Eccel-  passato  erano  trattati  dai  Cardina- 
lenza,  e  di  illustrissima  alla  sua  ca-  li    col    titolo   di    eccellenza,    e    col 
sa,  ed  il  titolo  à\  Serenissimo  (Vedi)  Don  [Fedi),  preposto  al  loro  no- 


ECC 

me,     come    quelli    clic    furono    di- 
scendenti da  una  casa,  la  quale  per 
lunghissimo    tempo    fu    sovrana,    e 
signora    del    ducato    di    Camerino. 
Tal    trattamento    di    eccellenza    fu 
loro  concesso  anche  dall'imperatri- 
ce   regina    Maria    Teresa,    giacche 
dal   diploma  di  Ferdinando  II  im- 
peratore   la    famiglia    Varano    era 
onorata  col  titolo    d' illustre ,   come 
i  principi  assoluti  del  sagro  roma- 
no impero.   Per  questo  doveasi  lo- 
ro il  titolo  di    eccellenza,    a    voce, 
ed  in  iscritto,  con  tutte  le    prero- 
gative, ed  onorificenze.   Va    notato 
che  compete  il  titolo  di  eccellenza 
alle  mogli  di  quelli  cui  un   tal  ti- 
tolo si  conviene  ec.  Prima    i    Car- 
dinali  in  cima  alle  lettere,    agi'  in- 
dicali  personaggi,    come    nella    so- 
prascritta   usavano    i    titoli    d'illu- 
strissimo, ed  eccellentissimo  signore; 
in  corpo  della  lettera  dicevano  :  vo- 
stra eccellenza,  e  in  fine:   di   vostra 
eccellenza.    Da    ultimo    tanto    nella 
soprascritta,  che    nel    resto,    danno 
il  semplice  titolo  di  eccellenza,  av- 
vegnaché   il    formolario    epistolare 
si  è  alquanto  semplificato. 

Questo  titolo  di  eccellenza  è  pro- 
priamente di  signore  secolare,  e 
non  conveniente  a  persona  eccle- 
siastica, e  per  tal  motivo  l' abhate 
di  Extrades  ambasciatore  di  Fi  an- 
cia in  Venezia,  da  monsignor  A- 
laldi  nunzio  pontifìcio  non  l'otten- 
ne, ma  invece  fu  trattalo  pura- 
mente Moììscigneur ,  come  notò 
il  Paciuchelli,  mem.  par.  3,  p.  126. 
1  decreti  della  congregazione  ceri- 
moniale non  accordano  il  titolo  di 
eccellenza  in  verun  modo  ai  pre- 
lati, ancorché  di  nascita  principe- 
sca. Il  Parisi  conservava  un  discor- 
so di  monsignor  Antonio  Caelani, 
arcivescovo  di  Capua,  mentre  era 
nunzio  in    Ispagna,    in    cui    prova, 


ECC  47 

che  ai  signori  ecclesiastici  conviene 
non  già  l' illustrissimo,  ed  eccellen- 
tissimo,   ma    Illustrissimo    e   Rcve^ 
rcndissimo  (Fedi).  Tuttavolla  l' u- 
sanza,  o  piuttosto  1'  abuso_,  trascina 
chi  vorrebbe  stare  alle  debite  con- 
venienze, e  così  distinguere  le  per- 
sone, secondo  i  gradi,  e  le  dignità 
proporzionatamente  ;    ma    i    Cardi- 
nali non  ripugnarono  di  dare  l'ec- 
cellenza a'  prelati  nipoti  di  un  Papa. 
Si    è    pure    introdotto    l' uso    di 
dare  l' eccellenza  reverendissima   ai 
Prelati  di  fiocchtui,    ed    ai    Nunzi 
(Fedi).  Nel  titolano  per    un    Car- 
dinale si  prescrive,  che    ai    fratelli, 
o  nipoti  secolari  del  Papa  creatore, 
i   Cardinali  da  lui  creati  davano    i 
titoli  d'illustrissimo,  ed  eccellentis- 
simo_,  signor    mio    osservandissimo, 
cambiato  poscia  nel  titolo  di  eccel- 
lenza. E   da  notarsi,  che  il  mio,   e 
r  osservandissimo    non    era    usato 
dagli  altri  Cardinali  coi    delti    pa- 
renti.   Inoltre    sul    titolo    di    eccel- 
lenza il  senatore  Filippo    Bonarro- 
ti,  nelle   Osservazioni  sopra    i  vasi 
cimiteriali    di    vetro,    p.    97 ,    illu- 
strando l'iscrizione  dignitas  amico- 
rum  dice  :  che  questa  pei ifiasi,    in 
quanto  servi  specialmente  a    deno- 
tare i  nomi   di   persone    particolari 
ed  insigni,  s' incontra  in  Omero,  ed 
in  altri  antichi   poeti.   Cos'i  in    essi 
si   legge,    la    forza    di    Priamo,    di 
Enea,  di  Alcinoo,  di  Telemaco,  di 
Ercole,  per  Priamo,  Enea,  Alcinoo 
Telemaco,  ed  Ercole  ;  e  da  ciò  de- 
rivarono i  titoli,  che  sono  tanto  in 
uso  appresso  di  noi,  come  eccellen- 
za,   altezza,     serenità  ed  altri.     Ti- 
toli, e  frasi    consimili    a    queste    si 
trovano  nel  codice  Teodosiano,  co^ 
me  si  vedono  nelle    lettere   di  Pli- 
nio  il    giovane    a    Trajano.    Sopra 
gli  altri    titoli    d' illustrissimo,    po- 
tentissimo, eccellentissimo,  e  simili. 


48  ECC 

dati  a  varie  città,  corporazioni,  e  per- 
sonaggi, si  possono  vedere  le  Osser- 
vazioni sopra  i  medaglioni  dello 
stesso  Bonarroti,  p.  1 4^,  244)  ^  ^49; 
e  la  dissertazione  del  Baudisio,  de 
tilulis  illustrisj  specfahilisy  clarissi- 
mi,  magnifici^  e.  I,  §.  3.  Nelle  pro- 
se di  Dante,  del  Boccaccio,  e  del 
Villani,  e  di  altri  buoni  autori,  di- 
ce Claudio  Tolomeì  in  una  lettera 
al  Caro  nel  i543,  e  in  altra  scrit- 
ta al  Bini  p.  89,  non  si  legge 
r  infrascamento  di  signorie,  di  ec- 
cellenze, di  maestà  oggidì  usato  a 
tutte  le  ore  parlando,  e  scrivendo. 
Nel  Dizionario  francese  delle  Ori- 
gini dicesi,  che  eccellenza  è  titolo 
di  onore  che  si  dà  agli  ambascia- 
tori, ai  ministri,  ed  altre  persone 
che  non  si  qualificano  col  titolo  di 
Altezza  (p^edi).  Esso  riesce  spe- 
cialmente applicabile  alla  Germa- 
nia, ed  alla  Francia.  Sì  aggiunge 
che  gli  ambasciatori  si  trovano  in 
possesso  di  quel  titolo  dopo  il  iSgS, 
nella  qual'  epoca  Enrico  IV  re  di 
Francia  spedi  il  duca  di  Nevers 
ambasciatore  presso  il  Papa,  che 
fu  in  Roma  complimentato  da  prin- 
cipio col  titolo  di  eccellenza,  e  per- 
ciò sembra  che  questo  titolo  di 
onore,  o  almeno  la  sua  applica- 
zione agli  ambasciatori  ,  traes- 
se la  sua  origine  dall'  Italia.  Sul- 
l'epoca dell'invio  a  Roma  del  du- 
ca non  posso  convenire,  perchè 
leggo  nelle  vite  de'  Pontefici,  che 
Clemente  Vili  assolvette  e  riconob- 
be solo  nel  i5^5  Enrico  IV,  il 
quale  nel  1608  spedi  a  Paolo  V 
Carlo  Gonzaga  duca  di  Nevers  con 
titolo  di  ambasciatore,  per  conte- 
stargli in  pubblico  concistoro,  co- 
me fece,  riverenza,  ed  ossequio. 
Appresso  in  Francia  si  diede  il 
titolo  di  eccellenza  a  tutti  gli  am- 
basciatori residenti  a  quella  corte, 


ECC 

donde  poi  l'uso  si  propagò,  e  si 
estese  ad  altre  corti,  ed  altre  per- 
sone. Si  nota  eziandio,  che  gli  am- 
basciatori di  Venezia,  i  quali  go- 
devano già  di  questo  titolo  come 
nobili  veneti,  come  si  è  detto,  non 
lo  pigliarono  se  non  dopo  il  i636, 
quando  l'imperatore,  ed  il  re  di 
Spagna  acconsentirono  di  ricono- 
scere in  essi  siffatta  qualificazione. 
1  nobili  veneti,  presso  i  quali  era 
antico  il  titolo  di  eccellenza ,  non 
lo  ricevevano  nei  dominii  della  re- 
pubblica, che  dai  cittadini,  e  dal 
popolo.  Grande  poi  è  l'abuso  che 
dell'eccellenza  si  fa  nel  regno  delle 
due  Sicilie,  poiché  poco  si  bada  a 
darlo  soltanto  a    chi  si  compete. 

Finalmente  il  titolo  di  eccellenza 
fu  un  tempo  comune  anche  agli 
uomini  insigni  per  lettere,  benché 
senza  grado  di  nobiltà,  scrivendo- 
si, eccellente,  molto  eccellente,  ed 
eccellentissimo  signore,  ed  in  corpo  : 
vostra  eccellenza.  Così  usoUo  il  Bem- 
bo scrivendo  al  celebre  giuriconsulto 
Mariano  Socino;  Aldo  il  giovine  ad 
Antonio  Persio;  Luigi  Grolo,  al 
Riccobono;  il  Vannozzi,  a  M.  A. 
Mureto,  al  qual  Vannozzi  per  al- 
tro non  piaceva,  che  si  desse  loro 
nel  corpo  dell'eccellenza,  ma  piut- 
tosto: V.  S.  eccellente,  molto  ec- 
cellente, o  eccellentissimo.  A'  nostri 
giorni  l'eccellente,  e  il  molto  ec- 
cellente collegati  coir  illustre,  e  mol- 
to illustre,  servono  per  onorare  i 
dottori,  ed  altri. 

ECCELSO  (excelsics).  Titolo  di 
onore,  addiettivo  di  eccellente,  in  si- 
gnificato di  alto,  sopreminente,  su- 
blime, magnanimo,  grande.  Dicesi  ec- 
celsissimo,  excelsissinius,  celsissinius, 
altissimus ,  in  superlativo  di  eccel- 
so; ed  eccelsitudine,  excelsilas^  cel- 
siludo  per  grandezza,  altezza,  cel- 
situdine, siccome  titoli  di    principi. 


ECC 

Eccello  setiatOj  eccelso  dominio  dis- 
se Bernardo  Tasso  delia  serenissi- 
ma repubblica  di  Venezia.  Loren- 
zo de  Medici  alla  repubblica  di  Fi- 
renze, usò  i  titoli  di  eccelsi  signori ^ 
vostra  eccelsa  signoria.  Illustris  et 
excelse  frater  era  il  titolo,  che  usa- 
va il  doge  Francesco  Foscari  col 
duca  di  Savoja  Amadeo  Vili  poi 
antipapa  Felice  V,  nel  i439.  In 
altra  lettera  del  iJ\Zf  usa  il  doge 
col  medesimo  duca  il  titolo  di  fra- 
ternità, ambedue  termini  d'egua- 
glianza. Eccelso  ancora  è  il  distin- 
tivo di  alcuni  vescovi  di  Germania, 
come  dell'arcivescovo,  e  principe  di 
Salisburgo.  Ad  esso  davasi  dai  Car- 
dinali i  titoli  di  eccelso  e  reve- 
rendissimo signore,  ed  in  corpo,  di 
sua  eccelsa  persona,  mentre  in  fi- 
ne gli  davano  quello  di  sua  eccelsa 
reverendissima  persona.  Nel  titola- 
no per  un  Cardinale  si  nota,  che 
V Eccellentissimo  [Vedi)  si  dava  ai 
secolari  notati  all'articolo  Eccellen- 
za (Vedi),  la  quale  dicevasi  in  cor- 
po, e  in  fine;  ma  poi  venne  adot- 
tato tanto  nella  soprascritta,  che 
in  cima  della  lettera  il  titolo  di 
eccellenza  soltanto.  Illustrissimo  ed 
eccelso  si  chiama  negli  atti  pubbli- 
ci il  reggimento  di  Bologna  per 
decreto  di  quel  senato,  confermato 
da  Benedetto  XIV  a'  i4  febbraio 
1749,  a  mezzo  di  un  breve  apo- 
stolico. Finalmente  si  dà  il  titolo 
di  eccelso  alle  supreme  magistra- 
ture, e  cospicue  corporazioni  éc. 

ECCLESIA,  Chiesa  (Vedi).  Il 
Crescimbeni,  Istoria  della  chiesa 
di  san  Giovanni,  dice,  che  anti- 
camente la  voce  Ecclesia j  presa  per 
tempio,  fu  equivoca  e  significò  e- 
gualmente  ogni  sagro  ritiro,  o  pub- 
blico, o  privato,  o  grande,  o  pic- 
colo che  fosse,  il  che  pure  s'intese 
per  la  voce  Basilica  (Vedi).  Si  può 


ECH  49 

anche  leggere  l'  Onomasticon  del 
Zaccaria.  V.  la  Notizia  dei  voca- 
boli ecclesiastici  del  Macri,  alla 
voce  Ecclesia  j  il  quale  dice,  che 
Ecclesiae  nutrices  sono  chiamate 
le  chiese  parrocchiali  da  s.  Ago- 
bardo. 

ECCLESIARCA  (Ecclesiarcha). 
Offiziale,  o  prefetto  della  chiesa, 
cioè  capo  della  chiesa  di  Costanti- 
nopoli, la  cui  funzione  consisteva 
in  raccogliere  il  popolo  nel  tempio. 
Questo  offizio  del  clero  della  chie- 
sa esercitavasi  anche  fuori  di  Co- 
stantinopoli. Dicesi  ecclesia  rea  anche 
il  Santese  o  Mansionario  (Vedi) , 
che  in  alcuni  luoghi  si  chiama  pu- 
re Scabino.  Gli  uffici  degli  eccle- 
siarchi  si  estesero  anco  di  più  di 
questi,  ed  erano  incaricati  d'invi- 
gilare al  mantenimento,  alla  polizia 
ed  alla  decenza  delle  chiese,  di 
convocare  i  parrocchiani,  di  accen- 
dere i  lumi  pel  divino  uffizio,  o 
cantare,  fare  la  cerca  ec. 

ECCLESIASTICO  .  Uomo  di 
Chiesa.  V.  Chiesa,  e  tutti  gli  arti- 
coli relativi,  come  Chierico,  Clero,  ec. 
ec.  Ecclesiastico  è  pure  il  nome  di 
uno  dei  libri  dell'  antico  testamen- 
to, come  lo  è  l'Ecclesiaste. 

ECHINA  (Ecliinus).  Sede  ve- 
scovile della  prima  Tessaglia,  nel- 
l'esarcato di  Macedonia,  o  deiriUi- 
ria  orientale,  che  secondo  il  Mirco 
è  sotto  la  metropoli  di  Larissa, 
e  dice  chiamarsi  altresì  Scarfia^  o 
Scarphia,  da  Sperchia,  alla  cui  im- 
boccatura trovasi  situata.  La  sede 
venne  eretta  nel  secolo  sesto,  e 
secondo  VOriens  Christ,  t.  II,  p. 
I  i5,  vi  ebbero  sede  i  vescovi  Teo- 
doro, Pietro,  ed  Aristotile,  il  qual^ 
intervenne  al  concilio  di  Costan- 
tinopoli. Al  presente  Echina  ,  E- 
chinen.y  è  titolo  in  partihus,  che  con- 
ferisce la  santa  Sede,  ma  sottoposto 

4 


gp  ECO 

alia  metropoli  pure  in  partihus  di 
Atene. 

ECLANA  (Aclanum).  Città  ve- 
scovile del  regno  di  Napoli,  nella 
Campania ,  antichissima  città  degli 
irpini,  appellata  anche  Qidntode- 
cimuniy  o  Decimum  quìntum.  La 
sua  sede  venne  eretta  nel  secolo 
quinto,  e  fatta  sufFraganea  alla  me- 
tropolitana di  Benevento.  Quindi, 
nell'anno  669,  fu  la  città  distrutta 
dall'imperatore  Costantino,  e  poscia 
rifabbricata,  conservando  il  suo  seg- 
gio episcopale  sino  al  decimopri- 
mo  secolo.  Dopo  di  nuovo  fu  rovi- 
nata, e  la  sede  venne  trasferita  a 
Frigento,  e  poscia  unita  a  quella 
di  Avellino. 

ECONOMO,  Oeconomus,  Ad^ 
ministrator.  Nome  di  chi  è  prepo- 
sto all'amministrazione  delle  rendi- 
te, e  de' beni  ecclesiastici,  od  appar- 
tenenti ad  una  comunità.  Il  Macri 
qualifica  l'economo  per  officio  ec- 
clesiastico, e  dalla  voce  greca  signi- 
fica regolatore  di  casa,  dalla  parola 
economia  oeconomia^  governo  do- 
mestico della  casa  ;  ed  aggiunge , 
che  all'  economo  apparteneva  tener 
conto  dell'entrata  ecclesiastica,  dis- 
pensare al  clero  gli  stipendi,  risar- 
cire le  rovine  della  chiesa,  sovve- 
nire colle  hmosine  le  povere  vedo- 
ve,-gli  orfani,  ed  altri  indigenti,  il 
tutto  però  dall'  economo  veniva 
eseguito  ad  arbitrio  del  vescovo. 
Descrive  minutamente  l'officio  del- 
l'economato s.  Isidoro  neir  episi. 
ad  Laudefrid.  episcop.  L'economo 
riscuoteva  i  pii  legati;  e  dopo  la 
morte  del  vescovo  compilava  l'in- 
ventario delle  suppellettili  sagre 
appartenenti  al  defonto. 

Nel  quarto,  e  nel  quinto  secolo 
sì  chiamarono  con  questo  nome  gli 
amministratori  de'beni  della  Chiesa. 
Nei  secoli    precedenti    questi    beni 


ECO 

erano  interamente  amministrati  dai 
vescovi  ;  ma  siccome  questa  cura 
riusciva  loro  gravissima,  e  toglieva 
ad  essi  parte  del  tempo,  che  doveva- 
no impiegare  negli  uffizi  del  loro  mi- 
nistero, cercarono  di  liberarsene.  S. 
Agostino  più  volte  voleva  restituire 
i  fondi  che  possedeva  la  sua  chie- 
sa; ma  il  popolo  non  volle  mai  ri- 
ceverli, come  si  legge  nella  vita  di 
lui  scritta  da  Possidio,  e.  1^^  8.  S. 
Gio.  Crisostomo  rimprovera  quei 
cristiani,  che  per  la  loro  avarizia  e 
negligenza  nel  «occorrere  i  poveri 
aveano  costretto  i  vescovi  di  for- 
mare alle  chiese  rendite  certe,  e 
lasciare  la  orazione,  le  istruzioni,  e 
le  altre  sante  occupazioni  per  ad- 
dossarsi tali  cure,  le  quali  convani- 
vano ai  soli  esattori,  ed  affitlaiuoli. 
Homil.  85  in  s.  McUlh.  cap.  27, 
e.  IO.  Perciò,  come  gli  aposteli 
avevano  incaricato  i  diaconi  della 
cura  di  distribuire  le  limosine,  i  ve- 
scovi affidarono  agli  arcidiaconi  l'am- 
ministrazione de'  Beni  di  Chiesa 
(Vedi),  e  dipoi  agli  economi  che 
dovevano  renderne  conto  al  clero. 
Furono  inoltre  accusati  alcuni  ve- 
scovi di  aver  lasciato  perire  i  beni 
delle  loro  chiese  per  negligenza,  o 
mancanza  di  cognizione.  Questa  fu 
una  nuova  ragione,  che  impegnò  i  pa- 
dri del  concilio  calcedonese  nel  4^  i ,  a 
comandare  che  ciascun  vescovo  sce- 
gliesse  fra  i  suoi  chierici  un  economo, 
per  affidargli  l'amministrazione  dei 
beni  di  chiesa,  perchè  gli  arcidiaconi 
erano  d'altronde  assai  occupali,  ed 
era  bene  di  tener  lontano  il  sacer- 
dozio da  ogni  sospetto.  L'elezione 
di  questi  economi  facevasi  colla  plu- 
ralità dei  voli  del  clero,  giacché 
ricevevano  tanto  le  rendite  del  ve- 
scovo, che  quelle  del  capitolo.  In 
alcuni  luoghi  erano  scelti  dal  solo 
vescovo,  e  se  questo   trascurava  di 


ECO 

provvedervi,  la  nomina  spettava  al 
clero.  Che  sififatti  economi  fossero 
pur  chiamati  provveditori,  lo  dice 
il  Bernini,  Storia  delle  eresie,  pag. 
i44-  La  Glosa,  parlando  del  ca- 
none calcedonese,  can.  !3i6,  Quoniani 
i6,  4j  7?  ^'^®  ^^^  ^^  sua  disposi- 
zione si  applica  indistintamente  ad 
ogni  sorta  di  chiese,  anche  con- 
ventuali, e  parrocchiali.  Il  sopi-ad- 
detto  canone  fu  approvato  da  di- 
versi concili ,  come  di  Siviglia,  di 
Nicea  ec.  /^.  Diaconi^  Diaconie,  ed 
Arcidiaconi. 

II  settimo  concilio  ecumenico  sti- 
mò gli  economi  tanto  necessari  al- 
le chiese,  che  stabilì  essere  la  loro 
scelta  e  nomina,  un  diritto  devolu- 
to agli  arcivescovi,  ed  ai  patriar- 
chi. 11  p.  Tomassino  osserva,  che 
nella  chiesa  latina  gli  economi  ave- 
vano la  cura  delle  rendite,  e  gli 
arcidiaconi  quella  de'  fondi,  ma  gli 
uni  e  gli  altri  erano  obbligati  di 
render  conto  della  loro  ammini- 
strazione al  vescovo  stesso,  al  qua- 
le per  altro  apparteneva  sempre 
la  disposizione  delle  oblazioni,  e 
delle  decime,  anche  di  certi  fondi 
in  usufruito,  onde  provenne  Tuso, 
e  Io  stabilimento  dei  Benefizi  ec' 
clesiastici  (Vedi).  Nella  chiesa  gre- 
ca poi  il  Magnus  Oecononms  era 
officio  che  si  esercitava  dai  princi- 
pali del  clero,  anzi  era  il  primo 
fra  tutti  dell'ordine  clericale.  Ma- 
neggiava esso  l'entrata  della  chie- 
sa, per  cui  Simeone  Tessalonicense 
lo  chiama  successore  di  s.  Stefano 
proto-martire  economo  della  primi- 
tiva Chiesa.  Dice  Metafraste,  che 
nella  chiesa  greca  l'economo  si  e- 
leggeva  con  i  voti  di  tutti  gli  ec- 
clesiastici. Tra  i  medesimi  greci 
questo  officio  era  assai  rilevante, 
dappoiché  l'economo  non  era  sol- 
tanto incaricato  del  temporale,  ma 


ECT  5i 

aveva  ancora  altre    funzioni    paiti- 
colarì,  a    cui  attendere    quando  il 
vescovo  uffiziava.  L'economo  pren- 
deva posto  alla  sua  destra,    vestito 
di  una  tonaca,  e  tenendo  in  mano 
una    specie    di    ventaglio,    secondo 
r  uso  della  chiesa  greca;  e  nelle  or- 
dinazioni  l'economo    presentava    al 
vescovo  quelli,  che  dovevano  essere 
ordinati  sacerdoti.   S'ignora  quan- 
do terminasse    l'uso    di    nominare 
economi,  per  amministrare    i    beni 
di  chiesa,  ed  è  probabile  che   ces- 
sasse insensibilmente,  a  misura  che 
l'amministrazione  di  tali  beni  fosse 
devoluta    ai    singoli    beneficiati,    il 
perchè  divennero  gli  economi  qua- 
si inutili,  e  la  loro  incumbenza  fu 
circoscritta  alle  rendite  delle  men- 
se vescovili,  durante  la  vacanza  del- 
le sedi.  Il  concilio  di  Ravenna  del 
1 3 1 7  stabili,  che  dopo  la  morte  di 
un  prelato,  s'istituisse  un  economo 
perchè  amministrasse  le  cose    e  le 
rendite  della  chiesa,  e  a  benefizio  di 
questa  ,  e  di  quello  che  si   sceglie- 
rà per  vescovo.  Finalmente  il  con- 
cilio di  Trento,  nella  sess.  24  cap. 
i6  de  reform.  ordinò,  che  quando 
la  sede  fosse    vacante,   il    capitolo, 
ne' luoghi  in  cui  è  incaricato  della 
riscossione  delle   rendite,    stabilisca 
uno  o  più  economi  fedeli    e    vigi- 
lanti, i  quali    abbiano    cura    degli 
affari,  e  del  bene  della  Chiesa,  per 
renderne  conto  a  chi    si    apparter- 
rà.   Per    ciò  che    si    praticava   in 
Francia  su  questo  punto    di    disci- 
plina ,  si  può    vedere    La   Combe, 
Raccolta  di  giurisprudenza  canoni- 
ca alla    parola    Economi.    Antica- 
mente   si  chiamò   Economo    spiri- 
tuale  quell'ecclesiastico,  ch'era  pre- 
posto a  reggere  le  chiese  dei  nomi- 
nati   ai    benefìzi  concistoriali,    non 
provveduti  dalla  santa  Sede. 
ECTESI  {Ecthesìs),  Editto,  o  libro 


5i  ECT 

famoso,  che  dalla  parola  greca  si- 
gnifica esposizione,  o  profe^ione  di 
fede.  L'imperatore  Eraclio  diede 
iquestò  nome  ad  un  libro,  che 
vuoisi  composto  da  Sergio  patriar^- 
ta  di  Costantinopoli,  e  che  a  sua 
istigazione  pubblicò  con  un  editto 
nell'anno  689,  in  favore  del  monote- 
ìismo.  Il  principe  cominciava  Tedittó 
tol  proibire,  che  si  diresse  esservi  ìa 
Gesù  Cristo  una  o  due  operazioni, 
ma  dichiarava  poi  espressamente 
non  èsservi  in  lui  che  una  volontà; 
in  sostanza  favoriva  l'eresia  dei  Mo- 
nolelìti  (Fedfjj  così  chiamati  appunto 
perchè  non  ammettevano  che  una 
'volontà  in  Gesù  Cristo,  la  quale  eresia 
può  dirsi  un  semi-eutichianismo. 

Eraclio  promise  ad  Anastasio, 
capo  de  Giacobiti  (Vedi),  che  erano 
una  setta  di  eutichianì,  di  farlo 
^patriarca  di  Antiochia,  se  volesse  ri- 
'conoscere  il  concilio  di  Calcedonia. 
Anastasio  finse  di  abbracciare  la 
-fede  cattolica,  ingannò  l' imperato- 
re, e  lo  trasse  nell'errore  dei  mono- 
feliti.  Ciro  patriarca  di  Alessandria, 
«  Sergio  patriarca  di  Costantinopoli 
■ve  lo  confermarono,  e  fecero  pub- 
blicare ed  dpprovai'e  VEctesi  com- 
posto dal  secondo ,  ch'era  in  appai- 
renza  cattolico  ;  ma  che  stabiliva 
in  fatto  una  sola  volontà,  ed  una 
sola  operazione  in  Gesti  Cristo,  e 
nello  stesso  tempo  imponeva  silen- 
^o  a  siffatte  questioni.  Questa  pub- 
blicazione fu  fatta  mentre  vacava 
la  Sede  pontificia  per  morte  di 
Onorio  I.  Durò  questa  vacanza  cir- 
ca venti  mesi,  perchè  Eraclio  ricusa- 
va di  ratificare  l'elezione  del  Papa 
Severino,  secondo  l'abuso  allora  lol- 
ierato  dalla  Chiesa,  finché  l'eletto  non 
approvasse  l'edittOj  ossia  profe.<isione 
tii  fede,  la  quale  trovasi  in  Labbè 
Condì,  t.  VI,  col.  196^,  e  nell'Ar- 
duino .  t.    Ili,    col.    791.    1    legati 


ÉCT 

spediti  da  Severino  in  Costanlind- 
poli,  avendo  compreso  da  quel  cice- 
ro che  nulla  otten'ebbero,  se  pri- 
ma non  avessero  promesso  di  far 
sottoscrivere  al  Pontefice  VEctesi, 
simulatamente  lo  promisero  per  dar 
termine  alla  lunga  sede  vacante, 
onde  ottenuta  dall'  imperatore  là 
conferma  dell'elezione  di  Seveiino, 
se  ne  ritornarono  in  Roma.  Ma  in- 
vece Severino  subito  condannò  e 
maledi  l'editto,  fu  quindi  vittima 
dell'indignazione  di  Eraclio,  e  mo- 
rì dopo  due  mesi  e  tre  giorni  di 
pontificato.  Il  Rinaldi,  all'anno  640, 
num.  2,  e  seg.,  riporta  la  vessazione, 
cui  soggiacque  il  zelante  Pontefice. 
Gli  successe  Giovanni  IV ,  cui 
Eraclio  procurò  di  guadagnare,  di- 
cendo nello  scusarsi,  che  l'editto  era 
stato  compilato  da  Sergio,  il  quale 
l'avea  pregato  di  sottoscrivere.  Gio- 
vanni IV,  eccitato  da  s.  Massimo 
abbate  di  Crisopoli ,  presso  Costan- 
tinopoli, radunò  in  Roma  un  con- 
cilio, e  vi  condannò  l'editto  e  i 
Monoteliti.  Allora  Eraclio  egualmen- 
te condannò  VEctesi,  e  dichiarò 
con  altro  editto,  che  fece  propaga- 
re si  in  oriente  che  in  occidente, 
che  il  patriarca  di  Costanlinopoli 
S'^rgio  era  il  vero  autore  dell' Ectesi. 
Giovanni  IV  indirizzò  all'imperato- 
re una  lettera,  coli'  apologia  del 
predecessore  Onorio  I,  nella  quale 
mostrava  che  questo  Papa  erasi 
sempre  attenuto  (con  s.  Leone  I,  e 
colla  chiesa  cattolica)  alla  dottrina 
di  due  volontà  in  Gesù  Cristo; 
eh*  egli  avea  negato  soltanto  esservi 
nel  Salvatore,  come  in  noi,  due 
volontà  contrarie  ed  opposte  l'una 
all'altra,  quella  della  carne,  e  quella 
dello  spirito;  che  avea  costantemen- 
te insegnato,  giusta  il  vangelo,  che 
Gesù  Cristo  avesse  la  volontà  della 
natura  uipana   unita  alla  sua  divi- 


ECU 

nità,  come  meglio  si  legge  appresso 
il  citato  La^bè  t.  V,  col.  1659.  Sem- 
bra, che  la  lettera  fosse  da  Giovanni 
IV  inviata  a  Costantino  figlio  di 
Eraclio,  perchè  questo  ultimo  era 
morto.  Costantino  nel  641  rivocà 
l'editto,  e  lo  condannò  al  fuoco. 
Ma  dipoi  avendo  l'imperatore  Co- 
Stante  pubblicalo  il  famoso  editto 
chiamato  Tipo  (^Fedi)  ad  istigazio- 
ne  del  patriarca  Paolo,  questi  fu 
condannato  dal  Pontefice  Teodoro 
I  siccome  diligente  in  estinguere 
ì'Ectesi  di  Eraclio.  F.  il  Mondelli, 
Dissert.  eccL  dissert  VII.  Sopra 
la  deposizione,  e  la  scomunica  di 
Pirro  Monotelita,  fatta  e  sottoscritta 
dal  Pontefice  Teodoro.  11  successore 
s.  Martino  I,  nel  celebre  concilio  te- 
nuto nel  Laterano  l'anno  649,  so- 
lennemente condannò  VEctesì  ed 
il  Tipo  di  Costante,  che  perciò  fe- 
ce rilegare  il  buon  Pontefice  in  Cri- 
mea. Nel  pontificato  di  Agatone  nel 
concilio  generale  VI,  costantinopo- 
litano III,  furono  condannati  nuo- 
vamente XEctesi  e  //  Tipo ,  ed  i 
monoteliti. 

ECUxMENICO  (Oecumenicus).  Pa- 
rola greca,  la  quale  significa  gene- 
rale o  universale,  la  terra  abitata  od 
abitabile.  Questa  parola  per  indicare 
un  concilio  venne  adoperata  la  prima 
volta  nel  concilio  generale  di  Calce- 
donia,  tenutosi  nel  ^^\.  L'annalista 
Rinaldi,  all'anno  347,  reputa  conci- 
lio ecumenico  il  sinodo  Sardicense, 
e  rende  ragione  sul  significato  della 
parola  ecumenico.  Alcuna  volta  gli 
africani  diedero  il  nome  di  ecu- 
menici ad  alcuni  concili,  ch'erano  sol- 
tanto composti  dei  vescovi  di  tutta 
l'Africa.  Ma  quali  sieno  i  concili  e^ 
cumenici,  colla  definizione  del  con- 
cilio veramente  ecumenico,  V.  l'ar- 
ticolo Concilio,  massimamente  nel 
-voi.  XV  a  pag.    1 59  del  Diùonarìo. 


ECU 


53 


Il  Macri,  Nat.  de*  vocah.  eccl,  dice 
che  il  concilio  ecumenico  è  chia- 
mato concilio  universale,  e  magnum; 
e  dice  che  plenarium  lo  chiamò  s. 
Agostino  neWepist.  162.  Sull'ecu- 
menicità de'concili  si  può  pure  leg- 
gere il  Bernini,  Storia  delle  eresie. 
.  In  quanto  al  titolo  poi  di  vcscO' 
va,  o  patriarca  ecumenico,  ci  per- 
metteremo questa  breve  digressione. 
Molti  patriarchi  di  Costantinopoli 
si  sono  arrogati  il  titolo,  e  la  di- 
gnità di  patriarchi  ecumenici,  ed 
ecco  in  qual  occasione.  Quando  Cor 
stanti  no  trasferì  la  sede  imperiale 
a  Bisanzio,  che  dal  suo  nome  chia- 
mò Costaptinopoli ,  decretò  che 
questa  città  godesse  di  tutti  gli 
onori,  diritti  e  privilegi,  che  un 
tempo  erano  stati  accordati  all'anr 
tica  capitale  dell'impero  romano, 
la  città  di  Roma.  Conseguente- 
mente i  vescovi  di  Costantinopoli 
(Fedi),  al  modo  che  dicemmo  a 
quell'articolo,  si  persuasero  d'avere 
su  tutto  l'oriente  la  stessa  giurjisdir 
zione,  che  i  romani  Pc^atefici  eser; 
citavano  nell'occidente.  L'anno  38  r, 
il  primo  concilio  tenuto  in  questa 
città,  ch'è  il  secondo  generale,  de- 
cise col  suo  terzo  canone,  che  U 
vescovo  di  Costantinopoli  avesse  le 
prerogative  d'onore  dopo  quello  di 
Roma,  perchè  quella  era  la  Roma  nor 
velia.  In  tal  guisa  questo  vescovo  fu 
collocato  sopra  i  patriarchi  d'Ales- 
sandria e  di  Antiochia,  i  quali  re- 
clamarono del  pari  che  i  sommi 
Pontefici  contro  questo  cambia- 
mento di  disciplina;  ed  incomin- 
ciando da  s.  Damaso  I,  sotto  dd 
quale  venne  celebrato  il  conciho, 
sino  ad  Innocenzo  III,  i  Papi 
non  riconobbero  mai  per  patriar- 
chi i  vescovi  costantinopolitani. 

Nel  concilio  di  Calcedonia  tenu- 
to Tanno  i5i,  ì  preti  e  i   diaconi 


i^  ÈCU  ECU 

della  chiesa  di  Alessandria,  preseli-  porta  Paolo  diacono,  de  gestìs  lori' 
farono  al  Pontefice    8.    Leone    i  //  gobardornm,  ca^.  Sy,  lib.  lV,che  al 
Magno,  che  per  mezzo  de*  suoi  le-  romano   Pontefice   soltanto    appar- 
sati presiedeva  a    questo    concilio,  tenesse    il  titolo  di  universale,  che 
un'  istanza  concepita  in  questi  ter-  si  arrogava  Ciriaco,    successore  nel 
mini  :  ji4l  santissimo ,    e  beatissimo  patriarcato  al  Dìghinatore. 
patriarca  ecumenico  della  gran  Ro-         Questa  qualità  di  ecumenico  non 
ma,  Leone.  Quindi  anche  i  patriar-  solo    deve    la    sua    origine  al  noto 
chi  di  Costantinopoli  presero  il  ti-  orgoglio  ed  all' ambizione  de' nomi- 
tolo    di   patriarca   ecumenico,    col  nati    patriarchi,    ma    è    incerta  ed 
pretesto  che  fosse  stato    dato   a    s.  anche  equivoca.    Sotto    il  nome  di 
Leone  I,  sebbene  questo  Papa  non  patriarca  ecumenico,  si  può  inten- 
se   lo  sia    mai    attribuito.  Nell'an-  dere  o  quegli  la    cui    giurisdizione 
no  5i8  il  vescovo  di  Costantinopoli  si  estende  universalmente   su  tutta 
Giovanni  III,   ed  Epifanio    l'anno  la  Chiesa,  o  quegli  che  si  conside- 
536  usarono  di  questo  titolo;  ma  ra  come  solo  vescovo   supremo,    e 
Giovanni  VI  patriarca    di  Costan-  che    riguarda    gli    altri    come  suoi 
tinopoli,  dipinto  da' greci    per    un  vicarii  o  sostituti,  o  finalmente  que- 
prelato  di  virtù  cospicue,  e  sopran-  gli  la  cui  autorità  si  estende  sopra 
nominato    il    Digiunatore,   prese  il  una  gran  parte  del  mondo ,    pren- 
titolo    di   ecumenico    e    di    vescovo  dendo  la  parola  universale  non  pel 
universale  anche  con    maggior   so-  mondo    intero,  ma  per    una    vasta 
lennità  in  un  concilio  di  tutto  l'o-  estensione    di    paese,    come  fece  s. 
riente,  che  avea  convocato    l'anno  Luca  e.  2,  v.  i.  Il  primo    di  que- 
587,    senza    averlo    partecipato  al  sti  tre  sensi,  che  é  il  più  naturale, 
Pontefice  Pelagio  li.  Questo  Papa,  è  quello  che   adotlò    il    concilio  di 
e  il  di  lui  •successore    s,    Gregorio  Calcedonia,  qualora  giudicò   che  si 
I,  il  Magno,  condannarono    inutil-  desse   questo    titolo    a    s.  Leone  I. 
mente  siffatta  arrogante  usurpazio-  Certamente  i  patriarchi  di  Costan- 
ne:  laonde  i    successori    del  Digiu-  tinopoli    lo    prendevano    nel     terzo 
tialore  conservarono  il  titolo  di  pa-  senso  per  arrogarsi  la  giurisdizione 
triarca  ecumenico,  come  l'usò  quel  su  tutto  l'oriente,    come  il  primo 
patriarca  che  nel   i43i   fu,  al  con-  dottore  della  loro  chiesa  si  chiamò 
cilio  di  Basilea.  Non   solo    s.    Gre-  Dottore  ecumenico.  Però  essi  anco- 
gorio  I  riprovò  l'alterigia  del    Di'  ra  avevano  torto  se   con    ciò    pre- 
giunatore,  ma  eziandio  riprese  quel-  tendevano  escludere  i  romani  Pon- 
la  di  Eulogio  patriarca  di  Alessan-  tefici     da     ogni    giurisdizione    sulle 
dria,  che  pur    si    denominava   pa-  chiese  orientali,  come  fecero  in  pro- 
triarca  universale.    Fu    alloi*a    che  gresso.  Il  secondo  è    assurdo   chia- 
s.  Gregorio  I   cominciò   ad   intito-  i*amente,   ed  è  quello    che    sembra 
larsi  in  tutte  le  sue  lettere,  col  ti-  aver  inteso  s.  Gregorio  I  riguardo 
tolo  opposto,  e  pieno  di  umiltà,  e  ai  patriarchi  di  Costantinopoli.  Egli 
di  modestia  :  Servo  de*  seni  di  Dio,  dice,  che  il  titolo  di  patriarca  ecu- 
la  qual  formola  tuttora    si  adopra  menico    è    una    bestemmia    contro 
dai  successori  di  lui.  Quindi  Boni-  l'evangelo,  e  contro  i  concilii;  che 
facio  III  del  607  ottenne  dall' im-  quegli  che  lo  prende  si  crede  il  so- 
peratore Foca,  con  decreto,  che  ri-  lo  vescovo,  e  priva  tutti   gli    altri 


ECU 

ddla  loro  dignità,  la  quale  è  d'istitu- 
zione divina.  Prima  eli  Foca,  T im- 
peratore Giustiniano  I,  con  V  epìst. 
ad  Joan.  Pont.,  appresso  Labbè 
Concilìor.  tom.  IV,  col.  174^,  Ar- 
duino t.  II.  col.  1146,  e  nella  L. 
S.  cod.  de  summa  Trin.  et  Fide 
catholicay  che  visse  ottani' anni  cir- 
ca prima  di  Foca,  avea  confessalo 
essere  Giovanni  IF,  Pontefice  ro- 
mano del  533,  //  cupo  di  tutte  le 
sante  chiese ^  e  nella  Novella  i3f, 
cap.  2,  il  primo  di  tutti  i  sacer- 
doti. Laonde  non  fu  il  decreto  di 
Foca  summentovato  per  istituire 
qualche  cosa  di  nuovo  sul  primato 
del  romano  Pontefice,  come  sup- 
pongono i  Centuriatori  di  Madde- 
burgo,  Cenlur.  7,  cap.  7,  pag^  121, 
ma  per  dichiarare,  che  al  sommo 
Pontefice  compete  il  nome  di  Uni- 
versale, come  ben  riflettono  i  due 
dottissimi  Cardinali  Baronio,  Anual. 
eccles.  an.  606,  num.  2,  e  Bellar- 
mino de  Rom.  Pont,  lib,  2,  cap.  17. 
Al  giorno  d'oggi  tutti  i  patriar- 
chi greci  prendono  il  titolo  d\  ecu- 
menico, come  i  patriarchi  giacobiti, 
nestoriani,  ed  armeni  si  appellano 
il  Cattolico  (f^edi),  che  significa 
parimenti  universale  j  ma  questa 
universalità  comprende  soltanto  l'e- 
stensione della  loro  setta.  Du  Gan- 
ge, Glossar.  Latin,  ^.l'erudita  let- 
tera di  Pompeo  Saruelli,  lett.  XL 
del  tom.  IX  delle  Lett.  Feci.  Per- 
cìiè  il  patriarca  di  Costantinopoli 
si  dice  ecumenico,  titolo  che  s.  Gre- 
gorio I  chiamò;  Stulti  nominis  pro- 
fanuni  vocabulum;  ed  osserva  che 
Anastasio  Bibliotecario  nella  prefa- 
zione del  VII  sinodo  %  Giovanni 
Vili,  dichiara  questo  titolo  ecume- 
nico, dicendo  che  il  patriarca  di 
Costantinopoli  non  è  universale  in 
tutto  il  mondo  come  il  Papa,  ma 
iu    una  sola    parte,    perchè    Oecu- 


EDE  5^ 

men,  significa  anche  abitazione;  e 
e  che  il  predicatore  evangelico  fu 
da  alcuni  appellato  Oecumenicus 
doctor.  Altre  erudizioni  sul  titolo 
e  nome  di  ecumenico,  si  possono 
leggere  nel  citato  Macri  alla  paro- 
la Oecumenicus^  ove  dimostra  la 
modestia  de'  Pontefici,  che  non  vol- 
lero farne  uso,  e  riporta  la  testi- 
monianza di  concili,  di  vescovi,  e 
persino  di  Menna  vescovo  di  Co- 
stantinopoli, che  chiamarono  i  Ro- 
mani Pontefici  ecumenici,  ed  uni- 
versali. Michele  Lorenz  stampò  in 
Argentina:  Fxamen  decreti  imp, 
P/iocae  de  Primatu  Romani  Ponti" 
ficis  j  e  prima  di  lui  Matteo  Pfal- 
fio,  Tempe  Helvet.  tom.  4»  sect.  5, 
ci  diede:  De  titulo  patriarchae  ce* 
eumeni  ci. 

EDDA  (s.)  Anglo-sassone  di  na- 
scita fu  s.  Edda,  e  consacratosi  per 
tempo  al  servizio  del  Signore,  nel 
monistero  di  s.  llda,  fu  destinato 
di  poi  al  vescovato  di  Dorchester 
presso  Oxford,  indi  a  quello  di  Win- 
chester. Nell'esercizio  dell'episcopa- 
to egli  si  adoperò  santamente,  e 
con  edificazione  de'suoi  diocesani,  e 
dopo  trenta  anni  di  cure  e  sollecitu- 
dini morì  ai  7  di  giugno  dell'anno 
7o5.  Nel  martirologio  romano  è 
assegnata  in   tal  giorno  la  sua  festa. 

EDEN ,  o  Paradiso  terrestre.  V. 
Paradiso. 

EDEN.  Sede  vescovile  dell*  Asia 
nella  Siria,  presso  il  fiume  Adonis, 
verso  il  nord  de'  cedri  del  Libano, 
all'oriente  di  Tripoli  sul  monte  Liba- 
no, dipendente  dai  maroniti,  presso  il 
monistero  dei  ss.  Sergio  e  Bacco,  in 
cui  il  vescovo  faceva  la  sua  residen- 
za. Si  hanno  notizie  di  tre  vescovi 
di  Eden,  già  conosciuta  anche  sot- 
to il  nome  di  Paradiso.  Stefano 
occupò  questa  sede  \  anno  1 397  ; 
Giorgio    fu    coQsagrato    nel    1096, 


^6  EDE 

ed  Elia  gli  successe  nel   i634.   O- 

riens   Christ.  t.  Ili,  p.  92,   e   93. 

EDESIO  (s.).  Edesio  nacque  nel- 
la Licia  provincia  dell*  Asia  minore. 
Ebbe  a  fratello  s.  Appiano,  che  sos- 
tenne il  martirio  a  Cesarea.  Fu  di 
professione  filosofo,  e  quantunque 
si  fosse  fatto  cristiano,  non  dimise 
però  le  insegne  della  primiera  sua 
instìtuzione.  A  Cesarea  segui  egli  i 
precelti  di  s.  Panfilo,  e  non  arros- 
siva in  faccia  ai  magistrati  di  con- 
fessare Gesù  Cristo,  per  cui  più 
volte  ebbe  a  soffrire  la  carcere,  e 
per  ultimo  ad  essere  condannato 
alle  miniere  di  Palestina.  Liberato 
in  progresso  da  si  cruda  destina- 
;zione,  passò  egli  in  Egitto,  e  giun- 
to in  Alessandria  si  senti  altamen- 
te commosso,  nel  vedere  persegui- 
tati i  cristiani  coi  più  fieri  tormen- 
ti, ed  esposte  le  vergini  donzelle  al 
ludibrio  di  vili  mercanti  di  schiavi. 
Infiammato  di  zelo  veramente  evan- 
gelico, non  potè  egli  più  contener- 
si, e  presentatosi  al  prefetto  Gero- 
eie,  ferissimo  persecutore,  lo  rim- 
proverò della  sua  crudeltà,  e  della 
sua  indegnità.  Gerocle  inferocito 
contro  di  lui  Io  fece  caricare  di  ca- 
tene, ed  assoggettatolo  di  poi  a  va- 
rie guise  di  torture,  alle  quali  sep- 
pe resistere  con  eroica  costanza,  il 
condannò  per  ultimo  ad  essere  git- 
tato  nel  mare,  in  cui  ebbe  termi- 
ne il  suo  sagrifizio.  Viene  onorato 
li  8  aprile. 

EDESSA,  Orfa,  o  Reha.  Città 
arcivescovile  della  Turchia  asiatica 
nella  Mesopotamia,  capo  luogo  del 
pascialatico,  e  del  sangiacato  del 
suo  nome,  e  situata  sul  pendio  di 
due  colline,  ed  in  riva  al  fiumi- 
cello  Scirtus,  detto  Ibrahim-Khalil, 
Je  cui  acque  vengono  condotte  in 
un  grande  bacino  quadrato  pieno 
(lì   una  moltitudine  di  pesci  consa- 


ÉDE 
grati  ad  Abramo,  e  che  non  pos- 
sono essere  toccati.    Circondata    da 
alte  mura,  fiancheggiate    da   torri, 
e  da  un  lato  precedute  da  un  fos- 
so scavato   nella  viva   roccia,' è    in 
oltre   difesa  da  un  castello   situato 
sopra  una  rupe.  Le    strade    hanno 
per  mezzo  un  canale,  e  sono  guar- 
nite di  case    solidamente    edificate. 
11  palazzo  del   pascià   è    vasto;    vi 
sono  parecchi  bagni  e  bazar  a  vol- 
ta assai  belli,  ed  un    maggior  nu- 
mero di  moschee  coi  minaretti  più 
o  meno  alti,  fra  le  quali    è    degna 
di  osservazione  quella  consagrata  ad 
Abramo.  Gli  armeni  vi  hanno  una 
chiesa,  presso  cui  risiede  il  loro  ve- 
scovo, ed    un    ospizio    fuori    della 
città.    Ragguardevole    n'è    il    com- 
mercio, ed  i  suoi  abitanti  si    com^ 
pongono    di    turchi,    arabi,    kurdi, 
armeni,   e    di    alcuni    pochi    ebrei. 
Alcuni  suppongono  che  questa  città 
corrisponda  all'  Ur  della  sagra  Scrit- 
tura,   altri  la    dicono    edificata    da 
Nembrod,  sotto  il  nome  di  Arach, 
chiamata  'poscia   CalLiroe,  o    Calir- 
hoCj  e    per    abbreviazione    Roe,    o 
Reha.  Sopra  la  montagna,    che  si- 
gnoreggia   il    forte,    veggonsi    delle 
ruine   consistenti  in  due    grandi    e 
belle  colonne  corintie,  che  gli  abi- 
tanti dicono  essere  gli  avanzi  del  pa- 
lazzo di  Nembrod,  ed  In  parecchie 
stanze  scavate  nella  roccia,  le  quali 
sembrano  d'  una  remota   antichità. 
Eusebio  la  disse  fondata  da  Seleu- 
co  I  re  di  Siria,   3o4  anni    prima 
di    Gesù    Cristo;    indi    divenne    la 
capitale    del    regno    di    Magdonia. 
Secondo  Polibio,   sotto    i  Seleucidi 
portò   il    nome    di    Antìocìàa.   Di- 
ventò Edessa  colonia  romana^  e  fu 
uno  dei  baluardi  dell'  impero  oppo- 
sto ai    Parti,   ed    ai    Persiani.    Nel 
1 17  venne  incenerita  da  un  corpo 
di  truppe  spedito  da   Trajano.  Fi- 


ÈUE 

lì;il incute  questa  città  fu  chiamata 
lùtessa,  da  un'  altra  città  di  Ma- 
cedonia, i  cui  abitanti  vi  si  rif'u- 
jjiarono,  ed  è  conosciuta  anche  sot- 
to I  nomi  di  Orfa,  Ourfa,  ed  Or- 
sa. La  città  sotto  il  nome  di  E- 
dessa  fu  celebre  allorché  partico- 
larmente la  dominarono  i  succes- 
sori di  Alessandro.  Divenne  egual- 
mente celebre  ai  tempi  delle  Cro- 
ciate (Fedì),  al  quale  articolo  si 
accennano  le  cose  principali,  ri- 
guardanti quegli  avvenimenti.  Al- 
lora diventò  la  residenza  del  Cour- 
tenay,  che  in  questa  parte  dell'  A- 
sia  avea  fondato  un  regno.  Il  Papa 
Lucio  II  ne  pianse  la  perdita,  quan- 
do nel  I  i44  ^11  tolt^  ^'  crocesigna- 
ti.  Gengis-Ran  la  saccheggiò  nel 
XIII  secolo,  e  Tameilano  nel  XIV; 
cadde  quindi  in  potere  de'  turchi, 
che  r  hanno  poi  sempre  conservata. 
Edessa  ricevette  la  fede  di  Gesù 
Cristo  sotto  Abgaro  armeno,  che 
n  era  re,  per  opera  di  Taddeo, 
imo  dei  settanta  discepoli  di  Gesù 
tristo.  Abbiamo  da  s.  Girolamo, 
Matth.  cap.  io,  che  Abgaro  aven- 
do ricuperato  prodigiosamente  la 
sanità,  si  fece  cristiano.  Eusebio, 
nel  lib.  I,  cap.  i3,  Istor.  Eccl.  , 
racconta  che  Abgaro  avea  scritto  a 
Gesù  Cristo,  di  cui  diceasi  parente, 
implorando  prospera  sanità,  cui  ri- 
spose Cristo.  Per  mezzo  dell'  apo- 
stolo s.  Taddeo  ricuperò  Abgaro 
la  lettera,  e'  si  fece  cristiano.  La 
tradizione  aggiunge  che  la  lettera, 
e  il  ritratto  al  naturale,  mandato- 
gli da  Cristo,  furono  dati  alle  mo- 
nache della  Chiesa  di  s.  Silvestro 
in  Capite  [Vedi),  di  Roma,  dove 
tuttora  si  conserva  il  ritratto.  Pri- 
ma però  l'immagine,  e  sino  al  944» 
si  conservava  con  gran  venerazione 
in  Edessa,  donde  fu  tolta  nell'impe- 
ro di  Romano,  che  la  fece  portare 


EDE  ^j 

a  Costantinopoli,  e  poscia  nel  i325 
venne  ti*asferita  in  Roma.  Questo 
trasferimento  da  altri  viene  asse- 
gnato verso  la  fine  di  questo  seco- 
lo. Altri  però  dicono  venerarsi  la 
vera  immagine  nella  chiesa  di  s. 
Bartolommeo  già  de'  basiliani  ar- 
meni in  Genova,  ed  ora  de'  bar- 
nabiti, come  si  legge  nella  Notizia 
istorico-critica  della  prodigiosa  effì- 
gie di  N.  S.  G.  C.  Oltreché  va  pu- 
re consultato  il  Carletti  nelle  Me- 
morie storico-criliche  della  chiesa, 
e  monistero  di  s.  Silvestro  in  capi- 
te di  Roma,  pag.  94,  capo  Vili: 
Della  immagine  Edessena  venera- 
ta in  questa  chiesa,  Genova  1828. 
Ma  di  tuttociò,  che  riguarda  que- 
sta sagra  immagine,  e  la  suddetta 
lettera,  parleremo  all'articolo  Re- 
gno antico  di  Armenia  (Fedi).  E- 
dessa  ebbe  i  suoi  re,  che  si  chia- 
mavano Abgari,  come  i  Tolomei  di 
Egitto,  e  i  Darli  di  Persia.  Il  re 
Abgaro,  il  quale  fiori  ai  tempi  di 
Marc' Aurelio,  fece  coniare  la  pro- 
pria effigie  insieme  a  quella  dell'im- 
peratore y  per  r  amistà  che  seco 
loro  passava.  Il  capo  del  re  è  co- 
perto da  un  berrettone  alla  per- 
siana con  di  dietro  la  legatura  co- 
me si  usa  nei  diademi,  avente  sot- 
to un  berrettino,  che  cuopre  le 
orecchie. 

Nel  terzo  secolo  venne,  stabilita 
in  Edessa  una  celebre  scuola,  e 
Macario  precettore  del  martire  Lu- 
ciano, vi  presedeva,  e  vi  conservò 
la  vera  fede  sino  all'imperatore  Ze- 
none, allorché  vi  s' introdusse  il  ne- 
storianismo.  Alla  metà  del  quarto 
secolo  il  cristianesimo  vi  aveva  fatti 
sì  grandi  progressi,  che  Giuliano 
r  apostata,  recandosi  alla  guerra  di 
Persia,  non  volle  onorare  di  sua 
presenza  la  città  nel  suo  passaggio 
appunto  perchè  em  tutta  cristiana. 


58  E  DE 

Ed  anche  quando  gì'  imperatori  Co- 
stanzo, e  Valente  facevano  tulli  i 
loro  sforzi  per  istabilirvi  l' ariane- 
simo, la  fede  ortodossa  si  con- 
servò sempre  pura,  e  senza  mac- 
chia. Questa  metropoli  della  pro- 
vincia Osroena,  nella  Mesopotamia, 
presso  Amida,  ed  A  leppo,  nel  pa- 
triarcato di  Antiochia  fu  eretta  nel 
quinto  secolo,  e  divenne  esarcato 
nel  duodecimo,  colle  seguenti  sedi 
per  sufTraganee:  Teodosiopoli  poi 
arcivescovato,  Carra,  Costanza,  Bat- 
hne,  Callinico  o  Leontopoli,  Circesia, 
Marcopoli,  Rimeria,  Dausara,  Ni- 
cefora,  Nova  Valenza,  Birba  seu 
Birtha,  Terimaco,  Monitilla,  Mo- 
niauga,  Macaria,  Anastasia,  e  Se- 
rogena. Inoltre  in  Edessa  vi  ebbero 
oltre  i  greci  seggio  episcopale  an- 
che i  siri,  i  nestoriani,  e  ì  latini 
al  tempo  delle  crociate,  quando  cioè 
venne  eretta  in  possente  contea, 
sotto  il  regno  di  Gerusalemme.  Il 
patriarca  di  Antiochia  vi  fece  un 
tempo  residenza,  e  perciò  ha  ap- 
partenuto ancora  alle  provincie  ec- 
clesiastiche dei  siri,  dei  giacobiti, 
degli  armeni,  ed  a  quella  di  Amido. 
Il  Rinaldi  ne' suoi  Annali  riporta 
la  conversione  alla  fede  degli  edes- 
seni,  e  le  notizie  del  loro  vescovo 
Barsameo  martire,  dei  martirizzati 
sotto  Trajano,  della  persecuzione 
di  Valente,  del  miracolo  della  cro- 
ce, per  la  quale  fu  difesa  da  Co- 
sroe,  della  rovina  cagionatale  dal 
fiume  Chaboram,  e  delle  ripara- 
zioni neir  anno  525,  a  cui  accorse 
r  imperatore  Giustino  I,  per  lo  che 
da  lui  ebbe  il  nome  di  Giustino- 
poli. 

Al  presente  in  Edéssa  avvi  una 
missione  di  religiosi  cappuccini,  e 
gli  armeni  appartengono  alla  giu- 
risdizione ecclesiastica  del  patriarca 
di    Cilicia.    Edessa,  Edessen.,  è   in 


EDE 

oltre  un  titolo  arcivescovile  in  par- 
tibus  infidelUtm,  che  si  conferisce  dai 
sommi  Pontefici.  I  titoli  vescovili 
paiimentr  in  parlibus,  e  sottoposti 
alla  metropoli  di  Edessa,  che  con- 
ferisce attualmente  la  santa  Sede, 
sono  sei:  Anastasiopoli,  Birla,  Cal- 
linico, Carra,  Dolica,  Dansara  e 
Marcopoli,  già  sedi  vescovili  suffra- 
ganee  della  stessa  Edessa.  \J  Oriens 
Christ.  tom.  II,  pag.  953,  e  seg. , 
e  la  Biblioth.  orient.  t  II,  p.  359 
e  seg. ,  fanno  il  novero  di  trenta- 
cinque vescovi  di  Edessa,  di  venti- 
nove giacobiti,  e  due  arcivescovi 
latini.  Gli  ultimi  arcivescovi  in  par^ 
tibus  di  Edessa,  sono  Francesco 
Bertazzoli  fatto  arcivescovo  da  Pio 
VII,  che,  nel  1823,  lo  creò  Cardi- 
nale; il  Cardinale  d.  Placido  Zur- 
la,  che,  essendo  da  Leone  XII  stato 
fatto  nel  1823  vicario  di  Roma, 
fu  fatto  consagrare  dal  Cardinal 
decano  della  Somaglia  in  arcive- 
scovo di  Edessa  ;  ed  Ignazio  Gio- 
vanni Cadolini  di  Cremona,  che  il 
regnante  Papa  Gregorio  XVI,  nel 
concistoro  de'  i3  febbraio  i838, 
trasferì  a  questa  sede  titolare,  da 
queHa  residenziale  di  Spoleto,  men- 
tre neir  anno  corrente,  nel  conci- 
storo de'  27  gennaio,  lo  pubblicò 
Cardinale  di  s.  romana  Chiesa,  ed 
in  quello  de*  3o  gennaio  lo  fece 
arcivescovo  di  Ferrara. 

EDESSA.  Città  vescovile  di  Ma- 
cedonia nell'Emazia,  più  remota- 
mente chiamata  Aegeas ,  diocesi 
dell'  lUiria  orientale,  sotto  la  me- 
tropoli di  Tessalonica.  Fu  celebre 
per  le  tombe  dei  re  di  Macedonia, 
che  ivi  porta vansi  a  seppellire.  Si 
hanno  notizie  di  cinque  vescovi  di 
Edessa,  Isidoro,  un  altro  di  cui 
non  si  conosce  il  nome,  Sofronio, 
Daniele,  e  Niceforo.  Orieiis  Christ. 
tom.  II,  pag.  80. 


EDI 

EDILBURGA  (s.).  Un  desiderio 
ardentissimo  di  giungere  alla  per- 
fezione cristiana  determinò  Edilbur- 
ga  ad  abbandonale  la  reggia  pater- 
na, e  ricoverarsi  in  Francia,  con- 
sacrandosi a  Dio  nel  monistero  di 
Faremoutier.  Alla  morte  di  s.  Fa- 
va, che  era  stata  la  fondatrice  di 
quel  sacro  ritiro,  ne  divenne  ella 
badessa,  e  seppe  edificare  colla  sua 
umiltà  e  carità  le  proprie  consorelle, 
santamente  morendo  col  generale 
compianto.  Nel  martirologio  roma- 
no, come  pure  in  quello  di  Fran- 
cia e  d'Inghilterra,  è  ricordala  la 
sua  festività  ai  7  luglio. 

EDILTRUDE  (s).    Figlia   Edil- 
Irude    del  pio    Anna  re    degli  est- 
Angli,  nacque    ad    Erminga,    nella 
contea    di     Suffolk.    Religiosamente 
educala    nel  santo    timor    di    Dio, 
divenuta  adulta,  fu  da' genitori  ec- 
citata ad  unirsi  in  matrimonio  col 
principe de'Girviani  meridionali  Ton- 
berchet,  col  quale  visse  in  continen- 
za perfetta.  Passati  tre  anni  in  san- 
ta unione,  col  consenso  del  marito, 
da  lui  si  staccò,  e  ritiratasi  nell'  i- 
sola  di  Ely,  condusse  una  vita  ve- 
ramente angelica  per  ben  anni  cin- 
que. Inclinata  per  indole  a  disprez- 
zare lutto  ciò  che  odorava  di  mon- 
do, dedita  allo  spirito  di  povertà  e 
di   umiltà,  tutto  il  suo    gusto    era 
il  cantare  di  e  notte  le  lodi  del  Si- 
gnore.   Un    tale    contegno    di   vita 
non  potea  restare  occulto  agli  occhi 
del  mondo,  e  quanto  più  ella  cer- 
cava per  umiltà  nascondere  le  sue 
virtù,  tanto  più    queste    risplende- 
vano, e  si  facevano  manifeste.  Eg- 
frido,  re  di  Northumberland,  fattosi 
anch' egli    ammiratore   di    si    gran 
donna,  tentò  ogni  maniera  per  con- 
durre Ediltrude,    già   fatta  vedova 
di  Tonberchet,  a  voler  seco  lui  pas- 
sare a  seconde  nozze.  Ediltrude  vi 


EDI  59 

aderì,  e  visse  con  questo  per  anni 
dodici,  sempre  però  in  continenza, 
consecrata  di  continuo  in  opere  di 
religione  e  pietà.  Finalmente,  per 
consiglio  di  s.  Wilfrido,  lasciata  la 
reggia  prese  il  velo  di  religiosa,  e 
si  ricovrò  nel  monistero  di  Coldin- 
gham,  allora  diretto  da  s.  Ebba. 
Nell'anno  672  fondò  due  monisteri, 
uno  dei  quali  diresse  in  qualità  di 
badessa,  e  morì  in  quello  li  i3 
giugno  del  679.  Molti  miracoli  fu- 
rono operati  alla  di  lei  tomba  al 
solo  tocco  delle  sue  reliquie,  ed  il 
giorno  a  lei  sacro  è  appunto  quel- 
lo della  sua  morte. 

EDIMBURGO,  o  EDEMBURGO, 
Ediniburgiuìi.  Città  vescovile,  capi- 
tale della  Scozia,  nell'  impero  brit- 
tanico,  un  tempo  sede  de' suoi  re 
prima  della  morte  di  Elisabetta  re- 
gina d*  Inghilterra,  e  quello  del  suo 
parlamento  prima  della  unione  dei 
due  regni,  ora  capoluogo  della  con- 
tea, e  della  nazionale  chiesa  pres- 
biteriana in  Iscozia .  È  sede  dei 
tribunali  superiori,  e  delle  prime 
amministrazioni  del  regno  di  Sco- 
zia. Edimburgo  è  situata  sopra  tre 
colline,  che  si  estendono  parallela- 
mente a  lato  l'una  dell'altra;  a 
sinistra  vi  è  la  città  antica,  oscura 
e  severa  come  i  fabbricati  dei  tem- 
pi cavallereschi,  ed  a  dritta  la  città 
nuova  splendida,  e  bianca  come 
un  palazzo  recentemente  costruito. 
La  città  vecchia  occupa  la  collina 
del  centro,  la  più  alta  delle  tre,  e 
cuopre  colle  sue  nuove  costruzioni 
la  collina  del  sud.  La  città  nuova 
occupa  la  collina  del  nord,  e  si 
estende  più  particolarmente  dalla 
parte  di  Leith,  le  cui  case  si  avvi- 
cinano ciascun  giorno  di  più,  e  fi- 
niranno col  riunire  queste  due  cit- 
tà. Delle  due  valli,  che  dividono 
le  colline,  quella  del  sud    è    quasi 


6o  EDI 

interanjeote  coperta  di  abitazioni  ; 
quelld  del  nord  ira  la  vecchia,  e 
la  nuova  città  è  la  più  larga,  e 
più  profonda,  ed  un  tempo  forma- 
va un  bacino  di  un  lago,  che  si 
disseccò  quasi  interamente,  conser- 
vando il  suo  nome  di  Norlh-loch. 
Col  mezzo  di  argini,  e  di  ponti 
stabiliti  attraverso  questa  valle,  ab- 
bellita da  case,  e  da  chiese,  queste 
óue  parti  comunicano  insieme.  Que- 
sta città  può  chiamarsi  l'Atene  del 
Word,  perchè  tale  la  caratterizzano 
molli  punti  di  rassomiglianza  topo- 
grafica con  quella  metropoli  della 
Grecia,  anche  non  avuto  riguardo 
alle  istituzioni  politiche,  e  lettera- 
rie, che  la  rendono  una  delle  ca- 
pitali più  cospicue  dell'  Europa  mo- 
derna, non  che  agli  ornamenti,  ed 
alle  memorie,  per  le  quali  potreb- 
be gareggiare  con  quasi  tutte  le 
altre  dell'Europa  antica.  Il  castello 
stimato  inespugnabile  prima  della 
invenzione  dell'artiglieria,  è  sepa- 
rato dalla  città  da  una  spianata,  è 
vasto  di  costruzione  irregolare  e 
gotica  ,  rinchiude  delle  grandi  ca- 
serme, e  gli  avanzi  di  una  residen- 
za reale,  in  cui  nacque  Giacomo 
VI.  In  una  delle  sale  di  questo 
edilìzio,  furono  deposte  all'  epoca 
della  unione,  le  insegne  del  regno 
di  Scozia. 

L' Holyrood,  palazzo  dei  re  di 
Scozia  edificato  dal  rinomato  cav. 
Bruzio  architetto  scozzese,  occupa  il 
luogo  di  una  antica  abbazia  di  tal 
nome,  tòndata  nel  i  128  dal  re  Da- 
vid I,  e  della  quale  ora  non  re- 
stano più  che  le  mura,  e  la  chiesa. 
E  questo  un  grande  edifizio  qua- 
drato in  pietra,  e  di  architettura 
greca  mescolata  alla  gotica.  Vi  si 
osserva  l'appartamento,  che  abitava 
Maria  Stuarda  regina  di  Scozia, 
QOjme  pure  una  lunga  galleiia    de- 


EDI 
corata  di  pretesi  ritratti  di  tutti  i 
re  della  Scozia,  da  Fei  gus  I,  e  nel- 
la quale  la  nobiltà  si  riunisce  ao-. 
Cora  per  eleggere  al  parlamento 
brittanico  i  pari  elettivi  della  Sco- 
zia. Questa  poizione  della  città 
contiene  inoltre  il  palazzo  del  par- 
lamento degno  di  osservazione  per 
la  gran  sala,  in  cui  radunavasi  la 
camera  dei  comuni.  Avanti  di  que- 
sto palazzo  vi  è  una  piazza  qua- 
drata, ornata  della  statua  equestre 
di  Carlo  II.  Altri  edifizi  contigui 
a  questo  palazzo  servono  per  la 
giustizia,  per  la  biblioteca  degli  av- 
vocati che  rinchiude  più  di  settanta 
mila  volumi,  e  mille  manoscritti; 
mentre  gli  altri  edifizi  sono  per  le 
sessioni  della  contea,  per  la  stam- 
peria reale  ec.  Avvi  pure  in  que- 
sta parte  della  città  antica  1'  edi- 
fizio della  università,  eretto  sopra 
un  vasto  piano.  La  borsa,  assai 
bello  edifizio,  e  la  banca  stanno  al 
lato  della  piazza  del  parlamento; 
l'antica  cattedrale,  da  ultimo  risar- 
cita dal  suo  cattivo  stato,  e  che 
occupa  una  parte  di  detta  piazza, 
è  vasta  e  maestosa  per  la  sua  for- 
ma gotica.  Fu  divisa  in  quattro 
cappelle  protestanti,  ed  una  por- 
zione dopo  la  riforma  si  converti 
in  uiììzio  di  polizia.  Vi  si  ammira 
la  torre  quadrata  sormontata  da 
due  arcate  a  giorno,  che  sostengo- 
no un'  alta  guglia,  e  che  figurano 
in  aria  una  corona  imperiale  sin- 
golare. In  fondo  della  valle  meri- 
dionale viene  la  stretta  strada  Cow- 
gate  attraversata  da  un  ponte  ele- 
gante, che  unisce  la  colhna  centra- 
le alla  meridionale.  La  porzione 
meridionale  di  Edimburgo  è  anco- 
ra più  amena  dalla  parte  centrale, 
e  vi  sono  piazze  eleganti,  come  ve 
ne  hanno  nella  città  nuova  deco- 
rate di  monumenti.  Tra  gli    edjfi-; 


EDI 

^.i  tlella  cìltìi  nuova  si  dislingué 
«[ttello  degli  archivi,  costruito  in 
uno  siile  grandioso,  ed  ornato  dei- 
fa  statua  in  marmo  bianco  di  Gior- 
gio IV.  Un  ponte,  situato  alla  c- 
stremità  della  strada  Princèstreet, 
serve  a  passare  alla  collina  di  Cal- 
ton-Hill,  alla  sommità  della  quale 
evvi  una  torre  di  gotico  stile,  e- 
stremamente  alta,  eretta  in  onore 
di  Nelson  ;  torre  che  domina  il 
^olfo  di  Forth.  In  vicinanza  è  l'os- 
servatorio, con  bella  camera  oscu- 
ra. Scendendo  sulla  destra  del  pon- 
te, si  distingue  un'  altra  torre  di 
ai-chifettura  greca,  ed  è  la  tomba 
del  celebre  isterico  Hume:  poco 
distante  vi  è  la  prigione  pei  gran- 
di colpevoli;  in  seguito  si  vede  una 
casa  di  correzione,  e  di  lavoro,  di 
lodevole  architettura,  e  ben  adatta- 
ta alla  sua  destinazione. 

Edimburgo  possiede  anche  altri 
monumenti,  ediflzii,  e  templi  degni 
di  osservazione.  Tra  quest'  ultimi 
nomineremo  la  chiesa  di  s.  An- 
drea, bello  edifìzio  ovale ,  il  cui 
portico  è  sostenuto  da  molle  co- 
lonne corintie  ;  la  chiesa  di  s.  Gior- 
gio col  suo  porticato  di  colonne  jo- 
niche;  la  cappella  cattolica  di  e- 
legante    architettura.     Le    cappelle 

•protestanti  di  s.  Paolo,  e  di  s.  Gio- 
vanni sono  due  bei  monumenti. 
Edimburgo  racchiude  puie  un  gran 
numero  di  templi  di  diverse  sette, 
molti  ospedali,  ed  ospizi,    di    cui  i 

fprincipah  sono  l'ospizio  di  Heniot, 
e    quello    di    Watson ,    l' ospedale 

'degli  orfani,  quello  della  Trinila, 
l'infermeria  reale^  e  molli  stabili- 
menti di  carila,  case  di  lavoro,  tea- 
tro, ecc.  Tra  gli  stabilimenti  poi 
di  pubblica  istruzione,  tiene  il  pri- 
mo posto  l'università  fondala  nel- 
l'anno i582  da  Giacomo  VI,  che 
fiorendo  progressivamente,  conta  da 


EDT  Si 

trenta  professori ,  e  più  di  due 
mila  studenti  :  è  particola rmenle 
celebre  per  le  due  scuole  di  dirit- 
to, medicina,  letteratura,  e  filosofia. 
Ha  una  biblioteca  di  più  di  cin- 
quanta mila  volumi,  un  museo  di 
storia  naturale,  ed  un  vasto  giardi- 
no botanico.  Sono  pure  a  rammen- 
tarsi la  scuola  di  grammatica  detta 
High-School,  la  società  reale  lette- 
raria istituita  nel  1782,  e  nelhi 
quale  sono  raccolti  e  pubblicali  i 
migliori  scrini,  la  società  reale  de- 
gli antiquari,  e  quella  di  agricol- 
tura, delle  manifatture,  e  delle  arti 
che  pubblica  delle  memorie,  ed 
accorda  vari  premi  d'incoraggia- 
mento. Evvi  pure  un  collegio  reale 
di  medicina,  e  di  chirurgia,  ed  un 
gran  numero  di  altri  stabilimenti 
tanto  pubblici  che  particolari,  pei 
progressi  delle  scienze,  e  delle  arti. 
Gran  parte  della  popolazione  di 
questa  città  si  compone  di  ricchi, 
scrittori  e  professori  distinti,  di  un 
gran  numero  di  genti  di  legge  e 
studenti,  e  per  conseguenza  è  la 
riunione  del  lusso,  della  cortesia,  e 
del  gusto.  Vi  sono  tre  banche  pri- 
vilegiate, e  la  popolazione,  secondo 
il  censo  fatto  nel  1841,  sorpassa  il 
numero  di  cento  settanlaquattro  mi- 
la abitanti.  I  dintorni  sono  ornali 
di  abitazioni  eleganti,  e  si  vedono 
ameni  passeggi  sul  Carlton-hill,  ed 
il  pendio  delle  colline,  che  scendo- 
no verso  Leilh,  è  occupalo  da  fab- 
bricati di  una  bella  architettura.  H 
Leilh,  Durolitiim,  è  alla  distanza 
di  una  lega,  sullo  stretto  di  Forth, 
e  riguardasi  come  il  porto  di  Edim- 
burgo. Questo  è  vasto,  ed  offre  sf- 
curissimo  asilo.  La  sua  vantaggiosi 
posizione  rende  molto  estesa  la  sua 
navigazione,  ed  il  marittimo  com- 
mercio. Un  buon  quinto  della  suin- 
dicata   popolazione    appartiene     al 


62  EDI 

porlo  di  Lei  ih.  Edimburgo  è  pa- 
tria di  molli  uomini  illustri,  come 
di  Barclay,  di  Burnet,  di  Halles,  di 
Hume,  di  Wilh,  di  Roberslon,  e 
di  altri. 

L'origine  di  Edimburgo  è  assai 
antica,  e  si  dice  che  occupi  il  luo- 
go di  una  stazioue  romana  chia- 
mala Alata  castra  da  Tolomeo. 
"Vuoisi,  che  di  questa  citlà  per  la 
prima  volta  abbia  fatto  menzione 
la  Chronica  Pictorum,  verso  Tanno 
955  sotto  il  nome  di  Eden,  nome 
che  alcuni  fanno  derivare  da  Eth 
re  dei  pitti,  ed  altri  da  Eclwin 
principe  sassone,  il  quale  fece  eri- 
gere il  castello  nell'anno  626,  e 
<liede  il  nome  di  Edwìnes-burg  alla 
città.  Questo  castello,  avendo  ser- 
vito di  residenza  e  ritiro  alle  figlie 
dei  re  pitti,  sino  all'epoca  del  loro 
matrimonio  ,  si  chiamò  Mayden- 
Caslle,  o  castello  delle  vergini  Ca- 
stellum  Puellarum,  ed  anche  Ane- 
da  o  Agneda  Castra  Puellarum. 
Né  mancano  altri  sloiici  di  asseri- 
re, che  Edimburgo  già  esisteva  nel- 
r  anno  854,  ed  era  una  citlà  con- 
siderabile. Si  pretende,  che  la  re- 
gina Margherita,  vedova  di  Mal- 
colm  III  Canmore,  re  di  Scozia, 
vi  morisse  nel  logS.  Nel  12 15  il 
parlamento  vi  fu  convocato  per  la 
prima  volta.  Nel  143/,  i  re  di  Sco- 
zia vi  facevano  già  la  loro  residen- 
za, e  vi  tenevano  regolarmente  il 
loro  parlamento;  da  ultimo,  verso 
l' anno  1 45*6,  Edimburgo  fu  riguar- 
data come  la  metropoli  del  regno 
di  Scozia  {Vedi). 

Nel  i633  il  re  d' Inghilterra,  di 
Scozia,  e  d' Irlanda  Carlo  I,  fece 
erigere  un  vescovato  in  Edimbur- 
go, sottoponendolo  all'  antica  metro- 
poli di  s.  Andrea.  L*  ultimo  vesco- 
vo di  Edimburgo,  e  l'ultimo  pre- 
lato di  Scozia,  dopo  X  abolizione  del 


EDI 

vescovato  in  questo  regno,  è  slato 
Giovanni  Bossi,  morto  in  Edimbur- 
go ai  3o  marzo  1720. 

La  Scozia  è  divisa  in  tre  distret- 
ti, ossia  tre  vicariati  apostolici,  o- 
rienlale,  occidentale,  e  settentrio- 
nale. Il  vicario  apostolico  dal  distret- 
to orientale  risiede  in  Edimburgo. 
Al  presente  lo  è  monsignor  Andrea 
Carrutheres  vescovo  Ceramense  in 
parlibus ,  eletto  a'  28  settembre 
i832  dal  regnante  Gregorio  XVL 
Il  coadiutore  di  lui  è  monsignor 
Gillis  vescovo  Limirense  in  parli- 
bus, eletto  dal  medesimo  Pontefice 
ai  28  luglio  1887.  Il  clero  da  ul- 
timo si  componeva  di  quindici  sa- 
cerdoti. Questo  distretto  orientale 
comprende  le  sette  seguenti  contee 
I.  Edimburgo.  2.  Dumfriess.  3. 
Forfar.  3.  Kircudbright.  5.  Peebles. 
6.  Perth.  7.  Stirling.  I  luoghi  ove 
trovansi  principalmente  i  cattolici, 
sono  Edimburgh,  Dumfriess,  Dal- 
beattie,  Dundee,  Perth,  Leith,  Creifif, 
e  Blairs.  I  cattoUci  di  tutto  il  di- 
stretto orientale  ascendono  a  circa 
diciottomila.  Colle  donazioni  fatte 
dal  nobilissimo  Giovanni  Menzies 
de  Pitsodels  si  è  eretto  in  Blairs 
un  grande  seminario  per  fornire 
missionarii  a  tutta  la  Scozia.  In 
Edimburgo  per  le  cure  di  monsi- 
gnor Gillis,  coadiutore  del  vicario 
apostolico  di  questo  distretto,  è  sta- 
to fondato  il  convento  di  s.  Mar- 
gherita. I  sacerdoti  vivono  di  pie 
oblazioni,  del  pari  che  il  vicario 
apostolico,  a  cui  la  sagra  congre- 
gazione di  Propaganda  Jidc  passa 
l'annuo  assegnamento  di  scudi  due- 
cento. Qui  notei'emo,  che  la  Scozia, 
prima  del  1827,  era  divisa  in  due 
distretti.  Accadde  in  quest*  epoca 
la  nuova  divisione  nei  tre  vicariati 
apostolici  orientale,  settentrionale, 
ed  occidentale,  come  dal  breve  del 


EDI 

Pontefice  Leone  XII,  in  data  del 
i3  febbraio  1827,  mandato  ad  ef- 
fetto nel  1828.  Inoltre  in  questa 
città  sono  stati  celebrati  i  seguenti 
concili. 

11  primo  si  adunò  nell'anno  1 1 77  ; 
e  Tenne  sospeso  un  vescovo.  An- 
glia  tom.  1. 

Il  secondo  si  celebrò  nel  1289, 
e  fu  presieduto  dal  Cardinale  Otto- 
ne legato  del  Pontefice  Gregorio 
IX.  Anglia  t.  I,  Mansi  t.  II. 

EDITA  (s).  Da  Edgaro  re  d'In- 
ghilterra sortì  i  natali  Edita  nel- 
l'anno 961.  Wulfrida  di  lei  madre, 
preso  il  velo  monacale,  si  ricovrò 
nel  monistero  di  Wilton,  e  volle 
seco  condurvi  anche  la  figlia,  to- 
gliendola così  dagli  occhi  del  mon- 
do, prima  ancora  che  il  conoscesse. 
Corrispose  perfettamente  Edita  alle 
cure  materne,  e  crebbe  ogni  dì 
più  neir  acquisto  delle  cristiane  vir- 
tù. Divenula  adulta,  spiegò  arden- 
tissimo  desiderio  di  consecrarsi  al 
Signore,  ed  avutone  non  senza  dif- 
ficoltà l'assenso  dal  padre,  fece 
formalmente  la  professione  religiosa. 
Ad  una  vita  contemplativa,  accop- 
piava ella  una  vita  attiva:  austera 
con  se  stessa,  era  con  le  sue  con- 
sorelle affabile^  e  tutta  carità,  e  ta- 
le si  mantenne  in  lutto  il  corso 
della  sua  vita.  Una  chiesa  a  s.  Dio- 
nigi ella  fece  fabbricare  in  Wilton, 
e  l'arcivescovo  s.  Dunstano  ne  fu 
il  consecratore,  e  questi  celebrando 
la  messa,  ebbe  la  rivelazione,  che 
la  vergine  Edita  quanto  prima 
morrebbe,  e  quaranta  giorni  dopo, 
il  giorno  16  settembre  984,  volò 
al  suo  Creatore.  11  santo  arcive- 
scovo ripose  le  spoglie  di  lei  nella 
chiesa  di  s.  Dionigi,  ed  in  tal  gior- 
no si  celebra  la  sua  festività. 

EDITTO.  Bando,  legge  pubbli- 
cata, edicuim.    Chiamasi    con    que- 


EDI  G3 

sto  nome  una  legge  generale,  che 
il  principe  fa  pubblicare ,  a  mezzo 
de'  suoi  ministri  pel  bene,  e  gover- 
namento  dello  stato ,  e  de'  sudditi, 
proibendo,  o  stabilendo  alcuna  co- 
sa, con  ordinamento  generale  o  par- 
ticolare. Editto  proviene  dal  termi- 
ne latino  edicerej  che  significa  dire 
pubblicamente,  far  sapere,  spiega- 
re ec, ,  come  si  legge  nel  Por- 
cellini. Nell'anno  i32  Salvio  Giu- 
liano fece  l'editto  perpetuo.  Del 
Salviano  editto  fa  menzione  Giu- 
stiniano I  imperatore  dicendo,  che 
con  esso  si  ordinava  primieramen- 
te, che  tutte  le  città  seguitasse- 
ro le  consuetudini ,  e  le  leggi  di 
Roma,  e  non  di  altro  luogo.  Pro- 
ponevano già  i  pretori  ad  arbitrio 
loro  gli  editti,  ch'erano  annui  e 
cominciavano  il  dì  primo  gennaio, 
e  terminavano  il  medesimo  giorno 
del  successivo  anno.  Ma  V  impera- 
tore Adriano  incaricò  Salvio  Giu- 
liano di  formare  un  editto  gene- 
rale ed  universale,  acciocché  di  es- 
so si  servissero  tutti  i  pretori ,  e 
perciò  si  chiamò  1'  editto  perpetuo. 
Esso  fu  nocivo  a'  cristiani ,  perchè 
venivano  costretti  a  vivere  secondo 
le  leggi  romane.  Dipoi  Rotari,  set- 
timo re  de'  longobardi  in  Italia,  fu 
il  primo  che  nel  687  pubblicò  una 
raccolta  di  leggi,  e  le  diede  il  ti- 
tolo di  Editto.  A  questa  raccolta  i 
re  successori  ne  aggiunsero  delle 
altre  ;  ed  altrettanto  in  seguito  fe- 
cero i  re  ed  imperatori  franchi,  e 
tedeschi,  come  descrive  il  Borgia, 
Memorie  istoriche  t.  I,  p.  284  e 
seg.  Si  dissero  editti  alcune  celebri 
ordinazioni,  fatte  per  volere  di  di- 
versi principi,  e  celebri  nella  storia 
ecclesiastica,  e  di  questi  daremo  qui 
un'  indicazione  ,  trattandosi  di  essi 
a'  rispettivi  luoghi,  ed  articoli  di 
questo  Dizionario. 


64  EDM  E  DM 

Nell'anno  9.o4  T imperatore  Se-  ce,  affabile,  condiscendente,  non  ai- 
vero  promulgò  un  editto  contro  i  tra  volontà  spiccava  in  Edmondo, 
cristiani.  Nell'anno  263  l' impera-  da  quella  in  fuori  di  seguire  i  de- 
lore  Gallieno  fece  promulgare  edit-  sideri  della  madre,  e  de' suoi  pre- 
ti favorevoli  alla  Chiesa,  ed  ai  cri-  cettori.  Percorsi  i  suoi  primi  sludi 
sliani  cassando,  ed  annullando  quel-  in  Oxford,  diede  subito  a  far  co- 
li che  fossero  contrari  all'una,  e  noscere  l'acutezza  del  proprio  in- 
agli  altri.  Nei  primi  del  quarto  se-  gegno.  Assiduo  all'  orazione,  ed  a- 
colo,  col  famoso  editto  di  Costan-  mante  del  ritiro,  non  si  accompa- 
tino  //  Grande,  e  di  Licinio  fu  da-  gnava  se  non  con  chi  era  infor- 
ta  la  pace  alla  Chiesa,  ed  accor-  malo  a  pietà.  Per  compiere  gli  stii- 
dato  il  libero  esercizio  al  cristia-  dii  fu  mandato  a  Parigi,  e  la  buo- 
nesimo.  Nel  546  Giustiniano  I  pub-  na  madre  nel  separarsi  da  lui,  lo 
blicò  il  famigerato  editto,  col  qua-  provvide  di  un  cilicio,  invitandolo 
le  comandò  a'  vescovi  di  condan-  ad  usarne  tre  volte  per  settimana, 
nnre  i  Tre  capitoli  {^Vedi),  quindi  affine  di  guarentirsi  dagli  adescnmen- 
nell'anno  553  lo  rivocò.  Celebri  ti  carnali.  Morta  intanto  la  madre, 
successivamente  furono  gli  editti  E-  e  da  lui  collocate  le  due  sorelle  in 
notico  (Fedi)  dell'imperatore  Ze-  un  monistero  di  benedettine,  prese 
none;  Ectesi  [Vedi),  dell'impera-  il  grado  di  maestro  delle  arti,  ed 
tore  Eraclio;  ed  il  Tipo  (Fedi),  insegnò  le  matematiche.  Per  una 
dell'imperatore  Costante.  Nel  726  visione  avuta  di  sua  madre,  si  de- 
l'imperatore  Leone  Vlsaiirico  pub-  terminò  ad  abbandonare  un  tale 
blicò  l'empio  editto  contro  le  sa-  insegnamento,  e  si  dedicò  alle  scien- 
^re  immagini,  e  fu  scomunicato  dal  ze  teologiche.  Innalzato  al  grado  di 
Papa  s.  Gregorio  II.  Nel  1598  En-  dottore,  lesse  in  quella  facoltà  pri- 
rico  IV  fece  pubblicare  il  notissi-  ma  in  Parigi,  indi  in  Oxford.  Or- 
ino editto  di  Nantes  (P^edi),  in  fa-  dinato  sacerdote,  si  diede  alla  pre- 
vore  degli  eretici  ugonotti.  Luigi  dicazione,  con  molto  frutto  delle 
XIV  il  rivocò  nel  i685.  L'editto  anime.  Dall'anno  12 19  sino  al 
solenne  poi  della  Cina  in  favore  1226  insegnò  la  logica  di  Aristoti- 
del  cristianesimo  venne  emanato  nel  le,  e  nello  stesso  tempo  sostenne  le 
1692,  e  si  legge  nel  Bercastel,  v^9to-  missioni  nelle  provincie  di  Oxford, 
ria  del  Cristianesimo,  voi.  XX VII,  Glocester,  e  Worcester,  per  ogni 
p.   55.  dove  riportando  strepitose    conver- 

EDMONDO  (s.).  Non  molto  prov-  sioni.  11  Pontefice  Gregorio  IX  in- 
veduti di  terrene  fortune  furono  i  formato  dello  zelo  ardentissimo  di 
genitori  di  Edmondo,  ma  assai  rie-  Edmondo  lo  destinò  ad  arcivescovo 
camente  forniti  della  grazia  divina,  di  Cantorbery,  ed  il  capitolo  con 
Rainaldo,  che  tale  era  il  nome  del  entusiasmo  lo  ricevette.  Vi  resiste- 
padre,  coli' assenso  della  moglie,  ab-  va  egli  per  umiltà,  ma  il  vescovo 
bandonò  il  mondo,  e  si  ricoverò  di  Salisbury  il  persuase,  e  nel  gior- 
nel  monistero  di  Evesham.  Mabi-  no  2  aprile  I252  fu  consacrato, 
la  di  lui  madre  prese  cura  dei  Maggior  lena  e  vigore  acquistando 
quattro  suoi  figli,  e  li  educò  tutti  dalla  sacra  unzione,  s'adoperò  egli 
con  cristiana  vigilanza  ad  innamo-  più  che  mai  ad  esercitare  l' episco- 
rarsi  dell'  evangelica  perfezione.  Dol-  pai  ministero.    Vigile  alla    clericale 


EDM 

disciplina,  sollecito  al  ricovero  di 
povere  fanciulle,  largo  coi  poveri, 
egli  era  tutto  a  tutti,  edificando 
col  suo  esempio,  e  persuadendo  coi 
suoi  sermoni.  Pieno  di  meriti,  e 
logoro  dalle  fatiche,  ed  austere  pe- 
nitenze, sentì  vicino  il  suo  fine.  Ri- 
cercato da  lui  slesso  il  sacro  Via- 
tico, così  con  il  Signore  si  espres- 
se :  iy  Signore,  io  vi  ho  predicato, 
9>  ho  insegnato  la  vostra  dottrina  : 
3*  voi  potete  rendermi  testimonian- 
«  za,  che  non  ho  mai  bramalo  al- 
«  tro  che  voi  sulla  terra  ;  voi  ve- 
»>  dete  che  il  mio  cuore  altro  non 
»  brama  se  non  che  sia  fatta  la 
«  vostra  santa  volontà  ".  Il  dì  ap- 
presso ricevette  1'  estrema  unzio- 
ne, e  preso  in  mano  il  Crocefisso, 
e  stretto  tenendolo,  e  di  spesso  ba- 
ciandolo, noi  depose  se  non  quando 
spirò.  Nel  giorno  16  novembre  del- 
l'anno 1242  seguì  la  sua  morte. 
Molti  furono  i  miracoli  operati  per 
mezzo  di  questo  santo  arcivescovo, 
per  cui  il  Pontefice  Innocenzo  IV 
nell'anno  1247  Io  elevò  all'onore 
degli  altari. 

EDMONDO  (s.).  Discendente  da- 
gli, antichi  re  della  gran  Brettagna, 
fu  posto  sul  trono,  e  coronato  Ed- 
mondo nell'età  di  anni  i5,  il  gior- 
no di  Natale  dell'anno  855.  Fu 
egli  un  ottimo  re,  ed  ebbe  informa- 
to il  suo  cuore  a  pietà,  ed  a  som- 
ma religione.  Nemico  degli  adula- 
tori, volea  egli  tutto  conoscere  per 
provvedere  al  ben  essere  de'  suoi 
sudditi.  Con  integrità  amministrò 
la  giustizia,  e  la  religione  fece  fio- 
rire ne'  suoi  stati.  Li  poveri  aveano 
in  lui  un  padre,  le  vedove  ed  i 
pupilli  un  difensore,  ed  il  sostegno 
i  deboli.  Scorsi  quindici  anni  da 
che  regnava  sui  suoi  sudditi,  Ed- 
mondo venne  assalito  dai  danesi. Non 
preparalo  alla  guerra,  perchè  fidu- 

VOL.     XXI. 


EDU  65 

ciato  sulla  lealtà  de*  trattati,  debo- 
le fu  l'opposizione  che  ei  fece,  e 
rifiutando  dai  nemici  le  condizio- 
ni proposte,  perchè  contrarie  al- 
la giustizia,  ed  alla  religione,  pre- 
ferì meglio  esporsi  alla  morte,  che 
tradire  la  propria  coscienza.  Fatto 
prigioniero,  mentre  fuggiva,  fu  tra- 
dotto alla  tenda  dell'  inimico,  e  ca- 
ricato di  catene,  e  fieramente  per- 
cosso, tutto  egli  soffriva  paziente- 
mente. La  costanza  di  Edmondo 
accrebbe  il  furore  di.  que' barba- 
ri, e  legato  ad  un  albero  diven- 
ne bersaglio  di  una  tempestai  di 
frecce  scaricategli  contra,  e  per  ul- 
timo fu  condannato  alla  morte.  Ai 
20  novembre  dell'anno  870  subì  il 
martirio,  e  la  chiesa  in  tal  giorno 
lo  annovera  fra'  suoi  santi. 

EDUARDO  (s.).  Da  Etelredo  H 
re  d' Inghilterra,  e  da  Emma,  du- 
chessa di  Normandia,  nacque  Eduar- 
do. I  primi  anni  di  sua  gioventù 
furono  inquietati  dalle  scorrerie  dei 
danesi,  che  usurpatogli  il  trono  pa- 
terno,  lo  costrinsero  a  rifugiar- 
si presso  Salomone  re  d'  Ungheria. 
Educato  sotto  la  cura  di  questo 
principe,  e  molto  bene  addentratosi 
nelle  scienze  umane,  profondo  cul- 
tore si  rese  poi  in  quella  della  re- 
ligione. Visse  egli  molti  anni  lon- 
tano dalla  reggia  paterna,  ma  sem- 
pre però  tranquillo,  e  paziente,  dan- 
dosi a  conoscere  da  tutti  per  un 
principe  fornito  di  tutte  le  qualità 
necessarie,  per  saggiamente  gover- 
nare uno  stato.  Chiamato  finalmen- 
te dalla  nazione,  salì  sul  trono  pa- 
terno Eduardo,  e  fu  consegrato  il 
giorno  di  Pasqua  del  1042  in  età 
di  circa  quarant'anni.  Quantunque 
occupato  nelle  cure  del  soglio,  non 
dimenticò  punto  quelle  dalla  reli- 
gione prescritte.  Spoglio  di  umane 
passioni,  impiegava  tutte  le  sue  ren- 


m  EDU 

dite  nel  ricompensare  i  suoi  fe- 
deli servitori,  nel  sollevare  i  men- 
dici,  nel  dotare  chiese  e  monisteri. 
Anche  sul  trono  conservò  il  vo- 
to di  castità  perpetua,  a  cui  si 
era  astretto  privato,  e  quantun- 
que impalmatosi  ad  Edi  Ita  figlia 
di  Godwino,  visse  con  lei  come  fra- 
tello a  sorella.  Durante  il  suo  esi- 
lio in  Normandia  avea  fatto  voto  di 
visitare  la  tomba  di  s.  Pietro  in 
Roma,  qualora  Iddio  si  fosse  de- 
gnato di  porre  fine  alle  disgrazie 
di  sua  famiglia.  Ristabilito  solidamen- 
te sul  trono,  apparecchiò  delle  ric- 
che offerte  per  l' altare  del  santo 
apostolo,  e  si  disponeva  per  la  par- 
tenza. Somma  fu  la  costernazione, 
che  produsse  nei  ministri  tale  no- 
tizia, temendo  essi  che  V  allonta- 
namento di  un  re  sì  vigile  cagio- 
nare potesse  allo  stato  un  gra- 
ve danno,  e  colle  lagrime  agli  oc- 
chi lo  pregarono  a  cangiare  divisa- 
mento.  Intenerito  il  buon  re  da  si 
affettuose  suppliche,  spedì  a  Roma 
Aelredo  arcivescovo  di  Yorck,  Er- 
niano  vescovo  di  Winchester,  e  due 
abbati  per  consultare  il  Pontefice 
s.  Leone  IX.  Il  Papa,  udite  le  ra- 
gioni, dispensò  il  re  dall'adempi- 
mento del  voto,  a  condizione  però 
di  versare  in  mano  dei  poveri, 
quello  che  speso  avrebbe  nel  viag- 
gio di  Roma,  e  che  fabbricare,  o 
dotare  dovesse  un  monistero  in 
onore  di  s.  Pietro.  Udita  dal  re  la 
pontificia  decisione,  si  diede  subito 
ad  eseguire  quanto  gli  venne  pre- 
scritto. Piantati  in  Westminster  la 
nuova  chiesa  ed  il  monistero,  pen- 
sò pure  alla  cerimonia  della  dedi- 
cazione, ed  il  giorno  stabilito  vi 
assistette  anche  formalmente,  ma 
non  potè  trattenersi  fino  alla  fine, 
perchè  sorpreso  da  improvviso  mal  es- 
sere. Postosi  a  ietto,  non  pensò  ad 


EDW 

altro,  che  a  prepararsi  alla  morte. 
Munito  dei  santissimi  sacramenti, 
attendeva  tranquillo  il  suo  fine. 

Vedendo  la  sua  sposa  a  piange- 
re, con  questi  accenti  la  confortò  : 
w  non  piangete:  io  non  morrò, 
«  ma  vivrò j  spero,  lasciando  que- 
«  sta  terra  di  morte,  di  entrare 
»  nella  terra  de' vivi,  per  godervi 
«  la  beatitudine  de'santi  ".  Rivolto 
poscia  ad  Aroldo  e  ad  altri,  rac- 
comandandola, fe'loro  noto,  che  ri- 
masta era  ella  vergine.  Mori  pla- 
cidamente il  dì  5  gennaio  del  io6l3, 
in  età  di  anni  sessantaquattro,  dopo 
trentatre  di  regno.  Col  pianto  dei 
sudditi  fu  in  un'  urna  rinchiuso  il 
suo  corpo,  e  nell'anno  1102  venne 
trovato  incorrotto.  Molti  furono  i 
miracoli  operati  alla  sua  tomba , 
ed  il  Pontefice  Alessandro  III  nel 
I  161  lo  canonizzò,  e  due  anni  do- 
po s.  Tommaso  arcivescovo  di  Can- 
torbery  fece  la  solenne  traslazione 
delle  sue  spoglie  il  giorno  i3  ot- 
tobre, in  cui  fu  assegnata  la  sua 
festa  principale,  che  il  concilio  di 
Oxford  tenuto  nel  1222  ordinò 
fosse  di  obbligo  in  Inghilterra. 

EDWIGE  (s.).  Di  sangue  illu- 
stre sortì  i  natali  Edvv^ige,  ed  in- 
formata per  tempo  dagli  esempi 
deUa  pia  sua  madie  ad  ogni  gene- 
re di  virtù  cristiana,  crebbe  incli- 
nata sempre  alla  pietà.  Posta  dai 
suoi  genitori  nel  monistero  di  Lui- 
zingen  in  Franconia,  nel  dodice- 
simo anno  di  età  fu  da  quello 
levata  per  farla  sposa  ad  Enrico 
duca  di  Slesia.  Acconsentì  ella  agli 
sponsali  per  ubbidienza,  e  corrispo- 
se nulladimeno  ai  doveri  tutti  a 
guisa  della  donna  forte,  ricordata 
nel  libro  dei  Proverbi  cap.  XXXI, 
num.  IO  ec.  Ebbe  sei  figli,  e  tutti 
li  allevò  nel  santo  timore  di  Dio. 
La  sua  casa  risplendeva  della  più  sen* 


EDW 
tita  carità  verso  i  poverelli,  di  cui  ella 
ne  nutriva  ogni  giorno  tredici  in  o- 
nore  di  Gesù  Cristo,  e  de'suoi  aposto- 
li, li  serviva  alla  mensa,  lavava  e 
baciava  per  fino  le  ulceri  de'lebbrosi. 
Le  sue  entrate  venivano  tutte  con- 
sumate nel  soccorrere  gì'  indigenti. 
Da  ardente  zelo  animala,  per  sem- 
pre più  perfezionarsi,  col  consenso 
del  marito,  si  divise  da  lui,  e  si 
ritirò  in  un  monistero  vicino  a  Treb- 
nitz.  Indossato  un  grossolano  abi- 
to, cinta  di  cilicio,  digiunava  tutti 
i  giorni,  meno  le  domeniche,  e  co- 
mechè  di  debile  tempera,  non  man- 
giò mai  per  quaranta  anni  ne  car- 
ne né  pesce.  Una  sola  volta  in  oc- 
casione di  malattia  deviò,  e  per 
indurla  a  questo,  non  vi  volle  nien- 
te meno,  che  un  ordine  dello  stesso 
Pontefice.  Passava  gran  parte  delle 
notti  in  orazione,  gustando  interne 
consolazioni,  e  rapimenti  in  Dio. 
Neiranno  i238  il  duca  di  Polonia 
suo  sposo  santamente  morì,  ed  el- 
la in  allora  vestì  l'abito  fra  le  re- 
ligiose di  Trebnitz,  e  visse  sotto  la 
guida  della  propiia  figlia  Gertru- 
da^  che  n'era  abbadessa,  non  sot- 
tomettendosi però  ai  solenni  voti, 
per  poter  con  più  libertà  soccorre- 
re i  miseri.  La  profonda  sua  umil- 
tà fu  ricompensata  dal  dono  dei 
miracoli,  anche  vivente,  e  molte 
furono  le  guaiigioni  col  suo  mez- 
zo operate.  Predisse  ella  il  suo  ter- 
mine, e  quando  si  sentì  assalita 
dal  male,  volle  anche  prima  del 
pericolo  ricevere  l' estrema  unzio- 
ne. Con  il  pensiero  sempre  fitto 
nella  passione  di  Gesù  Cristo,  vo- 
lò al  cielo  il  giorno  i5  ottobre 
1243.  Il  Pontefice  Clemente  IV 
nel  1266  la  canonizzò,  e  Papa  In- 
nocenzo XI  ordinò  la  sua  festa  il 
dì    1 7  di  ottobre. 

EDWL\0  (s.).  ^acque   Edwiuo 


EDW  67 

da  Alla  re  di  Deire.  Morto  il  pa- 
dre suo,  venne  egli  spogliato  de'suoi 
stati  da  Etelfredo,  e  quindi  neces- 
sitato a  ricoverarsi  presso  Redwal- 
do  re  degli  Angli-orientali.  Avver- 
tito Edwino  da  un  amico  fedele, 
che  la  sua  vita  era  insidiata,  si  mi- 
se in  grande  agitazione,  quando  tro- 
vandosi una  notte  sulla  soglia  del 
palazzo,  uno  sconosciuto  lo  assicu- 
rò che  ricuperato  avrebbe  il  suo 
regno,  se  promettesse  di  attendere 
a  quanto  gl'indicherebbe .  Questo 
straniero  gli  pose  la  mano  sopra 
il  capo,  e  lo  invitò  a  ricordarsi 
di  un  tal  segno .  Redwaldo  per 
consiglio  della  moglie  mosse  guer- 
ra ad  Etelfredo,  lo  vìnse,  e  mi- 
se sul  trono  l'esule  Edwino.  Assi- 
curato sul  soglio,  e  favorito  dal- 
le sue  armi,  si  rese  in  breve  for- 
midabile. Si  unì  in  matrimonio 
con  Edilburga  figlia  di  sant'Etel- 
berto  primo  re  cristiano  d'Inghil- 
terra, e  per  patto  nuziale  fu  libe- 
ra la  principessa  sposa  a  professa- 
re il  cristianesimo.  Un  sicario, 
comperato  dal  re  de' West-Sassoni, 
attentò  con  un  pugnale  di  uccide- 
re Edwino,  ma  un  suo  fedele  mi- 
nistro frappostosi  riparò  il  colpo,  ri- 
portando bensì  una  grave  ferita. 
Edwino,  ringraziati  gli  dei  per  l'e- 
vitato pericolo,  fu  avvisato  dal  ve- 
scovo san  Paolino  ,  che  dirige- 
va la  coscienza  della  regina ,  di 
rivolgere  al  vero  Dio  piuttosto  i 
suoi  ringraziamenti,  provandogli  ad 
evidenza  quanto  sacrilego  era  il 
culto,  che  prestava  a  quelle  false 
divinità.  Con  piacere  Edwino  a- 
scoltò  l'ammonizione,  e  s.  Paoli- 
no ispirato  dal  Signore,  gli  ricordò 
per  ultimo  il  segno  avuto  dallo 
straniero  sul  di  lui  capo,  e  la  pro- 
messa ch'egli  ne  fece.  Edwino  da 
uua  forza  interua    tutto  compreso, 


158                    ÈFE  EFE 

deliberò  suU' istante  di  abbracciare  tempio  di  Diana,  già  venerata  nel 
il  cristianesimo.  Convocato  il  con-  paese.  I  nuovi  coloni  fondarono  la 
siglio  de'  ministri,  fece  loro  palese  loro  città  a  sette  stadii  da  questo 
la  risoluzione  presa,  ed  ordinò  sul  edifizio,  ma  allorché  Creso  la  dis- 
fatto la  distruzione  de' templi  con-  trusse,  venne  rifabbricata  in  mag- 
sagrati  agi'  idoli.  gior  vicinanza  del  tempio.  Lisiraa- 

II  giorno  di  pasqua  del  627,  co  trasportolla  in  una  situazione 
anno  undecimo  del  suo  regno  in  più  salubre  ed  estesa ,  presso  al 
Yorck,  ricevette  il  battesimo,  e  git-  monte,  una  porzione  del  quale, 
tò  le  fondamenta  di  una  chiesa  as-  secondo  Strabene,  fu  rinchiuso  cn- 
sai  vasta  dedicata  a  s.  Pietro,  la  tro  le  sue  mura.  La  cittadella  di 
quale  ebbe  poi  il  suo  compimento  Efeso,  apparentemente  opera  de' gre- 
sotto  il  regno  di  s.  Osvaldo  suo  ci  imperatori,  stava  in  questo  mon- 
successore.  Grande  fu  lo  zelo  del  te.  Un  superbo  acquedotto  costrut- 
nuovo  convertito  per  la  diffusione  to  in  marmo  portava  dell'acqua  in 
dell'  evangelio  ne'  suoi  stati,  e  la  città  :  bello  pure  era  il  teatro,  che 
nazione  inglese  con  fervore,  pari  ai  vedevasi  fra  la  città  ed  il  tempio, 
primi  cristiani,  ricevette  la  fede  di  Alla  costruzione  di  questo  ultimo 
Gesù  Cristo.  Nell'anno  diciassette  presiedette  l'architetto  Ctesifone,  e 
del  suo  regno,  volle  Iddio  visitarlo  non  fu  compito  se  non  dopo  due- 
colle  tribolazioni,  e  Penda  principe  cento  venti  anni  di  lavoro,  può 
reale  di  Mercia  ne  fu  l'istromento.  dirsi  a  spese  comuni  di  tutta  l'A- 
Mosse  egli  gueira  ad  Edwino  non  sia  minore.  Scrive  Plinio  che  la 
solo,  ma  anche  alla  religione  catto-  prima  invenzione  di  porre  le  co- 
lica. Il  re  per  zelo  si  mise  alla  te-  lonne  sopra  un  piedistallo,  e  di  or- 
sta  dell'armala,  si  rivolse  contro  il  narle  di  capitelli,  e  di  vasi,  fu  pra- 
nemico,  e  nella  provincia  di  Yorch  ticata  in  tale  incontro.  Aveva  il 
oggidì  HatfieljJ,  successe  lo  scontro,  tempio  centoventisette  colonne ,  e- 
e  il  santo  re  fu  ucciso.  Venne  rettevi  da  altrettanti  re  :  era  lun- 
egli  tumulato  a  Whithy,  e  la  sua  go  quattrocentoventisei  piedi,  largo 
testa  fu  posta  nell'atrio  della  chiesa  duecentoventi ,  ed  ornato  di  porte 
di  Yorck.  I  calendari  inglesi  lo  di'  legno  di  cipresso,  con  lavori  di 
dichiarano  martire.  La  morte  di  legno  di  cedro,  e  con  istatue  e  qua- 
lui  avvenne  l'anno  633,  quaran-  dri  d'inestimabile  lavoro  e  prezzo, 
toltesimo  di  sua  età.  il  perchè  ben  a    ragione    l' edifizio 

EFESO  (Ephesiis).  Città  arci-  venne  considerato  per  una  delle 
vescovile  dell'Asia  minore,  nella  sette  maraviglie  del  mondo.  Si  edi- 
Jonia,  che  qualcuno  chiamò  Fige-  fico  in  luogo  paludoso  affinchè  non 
na,  et  Ortygia.  Era  situata  presso  soggiacesse  alle  conseguenze  del  ter- 
al  mare  Egeo,  in  una  pianura  irriga-  remoto,  o  di  apriture  di  terra.  Ac- 
ta  dal  Caistro,  al  nord  ed  in  vicinan-  ciocché  poi  i  fondamenti  di  tanto 
za  del  monte  Corissus^  ed  al  sud  del  monumento  per  la  lubricità  del  si- 
monìa Gallesiufi,  sulla  riva  sinistra  to  non  patissero  pregiudizio,  furon- 
del  Caistro.  Pare  che  questa  città  vi  posti  de' carboni  ben  adcati,  e 
esistesse  prima  dell'arrivo  de' greci  velli  di  lane.  Ma  il  vano  Eroslra- 
neir  Asia,  ma  che  fosse  allora  sol-  to,  smanioso  di  rendersi  al  mondo 
tanto  un  piccolo  villaggio  vicino  al  in  qualche  modo  rinomato ,  e  ve- 


EFE 

dendo  che  tutto  gli  riusciva  sini- 
stramente, e  che  giammai  poteva 
raggiungere  il  suo  intento ,  conce- 
pì, ed  esegui  l'ardito,  ed  iniquo  di- 
segno di  bruciare  in  una  notte  il 
tempio.  Questo  arse  di  fatto  in  quel- 
la notte  in  cui  nacque  il  grande 
Alessandro,  cioè  il  sesto  giorno  del 
mese  dai  greci  chiamato  Hecatom- 
bacon ,  trecento  cinquantasei  anni 
avanti  l'era  cristiana.  Gli  efesi  si 
resero  solleciti  di  rilàbbricarlo ,  ri- 
fiutando l'offerta  loro  fatta  da  A- 
lessandro,  quando  prese  la  città  il 
terzo  anno  della  CXI  olimpiade,  o 
334  anni  prima  di  Gesti  Cristo,  di 
pagare  cioè  ogni  spesa  occorrente 
per  una  tale  opera,  purché  fosse 
posto  sulla  fronte  del  nuovo  tem- 
pio il  suo  nome.  Vitruvio  dice  po- 
sitivamente, che  il  tempio  di  Efe- 
so è  il  pili  antico  di  quelli,  in  cui 
l'arte  giungesse  alla  sua  perfezione, 
ed  il  primo  in  cui  sia  stato  usato 
Tordiiie  jonico.  Dipoi  fu  spogliato 
delle  sue  ricchezze  da  Nerone.  Sot- 
to l'imperatore  Gallieno,  gli  sciti, 
ed-i  goti  lo  rovinarono  quasi  del 
tutto,  e  dicesi  che  finalmente  sia 
stalo  distrutto  in  virtù  dell'editto 
di  Costantino,  il  quale  ordinava  la 
demolizione  di  tutti  i  templi  de'  pa- 
gani. A  cagione  di  questo  tempio 
Efeso  era   frequentata  assai. 

In  questa  città  era  vi  pure  un 
tempio  di  Venere,  la  quale  ne  avea 
un  altro  nel  territorio,  nelle  cui 
vicinanze  i  rodiani  batterono  la  flot- 
ta di  Tolomeo.  Efeso  aveva  diversi 
arsenali,  ed  un  bel  porto,  che  le  recò 
molto  vantaggio;  era  una  delle  cit- 
tà jonie,  anzi  venne  considerata  la 
metropoli  della  Jonia  ;  e  tra  le  al- 
tre primarie  città  dell'  Asia  occupò 
un  posto  distinto.  Ebbero  gli  Efesi 
r  accorta  politica  di  mantenersi, 
finché  fu    loro   permesso,   attaccati 


EFE  69 

al  partito  del  più  forte,  al  tempo 
della  guerra  tra  gli  ateniesi,  ed  i 
lacedemonii.  Alessandro  qual  vin- 
citore entrò  in  Efeso,  e  per  ricom- 
pensare il  popolo  della  confidenza, 
che  da  lungo  tempo  aveva  in  lui, 
come  quello  che  doveva  liberarlo 
dal  giogo  persiano,  vi  ristabilì  il 
governo  democratico,  ed  un  senato. 
Dopo  la  sua  morte  questa  città  di- 
venne preda  de' successori  di  lui, 
che  se  la  tolsero  successivamente. 
Lisimaco  la  prese,  e  poscia  Antigo- 
no se  ne  fece  padrone.  Efeso  era 
alcun  poco  restituita  al  suo  antico 
splendore,  ma  sempre  in  potere 
dei  re  di  Siria,  allorché  Annibale 
venne  in  questa  città,  per  abboc- 
carsi con  Antioco  sul  modo  di  fare 
una  guerra  sicura  contro  i  romani, 
i  quali  non  ostante  rimasero  vinci- 
tori. Manlio,  dopo  aver  vinto  i  Ga- 
lazii,  quivi  passò  l' inverno.  Questa 
città  era  allora  in  potere  de' Ro- 
mani, i  quali,  sebbene  molto  nume- 
rosi, furono  tutti  trucidati  per  or- 
dine di  Mitridate.  Qualche  tempo 
dopo  Lucullo  quivi  diede  magnifiche 
feste,  giacché  il  proconsole  dell'Asia 
vi  soleva  risiedere.  Pompeo,  Cice- 
rone, ed  Augusto,  vollero  visitare 
questa  celebre  città.  Scipione  s'im- 
padronì dei  tesori  del  tempio,  e 
Tiberio  fece  restaurare  una  gran 
parte  degli  edifizi,  che  più  avevano 
sofferto  nella  guerra  degli  ultimi 
anni  della  repubblica.  Nei  .  primi 
secoli  fu  presa,  e  saccheggiata  dai 
persiani.  Sotto  il  regno  dell'  impe- 
ratore Alessio,  i  maomettani  se  ne 
impadronirono.  I  greci  la  ripresero 
nel  1206,  ma  fu  loro  tolta  di  nuo- 
vo dai  turchi  nel  i283.  Da  tal' e- 
poca  Efeso  fu  sempre  un  oggetto 
d'invidia  pei  principi  maomettani, 
che  portarono  le  loro  armi  nell'A- 
natolia. A  forza  di  togliersela  l'un 


70  EFE 

l'altro,  giunsero  a  distruggerla.  Tut- 
tora si  vedono  nel  sito  di  questa 
superba  città,  la  quale  divenne,  co- 
me diremo,  pur  celebre  nella  sto- 
ria ecclesiastica,  diversi  avanzi  di 
edifizi,  e  di  rottami,  che  forniscono 
un'  idea  di  ciò,  che  fosse  antica- 
mente. Stanno  essi  a  poca  distanza 
della  villa  di  Aja-Soluk,  nell'  Ana- 
tolia, sangiacato  di  Soglab,  sul  Kut- 
chuk  Meinder.  La  chiesa  principale 
detta  s.  Maria  è  talmente  distrut- 
ta, che  non  si  conosce  nemmeno  il 
luogo  ove  sorgeva  ;  quella  di  s.  Gio- 
vanni serve  di  moschea  ai  mao- 
mettani. Efeso  fu  la  patria  dei  fi- 
losofi Eraclio,  ed  Ermodoro,  d' Ip- 
pocrate  poeta,  di  Parrasio  pittore, 
di  Teodosione  interprete  della  Bib- 
bia, e  di  altri,  giacche,  come  narra 
Filostrato,  vi  fiorivano  gli  studi,  e 
perciò  i  filosofi,  e  gli  oratori. 

Efeso,  sino  dalla  primitiva  Chie- 
sa, e  dal  cominciare  del  cristiane- 
simo, fu  una  delle  prime  sedi  epi- 
scopali, la  capitale,  e  la  metropoli 
della  diocesi  di  Asia,  come  si  vede 
dai  canoni  arabici  32,  e  38,  che 
per  lungo  tempo  attribuironsi  al 
concilio  Niceno,  nel  quale  Efeso  è 
nominata,  dopo  le  grandi  sedi  di 
Homa,  Alessandria,  Antiochia,  e 
Gerusalemme.  Questa  preeminenza 
della  chiesa  di  Efeso  non  proviene 
solamente  dall'  averne  preso  l' apo- 
stolo s.  Giovanni  una  cura  parti- 
colare; ma  eziandio  dall'averla  l'a- 
postolo delle  genti  s.  Paolo  fondata, 
istruita  per  due  anni,  e  quivi  sta- 
bilita come  la  madre,  e  la  principale 
delle  altre  chiese,  che  trovavansi 
ne'  dintorni.  Egli  le  diede  per  pri- 
mo vescovo  il  suo  fedele  discepolo 
Timoteo  da  lui  ordinato  verso  l'an- 
no 65  dell'era  cristiana  in  Mileto, 
ove  egli  sbarcò  ritornando  dall' A- 
caja,    e  da  Macedonia   per   recarsi 


EFE 
nella  Palestina.  Non  si  sa  precisa- 
mente in  qual  anno  s.  Paolo  abbia 
scritto  la  sua  lettera  agli  efesi.  Pen- 
sano alcuni,  che  sia  stato  l'anno 
49,  altri  l'anno  62,  o  63,  quando 
l'apostolo  era  a  Roma  in  catene; 
altri  ne  fissano  la  data  all'  anno 
65y  quando  s.  Paolo  venne  messo 
nuovamente  a  Roma,  e  poco  tem- 
po avanti  del  suo  martirio.  La  pri- 
ma opinione  sembra  meglio  fon- 
data. Nella  lettera  l'apostolo  fa 
conoscere  agli  efesi  l' estensione,  e 
il  pregio  della  grazia  della  reden- 
zione operata  da  Gesù  Cristo,  e 
della  loro  vocazione  alla  fede;  gli 
esorta  a  corrispondere  colla  purità 
de'  costumi,  ed  entra  nelle  circo- 
stanze dei  particolari  doveri  nei  di- 
versi stati  della  vita. 

I  primi  cristiani  della  chiesa  di 
Efeso  furono  molto  zelanti,  e  me- 
ritarono gli  encomii  di  s.  Ignazio 
martire.  La  tradizione  ci  fa  sapere, 
che  r  evangelista  s.  Giovanni  morì 
in  Efeso,  dopo  di  aver  fondato 
la  maggior  parte  delle  chiese  di 
Asia.  Vi  sono  anzi  alcuni,  che  pre- 
tendono avere  s.  Giovanni  scritto 
il  suo  vangelo  in  Efeso,  ove  si  mo- 
strava un  bacino  di  porfido,  che  la 
tradizione  dice  avere  servito  al  san- 
to di  fonte  battesimale. 

Questa  città  non  fu  meno  distin- 
ta dai  pagani.  Dopo  lo  stabilimen- 
to della  religione  cristiana,  venne 
destinata  dai  romani,  come  abbia- 
mo accennato,  a  sede  proconsolare, 
e  ad  essere  la  metropoli  dell*  Asia, 
come  si  apprende  anche  da  s.  Gi- 
rolamo nella  sua  prefazione  sulla 
epistola,  o  lettera  agli  efesi.  Questa 
provincia  proconsofare  comprendeva 
al  tempo  dell'  imperatore  Antonino, 
che  regnò  dall'anno  i38  al  161, 
la  Jonia,  la  Lidia ,  la  Caria,  la 
grande    Mesia,    la  Frigia ,    l'  Elles- 


EFE 

ponto.  Costantino  ,  e  Teodosio  I 
ve  ne  aggiunsero  poi  parecchie  al- 
tre, vale  a  dire  le  due  Frigie,  le 
due  Pamfìlie,  la  Pisidia,  la  Licao- 
nia,  la  Licia,  e  le  isole  Cicladi. 
Tulle  queste  provincie,  che  aveva- 
no arcivescovi  con  parecchie  sedi 
sufFraganee  illustri,  erano  sotto  la 
giurisdizione  del  vescovo  di  Efeso, 
il  quale  n'era  metropolitano,  ed 
anche  il  patriarca  secondo  i  termi- 
ni de'  canoni  arabici.  Il  clero,  ed 
il  popolo  sceglievano  il  vescovo  di 
Efeso,  e  tutti  i  vescovi  d'Asia  si 
trovavano  presenti  alla  sua  ordina- 
zione. Bassiano,  che  intervenne  al 
concilio  calcedonese,  dice  eh'  era 
stato  ordinato  arcivescovo  di  Efeso 
da  quaranta  vescovi.  Questa  chiesa, 
fondata  nel  primo  secolo,  e  divenu- 
ta esarcalo  d'  Asia  nel  terze,  ebbe 
le  seguenti  sedi  vescovili  immedia- 
tamente sufFraganee:  Pergamo,  Ipe- 
pa,  Chora,  Magnesia  o  Mangresia, 
Laica,  Sandimitri  o  Adraraito,  As- 
sumo, Sanquaranta,  Gargara,  Mo- 
staurebe,  Brullena,  Pittamne ,  Me- 
pina ,  Aureliopoli,  Nissa,  Barella, 
Aninetu,  Anca,  Priene,  Arcadiopoli, 
Fanum  Jovis,  Nova  Aula,  Sion, 
Labedus,  Colofone,  Teos,  Eritrea  o 
Passaggio,  Anlandros,  Teodosiopoli, 
Cuma  o  Fochia  nova,  Tirea  o  Tym- 
bria,  Themnos,  Algiza,  Andera,  Va- 
lentinianopoli.  Aegea  o  Egara,  Au- 
lium,  Naulochus,  Pipere,  Coloe,  Ma- 
scha,  Come,  Angafa  o  Evasa,  Paleo- 
poli e  Chliare. 

11  Pontefice  s.  Vittore  I,  nell'an- 
no 198,  ordinò  che  la  pasqua  si 
celebrasse  secondo  la  tradizione  de- 
gli apostoli,  non  già  nel  giorno  del 
plenilunio,  ma  solo  nella  domenica 
dopo  il  plenilunio  dell'equinozio  ver- 
no. Ma  Policrate,  vescovo  di  Efeso, 
radunata  un'  assemblea  di  vescovi 
deli'  Asia   raiaore,    stabifi    eoa    essi 


EFE  71 

dì   perseverare  nel  rito  loro,  di  ce- 
lebrare  la   pasqua  nel  dì  in  cui  la 
celebravano  gli  ebrei,  cioè  nello  stes- 
so giorno  della  XIV  luna  di  marzo. 
Vittore   I   aveva  in  animo   di   sco- 
municare questi  vescovi  disubbidien- 
ti, ma  a    persuasione  di    s.    Ireneo 
non  passò  oltre  le  minaccie.     Altri 
però  credono  che  li    scomunicasse, 
quindi  che  alle  preghiere  di  s.  Ire- 
neo, e  per  la  intercessione  di  altri 
vescovi,  il  Pontefice  li  riammettes- 
se   tosto   alla    sua    comunione.    Si 
pretende  ancora,  che    s.    Vittore    I 
privasse  gli  ariani  della  sua    parti- 
colare   comunione,     interrompendo 
con  esso   loro   il    commercio    delle 
lettere    pacifiche,  e    la  trasmissione 
della  santa  Eucaristia;  che  pensas- 
se   inoltre    di    separarli    dal    corpo 
della  Chiesa,  nel  che  principalmen- 
te consisteva  la  stretta  scomunica; 
ma  noi  facesse  trattenuto  dalle  re- 
plicate  istanze    di    tanti    vescovi,    i 
quali     di      mal     animo     vedevano 
chiese    sì    illustri    dall'unità   della 
cattolica  comunione  separate,  e  re- 
cise. Del  concilio  generale  fatto  ce- 
lebrare in  Efeso  dal  Papa  s.  Cele- 
stino 1  nel  43 1,   si    parla    in    fine 
di  questo  articolo.  Dipoi,  nel  4^'> 
s.    Leone  I  fece   celebrare   in    Cal- 
cedonia  il  IV  concilio  generale,  nel- 
r  azione  XII  del  quale   fu    trattata 
la  causa  di  Bassiano,  e  di  Stefano, 
il  primo  deposto  dalla   sede    Efesi- 
na, e  il  secondo  a  lui  surrogato,  e 
venne  deciso  che  fosse  ordinato  un 
terzo,  e  i    due    primi    fossero    dal- 
l' erario     della    chiesa    stessa    man- 
tenuti,   con    duecento    soldi    d'oro 
annui,  a  titolo  di  nutrimento,  e  di 
consolazione,   come  dissero  i    padri 
del  concilio,  donde  ebbero    origine 
le  pensioni  ecclesiastiche,    non   pri- 
ma udite  nella  Chiesa. 

Ma  r  estesa  giurisdizione,  ed  au- 


7a  EFE 

torità  del  vescovo  di  Efeso  in  det- 
to concilio  col  canone  XXVIII  ven- 
ne ristretta,  e  moderata,  anche  per- 
-chè  il  vescovo  Menofante,  abusando 
di  sua  autorità  aveva  infettate  le 
sottoposte  Provincie  dell'  errore  di 
Alio.  Adunque  nel  concilio  di  Cal- 
cedonia  venne  tolto  ai  vescovi  efe- 
sini quel  grande  potere,  che  ave- 
vano goduto  sino  allora,  e  vennero 
sottomessi  al  patriarca  di  Costanti- 
nopoli. Non  sono  ignote  né  la  ma- 
niera onde  fu  fatto  il  canone,  che 
portava  questo  cangiamento  nella 
gerarchia,  ne  le  opposizioni,  che  vi 
fecero  i  Pontefici,  e  neppure  le  dif- 
ficoltà, che  s' incontrarono  nella  sua 
esecuzione.  Ciò  non  ostante  T  am- 
bizione dei  patriarchi  di  Costanti- 
nopoli, sostenuta  dal  favore  degli 
imperatori,  la  vinse,  e  Giustiniano 
I  ordinò  nella  sua  Novella,  de  sa- 
cro s.  Eccles.  j  e.  i6,  che  il  citato 
canone  XXVIII  del  concilio  di  Cal- 
cedonia  avesse  la  sua  esecuzione,  e 
che  le  diocesi  del  Ponto,  d'Asia,  e 
di  Tracia  fossero  sottomesse  alla 
chiesa  di  Costantinopoli.  Vero  è  pe- 
rò che  poscia  al  vescovo  di  Efeso 
si  diede  il  titolo  di  esarca,  sebbene 
debba  avvertirsi,  che  gli  fu  accor- 
dato in  un  senso  ben  diverso  da 
quello  di  patriarca,  di  primate,  co- 
me ritengono  il  p.  Morino,  ed  al- 
tri. Il  sesto  concilio  generale  è  quel- 
lo, che  per  la  prima  volta  parla 
di  un  Teodoto,  vescovo  della  me- 
tropoli di  Efeso,  ed  esarca  della 
diocesi  di  Asia  ;  tuttavolta  gli  esar- 
chi di  Efeso  non  ebbero  mai  i 
medesimi  poteri  dei  primati,  per- 
chè mai  la  loro  autorità  si  estese 
fino  all'  ordinazione  dei  vescovi,  e 
dei  metropolitani  di  una,  o  di  pa- 
recchie Provincie,  come  giammai 
potè  il  vescovo  di  Efeso  convocarli 
in    concilio,    e    giudicare    sui    loro 


EFE 

affari.  Laonde  al  vescovo  di  Efeso 
in  sostanza  non  rimase  di  più  ono- 
revole, che  il  titolo  di  arcivescovo, 
che  da  vasi  a'  vescovi  delle  prime 
sedi,  le  quali  avevano  sotto  di  loro 
molte  Provincie,  siccome  nel  quarto 
e  nel  quinto  secolo.  In  progresso 
di  tempo  il  numero  di  siliatti  pre- 
lati si  andò  moltiplicando,  ed  i  gre- 
ci ne  fecero  poco  conto,  e  li  posero 
anche  al  di  sotto  dei  metropolitani. 
Nel  1439  Eugenio  IV  celebrò 
il  concilio  generale  di  Fiienze  col- 
r  intervento  dell'  imperatore  Gio- 
vanni VII  Paleologo,  e  di  cento- 
quaranta vescovi.  In  esso  si  pub- 
blicò il  decreto  dell'unione  de' gre- 
ci colla  Chiesa  Romana,  sottoscrit- 
to dal  Papa,  dall'  imperatore,  e  dai 
deputati  delle  due  chiese  latina,  e 
greca.  Ma  tornati  appena  alla  loro 
patria  i  greci,  alle  persuasioni  di 
Marco  vescovo  di  Efeso,  che  avea 
ricusato  di  sottoscrivere  il  decreto 
di  unione,  ritornarono  nel  i44^ 
all'  antico  scisma,  nel  quale  tuttora 
perseverano,  non  essendosi  più  ri- 
conciliati colla  Chiesa  latina.  Efeso 
contò  cinquantasette  vescovi  che  vi 
ebbero  sede,  di  cui  riporta  le  no- 
tizie il  p.  Le  Quien,  nell'  Oriens 
Clirìstianus,  al  tomo  I,  p.  672,  e 
tomo  III,  p.  9^7,  insieme  ai  tre 
vescovi  latini,  che  pur  vi  ebbero 
sede.  Al  presente  Efeso  è  un  arci- 
vescovato in  partibus  injideliuin, 
che  conferisce  la  santa  Sede,  con 
otto  sedi  titolari  egualmente  in  par- 
tibus  suffraganee;  cioè:  Adramitto, 
Aureliopoli,  Altobosco,  Imeria,  Mi- 
rina,  Paleopoli,  Pergamo,  e  Tei. 
Da  ultimo  sono  stati  arcivescovi  di 
Efeso  monsignor  Paolo  Leardi  nun- 
zio di  Vienna,  e  monsignor  Gio- 
vanni Soglia,  fatto  da  Leone  XII 
nel  concistoro  de' 2  ottobre  1826, 
che  il  regnante  Gregorio  XVI  trasfe- 


EFE 

lì  al  patriarcato  di  Costantinopoli, 
e  poi  creò  Cardinale.  11  wedesimo 
Gregorio  XVI,  nel  i836,  a'  17  lu- 
glio, nella  basilica  Liberiana  con- 
sagrò in  arcivescovo  di  Efeso,  mon- 
signor Lodovico  Altieri,  attuale  suo 
nunzio  apostolico  presso  V  imperia- 
le corte  di   Vienna. 

Concini  di  Efeso. 

Il  primo  fu  adunato  verso  1'  an- 
no 196,  o  198,  sotto  il  vescovo 
Policrate  per  celebrare  la  Pasqua 
li  14  della  luna,  in  qualunque  gior- 
no della  settimana  cadesse,  contro 
quanto  avea  stabilito  Papa  s.  Vit- 
tore nel  concilio  romano,  con  de- 
creto che  può  vedersi  nel  Labbè, 
Coiicil.  tom.  I,  col.  596  ;  decreto, 
che  poi  fu  ricevuto  da  altri  conci- 
lii  orientali,  ed  occidentali,  e  dal 
Niceno  I.  Dìz.  de  Co  nei  Hi ,  ed  Eu- 
sebio,  Hist.  eccl.   24. 

Il  secondo  venne  celebrato  l'an- 
no 245  contro  r  eretico  Noeto,  il 
quale  negava  esservi  tre  persone  in 
Dio,  ed  ammetteva  solo  diverse 
operazioni,  e  denominazioni.  Balu- 
zio  tomo  I,  Arduino  tomo  L 

Il  terzo  ebbe  luogo  1'  anno  ^01^ 
contro  i  delitti  di  Antonino  vesco- 
vo di  Efeso.  Si  compose  di  settan- 
ta vescovi  di  Asia,  e  di  Lidia,  alla 
testa  de'  quali  era  s.  Gio  Crisosto- 
mo per  la  elezione  di  un  altro  ve- 
scovo, e  per  di  lui  avviso  fu  eletto 
Ereclide  suo  diacono.  Sei  vescovi 
simoniaci  vi  furono  deposti,  dopo 
di  avere  ascoltati  i  testimoni,  e  ri- 
cevuta la  confessione  di  delti  ve- 
scovi, ed  in  vece  si  collocarono 
nel  loro  posto  delle  persone  degne 
di  occuparlo.  S.  Gio.  Grisostomo 
in  questo  concilio  si  segnalò  pel 
suo  zelo  episcopale,  ad  onta  che  i 
suoi  nemici  tentassero  di   accusarlo 


EFE  73 

di  delitti.  Pallud.  Dial  e.  i5,  p. 
i35;  Diz,  de'  Concila j  e  Baluzio 
tomo  I. 

II  quarto,  che  è  ecumenico,  e  fu 
il  terzo  concilio  generale,  celebralo 
sotto  l'imperatore  Teodosio  II  nel- 
l'anno 43 'j  venne  presieduto  dal 
som  ino  Pontefice  Celestino  1  a  mez- 
zo de'  suoi  legati,  contro  JXestorio, 
il  quale  ammetteva  due  persone  in 
Gesù  Cristo,  e  negava  che  la  Ver- 
gine Maria  fosse  madre  di  Dio. 
Questo  Nestorio,  nipote  di  Paolo 
di  Samosata,  prima  monaco,  poscia 
prete  antiocheno,  eia  allora  vescovo 
di  Costantinopoli.  Appena  fu  solle- 
vato a  quella  sede,  mostrò  un  gran 
zelo  contro  gli  eretici,  ma  i  saggi 
lo  qualificarono  per  indiscreto  e  vio- 
lento, e  quindi  incominciò  a  mani- 
festare la  sua  rea  dottrina,  e  i  suoi 
perniciosissimi  errori,  con  audacia, 
e  furore.  Vedendo  poi  insorgere 
burrasca  contro  di  lui,  per  diver- 
tirla fece  tenere  un  preteso  concilio 
per  imporre  a' suoi  avversari,  nel 
quale  depose  diversi  ecclesiastici,  ag- 
giunse loro  r  esilio,  ed  ogni  manie- 
ra di  pessimo  trattamento,  imperoc- 
ché non  vi  era  cosa,  a  cui  non  lo 
portasse  il  suo  orgoglio,  il  quale 
fondavasi  nelle  sue  ricchezze,  e  nel- 
la imperiale  protezione.  Pieno  di 
zelo  s.  Cirillo  patriarca  di  Alessan- 
dria insorse  a  combattere  Nestorio, 
e  scrisse  anche  al  Papa  s.  Celesti- 
no I,  che  a  tale  eftetto  tenne  un 
concilio  in  Roma.  Laonde  temendo 
Nestorio,  che  Teodosio  li  potesse 
cedere  ai  reclami  cui  riceveva,  si 
mostrò  desideroso  della  celebrazio- 
ne di  un  concilio  ecmiienico,  del 
quale,  facendosi  forte  ne'  suoi  par- 
tigiani, si  lusingava  intorbidare  le 
risoluzioni.  Allora  l' imperatore  fe- 
ce scrivere  una  lettera  circolare  di 
convocazione  a  lutti  i  meUopolita- 


74  *  EFE 

ni,  dichiarando  loro,  eh'  egli  aveva 
eletto  la  città  di  Efeso  per  cele- 
brare il  concilio,  ordinando  loro  di 
intervenirvi  per  la  prossima  Pente- 
coste, insieme  ai  sufifraganei,  ma  in 
piccolo  numero.  Questo  principe 
fece  pure  scrivere  in  Africa,  affin- 
chè quella  provincia  tanto  ragguar- 
devole per  la  sua  estensione,  e  pel 
numero  de' vescovi,  ed  illustre  per 
la  purità  della  disciplina,  e  pei 
lumi  e  per  lo  zelo  di  s.  Agostino, 
prendesse  parte  nell'  interesse  co- 
mune della  Chiesa;  ma  il  santo  in 
tal  punto  era  morto  nel  bacio  del 
Signore. 

Il  sommo  Pontefice,  non  istiman- 
do  opportuno  di  recarsi  al  concilio, 
nominò  il  suddetto  s.  Cirillo  in  le- 
gato della  santa  Sede,  ed  in  oltre 
vi  mandò  tre  legati,  il  vescovo 
Arcadie,  Pro j etto  vescovo  d'Imola, 
e  Filippo  prete  della  santa  roma- 
na Chiesa,  col  titolo  eziandio  di 
deputati  della  chiesa  Romana.  Ne- 
sitorio  arrivò  in  Efeso  per  uno  dei 
primi,  con  un  seguito  numerosissimo, 
ed  accompagnato  dal  conte  Ireneo, 
suo  amico  e  protettore.  Egualmen  • 
te  vi  si  recarono  s.  Cirillo,  con 
Giovanni  di  Gerusalemme  insieme 
a  cinquanta  vescovi  dell'  Egitto  . 
Memnone  di  Efeso  avea  anch'  e- 
gli  radunato  piti  di  cinquanta  ve- 
scovi della  sua  giurisdizione,  laon- 
de i  vescovi  ascendevano  a  più 
di  duecento  tutti  celebri  per  scien- 
za, e  per  eminenti  virtù.  Candidia- 
no,  conte  de' domestici,  che  coman- 
dava le  truppe  in  Efeso,  fu  invia- 
to al  concilio  d' ordine  di  Teodo- 
sio li  per  mantenervi  la  tranquilli- 
tà, e  la  libertà  delle  opinioni:  tut- 
tavia egli  si  mostrò  favorevole  a 
Nestorio.  JNon  arrivando  al  concilio 
Giovanni  di  Antiochia,  ed  altri  ve- 
ijcovi,  ne  fu   prorogata    l'apertura 


EFE 

a'  2  2  giugno.  Intanto  s.  Cirillo  e- 
saminò  la  questione  dell'  Incarna- 
zione ,  e  fece  degli  estratti  dei 
libri  di  Nestorio,  adottando  i  sen- 
timenti del  santo  vescovo  Memno- 
ne di  Efeso.  Concorrendo  tutto  il 
popolo  efesino  in  questi  sentimenti, 
il  partito  di  s.  Cirillo  veniva  ad 
essere  il  più  forte,  e  il  più  nume- 
roso. Siccome  si  tenne  per  doloso 
il  ritardo  di  Giovanni  di  Antio- 
chia, come  amico  di  Nestorio,  e 
de'  suoi  vescovi,  ad  onta  dell'  oppo- 
sizione di  questi,  s.  Cirillo  e  gli 
altri  vescovi  stanchi  dell'indugio, 
pei  11  giugno  vollero  celebrare  il 
concilio,  non  valutando  le  contra- 
rie proteste.  Il  concilio  fu  raduna- 
to nella  gran  chiesa  di  Efeso,  det- 
ta della  Madre  di  Dio.  Il  tutto  pas- 
sò secondo  le  regole.  S.  Cirillo  vi 
presiedette,  come  occupante  la  se- 
conda sede  della  Chiesa,  e  tenne 
il  posto  del  Papa  qual  suo  legato: 
lo  stesso  concilio  lo  chiama  il  ca- 
po di  tutti  i  vescovi  raunati  in  Efe- 
so. Presso  di  lui  sedevano  Giove- 
nale di  Gerusalemme,  Flaviaiio  di 
Filippi,  Firmo  di  Cesarea,  Memno- 
ne di  Efeso,  A  cacio  di  Melitene, 
Teodoro  di  Ancira,  e  gli  altri  se- 
condo l'ordine  della  loro  dignità, 
e  nel  numero  di  centonovantotto, 
la  maggior  parte  della  Grecia, 
dell'Asia  minore,  della  Palestina, 
e  dell'Egitto:  i  libri  de' santi  evan- 
geli erano  collocati  nel  mezzo  del- 
l' assemblea. 

I.  sessione.  Radunati  che  furono 
i  vescovi ,  Candidiano  si  presen- 
tò a  fare  istanza,  che  s*  indugias- 
se a  tenere  il  concilio,  finché  fosse- 
ro giunti  gli  orientali,  ma  non  fu 
esaudito.  Sulle  prime  si  lesse  la 
lettera,  colla  quale  l'imperatore 
avea  convocalo  il  concilio.  Fu  in- 
oltre prodotta  la  risposta^  che  ave* 


EFE 

va  data  Neslorio  alla  citazione 
del  concilio,  cioè  ch'egli  verrebbe, 
se  lo  si  giudicasse  necessario.  Intan- 
to per  conformarsi  ai  canoni,  e  pri- 
ma di  fare  il  rapporto  degli  scrit- 
ti concernenti  quest'affare,  si  de- 
putarono tre  vescovi  a  Nestorio  per 
secondo  monitorio  di  presentarsi  al 
concilio  a  giustificare  la  sua  dot- 
trina; ma  i  vescovi  deputati  tro- 
varono la  sua  casa  circondata  di 
soldati  armati  di  clava,  e  non  po- 
terono mai  ottenere  di  parlargli. 
Nestorio  avea  fatto  dire  loro,  che 
allora  quando  tutti  i  vescovi  si  fos- 
sero radunati,  egli  si  recherebbe  al 
concilio.  Gli  si  fece  una  terza  ci- 
tazione, ed  i  vescovi,  dopo  di  ave- 
re aspettato  un  si  lungo  tempo, 
furono  trattati  con  grande  insulto 
dai  soldati,  i  quali  dichiararono 
ad  essi  che  stavano  colà  d'ordine 
di  Nestorio,  per  non  lasciar  entra- 
re nessuno  a  nome  del  concilio. 
A  questa  risposta,  non  badando 
più  i  padri  che  a  difendere  la  fe- 
de, e  seguire  i  canoni,  fecero  leg- 
gere :  I."  Il  simbolo  di  JNicea,  come 
regola  della  fede;  2.°  La  seconda 
lettera  di  s,  Cirillo  a  Nestorio,  alla 
quale  tutti  i  padri  fecero  gran- 
di elogi;  3.°  La  risposta,  che  Ne- 
storio aveva  fatta  a  questa  let- 
tera, e  il  concilio  trovò  che  non 
si  accordava  colla  fede  Nicena;  4-° 
Si  lessero  venti  articoli  tratti  dal  li- 
bro di  Nestorio,  contenente  una  rac- 
colta de'  suoi  sermoni,  e  i  padri  vi 
trovarono  delle  bestemmie  orribili, 
e  tutti  esciamarono:  noi  anaiematiz- 
ziamo  t  eretico  Nestorio,  e  chiun- 
que non  lo  anatematizza f  sia  egli 
pure  anatema;  5."  L'ultima  let- 
tera di  san  Cirillo  a  Nestorio, 
terminata  dai  dodici  anatematis- 
mi,  intorno  ai  quali  non  è  mes- 
so  in  nota,  come  si  esprime  il  Til- 


EFE  75r 

lemont,  che  sìa  stata  fatta  la  meno- 
na  cosa;  6."  Si  produssero  diver- 
si passi  de' padri  per  far  vedere 
quale  era  stata  la  loro  dottrina 
sopra  la  incarnazione,  dopo  di  che 
tutti  i  padri  esclamarono  :  Queste 
parole  sono  le  nostre j  questo  è 
quel  che  noi  tutti  diciamo  ;  7.**  Si 
ricevettero  le  disposizioni  de've- 
scovi,  che  avevano  udito  dalla  pro- 
pria bocca  di  Nestorio  la  sua  em- 
pia dottrina. 

Quindi  si  pronunziò  la  sentenza 
contro  Neslorio:  »>  N.  S.  Gesù  Cri- 
»  sto ,  bestemmiato  da  Nestorio, 
»  ha  dichiarato  colla  voce  di  que- 
>»  sto  santo  concilio,  ch'egli  è  pri- 
»  vato  d' ogni  dignità  vescovile,  e 
«  reciso  da  tutta  l'assemblea  eccle- 
>»  siastica  ".  Questa  sentenza  fu  se- 
gnata da  cenlonovantotto  vescovi 
secondo  il  Tillemont,  e  da  più  di 
duecento  al  dire  di  Fleury.  La  sen- 
tenza venne  subito  partecipata  a 
Nestorio,  ed  aflissa  nelle  pubbliche 
piazze,  lo  che  cagionò  grande  alle- 
grezza nella  città  di  Efeso.  Se  ne 
diede  notizia  per  lettere  al  clero 
di  Costantinopoli,  raccomandando- 
gli di  conservare  tutti  i  beni  per 
renderne  conto  al  futuro  vescovo. 
Frattanto  Nestorio,  avendo  inteso 
tali  notizie  ,  protestò  contro  tutto 
ciò  ch'era  stato  fatto  nel  concilio, 
e  Candidiano,  di  concerto  con  lui, 
inviò  all'imperatore  una  relazione 
di  quello  ch'era  avvenuto,  molto 
svantaggiosa  al  concilio ,  dicendo 
che  s.  Cirillo  e  Memnone,  e  gli 
altri  non  avevano  voluto  aspettare 
gli  orientali  j-  che  si  era  operato 
in  quel  concilio  di  una  maniera 
tumultuaria,  e  con  argomenti  visi- 
bili d'  odio,  e  di  passione.  Nestorio 
gliene  indirizzò  una  simile.  Ma  i 
padri  del  concilio,  per  distruggere 
le  cattive  impressioni  che  si  poles- 


76  EFE 

sero  dare  all'imperatore  della  lo- 
ro condotta,  giudicarono  espediente 
d' inviare  allo  stesso  imperatore  gli 
atti  del  concilio;  però  i  fautori  di 
JNcstorio  in  Costantinopoli  lo  servi- 
rono SI  efilcacemente  fino  ad  im- 
pedire, che  tuttociò  che  veniva  per 
parte  del  concilio  arrivasse  all'im- 
peratore; e  dall' altra  parte  Candi- 
diano  impiegò  la  violenza  contro 
i  vescovi,  mise  delle  guardie  da  per 
lutto  per  impedire  che  non  fossero 
loro  portate  le  cose  necessarie,  e  che 
non  mandassero  nessuno  alla  corte;  e 
li  tenne  chiusi  in  Efeso,  come  in 
una  prigione.  In  mezzo  a  questi 
movimenti  diversi,  Giovanni  di  An- 
tiochia arrivò  finalmente  ad  Efeso 
ai  29  giugno,  seguito  da  ventisette 
vescovi,  e  scortato  da  soldati.  Oifeso 
perchè  il  concilio  non  avesse  aspetta- 
to il  suo  arrivo,  diede  delle  prove  le 
più  violenti,  e  le  più  irregolari  del 
suo  risentimento;  cominciò  a  ren- 
dersi inaccessibile  ai  deputati  invia- 
tigli dal  concilio,  per  dargli  parte 
di  ciò  eh'  era  passato  intorno  a 
Kestorio.  Dai  soldati  fece  respinge- 
re que' vescovi  dall'ingresso  di  sua 
casa.  Que'  deputati  sostennero  tan- 
ti oltraggi  con  incredibile  pazienza, 
e  corsero  rischio  anche  della  vita. 
Ma  intanto  che  Giovanni  fece  as- 
pettare a  quel  modo,  tenne  egli 
stesso  un  concilio  co'  suoi  orienta- 
li, e  con  Nestorio  ;  e  così  quaran- 
ta vescovi  tentarono  di  giudicar- 
ne duecento;  e  questo  essi  fecero 
senza  accusatore,  senza  citazione, 
senza  esame,  e  senza  nessuna  for- 
malità. Vi  deposero  s.  Cirillo,  e 
Memnone,  come  autori  della  di- 
scordia, e  separarono  dalla  comunio- 
ne tutti  gli  altri  vescovi,  cioè  pre- 
tendevano che  que'  vescovi  non 
potessero  più  comunicare  con  essi 
nella  celebrazione  de' misteri. 


EFE 
Frattanto  Giovanni  d'  Antiochia, 
avendo  terminato  il  suo  iniquo  con- 
ciliabolo, permise  finalmente  che  si 
facessero  entrare  i  deputati  del  con- 
cilio di  Efeso;  ma  non  appena  essi 
gli  ebbero  esposto  il  soggetto  della 
loro  commissione,  si  videro  oppres- 
si d'ingiurie,  e  di  percosse  dai  ve- 
scovi, e  dal  conte  Ireneo,  ch'erano 
presso  Giovanni  d'  Antiochia.  Dopo 
essere  stati  cosi  maltrattati  i  depu- 
tati andarono  a  riportare  al  conci- 
lio le  loro  doglianze  pei  cattivi 
trattamenti  sofferti.  I  padri,  sor- 
presi di  una  sì  strana  condotta,  se- 
pararono Giovanni  d'  Antiochia  dal- 
la loro  comunione  sintantoché  fos- 
se egli  venuto  a  giustificarsi  ;  e  ris- 
guardarono  i  padri  con  insulto  la 
sentenza  informe  del  suo  conci- 
liabolo. Ma  Nestorio,  e  gli  orientali 
a  nulla  altro  badando,  che  al  pro- 
prio risentimento,  scrissero  parec- 
chie lettere  alla  corte  per  giustifi- 
care la  loro  condotta;  e  l'impera- 
tore prevenuto  da  Candicliano  scris- 
se una  lettera  ai  padri  del  concilio 
colla  quale  egli  disapprovava  la  de- 
posizione di  Nestorio^  e  dichiarava, 
che  finché  il  punto  di  dottrina  fos- 
se deciso,  non  comporterebbe,  che 
nessun  vescovo  partisse  da  Efeso. 
I  padri  fecero  una  risposta  alla 
lettera  dell'imperatore,  nella  quale 
giustificavano  la  loro  condotta,  e 
querelavansi  dei  falsi  rapporti  di 
Candidiano.  Gli  orientali ,  alteri 
della  lettera  dell'  imperatore,  ten- 
tarono di  ordinare  un  nuovo  ve- 
scovo in  Efeso;  ma  risaputosi  ap- 
pena il  loro  disegno,  in  fretta  fu- 
rono serrate  le  porte  della  chiesa, 
ed  eglino  si  videro  costretti  a  ri- 
tirarsi confusi.  In  questo  mezzo, 
quantunque  i  fautori  di  Nestorio 
facessero  i  loro  sforzi  per  impedire 
che  r  imperatore  non  fosse  istruita 


EFE 

del  vero,  un  medico  sforzò  tutti  i 
ripari,  e  portò  a  Costantinopoli,  in 
una  canna  forata,  che  servivagli  di 
bastone,  una  lettera  scritta  in  Efe- 
so, e  diretta  ai  vescovi  ed  ai  mo- 
naci ch'erano  in  Costantinopoli. 
Sparsa  che  fu  questa  lettera,  tutti 
i  monaci  lasciarono  i  monisteri,  e 
andarono  quasi  in  processione  a 
trovare  l'imperatore.  L'abbate  s. 
Dalmazio,  che  da  quarantotto  anni 
non  era  uscito  dal  monistero,  ne 
era  il  condottiere. 

La  lettera  fu  presentata  all'  im- 
peratore, e  il  santo  abbate  gli  rap- 
presentò quanto  era  succeduto  in 
Efeso,  e  come  avevano  sorpreso  la 
sua  religione.  Teodosio  II  mostrò 
di  approvare  tuttociò  che  il  conci- 
lio aveva  fatto,  e  ringraziò  Dio  di 
avergli  manifestata  la  verità.  In 
conseguenza  di  che  il  concilio  man- 
dò alcuni  vescovi  all'  imperatore,  e 
gli  orientali  dal  canto  loro  impe- 
gnarono il  conte  Ireneo,  che  di  sua 
spontanea  volontà  aveva  accompa- 
gnato Nestorio,  a  recarsi  dall'im- 
peratore, e  gli  consegnarono  parec- 
chie lettere.  Intanto  s.  Dalmazio, 
e  gli  ecclesiastici  di  Costantinopoli, 
scrissero  una  lettera  ai  padri  del 
concilio,  che  riuscì  per  essi  di  gran 
conforto  nella  pei-secuzione  che  sos- 
tenevano. In  questa  lettera  il  clero 
di  Costantinopoli  testimoniava  ai 
padri  del  concilio,  la  consolazione 
che  avea  provato  per  la  deposizio- 
ne di  JN'estorio,  e  li  pregava  di  a- 
doperarsi  pel  ristabilimento  delle 
loro  chiese.  Ma  gli  affari  del  con- 
cilio furono  di  nuovo  attraversati 
per  qualche  tempo  dall'  arrivo  del 
conte  Ireneo  a  Costantinopoli.  Sic- 
come era  egli  consagrato  del  tutto 
al  partito  di  Giovanni  d'  Antiochia, 
e  di  Nestori o,  così  l'esposizione 
ch'€Ì    fece    ali'  imperatore    rimise 


EFE  77 

quel  principe  nelle  sue  prime  pre- 
venzioni contro  il  concilio,  ovvero 
piuttosto  lo  lasciò  indeterminato  e 
sospeso  a  favore  di  chi  egli  doves- 
se dichiararsi.  Quindi,  senza  distin- 
guere i  due  partiti,  confermò  la 
deposizione  di  Nestorio  fatta  dai 
prelati  del  concilio,  e  quella  di 
s.  Cirillo,  e  di  Memnone  fatta  da- 
gli orientali,  e  annullò  poi  quanto 
era  stato  praticato  da  ambe  le  par- 
ti. Mandò  ad  Efeso  il  conte  Gio- 
vanni per  regolare  le  cose,  secondo 
che  giudicasse  più  espediente.  In 
questo  mezzo  i  legali  della  santa 
Sede  arrivarono  in  Efeso. 

II,  e  III  sessione,  a'  -2  3  giugno. 
Subito  dopo  il  loro  arrivo,  ritarda- 
to dalle  tempeste,  e  dai  venti  con- 
trari, i  padri  si  radunarono  di  nuo- 
vo, ed  i  legati  sedettero  con  essi, 
e  co'  tre  deputati  d'  occidente.  Fu 
letta  la  lettera  del  Papa  Celestino 
I  al  concilio.  In  questa  era  detto, 
che  mandava  i  suoi  legati  per  far 
eseguire  quanto  egli  aveva  ordina- 
lo r  anno  precedente  nel  concilio 
di  Roma,  al  che  i  padri  applau- 
dirono. Questa  lettera  era  una  spe- 
cie di  credenziale  pei  tre  deputati  di 
occidente.  Eglino  rendettero  conto 
ai  legati  di  ciò  ch'era  avvenuto,  e 
trovarono  che  il  tutto  era  stato 
fatto  a  tenore  dei  canoni,  e  i  le- 
gati dichiararono  di  condannare 
essi  pure  Nestorio,  e  deponevanlo 
a  nome  del  Papa,  la  cui  autorità 
portava  seco  quella  di  tutto  l'occi- 
dente; poiché,  dissero,  i  vescovi  di 
oriente,  e  d'occidente  hanno  assi- 
stito al  concilio  per  se,  e  pei  loro 
deputati. 

IV.  sessione,  i6  luglio.  Il  con- 
cilio ricevette  la  supplica  di  s.  Ci- 
rillo, e  di  Memnone,  colla  quale 
domandavano  giustizia  della  sen- 
tenza pronunziata    contro    di   loro 


yS  EFE 

da  Giovanni  d' Antiocliia,  e  dagli 
orientali,  e  li  fece  citare.  Ma  i  ve- 
scovi spedili  a  questo  (ine  furono 
insultati,  e  respinti  dai  soldati,  e 
non  poterono,  avvicinarsi  alla  sua 
persona  .  Alla  seconda  citazione 
Giovanni  fece  loro  rispondere,  che 
ei  non  aveva  nulla  a  dire  a  per- 
sone deposte  e  scomunicate. 

V.  sessione,  17  luglio.  Si  deli- 
berò di  citare  per  la  terza  volta 
Giovanni  d' Antiochia.  I  deputati 
riferirono,  che  l' arcidiacono  di  Ne- 
.storio  era  venuto  da  essi,  e  aveva 
voluto  dar  loro  un  foglio  ,  ma 
che  non  avevano  giudicato  be- 
ne di  riceverlo.  La  qual  cosa  ve- 
dendo quegli  ,  avea  detto  loro  : 
5»  Voi  non  avete  ricevuto  il  mio 
»>  foglio,  ed  io  non  bado  a  ciò 
f*  che  dice  il  concilio;  noi  aspet- 
9»  tiamo  una  decisione  dell'  impe- 
«  ratore.  "  Udito  il  rapporto  dei 
deputati,  il  concilio  pronunziò  con- 
tro Giovanni  d'Antiochia,  ed  i 
suoi  complici,  al  novero  di  tren- 
latre,  tia  i  quali  fu  compreso  Teo- 
doreto,  una  sentenza  che  li  recide- 
va dalla  comunione  ecclesiastica,  e 
soggiungeva,  che  se  non  avessero 
riconosciuto  il  loro  errore,  si  tire- 
lebbero  sdosso  1'  ultima  condanna. 
A  questa  sessione  debbonsi  riferire 
i  canoni  contro  gli  orientali  e  Ne- 
storio.  Questi  sono  quelli,  che  ci 
restano  del  concilio  di  Efeso,  al- 
meno secondo  il  Baronio.  Del  ri- 
manente nulla  contengono,  che  ris- 
guardi la  disciplina  pubblica  della 
Chiesa.  Il  concilio  informò  l'impe- 
ratore di  quanto  era  seguito;  egli 
si  querelò  altamente,  che  trenta 
vescovi  avessero  avuto  ardiniento 
di  alzar  tribunale  contro  più  di 
duecento  ;  e  avessero  preteso  di 
formare  un  secondo  concilio.  Il 
concilio   scrisse  anche  al  Papa  ciò. 


EFE 

ch'egli  avea  fatto  contro  i  pela" 
giani,  imperciocché  erano  venuti  a 
Costantinopoli  nel  4^9  j  ^  V  era- 
no stati  sostenuti  dal  credito  di 
Nestorio;  ma  Teodosio  II  gli  fece 
scacciare  dalla  città.  Il  concilio  con- 
fermò quanto  era  seguito  al  tempo 
della  loro  condanna  sotto  s.  Zosi» 
mo.  Papa  nel  4 18. 

VI.  sessione,  a'22  luglio.  S.  Ci- 
rillo vi  presedelte  come  vicario  del 
Papa.  Il  concilio  condannò  un  sim- 
bolo di  Teodoro  di  Mopsueste,  sen- 
za nominar  quel  vescovo,  e  proibì 
a  chiunque  di  comporre  o  di  fare 
sottoscrivere,  a  chi  avesse  incon- 
trato nella  Chiesa  verun'  altra  pro- 
fessione di  fede,  che  quella  di  ]\i- 
cea,  sotto  pena  di  deposizione  pe- 
gli  ecclesiastici,  e  di  anatema  pei 
laici.  Intorno  a  ciò  il  Tillemont 
osserva,  che  Eutiche,  nel  concilia- 
bolo di  Efeso  chiamato  Latrocinio, 
e  i  vescovi  d'  Egitto,  in  quello  di 
Calcedonia,  abusarono  di  questo 
mandato,  il  quale  non  si  vuol 
prendere  a  rigore  ;  e  se  ne  ser- 
virono per  coprirsi  sotto  la  gene" 
raiità  dei  termini  del  concilio  Ni- 
ceno,  e  per  non  rigettare  le  ag- 
giunte fattevi  dal  concilio  Costanti- 
nopolitano; che  questa  prescrizione 
medesima  venne  opposta  allo  stes- 
so s.  Cirillo,  per  aver  egli  ricevu- 
to delle  altre  professioni  di  fede 
da  alcuni  vescovi  sospetti  di  nesto- 
nanismo;  ma  il  santo  rispose,  che 
quel  decreto  del  concilio  di  Efeso, 
bencliè  fosse  santissimo,  non  impe- 
diva, che  qualora  certe  persone 
fossero  sospette  di  non  bene  in- 
tendei'e  il  simbolo  INiceno,  non  do- 
vessero dichiarare  i  loro  sentimenti 
con  parole  più  precise,  dal  che  era 
facile  conchiudere,  come  dice  lo 
stesso  autore  :  «  che  quando  la 
»   Cliiesa  ha   da    combattere    della 


EFE  EFE  79 
«  eresie  non  condannale  formai-  Cirillo,  e  Memnone  furono  guar* 
»i  mente  dal  simbolo  Kiceno,  ha  dati  molto  strettamente  :  inoltre 
»  ella  il  diritto  di  aggiungerci  tenne  egli  rinchiusi  i  vescovi  in  Efe- 
«  quelle  espressioni  che  crede  op-  so,  e  fece  loro  patire  molti  disagi;  to- 
»  portune,  e  necessarie  a  mettere  gliendo  ad  essi  qualunque  commer- 
«  in  chiaro  la  verità  ".  E  tanto  ciò  con  qualunque  uomo.  Intanto 
avea  fatto  il  concilio  Costantino-  l' imperatore  lusingandosi  di  poter 
politano,  e  lo  stesso  praticarono  riunire  i  vescovi,  obbligò  gli  orto- 
parecchi altri  in  appresso.  dossi  a  comunicare  cogli  orientali; 

VII.  sessione,  ed  ultima  a'3i  nia  essi  protestarono  di  nuovo  che 
luglio.  Regio,  vescovo  di  Costan-  non  acconsentirebbero  mai  a  que- 
za  nell'isola  di  Cipro,  presentò  una  sta  riunione,  se  gli  orientali  non 
istanza  al  concilio  in  nome  suo,  e  annullassero  ciò  che  avevano  fatto 
di  due  altri  vescovi,  lagnandosi  che  contro  s.  Cirillo  e  Memnone,  e  non 
il  clero  di  Antiochia  offendesse  la  anatematizzassero  in  iscritto  Nesto- 
libertà,  ond'  erano  in  possesso,  e  rio,  e  i  suoi  dommi.  Finalmente 
pretendesse  di  attribuirsi  il  diritto  gli  orientali,  essendo  rientrati  un 
delle  ordinazioni,  contro  i  canoni,  poco  in  se  stessi,  credettero  di  do- 
ed  il  costume  stabihto.  Il  concilio  ver  cooperare  alla  pace  della  Chie- 
colla  sua  sentenza  conservò  i  ve-  sa,  e  dopo  essersi  a  grandissimo 
scovi  di  Cipro  nel  libero  possesso  stento  accordati,  ofTiirono  una  pro- 
di fare  da  se  slessi  le  ordinazioni  fessione  di  fede  sopra  Tincarnazio- 
a  tenore  dei  canoni,  e  secondo  il  ne,  e  sopra  la  ss.  Vergine  Maria, 
costume,  se  il  vescovo  di  Antiochia  Fu  trovata  cattolicissima  questa 
non  fosse  fondato  nella  consuetu-  professione,  e  se  ne  fece  uso  in 
dine.  Ma  siccome  quest'ultimo  non  progresso  per  placare  gli  animi.  Per 
era  presente  al  concilio,  così  non  l' altra  parte  i  padri  del  concilio 
potè  difendere  il  suo  diritto  che  scrissero  all'imperatore  a  favore 
era  ne  più,  ne  meno  fondato,  non  di  s.  Cirillo,  e  di  Memnone,  e  lo 
essendo  stato  interrotto  questo  pos-  informarono  della  verità  dei  falli, 
sesso,  se  non  per  occasione  degli  Bappresentarongli  con  quale  ingiu- 
arianij  siccome  appare  da  una  let-  stizia  opprimevasi  un'  assemblea , 
tera  di  s.  Innocenzo  I  Papa,  ad  quale  era  il  concilio;  e  per  distrug- 
Alessandro  di  Alessandria,  scritta  gere  le  impressioni,  che  potesse  aver 
\ent'anni  addietro.  fatto  sull'animo  di  Teodosio   li   la 

Poco  dopo  questa  sessione,  Teo-  relazione  infedele  del  conte  Gio- 
dosio  mandò  il  conte  Giovanni  ad  vanni,  scrissero  una  lettera  dello 
Efeso,  e  subito  arrivato  lesse  ai  pa-  stesso  tenore  agli  ortodossi  di  Co- 
dri  del  concilio  la  lettera  dell'  im-  stanlinopoli,  i  quali  non  dubitaro- 
peratore,  la  quale  comandava  la  no  di  altamente  dichiararsi  a  fa- 
deposizione  di  s.  Cirillo,  di  Mem-  vore  di  tanti  vescovi  perseguitati 
none,  e  di  Nestorio  ;  e  siccome  i  a  quel  modo,  e  indirizzarono  ai- 
vescovi  protestarono,  ch'eglino  non  l'imperatore,  a  nome  di  tutto  il 
acconsentirebbero  a  quella  dei  due  clero,  una  supplica  piena  di  ener- 
prirai,  così  gli  fece  arrestare  tutti  già,  e  di  generosità.  Dicono  in 
e  tre,  e  diede  in  custodia  Nestorio  quella,  che  siccome  la  religione 
al  conte  Candidiauo  suo  amico.  Sv  cristiana  obbliga  i  sudditi  ad  ubbi- 


8o  EFE 

dire  i  loro  principi,  così  vuole  che 
quando  non  si  può  loro  ubbidire 
senza  pregiudizio  dell'  anima  sua, 
parlisi  loro  con  libertà,  e  con  co- 
raggio da  figliuoli  di  Dio.  Gli  rap- 
presentarono, che  condannando  Ci- 
rillo e  Meninone,  sotto  un  falso 
pretesto  di  pace,  si  mette  la  divi- 
sione in  tutta  la  Chiesa  ;  e  che 
deponendo  Nestorio  da  una  parte, 
e  tutti  i  vescovi  cattolici  dall'altra 
nella  persona  di  s.  Cirillo,  si  la- 
sciano gli  ariani,  e  gli  eunomiani 
padroni  di  tutto  ;  protestarono  in 
fine  di  essere  risoluti  a  soETEriacere 
ad  ogni  male^  anche  al  martirio, 
con  quelli  che  hanno  con  loro  la 
stessa  fede. 

Tocco  r  imperatore  da  questa 
supplica  del  clero  di  Costantino- 
poli, permise  ai  padri  del  concilio 
di  mandargli  otto  deputati  colle 
opportune  istruzioni;  ed  altrettanti 
ne  inviarono  gli  orientali  per  parte 
loro.  Tra  i  deputati  cattolici  era 
il  primo  Arcadio,.  vescovo  legalo 
della  santa  Sede,  e  Filippo  prete, 
uno  dei  tre  legati  del  medesimo 
s.  Celestino  I.  Gli  uni,  e  gli  altri 
recaronsi  per  ordine  dell'imperato- 
re a  Calcedonia,  ch'era  di  rimpet- 
to  a  Costantinopoli,  ma  dall'altra 
parte  del  Bosforo  ;  e  qui  fu  dove 
si  terminarono  finalmente  gli  afiari 
di  Efeso  a  vantaggio  della  Chiesa. 
Essendosi  l'imperatore  condotto  co- 
là, diede  udienza  per  cinque  gior- 
ni diversi  ad  ambe  le  parti,  e  do- 
mandò che  ognuna  facesse  una  e- 
sposizione  di  sua  credenza.  Non  si 
sa  in  particolare  ciò  che  seguisse 
in  queste  udienze,  solamente  ci  è 
noto  che  gli  orientali  si  dolsero 
molto  di  s.  Cirillo,  e  che  i  catto- 
lici non  vollero  mai  entrare  in 
conferenza  con  essi.  Vi  è  fonda- 
mento di  supporre,  che    l'iaipera- 


EFE 

tore,  essendo  meglio  informato,  ren- 
desse giustizia  alla  verità,  poiché 
essendo  di  ritorno  a  Costantinopo- 
li, ordinò  con  una  lettera  ai  depu- 
tati cattolici  di  condursi  in  quella 
città  per  ordinarvi  un  nuovo  ve- 
scovo nella  persona  di  Massimiano, 
in  vece  di  Nestorio,  al  quale  avea 
egli  fatto  già  comandare  di  uscire 
da  Efeso,  e  di  rinchiudersi  nel  suo 
monisfero  vicino  ad  Antiochia,  il 
che  gettò  in  costernazione  gli  o- 
rientali.  Quindi  prescrisse  con  una 
lettera,  che  tutti  i  vescovi,  e  s. 
Cirillo  e  Memnone  eziandio,  ritor- 
nassero alle  loro  chiese,  dovendo 
fare  altrettanto  Giovanni  d'  Antio- 
chia co'  suoi  vescovi  ravveduti  dal- 
l' errore.  Sì  raccoglie  da  questa 
lettera,  eh'  è  come  la  conclusione 
del  concilio,  che  quantunque  Teo- 
dosio II  fosse  ancora  in  qualche 
dubbio,  e  non  volesse  decidere  ne 
per  gli  uni,  ne  per  gli  altri)  pre- 
feriva con  tuttociò  quelli  del  con- 
cilio ecumenico,  perchè  avevano 
dal  canto  loro  più  contrassegni  di 
comunione  cattolica.  L'imperatore 
e  Massimiano,  vescovo  novello  di 
Costantinopoli,  spedirono  legati  al 
Pontefice  s.  Celestino  I ,  Giovanni 
prete,  ed  Epitetto  diacono,  e  con- 
gratularonsi  col  Papa  del  trionfo 
riportato  suH'  eresia  nestoriana  ab- 
battuta nel  concilio  Efesino,  e  nel 
quale  fu  stabilito,  contro  l'eresiar- 
ca, una  persona  essere  in  Cristo,  e 
due  nature,  e  dover  la  b.  Vergine 
Maria  chiamarsi  madre  di  Dio.  Tal 
decreto  si  seppe  in  Roma  nel  gior- 
no di  Natale,  e  vi  fu  ricevuto  con 
tanta  gioja,  ed  acclamazione,  che 
nel  generale,  e  divoto  clamore  ad 
onore  della  gran  Madre  di  Dio,  si 
aggiunsero  alla  salutazione  angeli- 
ca dell' x/i'p  Maria  {Fedi)  le  pa- 
role che  tuttora  recitiamo  :  Sanata 


EFE 

Maria  Mater  Dei  ora  prò  nohis 
peccatoribiis,  mine  et  in  hora  mor- 
tis  nostrae  Amen.  A  questa  madre 
di  Dio  r  augusta  s.  Pulcheria,  che 
tanto  avea  cooperato  alla  buona 
riuscita  della  parte  cattolica,  alzò 
un  sontuosissimo  tempio  in  Costan- 
tinopoli presso  il  mare,  e  fu  da 
altri  imitata  in  diverse  parti  del 
mondo  per  la  divozione  accresciu- 
ta alla  madre  di  Dio.  E  succeden- 
do, nel  4^2 ,  a  s.  Celestino  I,  il 
Papa  s.  Sisto  III,  questi  a  memoria 
del  trionfo  riportato  su  Nestorio,  e 
a  gloria  di  Maria,  rinnovò  in  Ro- 
ma la  patriarcale  Chiesa  di  s.  Ma- 
ria Maggiore  (Vedi),  al  modo  che 
dicesi  a  quell'  articolo,  e  con  pit- 
ture in  mosaico,  le  quali  celebra- 
rono questo  concilio. 

Cosi  ebbe  fine  il    celebre    conci- 
lio   di  Efeso,    ricevuto    sempre,    e 
venerato  dalla  Chiesa  come  ecume- 
nico,   non     ostante    la    opposizione 
che  per  alcun  tempo  vi  fecero   gli 
orientali.    Secondo  il  Bergier,  è  una 
prova,  che  il  concilio  di    Efeso  te- 
meva   giustamente    le    conseguenze 
dell'eresia  di  Nestorio,    l'aver   egli 
perseverato  sino    alla    morte    mal- 
grado i  patimenti   di    un    rigoroso 
esilio,  e  l'esempio  de' suoi  migliori 
amici.  Gli  venne  rosa     dai    vermi- 
ni quella  lingua,    che    avea    osato 
pronunciare    esecrande    bestemmie 
contro  la    madre    di    Dio,    e   sono 
passati  più  di  quattordici  secoli  dac- 
ché i  nestoriani  {Vedi)  di    lui  set- 
tatori perseverano    in    oriente  nel- 
l'errore. In  quanto  ai  canoni  fatti 
in  questo  concilio,  essi  sono  sei.  Il 
primo  fu  contro  coloro,  che  la  sen- 
tivano con  Celestio  eresiarca,  e  coi 
di  lui  fautori,  nonché  contro  Pela- 
gio; come    contro    quelli    che  non 
■vollero  condannar    Nestorio.    11  se- 
condo canone  fu  quello,    che   volle 

VOI.    XXI. 


EFE  8r 

privali    del    sacerdozio  coloro,    qui 
deficientibus  a  synodo  adhaeserunt. 
li  terzo  riguarda  sulla  restituzione 
alla  dignità  sacerdotale ,    di    quelli 
che  n'erano  stati    privi   da    Nesto- 
rio. Il  quarto  canone  così    diceva  : 
Si  qui  auttm  clericorum  defecerìnt 
vel  ausi  fuerint  vel   privatinij    vel 
publice  quae   sunt  Nestorii,   ani  Cc- 
lestii,  sapere,  sanciluni  est  a  sanala 
synodo  islos  quoque  depositos  esse. 
11  quinto  canone  non  voleva  che  i 
condannati   dal    medesimo    concilio 
potessero  essere  reintegrati    a    quei 
gradi,  da'  quali  erano  stati    rimossi 
dai  padri  dell'assemblea.   11  sesto  ed 
ultimo  canone    fu    fatto  :     Similiter 
autem,  si  qui  velini  ea,  quae  de  sin- 
gidis  per  sanctam  synodum  gesta  sunt 
Ephesinam,    quocumque  modo  mo- 
verej  sanala  synodus  ipsa  dearevit^ 
si  quidein  episaopi  aut  clerici  fue- 
rint^ eos  omnino   a  proprio    cadere 
gradu:  sin  vero  laici ,  aut  aliij  si- 
ne    communione    permaneant.     V, 
Baldassari  Istoria  conipen.  de' con- 
cini ecumenici,  p.  3g    e  seg.  ;    Diz. 
de'  concini  j  Regia  tom.  V,    Labbé 
tom.  Ili,  Arduino  tom.  I,  Baluzio, 
Tillemont,     Condì,    tom.    III.    Nel 
1791    si  pubblicò    in  Venezia   /' /- 
storia    dell'  eresia    di   Nestorio,    e 
del  concilio  di  Efeso,  di  Bercastel. 
11  quinto  concilio  di  Efeso,  o  con- 
ciliabolo, é  quello  tenuto    nel    4^  i 
da  Giovanni  patriarca    d'Antiochia, 
partigiano  di  Nestorio,  contro  il  con- 
cilio generale   di  Efeso,    di    cui    in 
questo  si  è  parlato.  Regia  t.  V,  Lab- 
bé t.  Ili,  Arduino  t.   I,  Baluzio. 

11  sesto  si  tenne  nell'anno  434> 
44oj  o  44^5  sopra  Bassiano  prete 
di  Efeso,  ch'era  stato  ordinato  ve- 
scovo di  una  città  della  provincia 
suo  malgrado,  ed  al  quale  ne  fu 
sostituito  un  altro.  Mansi  tom.  I, 
p.   3i8,  e  Baluzio. 

6 


8^  EFO 

Il  settimo  nel  44?  sopra  Bassia- 
no vescovo  di  Efeso.  Baluzio. 

L' ottavo  ebbe  luogo  Tanno  449» 
chiamato  il  conciliabolo  Ephesinum, 
Lalrocinhim,  Assassinio,  Brigantag- 
gio. Venne  presieduto  da  Dioscoro 
patriarca  Alessandrino,  che  vi  ap- 
provò gli  errori  di  Eutiche,  e  vili- 
pese i  legati  pontifìcii.  Vi  fu  con- 
dannato s.  Flaviano,  vescovo  catto- 
lico di  Costantinopoli,  eh'  essendovi 
stato  battuto  crudelmente,  morì 
dopo  tre  giorni  dalle  ferite.  Di  que- 
sto conciliabolo  sì  tratta  anche  nel 
Voi.  XV,  pag.  iS'j  del  Dizionario. 
V.  inoltre  Dizion.  de  Conditi^  Re- 
gia toni.  VII,  Labbé  tom.  Ili,  Ar- 
duino tom.  I. 

Il  nono  si  riporta  all'anno  4?^» 
ma  non  è  riconosciuto.  Timoteo  Elu- 
ro,  vescovo  d'Alessandria,  vi  rista- 
bilì Paolo,  e  depose  Acacio  di  Co- 
stantinopoli. Diz.  de'  Concila. 

EFOD,  o  EPHOD.  Ornamento 
sacerdotale  in  uso  presso  gli  ebrei. 
Questo  nome  derivò  dall'  ebreo 
fiphad^  vestire.  L'  efod  consisteva 
in  una  specie  di  cintura,  che  pen- 
dendo dietro  il  collo,  e  al  disopra 
delle  spalle,  discendeva  dinanzi,  si 
incrociava  sul  petto,  e  serviva  quin- 
di a  cingere  la  tonaca,  girando  at- 
torno al  corpo;  dopo  di  che  le  sue 
eslremitti  cadevano  davanti  fino  a 
terra.  Altri  descrivono  l'efod,  per 
una  specie  di  tonaca  ristretta,  con 
manicbe,  avente  sul  petto  un'aper- 
tura di  quattro  dita  quadrate,  che 
era  coperta  dal  razionale.  Così  lo 
descrive  Gioseffo;  ma  Filone  lo 
figura  come  una  corazza.  Dice  s. 
Girolamo,  che  l' efod  era  una  spe- 
cie di  tonaca  simile  agli  abiti  chia- 
mati Caracalla  (Fedi)^  finalmente 
altri  pretendono  che  non  avesse 
^maniche,  e  che  di  dietro  scendes- 
se sino  ai  talloni. 


EFO 

Distinguonsi  due  sorte  di  efod; 
r  uno  di  semplice  lino  pei  sacer- 
doti ,  r  altro  pel  sommo  sacer- 
dote, il  quale  era  di  drappo  tes- 
suto d'oro,  di  giacinto,  di  porpo- 
ra, di  cremesino,  e  di  cotone  ritor- 
to. Al  luogo  dell'  efod,  che  veniva 
sulle  due  spalle  del  sommo  sacer- 
dote, stavano  due  grosse  pietre  pre- 
ziose o  sardoniche  incassate  nell'o- 
ro, sulle  quaU  leggevasi  il  nome 
delle  dodici  tribù  d' Israele,  cioè 
su  quello  della  spalla  dritta  il  no- 
me dei  sei  primogeniti,  e  quello 
dei  secondogeniti  sulla  sinistra.  Nel- 
la parte  ove  1'  efod  s' incrociava  sul 
petto  del  sommo  sacerdote,  eravi 
un  ornamento  quadrato,  detto  il 
razionale 3  nel  quale  erano  incassa- 
te dodici  pietre  preziose,  su  cui  si 
trovavano  scolpiti  i  nomi  delle  do- 
dici tribù  dello  stesso  Israele,  cioè 
uno  per  pietra.  L' efod  sovente  fu 
confuso  col  razionale y  e  con  Yurim 
e  thumminif  che  vi  ciano  attacca- 
ti, perchè  tutto  questo  apparteneva 
all'  efod,  e  formava  con  lui  una 
sola  cosa.  Dio  rese  più  volte  ai  re 
d' Israele,  e  di  Giuda  i  suoi  oraco- 
li a  mezzo  del  sommo  sacerdote,  e 
de]V  urini  e  thummim^  quando  fu 
consultato  sugli  avvenimenti  futuri 
risguardanti  il  bene  pubblico  della 
nazione.  Alcuni  pretesero,  che  nelle 
solennità  i  detti  re  talvolta  usas- 
sero r  efod  ;  certo  è  che  David  lo 
portava  nel  solenne  trasferimento 
dell'arca.  Il  Formale  (Fedì),  che 
si  usa  dal  sommo  Pontefice,  si 
chiama  anche  razionale,  e  petto- 
ralc. 

\J  efod  dei  semplici  sacerdoti  era, 
come  si  disse,  di  solo  lino,  avea  la 
medesima  estensione  di  quello  del 
sommo  sacerdote,  ma  meno  prezio- 
so, e  meno  lavorato.  Samuele, 
quantunque  non  fosse    che    levita, 


EFR 
e  fanciullo,  pure  portava  l'efocl  nel 
tabernacolo.  Abbiamo  ancora,  che 
Gedeone  giudice  d' Israele  fece  fare 
un  efod  magnifico  colle  spoglie  dei 
Madianiti,  e  lo  depositò  in  Efra 
sua  residenza,  o  per  usarne  nelle 
assemblee,  e  solenni  funzioni  della 
nazione^  e  per  consultar  Dio  per 
mezzo  del  sommo  sacerdote,  lo  che 
non  era  proibito  dalla  legge.  Anco 
i  pagani  potevano  avere  abiti  si- 
mili ;  secondo  Isaia,  sembra  che  i 
pagani  vestissero  i  falsi  dei  di  un 
efod,  forse  quando  volevano  avere 
degli  oracoli.  Qualcuno  pai'agonò 
r  efod  al  Fanone  (Fedi) ,  orna- 
mento sagro  usato  dai  romani  Pon- 
tefici, quando  celebrano  solenne- 
mente, ma  vi  è  divario.  F.  Be- 
ned.  Dav.  Caprovium,  De  Ponti- 
ficum  hebraeorum  vestita  sacro, 
Jenae  i656.  Deli'  efod  tratta  pu- 
re il  padre  Bouanni ,  La  gerarchia 
ecclesiastica  considerata  nelle  vesti 
sagre,  ove  riporta  diverse  forme 
di  efod. 

EFREM  (s.).  In  Nisibi  città  del- 
la Mesopotamia  nacque  Efrem.  I 
di  lui  genitori  quanto  ignobili  per 
natali,  altrettanto  illustri  per  copia 
di  martiri  nei  loro  ascendenti,  e- 
ducarono  il  loro  figlio  nel  santo 
timore  di  Dio.  Consecrato  fino  dal 
suo  nascere  al  Signore,  e  ricevuto 
il  battesimo  soltanto  nel  diciotte- 
simo anno  di  età,  si  fece  monaco, 
ed  andò  ad  abitare  in  un  romito- 
jo  lontano  dalla  comunità.  Quivi 
egli  si  diede  alla  vita  contempla- 
tiva, e  lavorando  in  far  vele  da 
navi,  portava  al  fine  della  setti- 
mana il  lavoro  alla  comunità,  e 
ritraeva  con  ciò  il  proprio  vitto.  Di 
natura  collerico,  egli  seppe  tanto 
frenarsi,  che  alcuno  noi  vide  mai 
alterato,  anzi  era  chiamato  la  dol- 
cezza^ o  il   pacifico   di  Dio.    Coi 


EFR  ^5 

peccatori  indurali  &i  valeva  delle 
lacrime  per  ridurli  a  penitenza,  di- 
sprezzava se  stesso  per  esercitarsi 
nella  santa  umiltà.  Lasciò  vari  scritti, 
tutti  pieni  di  zelo  apostolico.  Passato 
per  celeste  ispirazione  in  Edessa,  si 
recò  ivi  a  venerare  le  reliquie  del 
santo  apostolo  Tommaso,  ed  ordi- 
nato diacono,  si  mise  a  predicare 
con  molto  zelo  e  gran  frutto.  Mol- 
ti furono  gì'  idolatri  da  lui  con- 
vertiti, e  molti  ancora  gli  eretici, 
che  abbandonarono  i  loro  errori. 
S.  Girolamo  encomia  anzi  il  libro 
da  s.  Efrem  composto  contro  i  se- 
guaci di  Macedonio,  provando  in 
quello  a  meraviglia  la  divinità  del- 
lo Spirito  Santo.  Apollinare  nel  876 
dommatizzò  sacrilegamente  sulla  u- 
manità  di  Gesù  Cristo,  ed  il  santo 
anacoreta  vigorosamente  attacca- 
tolo il  conquise.  Recatosi  nell'anno 
872  a  Cesarea,  vi  giunse  nel  mo- 
mento che  il  santo  arcivescovo  Ba- 
silio predicava  al  suo  popolo.  Ter- 
minata la  predica ,  si  senti  chia- 
mare dallo  stesso  arcivescovo,  e 
presentatosi  lo  interrogò  ,  s' egli 
era  quell'  JEfrem  ,  servo  di  Gesti 
Cristo.  A  tale  ricerca  rispose:  «  io 
**  sono  queir  Efrem  ,  eh'  è  molto 
»  lontano  dal  cammino  del  cielo'*, 
e  piangendo  gli  disse  :  «  O  mio 
«  padre  !  Pietà  vi  prenda  di  un 
M  miserabile  peccatore,  e  degnatevi 
«  metterlo  in  sulla  retta  via".  Ba- 
silio, scoperta  di  subito  la  umiltà 
di  Efrem,  lo  trattenne  seco,  e  lo 
forni  di  norme  per  condurre  una 
santa  vita,  e  concepì  di  lui  parti» 
colar  venerazione.  Ritornato  in  E- 
dessa,  si  rinchiuse  in  una  celletta, 
e  con  nuovo  fervore  inspiratogli  dal 
santo  arcivescovo  si  dispose  al  gran 
passaggio  dell'eternità.  Scrisse  in 
quel  tempo  le  sue  settantasei  Pa- 
renesif     ossia   esortazioni  molto  ef- 


84  EGA 

ficaci  alla  penitenza,  non  poche 
delle  quali  sono  state  inserite  nel- 
r  uffizio  della  chiesa  dai  siri.  Fece  il 
$uo  testamento,  nel  quale  oixlinò  di 
esser  seppellito  in  una  tomba  comu- 
ne, ed  esortò  i  suoi  di  tenerlo  rac- 
comandato al  Signore.  Aggravato 
sempre  piti  dalla  febbre,  ricevuto  il 
santo  Viatico,  e  l' estrema  unzione 
con  tutto  il  fervore  proprio  dell'  uo- 
mo assorto  in  Dio,  placidamente 
spirò  in  età  molto  avanzata  l'an- 
no 378.  Dopo  la  sua  morte  si  ce- 
lebrò subito  in  Edessa  la  sua  festa, 
e  nel  vero  martirologio  di  Beda  è 
ricordato  il  dì  9  luglio. 

EFREM  (santo),  patriarca  d'An- 
tiochia, scrisse  molte  opere  a  dife- 
sa del  concilio  di  Calcedonia,  di 
s.  Cirillo,  e  di  s.  Leone,  i  cui  estrat- 
ti si  sono  stampati  da  Fozio. 

EGA  (Aegae).  Città  vescovile 
della  seconda  Cilicia ,  nel  patriar- 
cato d'Antiochia,  sotto  la  metro- 
poli di  Anazarbo,  la  cui  erezione 
risale  al  quinto  secolo.  Vuoisi  fab- 
bricata da  Egea  regina  delle  Ama- 
zoni,  ovvero  da  Egeo  figlio  di  Te- 
seo. Fu  celebre  pel  tempio  di  Escu- 
Japio,  e  per  essere  stata  così  ben 
munita^  che  sembrava  miracolo  del- 
l'arte. Nell'anno  285  quivi  patì  il 
martirio  s.  Zenobio  vescovo,  e  lo  pa- 
tirono pure  i  ss.  Claudio,  Aslerio,  e 
IVIeone,  e  le  sante  Donnina,  e  Teo- 
nilla.  Ivi  inoltre  furono  martirizzati 
a'  27  settembre  i  ss.  Antimo,  Leon- 
zio, ed  Euprepio.  Al  vescovo  s.  Ze- 
nobio eresse  una  basilica  il  di  lui 
successore  Tavodimonte,  che  inter- 
venne al  concilio  Niceno.  Anche 
r  imperatore  Giustiniano  I  vi  fece 
edificare  una  chiesa  in  onore  de'  ss. 
Cosma  e  Damiano,  che  dicesi  ave- 
re ivi  sofferto  il  martirio  a'  27  set- 
tembre, o  a'26  ottobre  sotto  il  pre- 
sidente Lisia,  neh'  impero    di    Dio- 


EGB 

cleziano  per  avere  col  loro  patro- 
cinio riacquistala  la  sanità.  F.  su  di 
ciò:  Disqaisilio  historica  ss.  Cosmae, 
et  Damiani  martyris,  ejusque  ha- 
sìlicaej  Romae  1747-  Al  presente 
Ega  o  Egea,  è  un  vescovato  in 
partibus,  che  conferisce  la  santa  Se- 
de. F.  il  Terzi,  Siria  Sagra ^  pag. 
117. 

EGA,  EGUGA,  stwEgulga  ed  an- 
che Iguiga.  Sede  episcopale  nel- 
r  Africa  occidentale,  nella  provin- 
cia proconsolare  di  Cartagine,  sotto 
la  metropoli  di  questo  nome.  Fi- 
renze suo  vescovo  intervenne  al  ce- 
lebre concilio  tenuto  dal  Pontefice 
s.  Martino  I   nel  Làterano. 

EGARA.  Città  vescovile  della  Ca- 
talogna nella  Spagna,    nel    territo- 
rio Laletani,  di  cui  ora  non  rima- 
ne vestigio.  Era  situata  alla  distan- 
za di  quattro  leghe  da  Barcellona, 
nel  luogo   ove    presentemente    tro- 
vasi la  città  di  Carraca,  o  borgata 
di  Taracca,  o  Tarassa.  Rimane  pe- 
rò ancora  la  città  antica,  la  quale 
è  alquanto  al  di  sopra  della  città, 
ma  non  è  altro  che  una  parrocchia 
chiamata  s.  Pietro  d'Egara.  La  se- 
de   vescovile    fu    eretta  nel  quinto 
secolo,  suffraganea  della    metropoli 
di  Tarragona.  Nell'anno  6i5  in  fi- 
gara  delta  Exartaj    si     tenne    un 
concilio  nazionale,  nel  quale  si  con- 
fermarono le  decisioni  di  quello  di 
Huesca,    celebrato    l'anno  589,  e 
riguardante  il  celibato  degli    eccle- 
siastici. Nel  concilio  di  Toledo  del 
589,  in  quello    di    Barcellona    del 
599 ,  ed  in  sei  altri  di  Toledo  del 
settimo  secolo,  si  vedono    le  sotto- 
scrizioni de'  vescovi  di   Egara.    Ma 
nell'anno    698,    venendo    la   città 
distrutta    dai    mori ,    il  suo  vesco- 
vato fu  riunito  alla  sede  episcopale 
di  Barcellona. 

EGBINO  (s.).  Di  nobile  famiglia, 


EGE 

bretone  di  nascita,  passò  in  Fran- 
cia Egbino  assai  giovine,  sotto  la 
direzione  del  tcscovo  di  Dole  s. 
Sansone.  Assistendo  un  giorno  al 
divin  sacrifizio,  udite  quelle  parole 
del  vangelo:  Chi  non  rinunzia  a 
tutto  ciò  che  possedè^  non  pub  es" 
sere  mio  discepolo,  Egbino,  sempli- 
ce diacono  in  allora,  si  sentì  alta- 
mente compreso  dalla  forza  di  quel- 
le divine  espressioni ,  e  deliberò  col- 
Tassenso  del  s.  suo  vescovo  di  ri- 
coverarsi nell'abbazia  di  Tauvac. 
Ivi  neir  anno  554  fece  la  solenne 
professione,  e  conducendo  di  conti- 
nuo una  vita  eremitica,  da  di  là 
passò  in  Irlanda.  Per  venti  e  piìi 
anni  dimorò  in  una  cella  fabbrica- 
tasi in  mezzo  ad  un  bosco.  Visse 
con  tanta  austerità  sino  agli  anni 
ottantatre,  e  mori  verso  la  fine  del 
sesto  secolo,  il  dì  19  ottobre,  gior- 
no in  cui  è  ricordato  nel  martiro- 
logio romano. 

EGENESHAM.  Luogo  d'Inghil- 
terra,  nel  quale  nell'anno  1186  fu 
celebrato  un  concilio  nel  mese  di 
maggio.  Vi  si  fecero  parecchie  ele- 
zioni di  vescovi,  ed  abbati  ec.  An- 
glia  tom.  I,  Mansi  tom.  II. 

EGESIPPO  (s.).  Egesippo  nacque 
giudeo,  e  divenne  uno  dei  membri 
della  chiesa  di  Gerusalemme.  Re- 
catosi a  Roma  vi  dimorò  venti  an- 
ni, e  nel  177  si  restituì  di  nuovo 
in  oriente.  Scrisse  egli  nella  sua 
prima  età  la  storia  della  Cliiesa, 
divisa  in  cinque  volumi,  ed  in  que- 
sta fece  egli  chiaramente  vedere, 
che  il  deposito  delle  verità  da  Ge- 
sù Cristo  promulgate,  era  stato  con 
gelosia  custodito  sino  a'  suoi  gior- 
ni. Nell'anno  180  in  Gerusalemme 
santamente  morì.  San  Girolamo 
dalla  semplicità  del  suo  stile  lo  sta- 
bilisce dotato  di  uno  spirito  apo- 
stolico, e  ripieno  di  profonda  umii- 


ÈGI  85 

tà.  La  sua  festa    è    ricordata   li  7 
aprile. 

EGIDI  Giovanili,  Cardinale.  Gio- 
vanni Egidi,  appellato  il  Cardinale 
di  Liegi,  nativo  della  provincia  di 
Neustria  in  Francia,  dottore  in  am- 
be le  leggi,  fu  dapprima  cantore 
nella  chiesa  di  Parigi,  e  quindi  pre- 
vosto in  quella  di  Liegi.  Recatosi 
a  Roma,  venne  eletto  uditore  di 
ruota  e  cappellano  Pontificio.  Ur- 
bano VI  lo  spedì  nunzio  apostolico 
nella  diocesi  di  Treveri,  di  Colo- 
nia e  di  Reims,  dove  rimase  fino  al 
termine  del  pontificato  di  Bonifacio 
IX,  successore  di  Urbano  V^I.  Assun- 
to alla  cattedra  pontificia  Innocenzo 
VII,  questi  presa  in  molta  conside- 
razione la  illibatezza  e  i  preclari 
meriti  dell'  Egidi,  agli  1 1  giugno 
i4o5  lo  creò  diacono  Cardinal  as- 
sente de'  ss.  Cosimo  e  Damiano. 
Ma  tornato  a  Roma,  essendo  mor- 
to il  Papa  Innocenzo  VII,  concor- 
se all'  elezione  di  Gregorio  XII, 
che  poscia  abbandonò  per  non  con- 
travvenire a'  decreti  del  pisano  con- 
cilio, di  cui  egli  era  stato  uno  dei 
principali  promotori.  Narra  il  Ciac- 
conio  che  Gregorio  XII,  veggendosi 
da  lui  abbandonato,  ardesse  di  tal 
risentimento,  da  comandare  in  ogni 
modo  la  cattura  di  quel  Cardinale. 
Poco  dopo  cessò  di  vivere,  e  le  sue 
spoglie  ebbero  sepolcro  nella  catte- 
drale di  Liegi. 

EGIDIO  (s.).  Nel  declinare  del 
secolo  VII  nacque  Egidio  da  nobili 
parenti,  ed  ebbe  Atene  per  patria. 
Cresciuto  negli  anni,  e  riuscito  ne- 
gli studi  umani  assai  distinto,  ce- 
lebre vieppiù  si  rese  nella  pietà. 
Schivo  per  naturale  inclinazione 
alle  lodi,  abbandonata  la  patria,  e 
i  parenti,  si  rifugiò  in  un  romi- 
taggio della  Francia.  Non  tardò  egli 
a  farsi  conoscere  anche  in   Francia 


se  EGi 

i>er  un  vero  uomo  di  Dio,  e  la  fa- 
ina di  lui  arrivò  sino  al  soglio  rea- 
le. Sollecitato  da  quel  monarca  ad 
abbandonare  la  sua  solitudine,  nói 
permise  la  sua  umiltà,  e  soltan- 
to si  adattò  di  ricevere  con  se 
alcuni  discepoli,  fondando  un  mo- 
pistero  sotto  la  regola  di  s.  Bene- 
fuetto.  Visse  molti  anni,  edifican- 
do col  suo  esempio,  ed  ammae- 
strando colla  sua  voce  que' giovani 
alunni.  Finalmente  pieno  di  meriti 
ed  acceso  dello  spirito  del  Signore, 
spirò  placidamente  in  odore  di  san- 
tità. Tumulato  il  suo  corpo,  furono 
molti  anni  appresso  traslocate  le 
sue  reliquie  nella  chiesa  abbaziale 
di  s.  Semino  in  Tolosa.  Un  gran 
liumero  di  chiese  della  Francia, 
Germania,  Ungheria,  e  Polonia,  lo 
tengono  per  loro  protettore,  e  la 
sua  festa  si  celebra  il  di  i  settem- 
bre. 

EGIDIO,  Cardinale.  Egidio,  uo- 
mo di  specchiato  candor  di  costu- 
mi, e  chiarissimo  pel  vasto  sapere, 
fu  creato  da  Giovanni  XIII  del  g65 
vescovo  Cardinale  Tuscolano.  Quel 
Pontefice,  giusto  estimatore  delle  di- 
Stinte  doti  dell'Egidio,  Io  spedi  le- 
gato apostolico  in  Polonia  ad  istan- 
za del  duca  Miscislao,  che  a  per-» 
suasione  della  sua  moglie  Dubrava, 
pssia  Debbora,  avea  abbracciata  la 
religione  cattolica,  e  ricevuto  il  bat- 
tesimo. Il  Cardinal  Egidio,  nella 
sua  legazione  volle  seco  sette  ca- 
nonici regolari  lateranensi ,  ed  in- 
sieme con  essi  diedesi  a  propagare 
la  fede,  istruire  i  novelli  convertiti, 
e  coltivare  in  ogni  luogo  la  pu- 
rità de*  costumi.  Il  Signore  bene- 
dì  le  fatiche  di  lui  per  modo,  che 
due  nuovi  arcivescovati  furono  in 
quel  regno  fondati.  Mori  in  Polo- 
nia verso  Tanno  995. 

EGIDIO  GIL  o  DIONISIO,  Ctìr- 


EGI 

cìinale.  Egidio,  o  Dionisio,  appel- 
lato anche  Gilo,  professò  nel  mo- 
nistero  di  Clugny,  e  si  distinse,  per 
quanto  lo  permetteva  il  suo  secolo, 
in  letteratura  ed  eloquenza.  Nel 
concilio  generale  lateranense  I  ce- 
lebrato nel  II 2  3,  Calisto  II  lo  no- 
minò vescovo  Cardinale  Toscolano, 
e  quattro  anni  dopo,  ebbe  la  com- 
missione da  Onorio  II,  come  ap- 
parisce dalle  sue  lettere,  di  recarsi 
in  Palestina  in  qualità  di  legato  a- 
postolico.  Ivi  tosto  si  condusse  in 
compagnia  di  Guglielmo  arcivesco- 
vo di  Tiro,  e  diede  suU'  istante 
principio  all'aflìdalogli  affare.  Trat- 
tavasi  di  pacificare  alcune  chiese  di 
quella  provincia,  nelle  quali  v'era- 
no molle  discordie  per  le  dissen- 
zioni  insorte  tra  i  vescovi  di  Scria; 
di  più  bisognava  intimare  a  Ber- 
nardo patriarca  di  Antiochia  di  ri- 
tirare nel  tempo  di  cinquanta  gior- 
ni la  giurisdizione  usurpatasi  sopra 
i  suffragane  di  Tiro,  e  del  pari 
obbligare  in  egual  tempo  que' suf- 
fraga nei,  sotto  pena  di  sospensione 
da  ogni  episcopal  ministero,  a  ri- 
conoscere per  loro  metropoli  tane 
l'arcivescovo  Guglielmo.  Il  Ciacco- 
nio  scrive  che,  dopo  questa  legazio- 
ne, si  recò  in  Polonia  per  propa- 
gare la  fede;  ma  è  chiaro  ch'egli 
lo  confuse  col  sopra  lodato  Cardi- 
nale Egidio,  morto  nel  995.  Pri- 
ma dell'anzidetta  commissione,  Ca- 
listo II  lo  avea  deputato  insieme 
col  Cardinal  Grisogono  Malcondini 
ed  alcuni  altri  Cardinali,  nella  cit- 
tà di  Benevento  per  giudicare  la 
causa  che  verteva  tra  Betlemme,  ab- 
badessa  di  s.  Maria,  e  Agnese  ab- 
badessa  di  s.  Pietro,  la  quale  pre- 
tendea  giurisdizione  sul  monistero 
di  s.  Maria.  Ritornato-  in  Roma, 
favorì  il  partito  dell'antipapa  Ana- 
cleto II;  per  la  qual  cosa  Innocenzo 


EGI 

H  Io  spogliò  della  dignità,  e  gì*  inflis- 
se l'ecclesiastiche  censure.  Ma  po- 
scia tornato  al  buon  sentiero  per 
opera  di  s.  Bernardo,  ricuperò  i 
perduti  onori  nel  giorno  dell'  otta- 
va di  Pentecoste  ii38.  Dopo  se- 
dici anni  di  Cardinalato ,  cessò  di 
vivere  sul  principio  del  i  i3g.  Scris- 
se il  Cardinal  Egidio  alcune  lette- 
re a  quei  di  Antiochia,  nelle  quali 
si  trova  molta  dottrina. 

EGIRA.  Fpoca  dei  maomettani. 
F,  Era. 

EGITTO  [Mgyptus).  Contrada 
vastissima  dell'Africa  antica  o  set- 
tentrionale, e  gran  regno  dell'  im- 
pero della  Porta  Ottomana,  che  sì 
estende  dal  sessantesimo  fino  al 
settantesimo  settimo  grado  di  lon- 
gitudine, e  dal  vigesimo  secondo  al 
trentesimo  terzo  grado  di  latitudine 
meridionale, in  guisa  che  dal  mezzodì 
al  settentrione  esso  abbraccia  alme- 
no una  estensione  di  duecento  leghe 
di  lunghezza,  e  circa  centodieci  di 
larghezza  da  ponente  a  levante.  I 
suoi  confini  a  settentrione  sono  il 
Mediterraneo;  all'oriente  l'istmo 
di  Suez  che  lo  divide  dalla  Palesti- 
na o  Terra  Santa,  ed  il  mare  ros- 
so; al  mezzodì  la  Nubia,  e  l'Abissi- 
nia  ;  a  ponente  la  Barbaria,  ed  il 
deserto  di  Barca.  I  nativi  del  paese 
chiamarono  l'Egitto  Cfiìbili,  gli 
aiabi  Barduniasser,  o  Missir  ed 
anche  Mlzr  ;  ì  cofti  Chemi\  e  i 
turchi  El-Kbit.  I  geografi  lo  divi- 
dono ordinariamente  in  alto,  me- 
dio, e  basso  Egitto  per  rispetto  al 
corso  del  Nilo,  che  lo  attraversa  da 
mezzodì  a  settentrione.  Alcuni  ag- 
giungono per  una  quarta  parte, 
la  costa  del  mare  rosso  ;  ma  certo 
si  è  ch'essa  è  compresa  nell'alto, 
e  nel  medio  Egitto.  L'alto  Egitto 
detto  pure  Tebaide,  e  che  al  pre- 
seute   dicesi   Sayd ,   dividevasi   uà 


EGI  Sj 

tempo  in  prima,  e  seconda  Te- 
baide. Il  medio  trovasi  tra  l'alto 
e  il  basso  Egitto,  e  dicesi  Arcadia, 
ed  Etanomo,  dai  sette  nomi,  e  go- 
verni ch'esso  comprendeva,  e  fu 
anche  appellato  Bechria,  e  Demesor. 
Il  basso  Egitto  detto  Della  a  mo- 
tivo della  sua  rassomiglianza  con 
la  lettera  greca  A,  viene  suddiviso 
ancora  in  primo,  e  secondo  Egitto, 
ed  in  Augustamnica  prima,  e  se- 
conda, che  chiamasi  propriamente 
Egitto,  e  trovasi  tra  i  fiumi  Aga- 
tomedon,  e  Bubastico. 

A  maggior  intelligenza  di  que- 
ti  cenni  compendiati,  daremo  una 
altra  breve  divisione  dell'Egitto, 
come  del  suo  stato  presente.  L'E- 
gitto, fino  ab  antico,  si  è  diviso  ia 
tre  parti.  i.°  Basso-Egitto,  in  ara- 
bo Bahari,  e  più  notoriamente 
Delta.  2.°  Medio-Egitto ,  detto  dai 
greci  Heptanomide,  dagli  arabi  O- 
K'eslanich.  3.°  Alto-Egitto,  o  Sayd, 
che  risponde  all'antica  Tebaide, 
Sotto  i  romani  l' Egitto  ebbe  uni- 
ta la  Cirenaica,  ed  una  parte  del- 
la Nubia,  onde  se  ne  composero 
le  sette  provincie  di  Egitto  proprio 
o  Delta,  Augustamnica,  o  parte  o- 
rientale  del  Delta,  Libia  superiore, 
Libia  inferiore,  Heptanomide,  o  Ar*- 
cadia,  Tebaide,  ed  Etiopia  al  di  so- 
pra dell'Egitto.  Divisa  questa  re- 
gione i.°  nel  basso  Egitto  ;  a." 
nel  medio  Egitto;  3.°  nell'  alto  E- 
gitto,  novereremo  le  provincie  e  le 
città  principali  d'ogni  parte.  Il  bas- 
so Egitto  ha  sette  provincie  Rely- 
oubych,  Menouf,  Gharbych,  Char- 
kieli,  Mansouah ,  Babyreh ,  e  Gi- 
seh,  la  cui  parte  meridionale  tro- 
vasi entro  i  limiti  dell' alto -Egit- 
to. Le  città  del  basso-Egitto  sono  ; 
Alessandria,  Rosetta,  e  Damiata , 
11  medio-Egitto  ha  quattro  provin- 
de  :  Fayouiu,  Benysouef,  Atfeybycb, 


88  EGI 

e  Minych.  Le  città  del  medio-E- 
gitto sono:  Cairo  metropoli,  vec- 
chio Cairo,  e  Boulaq.  L' alto-Egitto 
lia  tre  provincie  :  Syouth,  Girgeh, 
ed  Esnè  o  Tebe.  Si  possono  in  ar- 
gomento consultare  i  seguenti  au- 
tori: Perizonii,  Origines  Aegyptia- 
cae,  Lugduni  1 7 1 1;  Maserier  ,  De- 
ferì ption  de  VEgyple  compiè  sur 
le  méinoìres  de  Henr.  de  Maillet, 
Paris  lySSjSavary,  Leltres  surVE- 
gypte,  Amstelodami   1787. 

Secondo  le  più  recenti  notizie, 
sembra  avere  l'Egitto  sei  gran  città, 
tre  mila  quattrocento  settantacin- 
que villaggi  o  borghi,  seicentomila 
e  settecento  case,  e  due  milioni 
cinquecento  quattordici  mila  abi- 
tanti. Non  si  deve  occultare,  che 
alcuni  fecero  ascendere  la  popola- 
zione dell' Egitto  sino  a  quattro  mi- 
lioni di  abitanti,  ma  tale  calcolo  man- 
ca di  sicure  basi.  Gli  arabi,  secon- 
do alcuni,  si  fanno  ascendere  a 
.cento  trentamila,  de' quali  più  di 
un  terzo  atti  alle  armi,  ed  i  copti 
o  cofti  vuoisi  che  non  eccedano  il 
numero  di  centosessantamila,  ma 
sembra  che  questi  ultimi  possano 
essere  in  egual  numero  degli  ara- 
bi, ovvero  stando  ad  altri  calcoli 
non  arriverebbero  che  a  sessanta- 
Hiila  ;  e  gli  arabi  a  ben  cinque- 
centomila. Dello  stato  de' cattolici 
parleremo  in  fine,  riportando  lo 
stato  odierno  delle  missioni.  Nel 
1810  il  Dubois  pubblicò  in  Fuli- 
gno,  Jymej  méinoires  sur  Ics  tribus 
arahes  des  deserls  de  VEgypte. 
L'Egitto  per  le  sue  particolarità 
naturali,  per  le  sue  antichissime, 
ed  alte  reminiscenze  importantissi- 
me alla  storia  sagra,  e  profana, 
non  che  per  la  tendenza  rapida 
ai  più  luminosi  suoi  destini,  meri- 
terebbe le  più  accurate  investiga- 
zioni. Siccome  però  la  natura  di  que- 


EGI 

sto  Dizionario  il  vieta,  ci  limiteremo 
ad  indicare  le  cose  principali,  e  le 
principali  nozioni  storiche,  perchè 
servano  ai  tanti  articoli  del  Dizio- 
nario stesso,  risguardanti  l' Egitto,  e 
gli  egiziani.  Qui  noteremo,  che  la 
maggior  parte  delle  potenze  euro- 
pee ha  dei  consoli  in  Egitto,  y. 
il  Brov<^ne  Voyage  dans  le  haute 
et  basse  Egypte,  Paris    1800. 

Moltissimi  canali  dàlia  natura 
operati,  e  dall'  arte,  intersecano  la 
pianura  egiziana  in  ogni  senso. 
Quando  il  fiume  Nilo  rigonfio  per 
le  copiose  pioggie,  che  dopo  la  metà 
di  maggio  e  per  due  mesi  cadono 
nelle  etiopiche  contrade,  minaccia 
alla  metà  di  luglio  il  suo  straripa- 
mento, discendendo  precipitoso  per 
le  numerose,  e  dirupate  cateratte, 
i  canali  sono  con  diligenza  ripur- 
gati, e  si  aprono  quindi  metodica- 
mente, perchè  regolare,  ed  eguale 
ne  avvenga  l' irrigazione,  su  di  che 
il  provvido  governo  energicamente 
vegHa.  Il  canale  di  Giuseppe  è  il 
più  esteso  comunicando  col  lago 
Meride,  ed  all'  ingresso  di  uno  dei 
suoi  rami  nell'  isola  di  Roddah  av- 
vi il  Nilometro,  donde  si  deduce 
la  maggiore,  o  minore  fertilità  del- 
l' annata.  Grandioso  è  il  canale 
Mahmoudyeh  di  8 0,2 53  metri,  cosi 
detto  dall'  attuale  vice-re,  che  il  fece 
costruire  per  aprire  migliore  comu- 
nicazione eoa  Alessandria,  evitando 
di  rimontare  il  Nilo  ne'  perigliosi 
sbocchi;  e  l'altro  chiamato  Scan- 
der  di  20,590  metri,  scavato  por- 
tentosamente in  soli  cinque  giorni 
da  venti  mila  contadini  apposita- 
mente radunati  sotto  la  direzione 
dell'architetto  Coste  francese.  Cu- 
rioso spettacolo  otfre  allo  sguardo 
r  Egitto  inondato,  rassomigliando 
ad  un  ampio  lago  di  limacciose 
acque  ricoperto^  donde  si   veggono 


EGI 

emergere  le  spesse  cirrie  degli  al- 
beri, e  di  natanti  villaggi,  i  quali 
mantengono  fra  loro  la  comunica- 
zione per  mezzo  delle  dighe  tras- 
versali, che  servono  di  separazione, 
e  chiusura  a' canali.  Nell'autunna- 
le equinozio  decrescono  a  poco  a 
poco  le  acque,  ritornando  al  letto 
primiero,  e  presentano  i  campi  l'in- 
grato aspetto  di  una  terra  nera  e 
fangosa»  Ma  quell'argilla  ivi  depo- 
sta, e  le  abbondanti  rugiade  che 
vi  mantengono  a  lungo  l'umidità, 
alimentano  la  più  vigorosa,  e  rapida 
vegetazione.  Quindi  allorché  il  vigo- 
re invernale  spoglia  delle  fronde  le 
nostre  piante,  un  quadro  incante- 
vole si  apre  dalla  natura  lussureg- 
giante neir  Egitto,  che  prende  1'  a- 
spetto  di  una  continuata  floridissi- 
ma prateria,  la  quale  fa  colle  roc- 
eie  ignude  de'  laterali  monti  il  più 
vivo,  e  brillante  contrasto.  Il  cielo 
costantemente  sereno,  e  tendente  ad 
un  colore  biancastro,  il  crescente 
calore  del  sole,  l' abbandono  delle 
rui-ali  faccende  dopo  il  ricolto,  non 
lasciano  più  vedere  che  dense  nubi 
di  polveri  sollevate  dai  pestiferi 
venti  australi,  e  le  fenditure  del 
suolo  inaridito,  su  cui  non  ha  più 
vita  germoglio  alcuno.  I  due  fiumi 
Dander  e  Kahb,  che  separatamen- 
te influiscono  nel  Nilo  sulT  alto  E- 
gitto,  formano  colla  lingua  di  terra 
ad  essi  intermedia  l' isola  Meroe, 
che  fu  tanto  famosa  nei  tempi  an- 
tichi. 

Della  religione,  della  lingua  par- 
lata dagli  antichi  egiziani,  de'  suoi 
monumenti,  come  piramidi,  edifizi, 
ec. ,  parleremo  in  appresso.  Ora 
nell'Egitto  l'islamismo  è  profes- 
sato dai  mori,  e  dai  turchi.  Sot- 
to il  regno  dei  Mamelucchi  le  tribù 
arabe  del  deserto,  eh'  erravano  per 
l'Egitto,    erano    un    vero    flagello. 


EGI  89 

Mussulmani  di  solo  nome,  e  con- 
tenti di  professale  esteriormente 
quella  credenza,  e  di  portarne  il 
segnale  nella  circoncisione,  di  nul- 
r  altro  gli  arabi  si  curavano.  Era- 
no distinti  dal  copioso  novero  delle 
altre  tribù  col  titolo  di  Beduini. 
Diconsi  Kheichi,  o  delle  tende,  quel- 
li che  esercitano  l'agricoltura,  o  la 
pastorizia,  e  chiamansi  Kait,  o  del- 
le mura^  quelli  che  stanziano  nelle 
città,  e  si  occupano  o  nel  lavorare 
nelle  miniere  dell'allume,  e  del 
sale,  o  nel  raccogliere  oggetti  di 
archeologia,  che  vendono  allo  stra- 
niero, o  nel  servir  di  guida  per  la 
visita  de'  monumenti  celebri  dell'E- 
gitto. Le  due  razze  si  dispregiano 
a  vicenda,  e  molto  meno  fraterniz- 
zano coi  fdlahsj  o  contadini  egizia- 
ni. Non  radono  i  beduini  le  loro 
barbe,  sono  monogami,  cioè  hanno 
una  sola  moglie  che  scelgono  nella 
propria  tribù.  La  rapina  era  loro 
familiare,  e  guai  al  passeggiero,  che 
vi  si  fosse  imbattuto  ne'  decorsi 
tempi!  Ma  grazie  alla  lodevole  pro- 
videnza,  ed  al  fermo  contegno  del- 
l'attuale  vice-re  d'Egitto,  il  saggio 
Mohammed-Aly,  le  più  rimote  par- 
ti del  Nilo  si  possono  percorrere 
con  sicurezza,  e  gli  arabi  custodi  dei 
numerosi  armenti j  danno  mostra 
di  quell'ereditaria  ospitalità,  che 
nella  mutua  conservazione  li  ha 
sempre  caratterizzati.  Gli  armeni 
vi  si  sono  in  maggior  numero  in- 
trodotti dopo  la  caduta  de'  Mame- 
lucchi. I  greci  cattolici  stabilitisi  nel- 
r  Egitto  vennero  dalla  Siria,  e  vi 
formano  un  corpo  di  nazione  cono- 
sciuto sotto  il  nome  di  sirj .  Gli 
ebrei,  sino  dalla  più  ri  mota  età,  vi 
si  trovano  in  gran  numero,  vi 
hanno  più  di  otto  sinagoghe,  ed 
attendono  alla  negoziazione;  come 
molte  altre  razze  europee  si  vanno 


50                    EGI  EGI 

in  Egitto    a'  nostri    dì    stabilendo,  secondo  le  circostanze.    Non   si    i> 

Tulte  quelle  razze  si  comprendono  conosce  alcuna  legge   fondamentale 

nel  nome  generico  di  franchi.  scritta,  e  consacrata    dall'uso  ;   non 

Al  lodato  odierno  \ice-re    d'  E^  esiste  organizzazione  reale,  che  per 

gitto  si  debbono  innumerabili  van-  l'amministrazione  civile,  e  giudizia- 

taggi  procacciati   all'Egitto    in   più  ria    di  finanza,    e    di    agricoltura, 

modi.  Con  gran  dispendio  fece  egli  Evvi  uno  stabilimento,  ove  si  bat- 

■venire   dall'  Europa    parecchi    arti-  te  moneta,    e  che    viene    aramioi- 

8ti,  per  manifatture  di  diversi  sta-  strato  per  conto    del  vice-re;    ma 

biliinenti;   stabilì  per    le    frequenti  le    monete    portano   sempre    l'im- 

pestilenze   regolamenti    sanilarii   a-  pronta    della    cifra     del    gran    si- 

doperando  l' ilLustre  francese    Clot-  gnore. 

bey  ispettore  generale  del  servizio  L'amministrazione  dell'Egitto  è 
di  sanità,  e  benemerito  per  l'inci-  confidata  al  Riaja-bey,  che  ha  sog- 
\ilimento  degli  egiziani  nel  ramo  getti  parecchi  agà  della  polizia , 
delle  scienze  mediche,  e  per  l'ini-  dell'annona,  e  degli  altri  rami  go- 
ziamenlo  dato  ai  mussulmani  nel-  vernativi.  11  cadì,  o  gran  giudice, 
r  anatomizzare  i  cadaveri,  malgra-  viene  annualmente  spedito  dalla 
do  gli  ostacoli  di  loro  religione,  e  Porta  Ottomana.  Ad  esso  appar- 
nello  stabilire  il  collegio  medico  di  tengono  le  attribuzioni  notarili  ;  e 
Abu-Zabel,  e  V  ospedale  militare,  da  lui  dipendono  i  seiki,  e  quelli 
Clot-Bey  è  inoltre  dotto  autore  del-  ch'esercitano  la  professione  legale, 
l'opera  intitolata:  Apercu  general  Questi  ed  altri  officiali,  come  il 
sur  r  Egypte,  stampata  in  Parigi  kaznadar,  o  capo  della  contabilità, 
nel  1840.  Il  vice-re  non  ha  guari  delle  riscossioni  e  delle  spese;  il 
ha  fatto  una  significante  piantagio-  divan-effendi  amministratore  de'com'^ 
ne  di  gelsi,  e  con  tutti  i  mezzi  che  mestibili  destinati  per  l'estero;  il 
sono  in  suo  potere  cerca  di  rego-  selihdar,  capo  della  cassa  milita- 
lare  l'amministrazione  dell'Egitto,  re;  l'anaktar-agassi  direttore  della 
incoraggire  le  arti,  e  le  scienze,  guardia -nobile;  il  comandante  la 
A  tal  uopo  stabilì  da  qualche  an-  cittadella,  incaricato  della  contabi- 
no  a  Bulaq  un  liceo  con  bibliote-  lità  di  tutte  le  merci,  compongono 
ca,  in  cui  s'insegnano  le  materna-  la  magnifica  corte  del  vice-re,  il 
liche,  il  disegno,  V  agrimensura,  e  quale  ha  una  fastosa  guardia  di 
le  lingue  francese  e  italiana;  enei  mille,  e  cinquecento  armati,  che 
potere  d' Ibrahim,  posto  tra  il  Cai-  per  una  terza  parte  sono  tuttora 
ro,  e  il  Nilo,  instituì  un  collegio  mamelucchi,  schiavi  tolti  dalla  Cir- 
io cui  nel  1825  eranvi  settecento  cassia,  dalla  Mingrelia,  dall'Abasia, 
allievi.  Recentemente  inviò  a  Pa.-  non  che  da  altre  parti.  La  forza 
rigi  quaranta  egiziani  per  ricevervi  terrestre,  e  marittima  dell'  Egitto 
una  educazione ,  che  li  ponga  in  P  molto  aumentata  dopo  le  politi- 
istato  di  fare  allievi  nella  loro  pa-  che  vicende  della  Grecia,  e  nella 
tria.  maggior  parte  si  compone  di  ara- 
L'Egitto,  considerato  come  una  bi  esercitati  all'europea,  che  il 
provincia  dell'  impero  ottomano,  è  francese  Seve,  divenuto  Solimano- 
soggetto  ad  un  pascià  o  vice-re;  ed  Bey,  e  l'italiano  Mari  sono  riusciti 
il  governo  varia    nelle    sue   forme  ad  organizzare  ed  istruire. 


EGI 

Cenni  storici  sui  principali  avve* 
nimenti  dell' Egitto  ^  e  sulle  diverse 
dinastie  che  \'i  regnarono,  prima, 
e  dopo  la  Romana  dominazione, 
sino  all'epoca  in  cui  fu  sotto- 
posto  a  quella  dell'  impero  otto- 
manoy  ed  al  suo  stato  presente. 

Tutti  riconoscono  essere  stato  l'E- 
gitto la  culla  delle  scienze,  delle  ar- 
ti, e  della  mitologica  superstizione, 
assegnando  agli  egiziani  il  luogo  fra 
le  colte  nazioni  de'  più  antichi  se- 
coli. Senza  ripetere  le  favolose  nar- 
razioni intorno  alla  cronologia  dei 
re  annoverati  tra  gli  dei,  e  senza 
dire  degli  eroi  di  questo  classico 
paese  divinizzati,  diremo  che  cor- 
risponde al  Mezraim  figliuolo  di 
Cam,  nominato  nella  sagra  Scrittu- 
ra, il  re  Menete,  i  cui  figli  si  dif- 
fusero nella  Libia,  e  nell'  Etiopia. 
Tebe,  JVIenfì,  Diospoli,  This,  Ele- 
fantina, ed  Eliopoli  furono  per  lun- 
go tempo  le  reggie  di  tre  distinti 
sovrani,  che  dominarono  in  diverse 
parti  di  Egitto,  ed  altri  piccoli  re 
vi  ebbero  eziandio  precarie  domi- 
nazioni. I  pastori  fenici  furono  i 
primi  ad  invadere  il  suolo  egizia- 
no, ed  ìscacciati  gli  antichi  signori 
del  paese,  usurparono  la  sovranità, 
della  quale  i  loro  capi  assunsero 
l'esercizio,  e  si  dissero  i  Re-Pasto- 
ri. Non  andò  guari  però  che  i  pri- 
mitivi signori  ricuperarono  la  loro 
dignità,  ciascuno  de' quali  prese  il 
nome  onorifico  di  Faraone  ^  cioè 
sovrano  possente  ,  ed  Amenofi  I 
fu  quello,  che  verso  l'anno  820 
avanti  l'era  volgare,  dal  Delta  am- 
pliò a  tutto  intero  l'Egitto  i  suoi 
dominii.  Più  di  un  secolo  dopo,  gli 
avvenimenti  seguirono  di  Giuseppe 
ebreo,  figlio  di  Giacobbe,  che  i  fra- 
telli venderono  ad  un  negoziante, 
dal  quale  lo  compi-ò  Putifar.  Noi? 


EGI  91 

è  la  storia  di  Giuseppe,  che  Dio  in 
premio  della  sua  continenza  dal 
carcere  sollevò  al  primo  seggio  do- 
po quello  di  Faraone,  e  venne  pei 
suoi  consigli  denominato  il  Salva- 
tore deir  Egitto.  Avendo  appreso 
Giacobbe,  che  il  suo  figlio  non  ei*a 
altrimenti  morto,  e  che  risplendeva 
in  Egitto  per  autorità,  e  per  vir- 
tù, emigrò  colla  numerosa  sua  fa- 
miglia dal  proprio  paese,  e  recossi 
a  stabilirsi  in  Egitto,  all'ombra 
della  protezione  del  figlio,  e  di 
quel  Faraone  allora  regnante.  Men- 
tre la  famiglia  di  Giacobbe,  secon- 
do le  divine  promesse,  prodigiosa- 
mente diveniva  numerosa,  in  pro- 
gresso di  tempo  gli  altri  re  Farao- 
ni, e  gli  egizi  di  ciò  ingelositi,  per 
impedirne  l'aumento,  li  condanna- 
rono a  duro  servaggio,  ed  a  cuo- 
cere i  mattoni.  Dio  suscitò  Mosè 
perchè  liberasse  il  suo  popolo,  cui 
voleva  stabilire  nella  terra  promes- 
sa a' loro  padri,  e  questo  clamoro- 
so avvenimento,  con  tutte  le  con- 
seguenze che  l'accompagnarono,  di 
cui  sono  piene  le  sagre  carte,  av- 
venne sotto  Faraone  Amenofi  III, 
e  circa  149^  ^o^i  avanti  l'era  vol- 
gare. Trapassato  da  Mosè,  e  dal 
popolo  ebreo  il  mare  rosso  a  piedi 
asciutti,  per  miracolo  di  Dio,  vo- 
lendo Amenofi  III  inseguirli,  restò 
punito  ed  ingoiato  co*  suoi  da  quel- 
le acque,  che  ripresero  il  loro  cor- 
so mentre  egli  percorreva  il  suo 
letto.  In  quanto  agli  anni  che  gli 
Ebrei  {^Vedi)  dimorarono  nell'  E- 
gitto,  lo  si  dice  a  quell'articolo. 

Faraone  Amenofi  IV,  figlio  del- 
l' ostinato  genitore,  regnò  in  Egit- 
to dopo  il  suo  naufragio,  ed  ebbe 
a  successore  Amenofi-Ramesse,  il 
quale  regnò  a  lungo,  e  pacifica- 
mente. Più  glorioso  fu  il  regno  di 
Sesostri,  che  gh  successe^  dappoiché 


9^  EGI 

colle  conquiste,  e  colle  savie  leggi 
si  procacciò  l'amore  de' popoli,  e 
fama  immortale.  L'Etiopia,  l'Asia 
intera,  le  isole  dell'  oceano  india- 
no, e  dell'arcipelago  egeo  furono  da 
lui  conquistate,  e  con  leggiero  tri- 
buto signoreggiò  sulle  vinte  nazio- 
ni. Indi  sotto  il  re  Anisio,  un  prin- 
cipe etiope  compì  l'invasione  del- 
l' Egitto,  e  lo  tenne  per  la  n^età 
di  un  secolo.  Baccoride^  il  Saggio j 
ebbe  guerra  nell'anno  780  coll'e- 
liope  Sabacone,  e  caduto  in  sue 
mani  perì  tra  le  fiamme.  Il  vinci- 
tore pose  sul  trono  egiziano  Seto- 
ne,  che  non  si  fece  molto  onore 
pel  duro  suo  governa  mento,  e  per 
la  guerra  sostenuta  coi  re  di  Assi- 
ria Sennacherib.  Sì  cambiò  quindi 
il  reggimento  in  aristocratico,  e  do- 
dici notabili  del  paese  ebbero  il  po- 
tere esecutivo. 

Il  nuovo  re  Psammetico  favorì 
il  commercio  marittimo,  e  sono  co- 
nosciuti per  valorosi  i  di  lui  suc- 
cessori sino  ad  Aprie,  che  nel  591 
collegandosi  col  re  di  Giuda  re- 
cossi a  soccorrere  Gerusalemme. 
Dovette  subito  retrocedere,  perchè 
il  fratello  Amasi  avea  occupato  il 
trono:  dopo  lunga  guerra,  e  dopo 
aver  veduto  invadere  l'Egitto  da 
IVabucodonosor,  cadde  sotto  il  ser- 
vaggio del  proprio  fratello.  Il  guer- 
riero Cambise,  figliuolo  del  gran 
CirOj  avendo  vinto  intanto  Psam- 
menite,  ch'era  succeduto  al  genito- 
re Amasi,  sottopose  l'Egitto  al  per- 
siano dominio.  Ma  gli  egizi  mal 
soffrirono  tal  giogo,  e  spesso  si  ri- 
bellarono, per  cui  Serse,  e  Dario 
Nolo  li  repressero  colle  armi,  sen- 
za poter  impedire,  che  prima  Amir- 
teo, e  poi  i  due  Nettanebi,  impu- 
gnassero il  real  scettro,  e  sostenes- 
sero i  propri  diritti.  Mentre  Cam- 
bise, e  i  di  lui  successori   avevano 


EGI 

oppresso,  e  spogliato  l'Egitto,  le  vitto-» 
rie  di  Alessandro  il  Grande  ne  cam- 
biarono i  destini.  Divenutone  signo- 
re fece  pompa  di  moderazione,  e 
della  greca  civiltà  formò  coli' egizia 
sapienza  lo  splendido  innesto,  alte- 
rando però  le  forme  primitive  del 
carattere  nazionale.  Alessandria  sur- 
se,  o  fu  ingrandita  per  lui,  divi- 
sando di  farne  la  sua  reggia,  e  tut- 
tora primeggia  per  lustro,  e  per  la 
sua  celebrità  in  riva  al  mare. 

Dopo  la  morte  di  Alessandro , 
l'Egitto  diventò  proprietà  di  To- 
lomeo figlio  di  Lago,  che  diede 
principio  alla  dinastia  dei  Lagidi. 
Ne  formò  un  florido  regno,  e  vi 
aggiunse  la  Libia,  la  Siria,  la  Fe- 
nicia, e  r  Etiopia  :  Tolomeo  colle 
sue  geste  si  procacciò  l'amorevole 
titolo  di  Solere  cioè  Salvatore,  pd 
modo  paterno  con  cui  resse  i  popoli, 
e  per  la  munificenza  prodigata  agli 
scienziati,  che  alla  sua  corte  accor- 
revano da  tutte  le  parti,  onde  sot- 
to di  lui  ebbe  principio  la  famige- 
rata scuola  Alessandrina.  Nell'estre- 
mo di  sua  vecchiezza,  padre  avven- 
turoso, coronò  colle  proprie  mani 
il  suo  figlio,  e  successore  Tolomeo 
Filadelfo,  il  quale  men  distratto 
dalla  guerra  della  successione  di 
Alessandro ,  che  avea  occupato  il 
genitore,  potè  dare  allo  scientifico 
edifizio  l'ultima  mano,  ed  arricchi- 
re di  letterarii  monumenti,  la  già 
famosa  regia  biblioteca.  Fu  sotto 
di  lui,  che  per  la  prima  volta  si 
videro  trasportati  nel  greco  idioma 
i  sagri  libri  del  vecchio  testamen- 
to, mercè  la  cura  degli  ebrei,  a  ca- 
gione di  traffico  stabiliti  nell'Egit- 
to. Strabone,  Teocrito,  Callimaco , 
Licofrone,  il  critico  Zoilo,  ed  altri 
dotti,  ornarono  la  corte  di  Filadel- 
fo con  gloria  non  peritura.  Inoltre 
questo  re  spinse  a  lontane  scoperte 


EGF 

i  suoi  navigli,  ristabifi  il  canale  di 
congiunzione  fra  il  golfo  arabico, 
e  il  mediterraneo,  fondò  colonie 
lungo  l'eritreo,  e  le  città  innalzò, 
che  dal  nome  della  madre,  e  della 
sorella  chiamò  Berenice,  ed  Arsinoe, 
avendo  la  pubblica  riconoscenza  in- 
titolate a  lui  quelle  di  Tolemaide, 
e  di  Filadelfia.  Tolomeo  Evergete 
suo  figliuolo,  sebbene  dotato  di  mi- 
nore energia,  e  talento,  in  mezzo 
alle  guerre,  che  lo  tennero  impe- 
gnato con  Solerò  re  di  Siria,  man- 
tenne il  paterno  splendore  nel  re- 
gno, e  soffocò  i  sediziosi  germi  di 
malcontento:  però  fu  l'ultimo  di 
sua  stirpe  che  si  mostrasse  degno 
d'impero,  e  che  alla  spirante  li- 
bertà della  Grecia  prestasse  soste- 
gno. Il  giovine  Tolomeo  Filopato- 
re  a  lui  succeduto,  fu  allontanato 
dagli  affari  per  Y  astuzia  del  pri- 
mo ministro  Sosibio,  e  fu  immer- 
so nella  gozzoviglia^  e  nei  piaceri. 
All'ambizione  del  ministro  sagFifìcò 
la  propria  madre,  ed  il  fratello; 
quindi  si  macchiò  della  più  nera 
taccia  di  crudele  inospitalità,  per- 
chè chiam^ando  ne' suoi  slati  Cleo- 
mene  re  di  Sparta,  non  solo  gli 
negò  i  promessi  soccorsi,  e  l'ab- 
bandonò alla  disperazione  per  cui 
si  uccise,  ma  barbaramente  ne  in- 
sultò il  cadavere,  e  fece  uccidere 
la  madre,  la  vedova,  e  gl'innocen- 
ti figli  di  quel  principe  sventurato. 
Tuttavolta  fu  fortunato  in  soste- 
nersi contro  l'armi  di  Antioco  il 
Grande,  re  di  Siria,  poco  sopravvi- 
vendo all'ultimo  de' snaturati  suoi 
tratti,  facendo  perire  la  propria  so- 
rella Arsinoe,  che  giusta  l'uso  de- 
pravato di  que'  tempi,  gli  era  pure 
sposa,  e  ciò  per  cogtipiacere  l'im- 
pudica Agatoclea,  sorella  di  Agato- 
cle  suo  favorito. 

Tolomeo  Epifane  fu  corrotto  per 


EGI  95 

la  sua  giovanile  età  dagl'  indegni 
ministri  ;  e  sebbene  scampasse  l'e- 
stremo eccidio  che  minacciavagli  il 
re  Antioco,  nell'età  di  vent'otto  an- 
ni il  veleno  propinatogli  da'  suoi 
troncò  il  corso  alle  sue  crudeli  a- 
zioni.  Il  sesto  Tolomeo,  detto  Filo- 
metore,  visse  da  principe  sotto  la 
prudente  tutela  di  Cleopatra  sua 
madre,  e  fatto  quindi  prigione  dal 
re  di  Siria,  Antioco  Epifane ,  vide 
regnare  nell'Egitto  Tolomeo  Ever- 
gete suo  minor  fratello.  Tornato 
dalla  cattività,  divise  con  lui  il  tro- 
no, e  colla  mediazione  dei  romani 
liberò  il  suo  paese  dal  giogo  stra- 
niero. Non  andò  guari  che  i  due 
fratelli  si  disputarono  colle  armi 
l'assoluto  dominio,  e  sebbene  TE- 
vergete  si  fosse  recato  al  senato 
romano  per  implorare  protezione, 
Filometore  fu  felice  nelle  impre- 
se, e  potè  regnare  solo ,  lasciando 
al  vinto  fratello  per  ispontanea  ge- 
nerosità il  possesso  della  Cirenai- 
ca, ed  una  parte  dell'  isola  di  Ci- 
pro. Cogli  aiuti  di  Filometore,  il 
pretendente  alla  corona  di  Siria, 
Alessandro  Baia ,  detronizzò  il  re 
Demetrio  I,  ma  indi  a  poco  disgu- 
statosi Tolomeo  del  suo  protetto, 
gli  tolse  gran  parte  de'  possedimen- 
ti, e  sebbene  non  accettasse  il  ti- 
tolo di  re  di  Siria,  datogli  dagli 
antiocheni,  pure  s' impegnò  a  soste- 
nere Demetrio  Nicatore,  figliuolo 
del  decaduto  Demetrio  I ,  e  nella 
decisiva  battaglia  in  cui  Baia  fu 
vinto ,  perì  Filometore  in  conse- 
guenza di  gravi  ferite.  Tolomeo  Eu- 
patore  suo  figlio  venne  acclamatOj 
ma  lo  zio,  denominato  Evergete  II, 
uscì  di  Cirene,  e  postosi  a  con- 
trastare la  tutela  alla  regina  ma- 
dre Cleopatra,  terminò  la  querela 
collo  sposarla ,  e  così  la  trasse  in 
inganno.  11  suo  regno  fu  un  corso 


di  onori  :  il  pupillo  Eiipatore  fu 
il  primo  ad  essere  assassinato,  quin- 
di invaghitosi  di  Cleopatra  la  gio- 
vane, figliuola  dell'altra  Cleopatra, 
da  lui  sposata ,  ripudiò  questa ,  e 
mediante  violenza  strinse  con  quel- 
la il  turpe  legame.  Sebbene  avesse 
in  Gerace  un  ottimo  ministro ,  le 
intemperanze,  e  le  atrocità  di  Ever- 
gete li  provocarono  il  popolo  a  ri- 
bellione, dal  cui  furore  si  salvò  fug- 
gendo colla  seconda  Cleopatra  in 
Cipro.  Allora  fu  posta  alla  testa 
del  geverno  Cleopatra  seniore;  ma 
quando  il  seppe  Evergete  II  fece 
strozzare  V  innocente  figlio  che  ave- 
va avuto  da  lei,  acciò  non  eredi- 
lasse  il  trono.  Dipoi  essendogli  riu- 
scito di  ricuperarlo ,  regnò  lunga- 
mente tranquillo,  coltivando  le  scien- 
ze naturali,  e  scrivendo  alcune  me- 
morie Illative  ;  quindi  fondò  sta- 
bilimenti letterarii  ,  ingrandì  la 
biblioteca  di  Alessandria,  e  fece 
godere  il  suo  favore  agli  uomini 
dotti. 

Alla  morte  di  E  vergete  II ,  gli 
successe  Tolomeo  Solere  II  primo- 
genito, con  dispiacere  della  madre 
Cleopatra,cheavrebbegli  preferito  A- 
lessandro  secondogenito,  cui  ella  ot- 
tenne la  corona  di  Cipro.  Accrebbero 
la  discordia  fra  Tolomeo  e  la  ma- 
dre, le  guerre  civili  di  Siria  ,  che 
in  diverso  modo  parteggiarono;  ma 
in  seguito  dovette  Tolomeo  ripa- 
rarsi in  Cipro,  ed  il  nono  de'To- 
lomei,  col  nome  di  Alessandro  I, 
regnò  sull'Egitto  colla  genitrice.  In 
progi-esso  di  tempo  disgustatosi  A- 
lessandro  I  colla  madre,  questa  con- 
cepì l'orribile  disegno  di  farlo  uc- 
cidere, ma  egli  la  prevenne  con  un 
detestabile  matricidio,  che  gli  atti- 
rò l'indignazione  universale;  e  spen- 
to poi  in  battaglia  navale  aprì  a 
Solere  la  via  di  ricuperare   il  Iro- 


ÉGI 

no,  che  per  sett'anni  onorevolmen- 
te occupò  avendo  peculiar  cura  di 
formare  un'imponente  forza  marit- 
tima. I  figliuoli  di  Alessandro  I  coi 
loix)  tesori  si  erano  riparati    nell'i- 
sola di  Coo,  e  Tolomeo   X,  cono- 
sciuto meglio  col  nome  di  Alessan- 
dro II,  vi  si  trovava  alla  morte  di 
suo  padre  ;  ed  avendo  Mitridate  re 
di  Ponto  occupata  l'isola,  seco  tras- 
se il  giovane  principe,  che  poi  pas- 
sò nel  campo  de'  romani.    Siila  gli 
accordò  la  sua  protezione,  e  quan- 
do venne  a  mancare  Solere  II  ,    la 
figlia  di  lui  Berenice-Cleopatra  pre- 
se le  redini  del   governo.    Alessan- 
dro II,  riconosciuto  per  re  dal   se- 
nato romano,  mosse  alla  volta  d'A- 
lessandria, e  sposando  la  regina,  si 
appianarono  tutte  le  difficoltà,  indi 
la  fece  subito    uccidere.    Però    egli 
restò  massacrato  nel  ginnasio  ales- 
sandrino dal  popolo,  e  dai    soldati 
dopo  diecinove  giorni  di  regno.  E- 
ra  superstite  della  dinastia  dei  La- 
gidi,  il  solo  figlio  naturale    di  So- 
tere  li,  chiamato  Tolomeo  Aulete. 
A  lui  offiirono  gli    Alessandrini    la 
corona  ad  onta  delle  altrui  preten- 
sioni, cioè  di  quelle  della  repubbli- 
ca romana,  tratte  da  un  testamen- 
to  che    attribuì  vasi    ad    Alessandro 
II.  Tolomeo  Aulete,  così  detto  per 
la  sua  bravura  nel  suonare  di  flau- 
to, seppe  insinuarsi  nella  grazia  del 
romano  senato,  che  già  dettava    la 
legge  a  tutto   il    mondo,    e    fu    di- 
chiarato legittimo  re   nell'anno  Sg 
avanti  l' era  volgare.    Sdegnati    po- 
scia i  suoi  sudditi  della  stretta    al- 
leanza che  il  re  aveva    coi  romani, 
i  quali  con  alto  arbitrario  avevano 
espulso  da  Cipro  il  fratello  di  Au- 
lete, a    lui    rivoltaronsi,    onde    egli 
ricorse  a  Roma  per  ajulo.  Frattanto 
neir  interregno  governarono  l'Egitto 
le  principesse  sue  figliuole,  Cleopa- 


EGI 

tra-Trifone   die    mori    passato   un 
anno,  e  Berenice. 

Gabinio,  governatore  della  Siria, 
e  luogotenente  di  Pompeo,  colla 
forza  delle  armi  ricondusse  Aulete 
nell'Egitto.  Fece  egli  uccidere  la 
propria  figlia  Berenice,  ed  ordinò 
la  strage  d'illustri  proscritti,  per 
compensare  co'  loro  tesori  il  servi- 
gio resogli  mercenariamente  dal  du- 
ce romano,  senza  l' intelligenza  del 
senato.  Aulete  mori  dopo  tre  anni, 
allorché  ardeva  la  guerra  civile  tra 
Cesare  e  Pompeo.  Tolomeo  XII, 
figlio  impubere,  viveva  sotto  la  tute- 
la della  maggior  sorella,  l'avvenente 
e  famosa  Cleopatra,  eh' era  alla  testa 
degli  affari.  Ricordevole  la  regina  dei 
servigi  prestati  al  genitore  Aulete  da 
Gabinio,  prese  le  parti  di  Pompeo; 
ma  i  tutori  del  fratello  cospirarono 
contro  di  lei.  Intanto  nella  batta- 
glia di  Farsaglia  periva  Pompeo  per 
opera  dell'  ingrato  Tolomeo,  e  Ce- 
sare vincitore  con  animo  di  punire 
il  tradimento,  benché  tornato  a  van- 
taggio di  lui,  si  recò  in  Alessan- 
dria. Nella  sua  qualità  di  dittatore 
egli  dichiarò  di  volere  esercitare  i 
diritti  del  popolo  romano,  che  mo- 
rendo Aulete  aveva  nominato  tuto- 
re della  sua  prole,  e  si  costituì  giu- 
dice delle  fraterne  contese,  citando 
Cleopatra,  e  Tolomeo  a  comparire 
in  sua  presenza.  Allora  Cleopatra 
si  fece  portare  dal  suo  confidente 
Apoilodoro  nelle  camere  di  Cesare, 
sopra  le  spalle,  avviluppata  in  un 
tappeto  per  non  essere  da  ninno 
veduta.  Ivi  la  principessa  spiegò 
tutte  le  grazie  della  seduzione,  che 
in  grado  eminente  possedeva,  e  Ce- 
sare si  arrese  all'  eloquente  suo  lab- 
bro. All'  indomani  decretò,  che  fra 
essa,  e  il  fratello  fosse  il  trono  di- 
viso. Tolomeo  alzò  le  sue  lagnanze 
per  siffatto    tradimento,    provocò   i 


EGI  g*» 

suoi  a  rivolta,  e  Achille,  generale 
egizio,  coir  eunuco  Patino,  assediò 
Cesare  nella  reggia  stessa.  I  ro- 
mani fecero  prodigi  dì  valore,  ed 
avendo  incendiato  un  quartiere  del- 
la città,  quarantamila  volumi  delia 
celebre  biblioteca  alessandrina  furo- 
no ridotti  fatalmente  in  cenere.  Co- 
gli ajuti  pervenuti  dalla  Siria,  potè 
Cesare  dare  una  decisiva  battaglia, 
in  cui  Tolomeo  peri  annegato  nei 
Nilo,  e  cosi  divenne  Cleopatra  as- 
soluta regina,  e  sposa  del  minor 
fratello  Tolomeo  XIII,  che  non  toc- 
cava ancora  il  duodecimo  anno.  Ce- 
sare partì  a  disperdere  gli  avanzi 
del  partito  di  Pompeo,  e  nacque 
indi  a  poco  Cesarione  frutto  dei 
suoi  illegittimi  amori  con  Cleopatra. 
Questa  regina  partecipò  in  Roma 
i  trionfi  di  Cesare  col  giovine  sposo, 
ed  onori  divini  furono  profusi  su 
di  lei  da  Cesare  amante.  Ritornata 
r  ambiziosa  donna  in  Egitto,  e  va- 
ga di  regnar  sola,  le  fu  agevole  dis- 
farsi di  Tolomeo  pervenuto  all'ado- 
lescenza. 

Dopo  la  morte  di  Cesare,  nella 
guerra  che  i  romani  impresero 
contro  i  Parti,  Marc'  Antonio  chia- 
mò a  se  in  Cilicia  Cleopatra,  per 
rispondere  alle  accuse  di  aver  som- 
ministrato ajuto  a  Bruto  nell'  ulti- 
ma guerra  civile.  E  nota  la  pompa 
singolare,  e  lussureggiante  colla  qua- 
le la  regina  si  recò  per  mare  dal 
romano  duce,  e  il  sontuoso  ban- 
chetto a  lui  imbandito,  e  la  sedu- 
zione con  cui  innamorò  ciecamente 
Antonio,  il  quale  s'immerse  cotan- 
to ne'  piaceri  della  mollezza,  che 
non  pensò  più  a  partire  contro  i 
Parti.  Né  valse  il  successivo  allon- 
tanamento, la  pacificazione  dei  trium- 
viri, il  matrimonio  con  Ottavia  so- 
rella di  Augusto,  e  nipote  di  Ce- 
sare,  per    cancellare    nel    cuoie   di 


96  EGI 

Antonio  1'  egizia  regina.  Questa  lo 
raggiunse  in  Fenicia  dopo  il  disa- 
stro della  guerra,  finalmente  segui- 
ta co* Parti,  e  seco  nell'Egitto  lo 
ricondusse.  Fu  allora  che  Cesari one 
col  nome  di  Tolomeo  XIV  venne 
solennemente  acclamato  re  d'Egitto 
e  di  Cipro  in  unione  alla  madre, 
e  che  la  hiblioteca  alessandrina  fu 
arricchita  da  ventimila  volumi  tras- 
portati da  Pergamo.  Indignato  Au- 
gusto della  condotta  del  cognato 
Antonio,  gli  dichiarò  guerra.  Seguì 
Cleopatra  in  Grecia  il  suo  Antonio, 
colle  egizie  navi.  Antonio  fu  vinto 
ad  Azio,  ed  all'onore  pospose  l'a- 
more, ritornando  precipitosamente 
in  Egitto.  Augusto  vi  si  condusse  per 
la  Siria,  Cleopatra  si  rinchiuse  nel 
sepolcrale  monumento  eh' erasi  fab- 
bricato, ma  credendo  Antonio  alla 
voce  di  sua  morte,  dal  cordoglio  si 
uccise,  e  fu  poitato  a  morire  tra 
le  braccia  di  Cleopatra.  Questa  re- 
se regi  onori  funebri  ad  Antonio, 
e  manifestò  il  suo  profondo  dolore 
sino  a  far  strazio  delle  avvenenti 
sue  forme.  I  soldati  di  Augusto  im- 
pedirono ch'ella  si  uccidesse,  ed 
inutilmente  si  presentò  co' suoi  vez- 
zi al  saggio  nipote  di  Cesare,  che 
la  riserbava  per  adornare  il  suo 
trionfo.  La  regina  però  il  prevenne, 
e  si  uccise  a  mezzo  di  un  aspide, 
dividendo  con  Antonio  la  tomba, 
ma  i  figli  che  da  lui  avea  avuti, 
Alessandro,  Tolomeo,  e  Cleopatra 
Selene  servirono  al  trionfo  di  Au- 
gusto. Cesarione  riparò  a  Rodi  col 
suo  protettore  Teodoro,  che  lo  tradì 
col  condurlo  ad  Augusto,  il  quale 
il  fece  morire.  In  tal  modo  l'Egitto 
divenne  provincia  romana,  trenta 
anni  avanti  la  nascita  di  Gesù  Cri- 
sto, e  fu  la  XII  rn  ordine  a  quelle 
direttamente  amministrate  da  Au- 
gusto. 


EGI 

Nei  primi  del  secondo  secolo  del- 
l' era  cristiana,  e  sotto  Adriano  fu 
diviso  in  quattro  provincie,  cioè  l'E- 
gitto propriamente  detto,  la  Tebai- 
de,  la  Libia,  e  la  Pentapoli.  L'im- 
peratore Diocleziano,  verso  la  fine 
del  terzo  secolo,  comprese  l'Egitto 
nella  gran  divisione  dell'  oriente, 
della  quale  Antiochia  era  la  me- 
tropoli. A' tempi  di  Costantino  il 
Grande  nella  prima  delle  quattro 
parti  dell'impero  assoggettato  al 
pretorio  d*  oriente,  formò  l'Egitto 
la  seconda  delle  cinque  diocesi,  nel- 
le quali  veniva  suddivisa,  e  vi  si 
comprendevano  la  Libia  superiore, 
la  Libia  inferiore,  la  Tebaide,  l'E- 
gitto proprio,  e  l' Augustamnica. 
Venne  nel  335  assegnato  all'  im- 
perator  Costanzo,  ma  dopo  la  mor- 
te di  Teodosio  I,  fece  parte  del- 
l' impero  orientale,  che  avea  sede 
in  Costantinopoli.  Nell'anno  4^9  i 
feroci  Vandali  approdarono  in  A- 
frica,  ma  l'Egitto  non  andò  sog- 
getto che  a  parziali  escursioni,  al- 
lorché Genserico  si  propose  di  at- 
terrire r  imperato!  e  Leone  nella 
slessa  sua  reggia.  Quindi  sino  alla 
comparsa  degli  arabi  non  si  sottras- 
se mai  questa  provincia  al  dominio 
degl'imperatori  greci.  Ma  nel  64 r, 
Amrou-Ben-El-Ass,  celebre  capitano 
dell'islamismo,  e  luogotenente  del 
califfo  Omar,  il  secondo  tra  i  suc- 
cessori di  Maometto,  conquistò  l'E- 
gitto con  soli  quattromila  combat- 
tenti, e  dopo  avere  occupato  Pelu- 
sio,  pose  l'assedio  a  Mesr,  e  l'ebbe 
dopo  sette  mesi  in  potere,  non  sen- 
za connivenza  del  comandante  gre- 
co che  la  reggeva.  Il  luogotenente 
Omar  gittò  allora  le  fondamenta 
della  prima  città  araba  in  Egitto, 
che  appellò  Fostat,  che  corrisponde 
oggi  al  Vecchio-Cairo.  Dipoi  Amrou 
incominciò  l'assedio   d'Alessandria, 


EGI 

e  con  ardimentoso  coraggio  pene- 
Ijò  con  pochi  nella  ciltadella,  e  di- 
scacciandone i  greci,  all'improvviso 
fu  avviluppato,  e  fatto  prigione.  Ad 
uno  schiavo  fedele  dovette  la  vita, 
che  in  presenza  de'  greci  avendogli 
dato  uno  schiaffo,  ed  in) postogli  si- 
lenzio, non  fu  riconosciuto,  e  perciò 
lasciato  facilmente  in  libertà.  Dopo 
aver  perduto  Amrou  ventitremila 
soldati  saraceni,  prese  Alessandria, 
e  sebbene  non  avesse  luogo  strage 
o  saccheggio,  pure  la  famosa  bi- 
blioteca Alessandrina  perì  colle  fiam- 
me, dopo  che  per  sei  secoli  i  greci 
ne  avevano  curato  l'incremento.  Ne 
aveva  implorata  la  proprietà  Gio- 
vanni il  Grammatico  j  ma  Amrou 
non  si  credette  autorizzato  a  dispor- 
ne senza  il  consenso  del  califfo  O- 
mar.  Questi  però  barbaramente  ri- 
spose, che  se  i  libri  rinchiusi  nella 
biblioteca  erano  conformi  all'  Alco- 
rano, divenivano  inutili,  se  ali*  Al- 
corano si  opponevano  erano  peri- 
colosi, dunque  si  bruciassero.  Am- 
rou subito  eseguì  il  comando,  e  i 
dotti  ancor  ne  deplorano  l' esecu- 
zione. In  tal  modo,  nove  anni  do- 
po la  morte  di  Maometto,  1*  Egitto 
diventò  una  provincia  del  califfato, 
e  tal  si  rimase  finché  in  Bagdad 
gli  Abassidi  sostennero  il  loro  po- 
tere. 

Frattanto  incominciarono  ad  ap- 
parire i  turchi,  e  Motassem  ottavo 
califfo  Abassida,  comprò  molti  di 
quegli  schiavi,  li  coltivò,  e  li  pre- 
pose alle  varie  cariche  del  suo  im- 
pero, ma  ben  presto  dovette  pen- 
tirsene. Ahmed,  governatore  di  Egit- 
to, neir868  alzò  lo  stendardo  della 
ribellione,  si  emancipò  quasi  total- 
mente, e  fondò  la  dinastia  de'  Tu- 
hmidi,  mantenendo  soltanto  al  calif- 
fo il  diritto  di  fare  eseguire  la  pub- 
blica preghiera  in  suo  nome,    e  di 

VOL.    XXI. 


EGI  97 

coniar  monete   con    la    sua    effigie. 
All'apparire  del  famoso    Obeid-Al- 
lah-Al  Mahdy,    che    nell'Africa    set- 
tentrionale fondò  la  nuova  dinastia 
dei   califfi  fatimiti,    l'Egitto  si  man- 
tenne in    una    certa    indipendenza; 
e    benché    il     nuovo    conquistatole 
giungesse  ad  impossessarsi  più  volte 
d'Alessandria,  non  potè  più  oltre  e- 
stendere  le  sue  armi,  ed    alla    fine 
dovè  ritirarsi.  Dopo    la    distruzione 
de' Tulunidi,     ubbidì    l'Egitto    alla 
dinastia  degli  Ikhehiditi,  fondata  da 
Abubekr-Mohammed-Al-Jkhchid,    il 
quale,   morendo  nel  94^}  lasciò    la 
reggenza  degli  stati  di  Siria,    e    di 
Egitto,  durante   la    minorità    de' fi- 
gliuoli, all'  eunuco  nero  Kafour  da 
lui  comperato,  il  quale  co'  suoi  ta- 
lenti se  n'era  procacciato  il  favore^ 
I  due  legittimi  discendenti,    affidati 
alla  sua  tutela,  morirono  un    dopo 
l'altro,   il    perchè    Kafour    divenne 
re  d'  Egitto,  e  si  mostrò  degno  del 
trono,  come  lo   era  stato  della  reg- 
genza, amando  le  scienze   e  proteg- 
gendo i   dotti  ;  ma  godette  per   soli 
due  anni   i  favori  della  fortuna.  La 
sua  morte    divise    l' Egitto    in    due 
fazioni  a  favore  de'  nipoti  d'ikhchid, 
e  si   aprì  per  tal  modo  la  strada  al 
celebre    Moezz-Ledin-Allah,    quarto 
califfo  fatimita,  di  aggiungere    l' E- 
gitto   a'  suoi    africani    dominii.    Nel 
969  entrò  in  questa  regione  il  ge- 
nerale Diewhar    senza    opposizione, 
e  gittò  le  fondamenta  di    Al-Rahi- 
rah,    cioè    la    Vittoriosa,   città    che 
poi  si  appellò   Cairo  (^Fedi).  Gli  a- 
bassidi  perdettero  ogni  potere  spiri- 
tuale   e    temporale    suU' Egitto,    ed 
uno  scisma  di  due  secoli    separò    i 
mussulmani.  Moezz  entrò  nella  nuo- 
va   capitale    colla    sua    famiglia,    e 
coir  imponente  corredo  de'  suoi    te- 
sori, degli  equipaggi    regii,    e   delle 
ossa  degli  antenati    nel    963,   ossia 
7 


98  EGI 

i'auno  362  deir Egira;  e  sterminò 
i  calmali,  settari  di  Arabia,  che  al- 
l'Egitto,  ed  alla  Siria  da  lungo 
tenipo  erano  assai  molesti.  Un  ca- 
nale per  lui  fabbricato  nel  Delta 
ebbe  il  suo  nome  ;  e  della  sua  tem- 
peranza, affabilità,  e  giustizia  ne'so- 
li  tre  anni  del  troppo  breve  suo 
regno,  rimase  eterna  rimembranza 
tra  gli  egiziani. 

Gli  successe  il  figlio  Azyz-]3illah, 
che  non  minor  fama  si  acquistò , 
estese  le  sue  conquiste  nella  Siria  , 
e  fece  pompa  a  un  tempo  di  co- 
raggio, di  generosità,  e  di  singoiar 
clemenza.  Disgraziatamente  ebbe  per 
figlio  r  iniquo  Alkem-Biamr-Allah, 
la  cui  memoria  è  in  abbomiuazione 
per  le  grandi  Crudeli  stravaganze 
operate  nei  venticinque  anni  che 
regnò,  a  danno  principalmente  degli 
ebrei,  e  dei  cristiani,  e  di  tutti  quel- 
li che  non  professavano  l' islamismo. 
Furono  le  sue  sevizie  che  provoca- 
rono le  crociate,  e  nel  1021  un 
zelante  mussulmano  liberò  col  pu- 
gnale la  terra  di  simile  mostro, 
sebbene  Hamzaben-Aly  giungesse  a 
farne  l'apoteosi,  credula  dai  settari 
drusi  della  Siria.  L'ozio,  e  la  mol- 
lezza tolsero  ogni  attività  ai  califfi 
fa  ti  miti  successori  del  tiranno,  e  la 
autorità  concentrata  nei  visiri,  e  di- 
sputata dagh  emiri,  pose  ben  pre- 
sto il  paese  in  uno  stato  di  anarchia 
disordinata.  Abed-Lidin-Allah  soste- 
neva la  vacillante  potenza  del  calif- 
fato, quando  il  visir  Chawer  fu 
costretto  ad  implorare  contro  gli 
emiri  insubordinati  rajuto  di  Nu- 
reddyn,  principe  di  A  leppo,  il  qua- 
le inviò  Chyrkouh  con  un'armata 
a  ristabilirlo,  ma  fu  poi  discacciato 
dai  franchi,  acquali  aveva  Chawer 
in  seguito  avuto  ricorso.  Intraprese 
Chyrkouh  una  nuova  spedizione,  e 
il  gran  Saladino   suo    nipote    e    fi- 


EGI 

gliuolo  di  Ajub  di  razza  curda,  in- 
traprese con  quella  le  luminose  sue 
geste.  Comandò  egli  il  centro  della 
armata  nella  battaglia  di  Babein,  e 
cooperò  grandemente  alla  vittoria, 
col  dare  prove  d'intelligenza  nel- 
r  assedio  sostenuto  di  Alessandria.  Il 
re  Almerico  o  Amauri  di  Gerusa- 
lemme era  prossimo  ad  invadere  la 
capitale  dell'Egitto,  quando  Chyr- 
kouh, e  Saladino  vi  giunsero,  e  li- 
berata la  città  fu  Chawer  decapi- 
tato, ed  allo  zio  (divenuto  visir,  e 
morto  in  capo  a  due  anni)  succes- 
se nella  dignità  col  pieno  consenso 
del  califfo,  che  al  tutto  fidava  nel 
suo  valore  per  la  restaurazione  del 
la  monarchia.  Ma  l'  ambizioso  ca- 
pitano maturava  pii^i  alti  ed  arditi 
disegni,  e  venne  a  capo  di  usurpa- 
re la  suprema  potestà  dopo  la  mor- 
te del  califfo  di  Bagdad,  senza  pe- 
rò sottrarsi  dal  nominale  vassallag- 
gio di  Nureddyn,  principe  di  A  leppo, 
sinché  questi  visse.  Ma  mentre  quel 
piincipe  voleva  frenar  colle  armi  i 
progressi  di  Saladino,  mori  lasciando 
un  figlio  in  età  minore,  il  quale 
dovè  riconoscere  l' indipendenza  di 
Saladino,  e  cedere  a  lui  la  maggior 
parte  della  Siria  per  conservarne 
la  metropoli .  Allora  il  califfo  di 
Bagdad,  con  solenne  diploma  del 
1177,  dichiarò  Saladino,  sultano  di 
Egitto,  e  di  Siria,  incominciando 
così  la  dinastia  degli   Aiubiti. 

L'  ambizione  di  Saladino  l' indus- 
se ad  ampliar  colle  armi  i  limiti 
del  reame,  ed  il  fanatismo  dell'  Al- 
corano gli  fece  durare  eterna  ini- 
micizia alla  cristianità,  che  soffri 
pei*  lui  nella  Palestina  i  maggiori 
danni.  Si  giovò  altresì  del  pretesto, 
che  alleati  fossero  coi  franchi,  per 
togliere  Aleppo  ai  discendenti  di 
Nureddyn,  e  rendere  il  principato 
di  Mpssul    tributario.    Alla    notizia 


EGI 

che  Rinaldo  di  Chatillon,  signore 
di  Rarak,  imprendeva  una  spedi- 
zione contro  la  Mecca,  e  Medina 
per  abbattere  T islamismo,  indusse 
una  strage  universale  di  quanti 
mai  cristiani  fossero  venuti  in  po- 
tere de' mussulmani,  e  le  più  san- 
guinose scene  seguirono  il  crudele 
editto.  Tuttavolta  ebbe  luogo  un'ap- 
parente pace,  che  fu  rotta  coli'  im- 
provvisa rappresaglia  di  Rinaldo  su 
di  una  carovana  turca,  e  la  Pale- 
stina fu  invasa  nel  critico  istante, 
in  che  il  re  di  Gerusalemme  Bal- 
dovino IV,  ed  il  pupillo  nipote 
erano  morti,  rimanendo  la  coro- 
na alla  sorella  sposatasi  con  Gui- 
do di  Lusìgnano ,  ed  i  numero- 
si feudi  rimasero  in  mano  di 
una  moltitudine  di  piccoli  principi 
con  pregiudizievole  complicazione 
d'interessi.  Dopo  un  primo  scontro 
in  Nazaret,  ove  gli  ospitalieri,  e  i 
templari  vennero  sconfitti,  avvenne 
la  sanguinosa  battaglia  di  Tiberia- 
de,  combattuta  li  3  luglio  1187, 
nella  quale  l'armata  de'cnstiani, 
forte  di  cinquantamila  uomini,  o 
cadde  sotto  il  brando  de'  nemici,  o 
soggiacque  a  dura  schiavitù.  Nelle 
profiine  mani  degl'  infedeh  passò 
il  santo  legno  della  vera  croce,  e 
lo  stesso  Guido  fu  imprigionato. 
Saladino  uccise  di  propria  mano 
Rinaldo  gran  maestro  de'  templari, 
e  fece  provare  egual  sorte  a  tutti 
i  cavalieri  dell'  Ordine,  in  vendetta 
della  spedizione  già  da  essi  fatta 
sulla  Mecca,  che  riguardava  come 
sacrilega.  Tutte  le  città  di  Palesti- 
na si  sottomisero  al  vincitore,  il 
quale  dopo  un  assedio  di  cinque 
giorni  entrò  in  Gerusalemme  a'  2 
ottobre  dell'anno  stesso  i  187,  po- 
nendo termine  al  regno  de'  franchi, 
che  nel  1099  aveva  avuto  principio 
pel    pio,    e    valoroso    GoflVcdo    di 


EGI  99 

Buglione,  per  cui  il  Pontefice  Urba- 
no III  morì  di  dolore. 

In  seguilo  la  bravura  di  Corra- 
do di  Monferrato  frenò  i  progres- 
si di  Saladino  a  Tiro,  ove  intre- 
pidamente si  sostenne,  e  lasciò  a- 
perto  un  sicuro  baluardo  ai  nuo- 
vi crociati,  che  moveano  dall'  occi- 
dente pel  ricupero  di  Terra  Santa. 
Nel  I  1 89  r  esercito  cristiano  potè 
riprendere  l'offensiva,  ed  intrapre* 
se  il  famoso  assedio  di  san  Gio- 
vanni d'Acri,  al  quale  nel  1190 
avrebbe  posto  fine  l'imperatore 
Federico  I  sopraggiuntovi ,  senza 
il  disastro  della  sua  morte  per  la 
caduta  nel  fiume  Salfet.  Quindi  i 
re  Filippo  Augusto  di  Francia,  e 
Riccardo  d' Inghilterra  compirono 
l'opera  nel  1191,  riprendendo  la 
città,  e  Gerusalemme  fu  sul  pun- 
to di  essere  ricuperata  dai  cristia- 
ni, e  fu  stabiUta  una  tregua  di 
tre  anni,  permettendosi  ai  pelle- 
grini cristiani  la  visita  de' santi  luo- 
ghi, purché  fossero  disarmati.  Nel- 
r  Armenia,  e  nella  Persia  incomin- 
ciò in  seguito  Saladino  altre  impre- 
se, che  però  furono  troncate  dalla 
morte  a'  4  ™arzo  1 193.  Il  suo 
secondogenito  Aziz  regnò  in  Egitto, 
ma  dopo  di  lui  in  vece  de'fralel- 
li  minori  suoi  legittimi  eredi,  Me- 
lik-El-Adel  (  che  i  crociati  denomi- 
narono Safadin,  fratello  del  defun- 
to Saladino,  e  compagno  di  lui 
nella  guerra),  si  dichiarò  nel  1200 
sultano  di  Egitto,  e  di  Siria.  I 
franchi  lo  molestarono  quasi  ogni 
anno  con  incursioni,  ed  ebbero  da 
lui  le  piazze  di  Jafià,  Lidda,  e  Ra- 
ma nel  i2o5,  in  compenso  della 
tregua  ottenuta  dopo  il  saccheg- 
gio, che  avevano  dato  a  Fkich,  città 
egiziana.  Non  andò  guari  che  ne 
pagarono  la  pena,  perchè  tre  an- 
ni dopo    A  del    riconquistò  Jaffa    o 


100  EGI 

Giaffa  coir  eccìdio  di  ventimila  cri- 
stiani, sebbene  il  vescovo  Wutzbur- 
go  sopraggiunto  con  altri  crociati 
vi  entrasse  vincitore.  Intanto  nel- 
r  Armenia,  e  neli*  Arabia  trionfa- 
rono le  armi  di  Adel;  ma  nel  12  i8, 
il  nuovo  esercito  de*  franchi,  con- 
dotto dal  re  d'Ungheria  Andrea 
II,  e  dal  re  di  Cipro  Ugo  I ,  non 
che  dai  duchi  d'Austria  e  di  Ba- 
viera, dopo  un*  incursione  fino  pres- 
so Damasco^  salpò  per  Damiata,  e 
strinse  d'assedio  quella  città,  al 
quale  umiliante  annunzio  Adel  morì 
di  rancore. 

Melik-El-Kamel,  o  Meledino  suo 
primogenito,  che  già  governava 
l'Egitto,  ebbe  la  piena  sovranità  del 
paese,  mentre  quattrocentomila  cro- 
cesignati  circondavano  Damiata,  ed 
i  curdi,  che  guereggiavano  per  lui, 
venivano  eccitati  a  ribellarsi.  Da- 
miata cadde  in  potere  de'  cristia- 
ni, e  gli  abitanti  restarono  uccisi, 
o  schiavi.  Intanto  il  sultano  Ka- 
mel  gittò  le  fondamenta  della  cit- 
tà di  Mansura ,  e  i  suoi  fratelli 
con  altri  principi  Aiubidi  lo  tras- 
sero co' soccorsi  dalla  sua  pericolo- 
sa posizione,  e  procurarono  trat- 
tative pacifiche.  Per  ricuperare  Da- 
miata il  sultano  offriva  la  restitu- 
zione di  Gerusalemme,  e  delle  al- 
tre città  di  Palestina,  di  che  i  cri- 
stiani non  si  contentavano,  esigen- 
do una  gran  somma  d'oio  per  ri* 
fabbricare  le  mura.  Mentre  ciò  trat- 
tavasi^  un'  irruzione  di  mussulmani 
tagliò  ai  crociati  la  ritirata,  e  per 
la  minacciante  inondazione  del  Ni- 
lo, furono  costretti  a  desistere  dal- 
le pretensioni,  domandando  invece 
salva  la  vita  mediante  la  restituzio- 
ne di  Damiata,  ciò  che  a  stento 
ottennero.  Nel  settembre  1221  fece 
Kamel  in  Damiata  il  suo  ingresso; 
ma  per  le  successive  discordie  coi 


EGI 

fratelli,  ebbe  l'  imprudenza  di  trar- 
re in  Siria  Federico  II  imperatore 
con  promettergli  la  restituzione  di 
Gerusalemme.  Poco  dopo,  essendo 
cambiate  le  circostanze,  se  ne  pen- 
tì, ma  nel  1229  dovè  segnare  un 
accordo  ,  di  porre  Gerusalemme 
nelle  mani  de*  cristiani,  senza  però 
poterne  rialzar  le  mura,  e  di  man- 
tenervi i  mussulmani  con  privilegi. 
Inoltre  vennero  ceduti  a  Federico  li 
i  luoghi  situati  tra  Gerusalemme  ed 
Acri;  e  dopo  aver  Kamel  eseguito 
felici  imprese  nell'  Asia ,  mentre 
usurpava  Damasco  al  suo  nipote, 
mori  in  marzo  12  38.  Il  suo  regno 
di  quarant'anni  fruttò  all'Egitto 
pace  e  prosperità,  perchè  le  arti, 
le  scienze  e  le  lettere  furono  da 
lui  coltivate,  e  munificamente  pro- 
tette ne' cultori,  mostrandosi  tolle- 
rante cogl'  individui  delle  differen- 
ti religioni.  Gli  idraulici  lavori  da 
Kamel  intrapresi,  giovarono  all'agri- 
coltura, come  il  commercio  restò 
incoraggiato  per  le  sue  leggi.  Noi 
somigliò  il  figlio,  sultano  Melik- 
El-Adel  II,  che  coli' infingardag- 
gine, e  col  libertinaggio  si  attras- 
se l'odio  degli  Emiri,  che  nel  1240 
l'imprigionarono,  e  posero  in  trono 
il  maggior  fratello  Nedim-Eddyn, 
dalla  Mesopotamia  passando  a  re- 
gnare sull'Egitto.  Lo  zio  Ismaele 
alleato  de'  franchi  gli  disputò  la 
sovranità,  ma  egli  seppe  consoli- 
darla colle  vittorie  di  Acri  e  di 
Gaza  riportate  da  Bibars  suo  ge- 
nerale colle  armi  degli  egiziani , 
e  de' Karizmiani  ausiliari  sopra  i 
cristiani,  ed  i  mussulmani  di  Siria. 
La  crociata  di  s.  Luigi  IX  re  di 
Francia  arrestò  i  di  lui  progressi, 
e  lo  fece  volare  alla  difesa  del- 
l'Egitto; mentre  i  francesi  nel  i  249 
presero  Damiata.  Nel  novembre  di 
detto  aono   morì  Nedim,  che  vie- 


EGI 

ne  riguardalo  come  istitutore  del- 
la famigerata  milizia  degli  schia- 
TI,  detti  mamelucchi,  divenuti  po- 
scia alla  dinastia  degli  Aiubidi  tan- 
to fatali.  Questi  mamelucchi,  che 
si  vogliono  istituiti  nel  i23o  in  nu- 
mero di  dodicimila,  formarono  la 
miglior  cavalleria  leggiera  dell'im- 
pero turco,  ed  in  qualche  modo  la 
principale  forza  militare  dell'Egitto. 
Dalla  Mesopotamia  mosse  Melik- 
El-Moadkani-Turan-Chah  a  pren- 
der le  redini  del  governo,  facendo 
per  gelosia  strozzare  il  proprio  fra- 
tello Adel-Chab  dai  mamelucchi,  e 
giungendo  in  tempo  d'  incoraggir 
colla  sua  presenza  l' armata  egizia 
di  Mansurah,  ove  i  crociati  erano 
penetrati,  e  poco  dopo  respinti. 
Melik  giunse  ad  avvilupparli  nel  cam- 
po di  Diedi leh  tra  i  due  rami  del 
Nilo,  ed  intercettando  i  convogli,  e 
tagliando  ad  essi  la  comunicazione 
con  Damiata.  Il  re  s.  Luigi  IX  fu 
fatto  prigioniero,  e  i  crociati  vennero 
tagliati  a  pezzi.  Avvinti  con  catene  en- 
trarono in  Mansura  il  re,  il  suo  fratel- 
lo, e  i  grandi  del  regno,  intanto  che 
per  tutto  si  celebrò  l'avvenimento. 
Mentre  trattavasi  del  riscatto  del 
monarca  francese,  i  mamelucchi  ba- 
hariti,  sdegnati  della  crudeltà  del 
sultano,  congiurarono  di  uccider- 
lo, mossi  da  Bibars  loro  capo.  Nel 
maggio  1 25o,  coperto  di  ferite  Me- 
lik-Turan  mori  annegato  nel  Nilo, 
e  con  lui  terminò  la  discenden- 
za del  curdo  Saladino,  e  dopo  ot- 
tant'anni  gli  Aiobidi  cessarono  di 
regnare.  Gli  ultimi  principi  di  que- 
sta dinastia,  diffidando  de' loro  uffi- 
ziali,  compravano  un  gran  nume- 
ro di  schiavi  nel  Captehak  tra  i 
tartari  mogolli,  che  si  dissero  Mani- 
loukj  o  Mamelucchi^  cioè  sottomes- 
si ;  e  siccome  venivano  educati  nel- 
l'Isola Rodhah,    formata  dal  Nilo, 


EGI  101 

che  gli  arabi  appellano  Bàhar,  o 
mare  per  la  sua  vastità ,  s' inti- 
tolarono Baharitij  cioè  marittimi. 
Questi  mamelucchi  dopo  il  loro 
affi'ancamento  pervenivano  ad  occu- 
pare le  prime  cariche  dello  stato, 
e  si  valevano  di  nefande  prostitu- 
zioni, per  meglio  conseguire  il  so- 
vrano favore.  Dopo  la  morte  di 
Turan,  la  favorita  Chedir-Eddour 
fu  acclamata  regina  d'Egitto,  ed 
il  mamelucco  Aibek,  di  origine  tur- 
ca, divenne  Atabek,  ossia  generalis- 
simo delle  truppe.  Fu  questi  che 
impedì  l'uccisione  di  s.  Luigi  IX, 
avido  del  combinato  riscatto.  Cosi 
potè  il  principe  Care  ritorno  in 
Plancia  co'  miseri  avanzi  delle 
sue  truppe.  Passati  tre  mesi,  la  re- 
gina sposò  Aibek,  e  voleva  coro- 
narlo re,  quando  i  mamelucchi  pro- 
clamarono sultano  il  fanciullo  Me- 
lik-Al-Achraf  della  schiatta  di  Sa- 
ladino, affidandone  la  tutela  allo 
stesso  Aibek,  in  un  al  supremo 
comando  degli  eserciti.  Ma  Aibek, 
dopo  aver  vinto  il  sultano  di  Da- 
masco, prima  si  sbarazzò  del  ma- 
melucco Fares-Eddyn  suo  emulo,  e 
poi  usurpò  il  titolo,  e  il  potere  di 
sultano ,  a  danno  del  pupillo,  e 
ne  godè  tre  anni,  perchè  a  cagio- 
ne di  gelosia  la  moglie  il  fece  tru- 
cidare. 

Melik-Al-Mansour-Afi,  figlio  di 
Aibek,  venne  assunto  al  trono,  ma 
lo  schiavo  Rothouz  il  rinchiuse,  in 
un  col  fratello,  nella  fortezza  di 
Damiata,  e  s' impadronì  del  regno, 
dimostrando  gli  emiri  la  necessità 
di  questa  misura,  per  frenare  l' ag- 
gressióne dei  tartari  mongolli  ;  quin- 
di riportò  due  vittorie  su  di  essi, 
e  riconquistò  la  Siria.  Ma  quel  Bi- 
bars, che  neir  insurrezione  contro 
Turan,  avea  scagliato  il  primo  col- 
po, siccome  defraudato  del  possesso 


I03  EGI 

di  A  leppo,  al  quale  in  premio  ago- 
gnava, giurò  di  vendicarsi,  e  nel 
settembre  1260,  uccise  Kothouz, 
mentre  questi  ritornava  al  Cairo. 
Allora  r  esercito  il  dichiarò  sultano, 
ed  egli  se  ne  fece  confermare  il 
titolo  da  Ahmed,  preteso  discenden- 
te della  casa  degli  Abassidi,  di'  era 
stalo  riconosciuto  califfo,  col  nome 
di  Mostanser-Billak,  ed  essendo  po- 
scia perito  nella  spedizione  di  Bag- 
dad, fu  nominato  altro  califfo  A- 
bassida,  ma  colla  sola  autorità  spi- 
rituale. Bibars  consolidò  1'  impero 
de*  mamelucchi,  e  le  sue  imprese 
contro  i  tatari,  e  crocesignati  eb- 
bero felice  esito.  Egli  peri  col  ve- 
leno, e  tutti,  col  mezzo  dell'  assas- 
sinio, o  della  corruzione  montarono 
sul  trono  i  successori  Babaritij  dai 
quah  r  Egitto  dovè  soffrire  lunga- 
mente la  tirannia  ;  e  quando  nel 
i323  tentarono  di  farla  cessare  i 
cofti,  ebbero  severa  punizione.  Ha- 
diy,  ultimo  de' mamelucchi  barbariti, 
regnava  in  età  pupillare,  quando 
lo  schiavo  Barkok  de'  mamelucchi 
di  Circassia,  detti  Borghi,  fattosi 
dichiarar  suo  reggente,  lo  precipitò 
dal  sogho  nel  1 382.  Siccome  il  ca- 
liffo avea  legittimato  l' usurpazione, 
si  unì  cogli  emiri  Ilbogha,  e  Man- 
tach  a  congiurare,  e  Barkok  abban- 
donato dalla  fortuna  fu  imprigio- 
nato a  Rrac,  ed  Hadiy  fu  rimesso 
sul  soglio  da  Ilbogha,  che  venne 
con  jMantach  a  sanguinoso  contra- 
sto per  l'esercizio  del  potere.  Colla 
caduta  d' Ilbogha  cessò  la  strage, 
ma  ricomparve  Barkok  fuggito  di 
prigione  alla  testa  di  un  partito,  ed 
allora  Mantach  dovette  soccombere. 
In  tal  modo  Barkok  nel  iSqo  ritor- 
nò a  regnare.  Hadiy  venne  restitui- 
to al  suo  carcere,  e  la  dinastia  dei 
mamelucchi  Borgiti  fu  stabilita,  ne 
Tamerlauo,  terrore  dell'Asia,  andò 


EGI 

di  là   dalle    minacce    per    riguardo 
all'  Egitto. 

Faradi,  primogenito  di  Barkok, 
ebbe,  vivente  il  padre,  giuramento 
di  fedeltà  dalla  milizia,  e  potè  suc- 
cedergli pacificamente.  Ma  le  ribel- 
lioni, le  atrocità,  e  i  tradimenti 
macchiarono  per  tutto  il  secolo  de- 
cimoquinto l'Egitto.  In  principio  del 
secolo  decimosesto  i  veneziani  strin- 
sero lega  col  sultano  d' Egitto,  ed 
armarono  un'  imponente  flotta  nei 
cantieri  d'  Alessandria  con  legnami 
venuti  da  Venezia  ;  quindi  partì  la 
flotta  pel  Cairo  a  mezzo  del  Nilo, 
e  poscia  a  forza  di  cammelli  nel 
porto  di  Suez,  d' onde  salpò  nel 
i5o8  per  arrestare  i  progressi  dei 
portoghesi  nell'oceano  indiano.  Ba- 
jazet  II,  che  fu  l' ottavo  tra  gli 
imperatori  ottomani,  rivolse  le  armi 
contro  il  sultano  Cait-Bey  de'  ma- 
melucchi Borgiti,  per  la  protezione 
da  lui  accordata  all'  esule  Zizimo 
suo  fratello,  ma  non  giunse  a  com- 
piere la  micidiale  lotta.  Al  di  lui 
figlio  Sehm  I  era  riserbata  la  glo- 
ria di  vincere  Tuman-Bey,  ultimo 
soldano,  in  due  ordinate  battaglie, 
di  sterminare  la  milizia  de'  mame- 
lucchi, e  aggiungere  la  Siria,  e  l'E- 
gitto a' suoi  vasti  domimi.  Nell'anno 
i5i7  ,  colla  dinastia  de'  mame- 
lucchi Borgiti  cessò  anche  la  serie 
de'califfi  Abassidi,  che  avevano  man- 
tenuto il  diritto  dell'  imanato  per 
885  anni,  mediante  la  cessione  fat- 
tane dal  califfo  Motachavel-Al-laà  al 
conquistatore  ottomano,  consegnan- 
dogli Io  stendardo  di  Maometto, 
che  dai  quattro  primi  califfi  era 
passato  negli  Ommiadi  di  Damasco, 
indi  negli  Abassidi  di  Bagdad,  e  fi- 
nalmente in  quelli  del  Cairo.  Così 
ancora  l' Ilediaz  di  Arabia  venne 
sotto  il  dominio  turco,  e  gli  avanzi 
de'  mamelucchi    furono    iucoiporall 


ECrI 

nelle  milizie  cttomane,  impolitica  mi- 
sura, che  in  progresso  ebbe  funeste 
conseguenze.  Il  governo  stabilito  da 
Selira  I  nell'Egitto  ebbe  la  forma 
aristocratica,  sotto  la  sua  suprema- 
zia. Vi  compose  un  senato  o  divano 
di  ventiquattro  bey,  scelti  fra  i  più 
notabili  mamelucchi,  ai  quali  pre- 
siedeva un  pascià  come  capo  della 
amministrazione,  che  corrispondeva 
a  Costantinopoli  co' ministri  del  gran 
signore.  Tale  reggimento  si  man- 
tenne felicemente  per  due  secoli,  ne 
altre  guerre  ebbero  a  sostenere  gli 
ottomani  in  Egitto,  se  non  quella 
marittima  contro  la  preponderanza 
portoghese  nelle  Indie  orientali,  a- 
vendo  perciò  ottenuto  dalla  repub- 
blica di  Venezia,  che  ne  aveva  e- 
guale  interesse,  rilevanti  soccorsi. 

Frattanto,  verso  l'anno  1721,  in- 
cominciò il  disordine  tra  gli  ambi- 
ziosi bey,  intenti  tutti  ad  impadro- 
nirsi del  potere,  privandone  il  pa- 
scià ottomano.  Dipoi  Ibraim  Riaja, 
o  capo  de' giannizzeri,  giunse  nel 
1746  ad  impadronirsi  del  supremo 
potere,  sottraendo  la  nazione  egizia 
dalla  dipendenza  della  sublime  por- 
ta ottomana.  Alla  sua  morte  Ro- 
doan-Bey  si  mantenne  nel  dominio 
sino  al  1766,  ed  allora  si  vide  u- 
scir  minaccioso  dall'alto  Egitto,  do- 
ve trovavasi  confinato,  Aly-Bey  capo 
de'  mamelucchi,  della  stirpe  degli 
Abari  presso  il  Caucaso,  che  era  stato 
neir  età  di  anni  dodici  venduto  schia- 
vo ad  Ibrahim,  e  dopo  otto  anni 
emancipato.  Egli  si  dichiarò  sovra- 
no dell'Egitto,  scacciò  il  pascià  ot- 
tomano, e  ricusò  alla  sublime  por- 
ta ogni  tributo  e  soggezione.  Col 
mezzo  di  JNIohammed  Bey,  altro 
schiavo  suo  favorito,  e  figlio  adot- 
tivo, che  innalzò  al  grado  di  ge- 
nerale, fece  progressi  nell'  Arabia, 
ed  avendo    stretta    alleanza    col    ri- 


EGi  loS 

belle  Scheik-Daher  nella  Siria,  potè 
imporre    al  gran  signore,  frastorna- 
to dalla  guerra  coi  russi,    e   coltivò 
il  vantaggioso  progetto  di    costruire 
Diedda,  porto  della  Mecca,  un  com- 
merciale emporio,  affine  di  ravvivare 
il  traffico  delle  Indie  nel  mare  rosso. 
Ma  l'ingrato  schiavo  Mohammed  lo 
tradì  nel  meglio,  e   corrotto  dal  pa^ 
scià    di    Damasco,  abbandonò    V  ar- 
mata, e  fece  ritorno  al  Cairo,  dove 
incominciò    ad     esercitare    assoluto 
impero.     Al    comando    dell*  esercito 
prepose    V  ardito    giovane    Mourad- 
Bey,  dandogli  per    moglie    la    bella 
vedova  di  Ah,  di  cui  erasi  in  vaghi- 
lo, ed  allora  Mourad    gli    giurò    di 
condurre  il  rivale  a' suoi  piedi.   In- 
fatti, mentre    Gaza- Ali    attraversava 
il  deserto  per  tentare  nuove  impre- 
se,   avendolo    Mourad   assalito    con 
mille  scelti  cavalieri,  e  feritolo  colla 
propria  scimitarra,  quell'illustre  ma- 
melucco ne    morì.    Apparentemente 
tornò  la  regione  all'  ubbidienza  del- 
la porta    ottomana,  ma  i  Bey   mai 
cessarono  di  tumultuare,   ed    erano 
in    aperta    ribellione,    quando    nel 
1798  si  presentò  in  que'hdi  il  ge- 
neral   Bonaparte    colla  gran    flotta, 
per  la  maggior  parte  composta  da 
quella  dell' allora  cessata    repubbli- 
ca   veneta  ;  conducendovi    un  eser- 
cito francese  bramoso  di  conquiste, 
ed  ivi  spedito  dalla  repubblica  fran- 
cese, anche  per  porre  un    termine 
all'assoluto  potere    che    vi    eserci- 
tavano i  Bey  mamelucchi,  giacché 
i  pascià  non  ne  aveano  che  il  no- 
me ;  per  cui   l'Egitto  saccheggiato, 
e  devastato,  languiva  nella  più  or- 
ribile schiavitù. 

11  direttorio  francese,  gonfio  al- 
lora per  le  riportate  vittorie,  mi- 
nacciando di  uno  sbarco  l' Inghil- 
terra, aveva  affidato  al  generalissi- 
mo Napoleone  Bonaparte    un  eser- 


io4  EGI 

cito  di  trentamila  veterani,  ed  una 
flotta  ,  che    fu    riputata  una    del- 
le più  poderose  che  avessero  solca- 
to il  Mediterraneo,  e   che    guidata 
veniva  dall'  ammiraglio  Brucys.  Sal- 
pò essa   da    Tolone    a'  19    maggio 
1798.     Subito     questa     spedizione 
riportò  suli'  Egitto  brillanti  succes- 
si, e  sbarcato  Bonaparte  a  Marabou, 
immediatamente     prese    di    assalto 
Alessandria,  e  di  là    mosse    contro 
ì   mamelucchi,    che    sconfìsse    nella 
battaglia    detta    delle    Piramidi    il 
di  2 1   luglio.  Air  impetuosa,  e    ri- 
lucente   cavalleria    de' mamelucchi, 
il  prode  generale  oppose    l' immo- 
bilità de' battaglioni  francesi  serrati 
in  quadrato  ,  con  una  grandine  di 
palle,    e   con    un  incessante    fuoco, 
che    vomitavano    le    ben    collocate 
artiglierie.  Questa  vittoria  sui   ma- 
Hielucchi,  e  sugli  arabi  aprì  a  Bo- 
naparte le  porte  del  Cairo,  e  pose 
in    fuga    Murad-Bey,    cogli    avanzi 
de'mamelucchi  nell'alto  Egitto.  Di- 
venuto il  generalissimo  francese  pa- 
drone del  Cairo,  volle    dimostrarsi 
protettore  del  maomettanismo^  così 
vantandosi  in  un  proclama  che  fe- 
ce allora  pubblicare  :    «   I    francesi 
9)   si  dimostrano  amici  de'  mussul- 
»   mani.  Non  ha  molto  che  hanno 
>}   rovesciato  in  Roma  il  trono  del 
«   Papa,    che    incitava    i    cristiani 
M  contro    i    maomettani,    di    là    sì 
»   sono  portati  a  Malta,  e  ne  hanno 
«   scacciato  i    miscredenti,    i    quali 
M   vivevano  nell'  opinione  di  essere 
>»   chiamati  da  Dio  a   guerreggiare 
»   continuamente  contro    i    seguaci 
5>   del  profeta".  Con  sì  fatte  parole, 
il  cui  commento  è  ad    ognuno  fa- 
cile, sembra  che  mirasse  Bonapar- 
te ad  illudere  quella    fanatica    po- 
polazione, alla  quale  il  general  Me- 
nou     dava    lo    spettacolo    della  ri- 
provevole sua  apostasia,  trasforraan- 


EGT 

do&i    sotto    baracca    in    Abdallah- 
Bey.  Ma  a  rompere  i  vasti  disegni 
di   Bonaparte,    successe  nella    rada 
di  Aboukir  a'  1 1    agosto  la   strepi- 
tosa vittoria  dell'inglese  ammiraglio 
Nelson,  che,  mercè    i  rinforzi    della 
flotta  di  lord  Vincent,    che    incro- 
ciava Cadice,  in  un    sol   colpo    di- 
strusse la  flotta  francese,  e    troncò 
le  sue  comunicazioni  colla  Francia. 
L' ammiraglio  francese  Brucys  perì 
combattendo  nella    maggior    nave, 
r  oriente y  che    sbalzò    in    aria    con 
ispavento  delle  due  flotte.  Due  sole 
navi  francesi  furono  salve,    nonché 
due  veloci  fregate  ;  tutto    il    rima- 
nente o  fu  sommerso    nelle    onde, 
o  pieda  divenne    degl'inglesi.    Ciò 
accadde  per  essersi    vivamente   op- 
posto r  ammiraglio  a  Bonaparte,  il 
quale    voleva    che    tutta    la    flotta 
fosse  entrata  nei  vasti  porti   di  A- 
lessandria. 

Cotanta  perdita  fu  riparata  da 
Bonaparte  con  altri  successi,  ma 
alle  sue  mire  opponevasi  il  fanati- 
smo de'turchi,  e  degli  arabi,  i  qua- 
li abborrivano  i  francesi,  perchè  col 
fatto  non  osservavano  il  maomet- 
tanismo,  né  alcun'  altra  religione. 
Si  sollevò  tutto  il  Cairo,  e  per  i- 
spegnere  questa  sollevazione  non 
bastò  la  strage  di  cinquemila  di 
que'rivoltosi  trucidati  dentro  le  mo- 
schee. Fu  allora  che  Bonaparte  as- 
sunse in  suo  discorso  il  linguaggio 
di  un  inviato  del  profeta  Maomet- 
to, dicendo  agli  Sceiki,  ed  agli  U- 
lemi  :  »»  Fate  sapere  al  popolo,  che 
«  sin  dalla  creazione  del  mondo 
«  comandato  fu,  che  dopo  aver 
«  distrutti  i  nemici  dell'  islamismo 
w  e  abbattuta  la  croce,  venire  io 
>i  dovessi  dalle  rimote  contrade 
>»  dell'occidente  a  compiere  la  gran- 
»  de  impresa  eh' erami  imposta. 
M   Mettete  sotto  gli    occhi  del    pò- 


EGI 

M  polo,  chs  r  Alcorano  annuncia  il 
>»  venir  mio  in  venti  luoghi".  Co- 
sì Walter  Scott,  Fila  di  Napoleo- 
ne t.  8.  Udivano  queste  parole  i 
copti,  nati  cristiani  del  paese,  sic- 
come poi  si  dirà ,  ma  abbrutiti 
nell'ignoranza,  secondavano  i  fran- 
cesi in  vista  del  lucro,  che  ne  ri- 
cavavano, al  quale  ancor  più,  che 
alla  loro  eresia  sono  proclivi.  Ben- 
sì narrasi  che  Bonaparte  nella  sua 
corsa,  cui  fece  all'  istmo  di  Suez, 
confermasse  ai  maroniti  del  monte 
Sinai  quel  diploma  de'loro  privilegi, 
che  preteudevasi  accordato  loro  da 
Maometto  stesso.  Di  là  passò  a  vi- 
sitare le  fontane  dette  di  Mosè,  e 
Je  spiagge  del  mare  rosso,  con  pe- 
ricolo di  esservi  annegato,  quando 
dovette  rapidamente  ritornare  al 
Cairo,  per  difendersi  contro  le  for- 
ze poderose  che  si  avanzavano  da 
tutte  le  parti  per  togliergli  l'ancor 
mal  ferma  sua  conquista.  Indi,  con 
molto  sangue  di  turchi,  e  di  arabi 
represse  la  rivolta,  concorrendo  a 
parteggiare  per  la  Francia  i  cofti, 
e  i  drusi:  e  Mourad-Bey  fu  incal- 
zato dall'  intrepido  general  Dessaix. 
fino  oltre  le  cataratte  del  IN  ilo  nei 
deserti  della  Nubia.  Ma  sebbene  nel 
I  799,  con  una  vittoria  dell'  arma- 
ta di  terra,  ove  fu  fatto  prigione 
il  pascià  di  Natòlia,  si  levasse  in 
Aboukir  l' onta  della  navale  scon- 
fitta, e  si  meditasse  la  riapertura 
del  canal  di  Suez  per  unire  i  due 
mari,  la  fortuna  all'  improvviso  si 
cambiò  ;  la  scomparsa  di  Bonapar- 
te, r  assassinio  di  Rleber  coman- 
dante generale  dell'  armata,  e  la 
poco  guerriera  attitudine  di  Menou 
da  un  canto,  e  dall'  altro  V  arrivo 
di  forze  formidabili  turche,  e  di 
un'  armata  inglese,  che  dall'  Indie 
penetrò  nel  mare  rosso,  sotto  il 
comando  di  Abercromby,  resero  in- 


EGI  jo5 

utili  gli  sforzi  del  valore  fiancese, 
e  dopo  la  resa  del  Cairo  eseguita 
da  Belliard,  e  di  Alessandria  da 
Menou,  seguì  per  patto  in  settem- 
bre i8oi,  r  evacuazione  totale  del- 
l'Egitto, che  rimase  presidiato  dai 
turchi,  e  dagl'inglesi,  i  quali  s'in-, 
caricarono  di  ricondurre  in  Francia 
r  esercito  repubblicano. 

Dopo  questi  clamorosi  avveni- 
menti, il  gran  signore  Selim  III 
sostituì  in  Egitto  all'antico  regime 
un  governo  di  quattro  pascià  ;  ed 
i  bey,  sebbene  autorizzati  ad  al- 
lontanarsi, in  gran  parte  furono  uc- 
cisi nelle  navi  stesse  in  cui  facevano 
il  tragitto.  Non  per  questo  cessò 
1'  anarchia  da'  mamelucchi  fomen- 
tata, e  quando  gl'inglesi  nel  i8o3 
consegnarono  le  piazze  a  Moham- 
med-Alì,  distinto  militare  elevato 
allora  da  Selim  III  al  grado  di 
Kaimakan,  i  bey  amnistiati  dovet- 
tero ritirarsi  nell'  alto  Egitto.  Gli 
inglesi  sbarcati  di  nuovo  in  Egitto 
a'  17  marzo  1807,  s'  imbarcarono 
ai  i4  settembre,  dopo  di  avere 
inutilmente  tentato  di  soggiogare 
questo  paese.  Da  tal  momento  di 
nuovo  l'Egitto  divenne  il  teatro 
dell'  anarchia,  e  di  una  quantità  di 
combattimenti  fra  i  mamelucchi,  e 
i  pascià  inviativi  dalla  Porla,  che  se 
ne  disputarono  il  dominio.  Final- 
mente divenuto  pascià  Mohammed 
Ali  pervenne  colla  destrezza,  e  col 
valore,  nell'  impero  di  Mahmud  II, 
a  ripigliare  l' autorità,  e  per  evi- 
tare che  nell'avvenire  venisse  com- 
promessa, dopo  avere  sperimentalo 
inutile  ogni  rimedio,  mise  in  ese- 
cuzione il  progetto  da  lungo  tempo 
concepito  dalla  stessa  Porta  di  dis- 
farsi della  milizia  torbida,  e  dispo- 
tica de'  mamelucchi.  Nel  primo 
giorno  di  marzo  181  i,  entro  la 
sola  città  del  Cairo  ne  vennero  uc- 


io6  EGI 

cisi  circa  seicento,  e  la  strage  non 
cessò  nelle  provincia  egiziane,  fìn- 
cliè  quasi  tutti  non  furono  ster- 
minati. Con  questa  terribile  misura 
politica  in  uso  nell'oriente,  T Egit- 
to fu  pacificato.  Allora  Mohammed- 
Alì,  che  altri  chiamano  Meheniet- 
Alì,  già  divenuto  vice-re,  portò  la 
guerra  in  Arabia  contro  i  wecha- 
biti,  de'  quali  bramava  indebolire 
il  potere  ;  e  la  distruzione  loro 
mise  fine  a  questa  guerra  nel  1 8  1 9, 
nella  quale  i  di  lui  figli  JussufiF,  ed 
Jbrahim  ebbero  campo  di  esercita- 
re il  loro  militare  coraggio.  Il  pa- 
scià fece  dipoi  una  spedizione  nei 
hmitrofi  regni  della  Nubia,  nel 
Dongala,  nel  Sennaar  e  nel  Kor-r 
dosan,  in  alcuni  luoghi  de'  quali, 
massime  in  quello  di  Dongala,  i 
mamelucchi  proscritti  avevano  ri- 
parato, eccettuato  poche  ceiitinaja 
di  essi  rimasti  tra  le  sue  guardie, 
JVel  1824  salpò  Ibrahim  pascià  dal 
porto  d'  Alessandria  con  una  flotta 
egizia,  in  soccorso  degli  ottomani 
per  la  Grecia.  Le  sue  devastazioni 
nella  Morea  afflissero  lungamente 
quelle  popolazioni,  e  i  combattimenti 
seguiti  per  mare,  e  per  terra  con  vari 
successi  presentarono  d'ambe  le  parti 
il  maggior  accanimento.  Quindi  più 
flotte  ed  eserciti  si  succedettero,  ma 
dopo  la  gravissima  perdita  che  toccò 
ad  Ibrahim,  nella  famosa  battaglia 
navale  di  Navarino,  peggiorò  la  sua 
condizione,  e  nel  settembre  1828 
evacuò  del  tutto  la  Morea  colle 
sue  truppe.  Nel  i83o,  la  porta 
ottomana  nominò  il  vice-re  Mo- 
hammed-Ah  governatore  di  Can- 
diaj  ed  egU  con  un  proclama  an- 
nunziò ai  candiotti  il  governo  con- 
flsritogli  dell'isola,  afììdandolo  nelle 
mani  del  maggior  generale  Osman 
Nureddm-Bey.  Quindi  d'  Alessan- 
dria fece  salpare  una  squadra  per 


EOI 

prendere  possesso  dell'  isola  di  Can- 
dia. 

Vari  poi  sono  gli  allori  mietuti 
dalla  bravura  d'ibraim  pascià,  fi- 
glio del  vice-re  nella  Siria.  Con 
un'armata  si  recò  nell'anno  i83i, 
contro  Abdullah-pascià,  e  colla  flot- 
ta assalì  s.  Giovanni  d' Acri.  Es- 
sendo poi  respinto,  prese  Jaffà,  e 
nell'anno  seguente  Acri,  mentre  la 
sublime  Porta  con  un  firmano  pro- 
scriveva il  di  lui  genitore.  Nel  i833 
Ibrahim  fece  il  suo  ingresso  in  A- 
leppo  -j  quindi  il  vice-re  spedì  il  ni- 
pote Achmet-pascià,  ministro  della 
guerra,  a  Suez,  per  prendere  il  co- 
mando dell*  armata  destinata  a  sot- 
tomettere Hedcha,  e  1'  Jemen.  Nel 
1834,  Ibrahim  pel  reclutamento 
ordinato,  incontrò  violenta  opposi- 
zione in  Naplusa,  e  trovò  scoppia- 
ta un'  insurrezione  per  tutta  la  Si- 
ria ;  indi  nel  mese  di  giugno  s'im- 
padronì di  Gerusalemme.  Nello 
stesso  mese  il  vice-re  partì  con  una 
flotta,  e  con  truppe  da  Alessandria 
alla  volta  della  Siria;  e  nel  tempo 
stesso  un  firmano  della  Porta  volle 
moderare  il  sistema  commerciale 
stabilito  nella  Siria  dal  medesimo 
principe.  Proseguendo  Ibrahim  pa- 
scià, nel  1834,  la  guerra,  fece  pro- 
gressi nella  Naplusia,  e  pacificata  la 
Siria,  ritornò  in  Alessandria,  ove 
poco  dopo  scoppiò  la  peste.  Ma 
dei  più^  recenti  clamorosi  avveni- 
menti, è  qui  indispensabile  una  bre- 
ve menzione. 

Dopo  che  Mahmoud  IT  avea  at- 
tribuito al  vice-re  di  Egitto  il  go- 
verno della  importante  isola  di  Catn- 
dia,  per  le  insorte  vertenze,  contro 
di  questa  voleva  inviare  la  flotta 
che  stanziava  ne'  Dardanelli,  sotto 
gli  ordini  di  Capudan-pascià.  Ma 
questi  in  vece  sparì  dai  Dardanel- 
\ìj  si    recò    a  Eodi  nei    1839,   da 


E  Gì 

dove  passò  in  Alessandria  colla  flot- 
ta, che  pose  sotto  la  protezione  del 
vice-re,  consistente  in  dodici  fregate, 
e  tre  corvette^  colla  dichiarazione, 
che  non  l' avrebbe  restituita  alla 
Porta,  se  non  quando  essa  avesse  ri- 
conosciuto in  Mohammed-Alì  la  so- 
vranità ereditaria  dell'Egitto,  e  di 
tutto  il  paese  che  governava,  ed 
allontanato  dagli  affari  il  gran  vi- 
sir Kosrew-pascià.  Frattanto  l'im- 
peratore Mahmoud  li  morì,  e  suc- 
cedendogli il  figlio  Abdul-Medjid- 
Khan,  fece  egli  sapere  al  vice-re  il 
suo  esaltamento  al  trono,  aggiun- 
gendovi la  promessa,  che  lo  avreb- 
be riconosciuto,  come  pascià  eredi- 
tario dell'Egitto.  Per  la  gravità  di 
questa  pendenza,  le  cinque  grandi 
potenze,  a  mezzo  de'  loro  amba- 
sciatori intervennero  sulle  differen- 
ze in  discorso,  per  tutelare  l' inte- 
grità dell'impero  ottomano.  ìNel- 
r  anno  seguente  i  montanari  del  Li- 
bano, i  marroniti,  e  i  naplusiani 
insorsero  contro  l' egiziana  domi- 
nazione, a  motivo  delle  imposte,  e 
delle  oppressioni  che  soffrivano  :  il 
perchè  Mohammed-Alì  inviò  nella 
Siria  una  flotta  per  domare  i  ri- 
belli, ciocche  ebbe  pronta  riuscita, 
mentre  in  Londra  nel  mese  di  lu- 
glio si  fece  una  convenzione  per 
istabilir  la  pace  tra  la  Porta,  e  il 
vice-re,  sottoscrivendola  i  plenipo- 
tenziari ottomano,  inglese,  prussia- 
no, russo,  ed  austriaco  in  nome 
de' rispettivi  sovrani.  Alla  Siria,  ed 
a  Candia  l'imperatore  ottomano 
diede  nuovi  governatori,  pronunziò 
la  destinazione  del  vice -re,  mentre 
le  forze  unite  d'Inghilterra,  d'Au- 
stria, di  Prussia,  e  di  Russia,  in 
esecuzione  del  trattato,  sbarazza- 
rono la  Siria  dagli  egiziani,  e  da 
Ibrahim  richiamato  dal  padre;  ma 
la  Francia,  che  non  aveva   segnato 


E  Gì  107 

quel  trattato,  fece  mettere  la  squa- 
dra navale  in  ancora  in  faccia  ai 
Dardanelli,  giacche  non  acconsen- 
tiva alla  destituzione  di  Mohammed- 
Alì.  A.  questa  veramente  accedeva- 
no le  quattro  potenze^  nel  caso 
che  il  vice-re  non  si  sottomettesse 
al  sultano.  Invitato  nuovamente  il 
vice-re  dai  ministri  delle  potenze 
intervenute,  a  restituire  la  flotta 
turca,  e  ad  evacuare  interamente 
la  Siria,  gli  venne  promessa  la  con- 
servazione del  pascialaggio  di  Egit- 
to in  eredità.  Di  fatti,  essendo  de- 
cisa la  Porta  ottomana,  e  il  vice- 
re  di  pacificarsi  sinceramente,  que- 
sti nel  fine  del  i84o  richiamò  in 
Egitto  il  figlio  Ibrahim  pascià  col- 
r  esercito,  e  consegnò  a  Taverrpa- 
scià  la  flotta  turca,  la  quale  parti 
da  Alessandria  amichevolmente. 

Conseguenza  si  fu  di  questo,  che 
nei  primi  dell'anno  i84i  le  poten- 
ze europee  furono  sollecite  d' in- 
vitare il  sultano  a  revocare  l'alto 
di  destituzione  emesso  contro  Mo- 
hammed-Alì, ed  a  promettergli  le- 
galmente, che  i  suoi  discendenti  in 
linea  retta  sarebbero  nominati  al 
pascialaggio  dell'Egitto,  ogni  volta 
che  questo  posto  eminente  venisse 
a  vacare  per  la  morte  del  pascià 
in  funzione.  Quindi  ebbe  luogo  una 
conferenza  di  vari  dignitari  della 
Porta  cogli  ambasciatori  delle  po- 
tenze alleate,  riguardo  ai  diritti  di 
governo  da  accordarsi  al  pascià  di 
Egitto,  i.°  relativamente  alle  finan- 
ze, 2."  al  servigio  militare,  3."  ri- 
guardo alla  eredità.  Finalmente  nel 
mese  di  febbraio  il  gran  signore 
emanò  un  firmano,  col  quale  con- 
ferì a  Mohammed-Alì,  l'ammini- 
strazione del  pascialaggio  di  Egit- 
to, colle  seguenti  condizioni:  i."  \i\ 
caso  di  morte  la  dignità  del  pa- 
dre passerà  a  quel  figlio  che  il  sul- 


io8  EGI 

tauo  avrà  a  scegliere.  2."  L'Egitto 
si  conformerà  all'attisceriff  di  Gul- 
hane,  ed  alle  altre  leggi  ammini- 
strative della  sublime  Porla,  non 
che  ai  trattati  ratificati  fra  essa,  ed 
i  suoi  alleati.  3.**  Le  imposte,  la 
quarta  parte  delle  quali  deve  es- 
sere versata  nel  tesoro  delia  por- 
ta ottomana,  senza  contare  il  tri- 
buto particolare  da  pagarsi  dal  go- 
vernatore per  cinque  anni,  saran- 
no levate  in  nome  del  gran  signo- 
re. 4*"  ^^  numero  di  truppe  in 
tempo  di  pace  sarà  di  diciottomila 
uomini,  ingaggiati  per  cinque  anni, 
duemila  de'  quali  staranno  di  guar- 
nigione in  Costantinopoli.  5."  Il  sul- 
tano avrà  il  diritto  di  nominare  a 
suo  piacei'e  alle  cariche  militari,  al 
di  sopra  del  grado  di  luogotenen- 
te. 6.°  Non  sarà  permesso  al  pa- 
scià  d'Egitto  di  far  costruire  va- 
scelli di  guerra,  senza  l'espressa  au- 
torizzazione del  sovrano  ottomano. 
7."  La  non  sommissione  ad  una  di 
queste  condizioni  porta  la  ritratta- 
zione delle  concessioni  accordate. 
Dipoi ,  essendo  la  flotta  rientrata 
nel  Bosforo,  si  convenne  di  accor- 
dare l'eredità  del  pascialaggio  d'E- 
gitto in  primogenitura,  e  di  assog- 
gettarlo ad  un  tributo  fisso,  il  cui 
ammontare  sarebbe  regolalo  di 
tempo  in  tempo  ,  e  finalmen- 
te di  dare  al  vice-re  pieni  poteri 
per  l'avanzamento  dell'armata,  ac- 
cordandosi inoltre  a  Mohammed- 
Alì  il  diritto  di  successione  in  linea 
diretta,  e  fissandosi  il  tributo  ad 
ottantamila  borse,  cioè  quaranta  mi- 
lioni di  piastre  turche.  Il  vice-re 
fece  pubblicare  nell'Egitto  solenne- 
mente l'attisceriff  di  sua  investitu- 
ra, ed  in  esecuzione  del  trattato  di 
commercio  fatto  nel  18 18  colla 
Porta,  lo  stesso  Mohammed-Alì  nel 
184^  si  decise  a  non    porre    ulte- 


EGI 

riorì  ostacoli,  sui  prodotti  del  suo- 
lo Egizio. 

Notizie  sui  donativi  fatti  da  Me- 
hemet-Aà  vice- re  d'Egitto  al  re- 
gnante  sommo  Ponte/ice  Grego- 
rio  XFI,  e  su  quelli  fatti  dal 
Pontefice  al  vice-re. 

Pel  complesso  delle  singolari  cir- 
costanze, che  formeranno  epoca  per 
Roma,  non  riuscirà  discaro,  che  qui 
riportiamo  alcuni  cenni  delle  rela- 
zioni da  ultimo  contratte  tra  il  re- 
gnante sommo  Pontefice,  e  il  sul- 
lodalo  Mohammed-Ali,  il  cui  nome 
è  divenuto  rispettato,  e  celebre  nel- 
la storia.  Prima  che  il  regnante 
Pontefice  emanasse  le.  sue  disposi- 
zioni intorno  l'altare  della  confes- 
sione della  basilica  di  s.  Paolo,  ove  si 
conservano  le  ceneri  di  questo  san- 
to apostolo,  il  cav.  Luigi  Poletti^ 
architetto  direttore  della  nuova  ba- 
silica, immaginava  un  magnifico  ta- 
bernacolo da  soprapporsi  all'altare, 
e  considerava  di  non  potere  trova- 
re quattro  colonne  di  un  marmo 
prezioso  per  adattarvele,  se  non  che 
facendole  togliere  dalle  cave.  E  sic- 
come eragli  a  notizia  che  nell'  E- 
gitto  il  vice-re  aveva  riattivate  le 
cave  del  bellissimo  alabastro,  detto 
dagli  scalpellini  Cotognino,  così  ne 
tenne  proposito  con  Silvestro  Gui- 
di pei  replicati  viaggi  da  lui  fatti 
in  Egitto;  e  questi  prese  l'assunto 
di  ritornarvi  per  vedere  sopra  luo- 
go, se  ciò  potevasi  mandare  ad  ef- 
fetto. Intanto  che  il  Guidi  in  E- 
gitto  di  tanto  si  occupava,  in  Ro- 
ma il  Pontefice,  siccome  zelatore  di 
conservare  l'antica  architettura,  che 
adornava  il  sepolcro  del  santo  a- 
postolo,  disponeva  che  fosse  restau- 
rato il  preesistente  tabernacolo,  e 
fosse  riposto  quindi  sul   luogo,   in 


E  Gì 

modo  però  che  la  mensa  deiralla- 
le  fosse  come  lo  era  prima  dell'an- 
no J  5oo  ,  cioè  rivolta  alla  nave 
grande,  perchè  cosi  il  popolo  di- 
voto potesse  di  prospetto  mirare, 
e  venerare  il  sommo  Pontefice, 
quando  nella  medesima  avesse  ce- 
lebrato la  messa.  Non  avendo  poi 
il  Guidi  nulla  potuto  operare  nel- 
rt^gitto,  perchè  il  vice-re  aveva 
riaperte  le  dette  cave  per  le  sue 
fabbriche,  e  non  per  farne  commer- 
cio, prima  di  partire  ne  tenne  discor- 
so in  Alessandria  col  cav.  Annibale 
de  Rossetti,  il  quale,  bramoso  di  di- 
mostrare la  sua  ossequiosa  gratitu- 
dine alla  speciale  benignità,  che  per 
lui  avea  il  Papa  che  regna,  si  esi- 
bì di  profittare,  e  cogliere  questa 
occasione  favorevole,  pei'  riuscire 
nell'intento,  il  quale  ebbe  pronto 
e  felice  esito. 

Seppe  il  vice-re  dal  cav.  Annibale 
de  Rossetti,  console  generale  di  To- 
scana nella  città  d'Alessandria,  che 
il  nominato  Silvestro  Guidi  da  più 
di  vent'anni  viaggiava  nell'Egitto, 
ed  ivi  era  ritornato  per  fare  1'  ac- 
quisto di  quattro  colonne  di  alaba- 
stro orientale  per  la  risorgente  chie- 
sa patriarcale  della  basilica  di  s. 
Paolo,  nella  via  ostiense;  quella  ba- 
silica, nella  quale  le  belle  arti  fe- 
cero a  gara  di  renderla  degna  di 
succedere  alla  precedente  sontuosis- 
sima, d'un  tanto  apostolo,  e  de- 
gna del  secolo  XIX,  e  dell'odierno 
pontificato  di  Gregorio  XVI,  sotto 
di  cui  ha  ricevuto  energica  prose- 
cuzione, e  tale  incremento  che  si 
avvicina  al  suo  termine.  Perla  gra- 
titudine che  conservava  Mohammed- 
APi  ai  pontificii  doni  recatigli  da 
Clot-Bey,  e  pei  sentimenti  ed  alta 
stima  che  nutriva  pel  Papa  che 
regna,  si  offrì  non  solo  di  farglie- 
ne UD  presente;  ma  colla  massima 


EGI  109 

compiacenza,  diede  immediatamente 
a  tale  effetto  gli  ordini  opportuni 
a'  suoi  ministri.  Fu  allora,  ed  ai 
16  novembre  iSSg,  che  il  cav.  de 
Rossetti  ne  scrisse  in  Roma  al  Car- 
dinal Lambruschini  segretario  di 
stato,  il  quale  subito  avendo  tut- 
to portato  alla  cognizione  del  Pon- 
tefice, venne  accettato  il  donativo 
di  otto  massi  di  alabastro  orienta- 
le, perchè  credeva  il  vice-re  che  le 
colonne  dovessero  soprappoisi  su  di 
altrettanti  piedistalli  di  egual  pie- 
tra, ed  a'  quali  poi  aggiunse  altri 
cinque  massi.  Indi  il  Pontefice  au- 
torizzò di  provvedere  al  trasporto 
la  commissione  per  la  riedificazio- 
ne della  basilica  ostiense ,  di  cui 
erano  presidenti,  e  deputati  i  Car- 
dinali Gamberini,  e  Tosti.  Dalla 
commissione  medesima  venne  spe- 
dila neir  Egitto  a  prendere  i  mas- 
si una  divisione  di  tre  bastimenti, 
comandata  dal  capitano  onorario 
della  marina  pontificia  Alessandro 
Cialdi,  e  comandante  in  capo  il 
bastimento  o  mistico  la  Fedeltà  j 
mentre  il  bastimento  denominato 
s.  Pietro  veniva  comandato  dal  te- 
nente in  seconda  della  marineria 
pontificia  Matteo  Caraman;  ed  il 
bastimento  chiamato  il  s.  Paolo  era 
comandato  dall'  aspirante  di  essa 
marineria  Raffaele  Castagnola.  In- 
caricato poi  del  dettaglio  di  tutta  la 
spedizione,  fu  l'aspirante  della  mede- 
sima marineria,  Prospero  Palomba. 
Tale  fu  la  spedizione  destinata  per  ca- 
ricare le  colonne  o  massi  per  la  de- 
corazione dell'interno  della  basilica. 
Profittarono  dell'occasione  per  mag- 
gior decoro  del  governo,  e  col  fine 
di  visitare  scientificamente  ed  arti-, 
sticamente  V  Egitto,  oltre  ì  detti 
quattro  individui  della  pontificia 
marina  militare,  e  dell'equipaggio, 
tie  individui    del  corpo  del  genio, 


no  EGI 

«n  officiale  sanitario,  e  quattro  col- 
ti borghesi,  cioè  i  sotto  tenenti 
del  genio  Mariano  Volpato,  e  Do- 
menico Frezzolini;  il  dottore  Pao- 
lo Ruga,  e  lo  studente  di  scol- 
tura Antonio  Calvi,  cui  poi  si  as- 
sociò il  suddetto  Silvestro  Guidi. 
La  spedizione  parti  dal  porto  di 
Ripagrande  di  Roma,  e  poscia  da 
quello  di  Civitavecchia  h  21  set- 
tembre  1 840. 

La  spedizione  romana  arrivò  in 
Alessandria  a'  7  novembre ,  ed  i 
membri  che  la  componevano,  furo- 
no accompagnati  a  sua  altezza  il 
vice-re,  dal  commendatore  Coche- 
let,  console  generale  di  Francia,  e 
dal  mentovato  cav.  de  Rossetti. 
Mohammed-Alì  per  mezz'  ora  gli 
intrattenne  ne'modi  i  più  cortesi, 
ed  invitolli  ad  intraprendere  la  na- 
vigazione del  Nilo  per  caricare  gli 
alabastri  orientali  presso  le  cave,  da 
lui  riattivate,  nel  i83?,,  per  la  vasta 
moschea,che  senza  risparmio  di  orna- 
mento e  di  spesa  stava  edificando  in 
cittadella  di  Cairo,  ed  avente  l'esterno 
di  calcarea,  mentre  di  alabastro  sono 
i  piedistalli,  le  basi,  i  fusti  delle  co- 
lonne, i  capitelli,  i  cunei  degli  archi 
negli  intercolunni,  ed  anche  le  pare- 
ti. Lo  stesso  alabastro  venne  dal  vi- 
ce-re impiegato  ancora  nei  pavimenti 
dell'adiacente  palazzo  reale  in  citta- 
della, ove  si  vedono  alcune  grandi 
sale,  e  i  bagni  di  sua  altezza  della 
stessa  sostanza.  Munì  il  vice-re  i 
membri  delia  spedizione  romana 
di  un  suo  firmano  amplissimo  per- 
chè con  sicurezza  percorressero  i 
suoi  stati.  Corrispondenti  ne  furono 
gli  eflfelti,  giacché  i  bey,  i  mudyr, 
e  gli  altri  personaggi,  cui  è  affida- 
to il  governo  delle  provincie,  tan- 
to per  adempiere  alla  volontà  di  sua 
altezza,  quanto  per  un  certo  amore 
che  gli  egiziani  cominciano  ad  ave- 


EGI 

re  alle  cose  europee,  tulli  si  pre- 
starono ne'modi  più  obbliganti. 
A'  9.9,  novembre  la  spedizione  pon- 
tificia entrò  nella  foce  del  Nilo, 
accompagnata  dal  legno  egizio 
chiamato  Dahabic ,  e  comandata 
da  un  rais,  cui  piacque  denominar- 
lo Roma.  Questo  legno  fu  conces- 
so dal  vice-re  alla  spedizione  ro- 
mana perchè  fosse  accompagnata 
nel  viaggio  dell'alto  Egitto,  ed  a 
Sannur  cantone  di  Benisaef,  o  Be- 
ny-Suef,  luogo  delle  cave  di  ala- 
bastro per  caricarne  i  blocchi.  Ai 
21  gennaio  1841,  la  spedi/ione, 
avendo  verificato  non  essere  anco- 
ra pronti  1  blocchi,  il  capitano  co- 
mandante per  non  istare  inopero- 
so sul  Nilo,  valendosi  della  conse- 
guita autorizzazione  superiore;  e  la- 
sciati i  bastimenti  uno  s.  Pietro, 
l'altro  s.  Paolo  ancorati  a  Rulaq, 
scalo  del  Cairo,  per  renderli  atti 
a  ricevere  le  colonne  ed  i  massi, 
intraprese  co' suoi  la  continuazione 
del  viaggio,  visitando  i  celebri  mo- 
numenti dell'antichità  egiziana  spar- 
si su  quelle  sponde,  e  ritraendone 
disegni  e  piante  per  mezzo  degli 
officiali  del  genio  eh'  eransi  a  lui 
uniti,  insieme  ad  osservazioni  idrau- 
liche ed  astronomiche  per  mezzo 
degli  officiali  di  marina,  che  in  que- 
sta spedizione  avevano  voluto  ac- 
compagnare il  capitano  onorario 
Cialdi.  Quindi  gl'individui  men- 
tovati arrivarono  sul  bordo  del 
mistico  la  Fedeltà,  ad  Assuan,  l'an- 
tica Syene,  cioè  alla  prima  cata- 
ratta del  Nilo.  Gittata  l'ancora, 
ventun  colpi  di  cannone  resero  o- 
maggio  al  Pontefice,  cui  per  sette 
volte  fece  giulivo  eco  l'inlero  equi- 
paggio. Allora  ai  nostri  si  presen- 
tò commovente  spettacolo  in  vede- 
re accorrere  sulla  spiaggia  i  neri 
abitatori    di     quelle  calde    regioni, 


EGI 

meraviglia!!  in  vedere  un  legno 
eujopeo,  che  pel  primo  giungeva 
alla  loro  vista,  fra  i  loro  enormi 
scogli  nativi  di  granilo,  ombreg- 
giati da  folti  palmieri,  e  fiancheg- 
giati dalle  rovine  dell'antica  Seyne, 
dell'  isola  elefantina,  chiamata  // 
giardino  del  tropico^  e  di  Filae.  Lo 
stato  maggiore  animato  da  nobile 
entusiasmo,  tutto  si  pose  allora  in 
azione.  Il  bravo,  ed  intelligente 
capitano  comandante  Cialdi  fece 
caricare  la  lancia  di  un  petriere,  e 
corredarla  di  vele  e  remi  per  gua- 


EGI  III 

degnare  l' isola  di  Filae  fra  le  vor- 
ticose onde  della  cateratta,  e  pe- 
netrati nella  IVubia  giùngere  al 
tropico  lontano  poche  leghe.  Gli 
officiali  di  marina  subito  ile  scan- 
dagliarono il  difficile  passo,  quei 
del  genio,  e  l'officiale  sanitario 
inerpicandosi  fra  gli  scogli  di  du- 
ro granito,  fra  le  zolle,  e  le  arene, 
esaminarono  ogni  erba,  ogni  sasso, 
e  ne  presero  la  veduta,  mentre  su 
uno  di  essi  Antonio  Calvi  scolpiva 
a  grandi  lettere  l'iscrizione  se- 
guente. 


GEEGOmo    XVI    .    F    .    R 
PEGLI    .    AVSPICII    .    DEGLI    .    EMINENTISSIMI    .    P    P 
GAMBERINI    .    E    .    TOSTI 
FIX     .    QVI 
SPEDIZIONE    .    ROMANA 
BORDO    .    LA    .    FEDELTÀ* 
TEVERE    .    A    .    QVESTl    .    SCOGLI 
2  1     .    GENxNAJO    .     184I 
APPRODAVA 


CHE 


LA 

SVL 

DAL    . 

IL 


Certo  è,  che  di  lieta  soddisfazio- 
ne riuscì .  ai  romani,  che  il  detto 
Mistico  la  Fedeltà  di  cinquantaset- 
te lonnellale,  sia  nei  fasti  della  sto- 
ria il  primo  legno  europeo,  che 
partito  da  Europa  abbia  guadagna- 
to questo  punto,  che  dista  dalla  fo- 
ce, seguendo  la  linea  delle  acque, 
più  di  825  miglia  romane,  dappoi- 
ché è  noto  che  il  Li/gsor,  partito 
da  Tolone  nel  1882,  non  giunse 
che  a  Tebe.  La  spedizione  roma- 
na, dopo  aver  salutato  il  luogo  di 
stazione  delle  antiche  coorti,  o  le- 
gioni romane,  dopo  aver  lagri ma- 
lo sulle  esuli  ceneri  di  Giovenale, 
giunse  ai  magnifici  avanzi  del  tem- 
pio dedicato  al  parto  d'Iside,  ove 
nell'attico  interno  del  pronao  scol- 
pì il  glorioso  nome  di  Gregorio 
XVI;  indi  proseguendo  il  suo  viag- 
gio visitò  gli   avanzi  dei  bei  templi 


dell'isola  Elefantina,  il  pronao  del 
tempio  di  Kom-Ombus,  gl'ipogei,  o 
sepolcri  Faraonici,  incavati  nel  masso, 
il  gigantesco  tempio  d'Apollo,  e  il 
tempietto  Mammisi.  La  spedizione 
passò  poi  ad  osservare  gli  avanzi  del- 
la distrutta  Eliopoli,  ed  a  contem- 
plare alle  falde  del  Mokatam  le 
maestose  tombe  de'  califfi  fatimiti, 
ed  agiubiti,  di  già  dalla  medesima 
veduti  nel  primo  soggiorno  che  fe- 
ce al  Cairo,  quando  visitò  il  bosco 
petri ficaio  a  due  leghe  e  mezzo  dal 
deserto.  Dipoi  passò  a  contemplare 
l'obelisco  di  Osortasen  I,  che  ad- 
dita ancora  il  luogo  ove  sorgeva 
la  superba  città  del  sole  ;  e  con  di- 
vote reminiscenze  il  lu(ìgo ,  ed  il 
sicomero,  ove  una  costante  tradi- 
zione afferma,  essersi  riposata  la 
beata  Vergine  nella  fuga  in  E- 
gitto.    E    qui    noteremo  che  gì' in- 


112  EGI 

dividili  componenti  la  pontificia  spe- 
dizione, visitarono  pure  nel  vec- 
chio Cairo  un  sotterraneo  ',  dai 
copti  ridotto  a  cappella,  ove  dice- 
si che  la  sagra  famiglia  si  tenne 
celata  dalle  persecuzioni  di  Erode, 
come  visitarono  nella  Tebaide  i 
monumenti  de'  primitivi  cristiani, 
cioè  gli  avanzi  de'  monisteri ,  e 
conventi,  le  spelonche,  ed  i  luo- 
ghi tutti  già  popolati  da  tanti  santi 
anacoreti.  Ritornando  dalle  cate- 
ratte, la  spedizione  visitò  Tebe,  ove 
lasciò  memoria  di  quelli,  che  la 
componevano  nella  grande  e  mae- 
stosa sala  di  Rarnac  abbellita  da 
centoquaranta  colonne ,  indi  i  co- 
lossi di  Memnone,  e  quanto  diversi 
Faraoni ,  Tolomei ,  ed  imperatori 
hanno  costruito  presso  Medinet-Abu. 
Successivamente  la  spedizione  si 
condusse  a  vedere  le  tombe  de'rc,  il 
palazzo  Memnonio,  o  tomba  di  O- 
simandyas,  quello  di  Ramses,  // 
Grande,  i  sepolcretti  dell'antico  E- 
gitto;  la  grotta  di  Samun,  immen- 
so deposito  di  mummie,  senza  e- 
numerare  cento  altri  monumenti , 
come  le  piramidi  di  Dgizech,  la  più 
alta  delle  quali,  è  la  prima  altez- 
za artificiale  del  mondo,  ed  altri 
monumenti  che  sono  descritti  dal 
eh.  Camillo  Raviali  del  corpo  del 
genio ,  facente  parte  della  spedi- 
zione, per  la  redazione  del  gior- 
nale scientifico.  Quanto  riguarda 
dettagliatamente  siffatto  viaggio , 
tutto  è  riportato  nell'  Album  di 
Roma,  cioè  ai  numeri  2,  18  e 
25  àe\y  anno  FUI  1841  ,  ed  ai 
numeri  2,  e  3  dell'  anno  IX  1842. 
Di  questo  stesso  argomento  si  leg- 
gono eguali,  e  compendiate  notizie 
nel  numero  36  delle  Notizie  del 
giorno  di  Roma,  del  1841  ;  e  nel 
numero  83  del  Diario  di  Roma 
del  medesimo   anno.    In    tale   im- 


EGI 

portante,  e  dòtta  descrizione  sono 
pure  rilevati  con  gratitudine  l'ospi- 
talità, le  cortesie,  e  le  attenzioni 
prodigate  alla  spedizione  dagli  egi- 
ziani, dai  mudyr,  dai  bey,  ed  al- 
tri ministri,  non  che  dai  membri 
del  corpo  diplomatico  di  Alessan- 
dria, e  del  Cairo,  fra'  quali  pri- 
meggiò il  lodato  cav.  de  Rossetti , 
che  tanta  parte  ebbe  nei  donati  a- 
labastri  per  la  basilica  ostiense.  So- 
prattutto va  rammentata  quella  ma- 
gnanima generosità,  che  altamente 
distingue  Mehemet-Ah,  per  l'illimi- 
tato ordine  intorno  alle  bisogna 
della  spedizione,  anche  nel  percor- 
rere scientificamente  il  Nilo,  e  l'E- 
gitto. 

In  quanto  poi  al  riattivamento 
della  cava  di  alabastro  di  Sannur, 
cantone  di  Benisaef,  si  crede  che 
sia  la  stessa  dagli  antichi  operata, 
ritenendosi,  che  altra  cava  di  ala- 
bastri possa  essere  dappresso  ove 
fioriva  la  città  di  Albastropoli.  Men- 
tre il  vice-re  di  Egitto,  ponendo 
ogni  cura  in  decorare  le  moschee, 
e  i  suoi  palazzi,  si  provvedeva  dei 
marmi  di  Costantinopoli,  e  da  di- 
verse parti  di  Europa,  si  persuase 
che  nel  suo  regno  dovessero  esser- 
vi delle  cave,  ed  a  tal  effetto  in- 
caricò delle  analoghe  ricerche  pri- 
ma un  greco  per  nome  Ousili-Kalfa, 
e  poi  Mhurat-Kalfa.  Intanto  un  eu- 
ropeo a  caso  trovò  un  pezzo  di 
marmo  di  nuovo  genere,  che  fat- 
to esaminare  da  sua  altezza  e  da 
altro  europeo,  fu  riconosciuto  esse- 
re esso  il  celebre  alabastro  orien- 
tale usato  dagli  antichi  ;  quindi 
venne  nel  vice- re  vivo  desiderio  di 
rinvenirne  la  cava,  che  con  molte 
ricerche  da  Mhurat,  e  suoi  compa- 
gni si  discoprì  nel  maggio  i832. 
Per  attivarla  vi  fu  spedito  un  eu- 
ropeo,   ed    in    progresso    il  vice-re 


EGI 

ne  fece  Tuso  sovraccennato.  E  da 
notarsi,  che  la  storia  del  rinveni- 
niento  della  cava  si  racconta  anche 
diversamente.  I  nomadi  della  tribù 
di  Beny-Uassel  trovarono  lungo  il 
deserto  un  pezzo  di  questa  sostan- 
za, e  conoscendo  essi  il  gusto  del 
vice-re,  a  lui  il  recarono.  Egli  lo 
diede  ad  esaminare  al  carrarese  Del 
Nero,  il  quale  riconosciutolo  pel  per- 
duto, e  famoso  alabastro  orientale, 
e  rinvenutene  le  cave  per  ordine 
dello  stesso  vice-re,  ie  mise  in  atti- 
vità, avendone  il  titolo  di  diretto- 
re ,  ma  dopo  qualtro  mesi  mori. 
Laonde  fu  da  questa  cava  che  Mehe- 
met-Alì  generosamente  a  tutte  sue 
spese  ordinò  che  si  eslraessero  quat- 
tro blocchi  per  altrettante  colonne 
lunghi  fra  i  34- 06,  e  i  Sy  palmi 
architettonici  romani,  e  della  gros- 
sezza per  ciascuno  de'  qualtro  lati 
fra  i  palmi  8-09,  e  4-o8  ;  altri 
quattro  della  lunghezza  fra  i  pal- 
mi 1  i  ,  e  12-06,  della  grossezza  fra 
i  6-07  ed  8  palmi,  e  della  lar- 
ghezza fra  i  palmi  5,  e  5-00,  af- 
fine di  farne  dono  al  Pontefice 
Gregorio  XVI,  per  la  magnifica 
basilica  di  s.  Paolo,  ed  accresce- 
re ad  essa  ornamento,  e  ricchezza. 
A  sentimento  del  vice-re  i  secondi 
quattro  massi  avrebbero  dovuto  ser- 
vire per  zoccoli.  Agli  otto  blocchi  o 
massi  ne  furono  aggiunti  altri  cin- 
que trovati  dalla  spedizione  nelle 
cave,  e  chiesti  alla  generosità  di 
sua  altezza  serenissima,  pel  risor- 
gente sagro  edifizio.  Questi  cinque 
massi  di  forme  varie,  sono  della 
lunghezza  fra  i  palmi  7  ed  11-06, 
della  grossezza  fra  i  palmi  3- 06  e 
4*09,  e  della  larghezza  fra  i  2-o3 
e  4*o4  palmi.  La  bellezza ,  ed  i 
pregi  di  questi  tredici  massi  o  bloc- 
chi non  solo  furono  da  me  cele- 
brali nella  Descrizione    istorica  ed 


EGI  ii3 

artistica  della  patriarcal  basilica 
di  s.  Paolo  nella  via  ostiense,  che 
lessi  nella  cospicua,  ed  illustre  ro- 
mana accademia  Tiberina  a'  di  24 
febbraio  1842  alla  presenza  di  scel- 
tissima udienza,  principalmente  de- 
corata dagli  eminentissimi  Cardi- 
nali Bianchi,  Mezzofanti,  Ferretti, 
e  Belli  ;  ma  eziandio  in  questo  stes- 
so Dizionario,  all'articolo  Chiesa  o 
patriarcale  basilica  di  s.  Paolo  ec. 
(Vedi),  dissi  pure  ove  saranno  col- 
locati. 

Della  tornata  di  tale  accade- 
mia, come  di  detta  mia  prosa  , 
fece  cortese  menzione  il  eh.  e  be- 
merito  cav.  Gaspare  Servi,  che  ad 
essa  intervenne,  nel  suo  applaudi- 
to foglio  periodico  di  Roma  il 
Tiberino,  al  num.  25  del  1842; 
cioè  nell'affettuosa  necrologia,  che 
scrisse  sul  degno  ed  amatissimo  mio 
figlio  Gregorio,  di  cui  non  potr^ 
cancellare  dall'animo  la  memoria,  e 
le  cui  preclare  doti  e  il  mio  ines- 
primibile cordoglio,  celebrato  splen- 
didamente da  parecchie  auree  penne 
in  prosa  e  in  versi,  in  parte  ac- 
cennai nel  principio  dell'  articolo 
Faenza  (Vedi). 

Caricati  con  singoiar  perizia  dei 
nostri  i  tredici  blocchi  di  alaba- 
stro, sul  naviglio  pontificio,  salpò 
esso  lietamente  per  Alessandria  ai 
12  maggio  1841;  solo  dolente  l'e- 
quipaggio di  aver  perduto  il  be- 
nemerito dottore  Paolo  Ruga,  of- 
ficiale sanitario,  e  naturalista  della 
spedizione,  e  il  sullodato  Calvi,  vit- 
time del  fatai  morbo  epidemico, 
che  in  Egitto  miete  a  migliaia  le 
vittime.  Quel  morbo  rapì  ancora 
il  sotto-pilota  Jacono,  e  il  Camil- 
lieri,  e  queste  quattro  vittime  fu- 
rono deposte  nel  cimitero  cattolico 


di  Rosetta  in 
viaggio. 


s.    Maria  del  buon 


VOI.    XXI. 


A 


ii4  BCxi 

Incombeiitlo    alla    spedizione    di 
prendere  congedo  dal  viceré  d'E- 
gitto ,   e   di  vivamente  ringraziarlo 
per  le  ospitalità  usate  ad  essa    nel 
soggiorno  in  quella  regione,    come 
il  vietavano  i  riguardi    sanitari ,  e 
lo  stato  di  quarantena,  il  capitano 
comandante,  anche    a    nome   della 
medesima,  lo  fece  collo   scritto,    e 
fu    ricambiato    a    mezzo    del    mi- 
nistro di  stato  Bogbos-Bey  di    gen- 
tile, ed  obbligante  risposta.    Quin- 
di la  spedizione  dopo  di  avere  re- 
se le  dovute  grazie  al  cav.  de  P».os- 
setti,  che  cotanto  zelantemente  eiasi 
adoperato  pel  bene  della  medesima, 
venendo  da  esso  ricambiata  di  cor- 
tesissima  risposta,  a'3  giugno  i84i> 
uscì  dal  porto  nuovo  d'Alessandria, 
per  la  novella  navigazione  alla  vol- 
ta d'Italia,  ed  a'  i6  agosto  per  la 
bocca  di  Levante,  la  spedizione  pon- 
tificia felicemente  entrò  nel    porto 
di  Civitavecchia  fra  il  più    sincero 
giubilo    della    popolazione ,     e    dei 
congiunti  di  molti  individui  dell'e- 
quipaggio accorsa  sui  rampari    del 
molo.  Indi  a'  23  agosto    la    spedi- 
zione parti  dal  porto  di  Civitavec- 
chia, e  per  Fiumicino,    e  pel  Te- 
vere   gettò    l'ancora    a'  27  agosto 
per    r  ultima    volta    allo  scalo  dei 
marmi  presso  la  basilica  di  s.  Pao- 
lo, con  gran    tripudio    de'  romani. 
A'  29  agosto,  epoca  la  più  memo- 
randa per  la  spedizione,  il  Pontefi- 
ce Gregorio  XVI  si  recò  a   bordo 
del  mistico  la  Fedeltà  accompagna- 
lo dal  suo  corteggio,  e  dal  Cardi- 
nale   Tosti    pro-tesoriere    generale, 
come   deputato    della    commissione 
di  s.  Paolo,  non  essendovi  il  Cardi- 
nal Mario  Ma t tei  divenuto  presidente 
della  medesima,  dopo  la  morte  del 
suUodalo  Cardinal  Gamberini,  per- 
chè   era    partito    da    Roma  ,    per 
precedere  il  viaggio,  che  Sua  San- 


EGI 

tità  andava  ad  intraprendere  per 
alcune  sue  provincie.  Il  santo  Pa- 
dre fu  ricevuto  a  bordo  del  mistico 
tra  le  acclamazioni  e  le  salve  delle 
piccole  artiglierie  del  detto  mistico 
la  Fedeltà.  Allora  il  capitano  co- 
mandante additò  a  Sua  Santità  il 
prezioso  dono  di  sua  altezza  sere- 
nissima il  vice-re  d'Egitto  Moham- 
med-Ah,  negli  alabastri  orientali,  co- 
me anche  negli  oggetti  di  antichità, 
di  storia  naturale,  e  negli  animali  vi- 
venti in  tributo  di  venerazione  offer- 
ti dai  diversi  preclari  personaggi  al 
servigio  del  monarca  di  oriente,  fra 
i  quali  primeggiava  quanto  mandò 
Clot-Bey,  il  quale  era  stato  deco- 
rato del  grado,  di  commendatore 
dell'  Ordine  di  s.  Gregorio  dallo 
stesso  Papa  quando  fu  in  Roma,  e 
quanto  il  capitano  stesso  aveva  rac- 
colto sul  celebrato  suolo  egiziano. 
La  soddisfazione,  il  gradimento,  e 
la  compiacenza  benignamente  addi- 
mostrata dal  Papa,  rese  tal  giorno 
alla  spedizione  il  più  memorando, 
e  l'epoca  la  più  onorevole  di  sua 
missione. 

Siccome  poi  le  due  tartane  de» 
nominate  il  s.  Pietro,  ed  il  s.  Pao- 
lo cariche  dei  blocchi  delle  colon- 
ne di  alabastro,  e  di  alcuni  altii 
massi,  erano  allora  ferme  alla  foce 
di  Fiumicino,  aspettando  il  tempo 
favorevole  per  rimontare  il  Tevere, 
e  giungere  al  canale  della  ripa  si- 
nistra di  tal  fiume,  cioè  allo  scalo 
presso  la  basilica  Ostiense  ;  essen- 
dosi ciò  effettuato  a'  25  del  susse- 
guente settembre,  il  medesimo  Gre- 
gorio XVI,  dopo  il  suo  felice  ri- 
torno in  Roma,  si  recò  ai  9  ot- 
tobre a  visitare  la  basihca,  e  po- 
scia ad  osservare  gli  alabastri  no- 
minati, ed  altra  parte  de'  succen- 
nati  donativi.  Quindi  il  p.  Lui^i 
TJngarelli  barnabita,  dottissimo  co- 


I  "f 


..A 


iCrfUr.-^O^'A^ 


EGI 

m'  è  nell'  ai-cheologia  egiziana ,  eb- 
be l'onore  di  fare  apprezzare  al 
Pontefice  il  valore,  e  il  merito  di 
quei  preziosi  doni,  come  le  iscri- 
zioni geroglifiche ,  uno  scheletro  , 
ed  una  pelle  d' ippopotamo,  un  coc- 
codrillo, ed  una  raccolta  di  minera- 
logia, oltre  altri  monumenti,  avan- 
zi della  possanza  egiziana,  delle  qua- 
li cose  il  Pontefice  parte  destinò 
al  museo  egiziano  da  lui  fondato 
in  Vaticano,  e  parte  ai  musei  del- 
l'università  romana,  come  si  legge 
nel  numero  98  del  Diario  di  Ro- 
ma del  i84j-  Anche  in  questa  cir- 
costanza il  santo  Padre  fu  corteg- 
giato dal  p.  abbate  Zelli,  abbate 
del  monistero  di  s.  Paolo ,  dal  p. 
abbate  Tbeodoli,  dal  cav.  Potetti 
architetto  direttore,  e  Luigi  More- 
schi segretario  della  commissione  di 
s.  Paolo,  non  che  dai  capi  d*arte 
della  fabbrica.  Già  i  massi  di  ala- 
bastro orientale  sono  stali  ridotti  a 
forma  regolare  di  fusti  di  colonne 
d'ordine  Corinto ,  della  lunghezza 
di  palmi  architettonici  romani  tren- 
tadue, ed  anche  lustrati.  IVon  sono 
bastevoli  le  parole  a  descrivere  il 
gradevole  effetto  prodotto  dallo  stra- 
tificare delle  diverse  sostanze  che 
compongono  questo  marmo  per  con- 
crezione, la  vaghezza  e  varietà  delle 
sue  macchie,  il  vivissimo  colore  co- 
tognino, il  bianco  candido  che  gli 
si  contrappone ,  e  la  sorprendente 
trasparenza  o  lucentezza,  che  si  am- 
mira, per  cui  rimane  solo  a  desi- 
derarsi, che  presto  facciano  di  loro 
bella  mostra  nel  sacro  edifizio  del- 
l'apostolo delle  genti. 

Troppo  lungo  sarebbe  il  narra- 
re i  premi,  le  decorazioni,  ed  altri 
segni  di  sovrana  soddisfazione  e 
gradimento,  largamente  concessi  dal 
Pontefice  Gregorio  XVI  ai  membri 
componenti  la  spedizione,  ed  a  di- 


EGI  Ti5 

versi  di  quelli,  che  in  Egitto  ad  es- 
sa prestarono  assistenza,  e  furono 
generosi  di  cortesia.  Laonde  ci  li- 
miteremo a  dire,  che  il  cav.  de 
Rossetti,  oltre  alcuni  donativi,  ebbe 
la  croce  gioiellata,  e  il  grado  di 
cavaliere  dell'Ordine  di  Cristo,  non- 
ché la  croce  dell'  Ordine  di  com- 
mendatore di  s.  Gregorio  Magno; 
che  il  capitano  comandante  Ales- 
sandro Cialdi  fu  fatto  commenda- 
tore dell'Ordine  dello  sperone  d'o- 
ro rinnovato,  e  nominato  tenente 
colonnello  della  Marina  ponlificia 
(Fedi),  al  quale  articolo  si  ripor- 
tano le  sue  benemerenze  suU'  intro- 
duzione de'  legni  a  vapore,  pel  com- 
mercio interno  di  Roma;  e  chp 
Silvestro  Guidi  fu  decorato  delU 
croce  di  cavaliere  del  sopraddetto  Or- 
dine di  s.  Gregorio,  quindi  incari- 
cato di  portare  al  vice-re  di  Egitto 
Mehemet-Alì  i  seguenti  donativi 
del  sommo  Pontefice,  consistenti  in 
superbi  mosaici ,  in  medaglie  d'  o- 
ro,  e  di  argento,  ed  in  bellissime 
stampe  incise  dalla  calcografia  ca- 
merale. ' 

Prima  però  diremo  delle  altre 
dimostrazioni  della  pontificia  mu- 
nificenza. Fu  annoverato  tra  i  ca- 
valieri dello  sperone  d'oro  Matteo 
Caraman,  fu  concessa  una  meda- 
glia di  oro  ai  due  aspiranti  Casta- 
gnola, e  Palomba,  ai  due  sottote- 
nenti del  genio  Volpato,  e  Frezza- 
lini;  ed  il  foriere  del  genio  stesso 
Ravioli  fu  promosso  al  grado  di 
sottotenente  onorario,  col  privilegio 
a  tutti  e  cinque  di  poter  fregiare 
l'uniforme  militare  con  essa  me- 
daglia, ridotta  in  forma  piccola,  e 
furono  date  medaglie  d' argento  a 
tutta  la  marineria  pontificia  a  ti- 
tolo di  benemerenza  de'  suoi  servi- 
gi. Inoltre  furono  concesse  decoi*a- 
zioni  di  s.  Gregorio,  dello  sperone 


ii6  EGI 

d'oro,  e  medaglie  di  oro,  e  di  ar- 
gento a  tutte  quelle  distinte  per- 
sone, che  direttamente,  o  indiretta- 
mente giovarono  alla  commissio- 
ne ,  o  che  le  consegnarono  og- 
getti di  antichità,  e  di  storia  na- 
turale per  rassegnarsi  in  dono  a 
Sua  Santità. 

I  donativi  per  sua  altezza  si 
composero  di  due  tavolini  con  ta- 
vole di  mosaico,  e  piedi  di  metal- 
lo patinato  ;  del  primo  è  lodato  au- 
tore Giuseppe  Dies  romano,  dei  se- 
condi Guglielmo  Kopfgarten  prus- 
siano, celebrato  scultore,  e  fondito- 
re di  metallo.  Il  tavolino  più  gran- 
de ha  il  diametro  di  palmi  sei,  e 
contiene  le  principali  vedute  anti- 
che della  città  di  Roma,  unitamen- 
te alla  maestosa  piazza  di  s.  Pietro 
che  occupa  il  centro  della  tavola, 
chiusa  tal  veduta  da  un  ornato  anti- 
co. Le  altre  vedute  che  ad  essa  fanno 
corona,  rappresentano:  i.  L'anfitea- 
tro Flavio,  o  Colosseo.  2.  Il  Campi- 
doglio nello  stato  in  cui  trovasi.  3.  Il 
Pantheon.  4*  H  monumento  di  Ce- 
cilia Metella.  5.  11  monumento  od 
arco  di  Giano  quadrifronte.  6.  Il 
foro  romano.  7.  Il  Foro  di  Ner- 
va.  8.  Il  tempio  di  Pallade.  9.  Il 
tempio  di  Antonino,  e  Faustina. 
10.  11  tempio  di  Vesta.  11.  L'ar- 
co di  Tito.  12.  Il  tempio  della  Si- 
billa in  Tivoh.  Circondano  queste 
dodici  vedute  un  ornato,  o  mean- 
dro greco.  L'altra  tavola  di  minor 
dimensione,  su  fondo  di  pietra  ne- 
ra, ha  un'elegante  ghirlanda  di 
fiori  diversi,  con  augelletti  di  varie 
specie,  e  forme.  Il  tavolino  grande 
è  sostenuto  da  un  piede  di  bronzo 
patinato,  formato  da  tre  leoni  egi- 
zii,  e  in  mezzo  da  una  palma  che 
si  allarga  per  riempire  il  gran  va- 
no, decorato  nel  diametro  del  mo- 
•aico  da  una  cornice,  il  tutto  ese- 


EGI 

guito  in  istile  egiziano  a  seconda 
del  volere  esternato  dal  Pontefice. 
Ognuna  delle  suddette  vedute  di 
mosàico,  eccettuata  quella  più  gran- 
de del  centro  rappresentante  la  piaz- 
za, il  colonnato,  la  chiesa  di  s. 
Pietro,  e  il  palazzo  vaticano,  ha  in 
arabo  idioma ,  e  con  lettere  di 
bronzo  dorato,  l' iscrizione  corri- 
spondente all'edifizio  ed  agli  oggetti 
rappresentati.  Nel  fregio  poi  di  det- 
ta cornice  furono  collocate  tre  tar- 
ghe o  placche  d' argento  dorato, 
con  fiori  di  papiro  corrisponden- 
ti sopra  le  teste  di  detti  leoni , 
nel  mezzo  di  una  delle  quali  vi 
è  la  lupa  con  Romolo  e  Remo 
lattanti ,  simbolo  di  Roma ,  nel- 
r  altra  un'  aquila  romana  imperia- 
le, che  rammenta  essere  stato  l'E- 
gitto provincia  dell'  impero  roma- 
no ;  nella  terza  vi  fu  collocata  l'a- 
raba cifra  in  brillanti  di  Meheniel- 
Aù^  contornata  di  altri  grossi  bril- 
lanti in  forma  ovale.  Le  dette  tre 
targhe,  o  placche,  compresa  la  ci- 
fra, sono  opera  del  pontificio  giojel- 
liere  cav.  Filippo  Borgognoni.  Il 
secondo  tavolino  è  sostenuto  da  un 
piede  in  forma  di  palma,  egual- 
mente di  bronzo  patinato. 

Inoltre  il  Pontefice  inviò  in  do- 
no a  sua  altezza  due  astucci  con 
ventotto  medaglie  d'argento,  ed 
altro  astuccio  con  quattordici  me- 
daglie d'oro  coniate  nel  suo  pon- 
tificato, e  celebranti  i  principali 
fasti  del  medesimo,  avente  ognuna 
nel  rovescio  la  di  lui  venerata  ef- 
figie. I  soggetti  rappresentati  nelle 
medaglie  sono:  i.  11  Pantheon  ri- 
sguardante  i  premii  del  concorso 
biennale  Gregoriano,  per  1'  incre- 
mento delle  tre  arti  belle,  pittura, 
scultura  ed  architettura,  istituito 
dall'  accademica  corporazione  dei 
virtuosi  al  Pantheon.  2.    La    pub- 


EGI 

blicazione  del  nuovo  codice  delle 
leggi  sul  sistema  monetano.  3.  La 
beneficenza  esercitata  a  vantaggio 
de'  poveri  sia  dalla  commissione  dei 
sussidii  che  dall'agricoltura.  4-  '^ 
tempio  di  Antonino,  e  Faustina 
reso  più  visibile  ed  isolato.  5.  La 
antica  basilica  di  s.  Paolo  in  pro- 
spettiva al  punto  del  seguito  orri- 
bile incendio,  mostrando  tuttociò 
che  cadde,  e  tuttociò  che  si  potè 
salvare  dall'  incendio  stesso  seguito 
nel  mese  di  luglio  i82  3.  6.  L'in- 
grandimento di  Civitavecchia,  e  i 
miglioramenti,  e  le  fortificazioni  del 
porto.  7.  L'istituzione  nel  Vatica- 
no del   museo    Gregoriano-Etrusco. 

8.  I  trafori  del  monte  Cali  Ilo  in 
Tivoli,  pel  corso  del  fiume  Aniene. 

9.  Il  Tevere  personificato,  e  sdra- 
jato,  avendo  dappresso  la  lupa  che 
allattò  Romolo  e  Remo,  alludendo 
alla  fondazione  della  celebre  acca- 
demia de' scienziati  della  Tiberina, 
perchè  istituita  in  Roma  ove  scor- 
re il  famoso  fiume  Tevere,  alle  cui 
sponde  furono  gettati  i  due  gemel- 
li infanti,  io.  11  nuovo  edificio  del- 
le poste  pontificie  in  Roma,  deco- 
rato nel  portico  colle  colonne  del- 
l'antica  Vejo.  II.  Il  suddetto  mu- 
seo etrusco,  ma  di  maggior  dia- 
metro. 12.  La  fabbrica  nella  stra- 
da di  Ripetta  per  abitazione  dei 
cittadini,  ed  ornamento  della  città. 
i3.  Isolamento  del  monumento  del- 
l'acqua Claudia  a  Porta  maggiore, 
ed  erezione  dei  due  attigui  edifizii. 
Allude  questa  medaglia  alla  distru- 
zione di  tutte  le  fabbriche  de'  bas- 
si tempi  addossate  all'acquedotto 
dell'  imperatore  Claudio,  i  cui  bel- 
lissimi due  archi  furono  destinati  a 
due  porte  della  città  delta  Labi- 
cana  perchè  conduceva  a  Labico, 
e  detta  Preneslina  perché  condu- 
ceva all'antica  Preneste.  i4-  H  mu- 


EGI  117 

seo  Gregoriano-Egizio  istituito  dal 
medesimo  Gregorio XVI  nel  1839, 
il  quale,  riputando  la  causa  della 
religione  non  estranea  alla  egiziana 
archeologia,  ordinò  che,  fatta  giu- 
diziosa scelta  fra  i  monumenti  egizi 
che  possedeva  Roma,  buona  copia 
di  essi  venisse  collocata  nel  Vati- 
cano, in  apposito  nobile  locale,  u- 
neudovi  quelli  da  ultimo  acquista- 
ti sia  in  pietra,  sia  in  bronzo,  sia 
in  terre  cotte,  comprensivamente  a 
mummie,  ed  altre  celebri  antichi- 
tà egiziane.  Di  questo  museo  si 
tratta  all'articolo  Musei  Vaticani 
[Vedi).  Qui  noteremo,  che  nel 
1 824,  il  eh.  Di  s.  Quintino  pubbli- 
cò in  Torino,  Lezioni  archeologi- 
che intorno  ad  alcuni  monumenti 
del  regio  museo  egiziano  di  Tori- 
no ;  e  che  nell'anno  1827,  il 
Champollion  pubblicò  in  Parigi: 
Musée  de  Charles  X  monumens  E- 
gyptiens. 

Finalmente  il  Pontefice  unì  ai 
delti  donativi  per  Mohammed-Alì 
varie  stampe  incise  dalla  calcogfi*a- 
fia  della  reverenda  camera  aposto- 
lica, legate  nobilmente,  e  colla  ci- 
fra dello  stesso  vice-re  d' Egitto. 
Esse  consistevano  :  i .  I«  vedute  e 
paesaggi  incisi  da  Gmelin,  ed  altri 
celebri  autori;  due  esemplari.  2. 
Vedute  generali  del  museo  vatica- 
no dei  rinomati  artisti  Balzer,  e 
Feoli  ;  due  esemplari.  3.  La  co- 
lonna Antonina,  con  rami  in  fo- 
glio, di  Pietro  Santi  Bartoli,  illu- 
strata da  Pietro  Bellori,  Roma 
1704,  dalla  calcografia  di  Dome- 
nico de  Rossi;  tre  esemplari.  4* 
La  colonna  Trajana  con  rami  in 
foglio,  e  con  l' esposizione  di  Al- 
fonso Ciacconio,  non  che  colle  al- 
tre illustrazioni  di  Pietro  Bellori,  e 
dell'avv.  Carlo  Fea,  Roma  per 
Gio.  Giacomo  de'  Rossi  ;  tre  esem- 


ii8  EGt 

plari,  opera    egualmeule    incisa    da 
Pietro  Santi  Bartoli. 

Tutti  i  suddescritti  donativi  pel 
vice-re  di  Egitto  vennero  dal  Pon- 
tefice consegnati  per  la  presenta- 
zione al  cav.  Silvestro  Guidi,  con 
una  lettera  per  sua  altezza  del  se- 
guente tenore,  in  tre  esemplari, 
cioè  neir  idioma  latino,  in  arabo, 
e  in  turco  scritta  in  lettere  d'  oro. 

»  Celsissime  Princeps. 

«  Impensas  Celsitudini  Tuae  gra- 
»  tias  acturi  ancipites  quidem  hae- 
«  remus  magis  ne  gratos  nos  pro- 
y»  fiteamur  propterea  quod  ope,  ac 
>i  patrocinio  Tuo  navibus  onerari is 
i)  Nostris  nuper  ad  Nilum  flumen 
»  aditus  patuerit,  an  ob  magnifi- 
»  cum  e  pretioso  alabastri  te  lapi- 
di de  donum,  quo  nos  prosequen- 
«  dos  putasti.  Utrumque  profecto 
»»  ita  Nostrum  devinxit  animum, 
»>  ut  ejusdem  sensibus  aeque  ex- 
*»  plicandis  nulla  nobis  suppetat 
w   ratio  '*. 

»  Et  sane  dici  nequit,  quanta 
»  fuerit  omnium  admiralio  quotquot 
«  moles  adeo  sumptuosas  inspexe- 
«  runt  :  tanta  illae  eminent  ma- 
>»  gnitudinCj  adeo  limpida  pellu- 
M  cent  clarilate,  adeo  ipsius  origi- 
«  nis  nobilitate  praecellunt,  quan- 
«  doquidem  ex  eadem  lapicidina 
M  excisae  sunt,  unde  admiranda  ex- 
*»  titit  tot  nobilium  monumentorum 
M  materia,  quibus  JEgyptus  jure 
«   superbiit  ". 

«  Praeclarissima  ea  mar  mora 
M  ornatui  destinata  religiosi  aedifi- 
M  cii  nobilissimi,  quod  flammarum 
*»  impetu  eversum  nunc  Romae 
*'  resurgit,  in  ilio  vel  maxime  con- 
«  spicua  enitebunt,  oculos  ad  se 
»*  admiralionemque  allicient  adve- 
»»  nienlium    ex  universo    lerrarum 


EGI 

orbe  hominum,  qui  magno  nu- 
mero templum  illud  invisent  ad 
remotam  quoque  posteritatem 
magnificentiae  Tuae  famam  pro- 
pagaturi  '*. 

«  Ejusmodi  muneris  pretium  id- 
circo  ex  parte  praedicavimus,  ut 
cum  Celsitudo  tua  piane  co- 
gnoverit  nos  inde  vehementer 
affectos  esse,  illud  una  intelligat 
temperare  quidem  nobismetipsis 
non  potuisse,  quin  gratiam  ipsa 
re  aliquam  Celsitudini  tuae  re- 
ferre  conaremur.  Ut  igitur  gra- 
tae  voluntatis  nostrae  luculentum, 
quoad  per  nos  fieri  potest,  apud 
te  extet  testimonium,  equiti  Sil- 
vestro Guidi  subdito  nostro  man- 
davimuSjUt  isthuc  speciminaquae- 
dam  afferat  operuni  quae  no- 
strates  artifices  elaborare  solent, 
quibus  nihjl  ex  bis  regionibus 
aestimabilius  ofFerre  possumus. 
Ea  spectanti  occurrunt  oculis 
expressa  monumenta  praecipua 
veteris  Romae,  medium  autem 
amplissimum  ac  magnificentissi- 
mum  Romae  recentis,  item  dia- 
grammata immani  mole  columna- 
rum  duorum  romanorum  im- 
peratorum  honori  et  memoriae 
erectarum,  quae  nunc  duabus 
ex  amplioribus  plateis  Urbis  pul- 
cherrimo  sunt  ornamento.  Deni- 
que  ex  bis  aurea  et  argentea 
sunt  numismata  varias  res  quae 
in  Pontificatu  Nostro  gestae  sunt 
referentia  ". 

*»  Cumulus  addetur  maximus 
laetitiae  nostrae  si  audire  nobis 
contingat  quascumque  hasce  vo- 
luntatis  nostrae  significationes  li- 
bi non  ingralas  accidisse.  Mini- 
me autem  dubium  videtur  quin 
pretii  aliquid  iisdem  muneribus 
sit  accessurum  ex  ejus  ipsius 
persona,  cui  ea  Celsitudinis  tuae 


EGf 

majeslati  exhibenda  comniisimus. 
Idem  is  ille  est  per  qnem  omnia 
peracta  sunt  nuper  inter  nos 
tractata  negotia  :  quique  fides  ut 
fuit  a  pud  te  interpres  judicii  no- 
stri de  insignibus  animi  ingenii- 
que  Tui  dotibus,  ita  a  magna- 
nimitate  Tua  multo  plus  est  con- 
seculus,  quam  vel  ipse  petere  au- 
sus  esset,  vel  nos  ipsi  sperare  ju- 
re  possemus.  Non  possumus  au- 
tem  buie  noslrae  epistolae  finem 
imponeie,quin  ea  qua  major  nulla 
est  animi  contentione  Catholicos  iu 
islis  regionibus  comraorantes  Cel- 
situdini Tuae  impensissime  com- 
mendemus,  ut  eos  pergas  gene- 
roso favore  tuo  sustentare.  Cer- 
tam  itaque  animo  spera  haben- 
tes,  ut  quod  potissimum  nobis  in 
votis  est  pio  tua  benignitate  a- 
bunde  consequuturi  siraus,  nos 
paratissimos  profitemur  omnia 
praeslare  quoties  et  quibusque 
rebus  possi mus  consentanea  vo- 
luntati  tuae,  nihilque  nos  magis 
optare,  quam  ut  aliqua  existat 
occasio,  qua  nobis  detur  quam 
propenso  in  Te  gratoque  animo 
simus  re  factisque  ipsis  confìrma- 
re  ". 

*)  Datum  Romae  ex  Palatio  A- 
postolico  Vaticano  die  2 1  no- 
vembris  1841,  Pontificatus  No- 
stri anno  undecimo". 

»J    GREGORIVS    TP.    XYI. 

Il  cav.  Guidi  giunse  felicemente 
in  Egitto  coi  donativi,  ed  in  Cairo 
ebbe  l'onore  di  presentarli  in  un 
alla  riportata  lettera,  al  vice-re 
Moliatnmed-Ari,  il  quale  rimase  so- 
prafìatto  del  tenore  di  essa,  e  delia 
magnificenza  e  bellezza  de'donativi, 
che  altamente  lodò,  come  vivamen- 
te aggradì,  li  vice-re  donò  al  cav. 


EGÌ  119 

Guidi  una  elegante  e  ricca  scatola 
d'  oro,  ornata  di  brillanti,  ed  altre 
preziose  gemme  ;  ed  in  segno  di 
verace  compiacenza  pe'  ricevuti  do- 
ni, stabilì  che  ì  due  tavolini  di 
musaico  ornerebbero  le  sale  dei 
palazzi  di  Rassettin  in  Alessandria, 
e  che  i  due  medaglieri,  e  tutte  le 
stampe  verrebbero  depositate  nel 
palazzo  della  Cittadella  del  Cairo. 
Quindi  consegnò  al  cavaliere  Guidi 
pel  sommo  Pontefice  una  lettera 
scritta  in  lingua  araba,  e  con  istile 
elevato,  poetico,  sparso  di  alcune 
rime,  nobile  e  gentile,  che  tradotta 
nell'idioma  italiano,  qui  riportia- 
mo, portante  la  data  del  giorno 
quinto  della  luna  del  mese  Zillhag- 
gi ,  cioè  26  dicembre.  La  lettera 
porta  questa  soprascritta  ;  >»  Col 
«  favore  dell'Altissimo  sia  onorata 
«  questa  lettera  di  giungere  alla 
>»  sublime  eminenza  del  successore 
»  del  principe  degli  apostoli,  luogo- 
"  tenente  della  successione  dei  Ce- 
»>  sari  Romani,  il  sommo  Pontefice 
>*  glorioso,  augusto,  magnifico,  Papa 
«   di  Roma  la  grande  ". 

>*  Iddio  conservi  la  sua  eminen- 
«   za.  Amen". 

Seguiva  questa  cifra  numerica 
(864^)  con  altre  lettere  arabe,  cioè 
(badulih),  espressione  usata  per  si- 
gnificare un  buon  augurio,  secondo 
il  costume  degli  arabi. 

Qui  comincia  la  lettera. 
«  All'eminenza  del  successore  del 
«  principe  degli  apostoli,  luogote- 
»>  nente  della  successione  de'Cesari 
»  Romani,  il  sommo  Pontefice  glo- 
»»  rioso,  augusto,  magnifico,  Papa 
fi  di  Roma  la  grande  ". 

»  Le  placide  aure  del  zeflfiro 
»  trasportino  dall'oriente  all'occi- 
'»  dente  il  nostro  ringraziamento, 
»  che    vorremmo    esprimere    colle 


Ì2Ó  EOI 

*•  più  splendide  parole,  che  abbia- 
»  no  mai  potuto  usare  con  verità 
M  gl'ingegni  sottili,  e  colle  più  raa- 
>*  gnifiche  frasi  che  uscirono  dalle 
»>  penne  dei  sublimi  scrittori,  ac- 
«  conipagnato  dai  cantici  di  giu- 
»»  bilanti  colombe ,  per  indicare 
«  r  accrescimento  della"  nostra  ami- 
»   sta  ". 

«  Ma  se  non  ci  e  possibile  Te- 
»  sprìftiere  con  adequati  concetti  il 
>»  nostro  indicibile,  e  inenarrabile 
>»  ringraziamento,  ciò  stesso  dimo- 
*»  slra  l'immensità  della  nostra  gra- 
>*  titudine,  e  del  nostro  sincero  e 
M  costante  affetto  '*. 

>»  Vogliamo  poi  significare  al- 
M  r  augusto,  e  sublime  dignitario, 
»  che  dopo  l'arrivo  del  magnifico 
*»  ed  onorifico  scritto,  giunse  a 
»  noi  l'onorevole,  l'esemplare,  il 
*»  decorato  con  insigne  decorazio- 
M  ne,  eh'  è  stato  il  mediatore  di 
w  tanta  amicizia,  il  vostro  discepo- 
»»  lo  cavalier  Silvestro  scevro  di 
»   ogni  macchia  ". 

»  In  verità  ci  rallegrammo  al- 
M  l'arrivo  della  vostra  lettera,  ed 
»  esultammo  di  gaudio,  e  di  dol- 
*»  cissima  (Contentezza  ;  indi  ne  com- 
M  prendemmo  i  sublimi  concetti 
**  grati  all'  orecchio,  e  che  ricreano 
w  r  animo  coli'  eleganza  de'  suoi 
»  ritmi  ". 

»  Parimenti  ci  giunse  tuttociò 
»  che  vi  siete  degnato  di  mandar- 
>»  ci,  e  con  larga  mano  ci  spedi- 
»  ste  dal  mare  rigurgitante  della 
M  benefica  Pontificia  beneficenza. 
w  Tah  sono  gl'insigni  regali  pre- 
«  gevoli,  e  i  doni  illustri,  e  ma- 
«  gnificì,  alcuni  de'quah  sono  la- 
>»  voro  di  peritissimo  maestro  ;  al- 
>•  tri  riguardano  la  pittura  dei  mo- 
>»  numenti  celeberrimi,  e  i  disegni 
w  di  magnifici  edificii  ". 

>»  A  questi  si  aggiungono  le  mo- 


EGI 

nete  d'argento,  e  d'oro,  a  me- 
raviglia coniate  nella  zecca  della 
vostra  altissima  eminenza.  Per- 
tanto abbiamo  accettato  questi 
doni  con  soddisfazione  tale,  che 
ninno  può  immaginare,  e  somma- 
mente ce  ne  siamo  compiaciuti  ; 
giacche  in  questo  tempo  non  pos- 
sono paragonarsi  con  altri  simili 
per  la  loro  bellezza,  e  leggiadria. 
E  ci  sono  veramente  carissimi 
non  solo  per  l' intrinseco  loro 
pregio,  ma  più  ancora  perchè  ci 
vengono  dal  vostro  gloriosissimo 
lato  destro.  Questi  certamente 
sono  doni,  che  attirano  a  se  gli 
sguardi  e  gli  affetti^  e  sanno  in- 
namorare i  cuori  per  modo,  che 
vien  meno  la  lingua  in  enco- 
miarli, e  descriverne  i  pregi  sia 
di  ciascuna  parte,  sia  del  loro 
mirabile  complesso  ". 
>»  Laonde  per  non  allungare  di 
troppo,  la  penna  è  insufficiente 
ad  esprimere  i  dovuti  elogi  ed  i 
ringraziamenti  alla  munificenza 
di  chi  ce  li  ha  inviati.  Perciò 
non  dobbiamo  far  altro,  che  at- 
tenerci alle  regole  di  una  buona 
educazione ,  evitando  ogn*  altra 
prolissità  di  parole  ". 
«  Per  riguardo  poi  a  ciò  che 
avete  benignamente  espresso,  in- 
torno alta  raccomandazione  più 
volte  inculcata  di  proteggere  le 
nazioni  cattoliche  che  vivono  sot- 
to l'ombra  del  nostro  domìnio 
custodito  da  Dio,  sia  noto  alla 
vostra  eminenza,  e  si  persuada 
la  vostra  beatitudine,  che  noi  sia- 
mo per  indole  inclinati  ad  un 
perfetto  amore  verso  tutte  le 
specie  de'  figli  di  Adamo,  sicché 
la  nostra  protezione  e  tutela  si 
estende  a  tutti,  e  sempre,  e  co- 
stantemente ". 
»  Ora  essendo  di  ritorno  il  so- 


EGI 

»  vraindicato  cavaliere,  ci  affret- 
«  tiamo  a  scrivere  questo  foglio  in 
»  conferma  di  quanto  abbiamo 
j>  detto  per  soddisfare  al  nostro 
»  dovere  ". 

>y  Finalmente  speriamo,  ed  at- 
»  tendiamo  con  ansietà,  e  pregbia- 
«  mo  caldamente  di  non  venire  ab- 
«  bandonati  dal  mare  rigurgitante 
«  della  vostra  magnanimità,  e  di 
»»  non  essere  dimenticati  dall' illu- 
>»  minata  vostra  mente  nel  darci 
w  cordiali  incombenze,  ed  attestati 
«   della  vostra  atfezione  ". 

«  Dio  voglia,  cbe  si  rinnovino 
«  in  appresso  la  bontà,  e  degna- 
«  zione,  che  avete  avuto  di  ma- 
»  nifestarci  quanto  v'  occorre.  Cer- 
f>  tamente  noi  siamo  pronti  di  ap- 
»  pagare  con  esattezza  le  vostre 
»  brame  ". 

«  E  il  ringraziamento  coroni 
>»  l'opera". 

M  Mehemet-Ali 

Pieno  di  ammirazione,  e  di  a- 
more  per  le  belle  arti  sua  altezza 
serenissima  deliberò  di  mandare  in 
Koma  due  giovani  suoi  sudditi,  ac- 
ciocché, dopo  avere  essi  appreso  in 
quella  splendida  sede  delle  scienze 
e  delle  arti,  il  buon  gusto  di  que- 
ste, e  di  esservisi  ben  perfezionati, 
possano  nel  loro  ritorno  in  Egitto, 
utilmente  adoperarsi  in  servigio  del 
medesimo  principe,  ed  alla  istru- 
zione dei  giovani  principalmente 
addetti  alla  scuola  di  arti  nel  Cai- 
ro, chiamata  Madrasa-ai- amalijat.  I 
delti  due  giovani  sono  arabi,  e  si  chia- 
mano ,  uno  A hkmed  -  Moahmmed  ; 
l'altro  Assan-Moahmmed,  il  primo 
di  anni  diecinove,  il  secondo  di  anni 
diciassette,  ambedue  nativi  del  Cai- 
ro, e  già  appartenenti  a  detta  scuola. 
Questi  giovani  sono  mantenuti  in 
Koma  dal  vice-re,  ed  affidati  dal  me- 


EGI  i2f 

desimo  in  tulio  e  per  lutto  al  cav. 
Guidi.  I  medesimi  al  presente  s'i- 
struiscono nel  disegno,  nell'architet- 
tura, nella  prospettiva,  non  che  nel- 
le matematiche  dal  bravo  Carlo 
Piccoli  romano,  studiando  contem- 
poraneamente la  lingua  itahana. 
Appena  i  giovani  giunsero  in  Ro- 
ma nel  giugno  del  1842,  furono 
presentati,  e  benignamente  accolti 
dal  Pontefice,  al  quale  da  ultimo 
umiliarono  i  loro  saggi  degli  stu- 
di, che  poi  inviarono  in  Egitto  al 
loro  munifico  principe,  e  benefat- 
tore. 

Mentre  scriviamo  sono  per  par- 
tire per  l'Egitto  altri  due  magni- 
fici doni,  che  il  Pontefice  invia  al 
vice-re,  laonde  pel  complesso  delle 
circostanze,  ci  lusinghiamo  non  riu- 
scirà discara  la  loro  descrizione. 

Descrizione  artistica  di  due  vasi 
scolpiti  suW  alabastro  orientale 
deW  istessa  qualità  donata  da 
Sua  Altezza  il  vice-re  di  Egitto 
alla  Santità  di  N.  S.  Papa  Gre- 
gorio XVI  a  formar  parte  delle 
decorazioni  nella  risorgente  ba- 
silica Ostiense^  che  la  Santità 
Sua  ordinava  venissero  inviati 
al  magnanimo  donatore  col  pre- 
gio del  lavoro  di  scarpello  ro- 
mano. 

Vaso  di  maggior  grandezza  con- 
figurato suir  insieme  di  quello  che 
esiste  nel  museo  capitolino  riporta- 
to nell'opera  di  Piranesi  al  voi.  12 
tav.  47- 

Si  è  prescelta  questa  forma  per- 
chè delle  più  gradevoli,  e  di  mag- 
gior pregio  nello  stile ,  eliminando 
però  tutte  le  decorazioni  in  figura, 
e  quasi  tutti  gli  ornamenti  perchè, 
oltre  la  difficoltà  nell'esecuzione  per 
la  durezza  incostante  dell'alabastro. 


lai  E  Gì 

ed  in  ispecie  per  le  congelaziont 
vetriole  che  contiene;  le  venature 
pentite  attraversando  le  figure,  e 
gii  ornamenti,  avrebbero  fatto  ri- 
sultare un  assieme  confuso  e  dis- 
gradevole. 

Jl  vaso  ha  il  suo  piede  circola- 
re sagomato  con  un  zoccolo,  un 
listello  da  cui  sorge  una  scozia  le- 
gata da  un  cordoncino  ove  più. 
stringe  il  collo  della  medesima  : 
sporge  poi  un  mezz'  ovolo  con  so- 
pra un  listello,  e  quindi  una  gola 
dritta  supina,  ed  un  cordone  com- 
piono il  piede  stesso.  È  diviso  que- 
sto dal  resto  del  vaso,  per  poter- 
lo girare  colf  uopo  di  un  perno  a 
bilico,  e  godere  delia  eccellenza  dei- 
la  materia  nel  pieno  suo  pulimen- 
to, e  del  diafano  che  contiene.  Po- 
sa sul  piede  il  corpo  di  una  cai- 
lotta  rovesciata,  e  guarnita  di  bac- 
celli, e  da  questa  colla  base  di  un 
listello,  una  gola  dritta  supina,  e 
da  altro  listello  prende  origine  la 
campana  del  vaso  aprendosi  dolce- 
mente sino  al  ciglio  formato  da  un 
mezz'  ovolo  con  intaglio  che  serve 
di  labbro,  un  cordone  sopra  que- 
sto, un  piccolo  pianetto,  ed  un  gu- 
scio compiono  il  vaso,  e  queste  tre 
sagome  sono  ripetute  anche  nell'in- 
terno dei  medesimo  ove  comincia 
il  vuoto.  Si  osservano  due  manichi 
baccellati  con  intreccio  sul  corpo 
della  callotta,  che  si  staccano  poi, 
e  rimangono  isolati  ove  comincia 
la  campana,  venendo  a  rendere  co- 
me due  maniglie.  Tutta  la  massa 
dell'alabastro  viene  a  piantare  so- 
pra un  controzoccolo  circolare  di 
verde  antico  allo  18/60  di  palmo 
architettonico  romano.  L'altezza  to- 
tale del  vaso,  compreso  lo  zoccolo, 
è  di  palmi  quattro  i8;6o;  avendo 
di  larghezza  palmi  tre  1/60  nel 
diameti'o  maggiore. 


EGI 

Si  presenta  sopra  un  rocchio  ra- 
rissimo di  porfido,  e  quei  che  è  più 
pregevole,  avanzo  di  una  colonna 
della  vecchia  basilica  ostiense.  Que- 
sto rocchio  è  alto  palmi  quattro 
8/60  del  diametro  di  palmi  due 
20/60,  e  pianta  sopra  una  base  at- 
tica di  marmo  statuario  di  prima 
qualità  alta  palmo  uno   i5/6o. 

L' esecuzione  di  questo  vaso  è 
dello  scarpellino  Giovanni  Pietro 
Farzetti. 

Secondo  vaso  sulle  forme  nelVinsie- 
me  di  quello  in  marmo  nella  gal- 
leria del  palazzo  Farnese^  ripor^ 
tato  parimenti  dal  Piranesi  nel- 
la sua  opera  al  voi.  12  tav.  2  3. 

Questo  in  gran  parte  si  assomi- 
glia al  primo.  Le  sagome,  che  di- 
stinguono il  pieduccio,  sono  un  plin- 
to, o  zoccolo,  un  toro,  ed  un  li- 
stello, da  cui  sorge  una  scozia  le- 
gata circa  i  due  terzi,  ossia  dove 
ristringe  vieppiù  il  collo  della  me- 
desima, da  un  cordone;  siegue  un 
mezz'  ovolo,  ed  un  altro  cordone  a 
terminare  questo  piede.  E  diviso 
come  l'altro  dal  rimanente  per  le 
stesse  ragioni.  Comincia  il  corpo 
del  vaso  con  una  figura  parimenti 
di  callotta  rovesciata  adorna  come 
l'altra  di  baccellature.  La  sormon- 
ta un  listello,  e  da  questo  s'innal- 
za la  campana  cominciando  da  un 
guscio,  e  quindi  curvandosi  dolce- 
mente fino  al  labbro  estremo  in 
cui  è  un  ovolo  con  un  cordone 
superiore,  che  compie  ii  vaso  vuoto 
nell'interno  a  somiglianza  dell'al- 
tro. Quattro  serpenti  intrecciati  due 
per  parte  con  le  code  sul  corpo 
della  callotta,  e  colle  teste  presso 
il  labbro  superiore,  servono  come 
di  manichi  e  di  decorazione  all'in- 
sieme. 


EGI 

Compreso  il  plinto  il  vaso  tiene 
l'altezza  di  palmi  tre  4^/60  posan- 
do sopra  un  controplinto  di  cipol- 
lino mandolato  allo  5/24- 

Il  rocchio  che  lo  sostiene  è  di 
porfido  della  stessa  qualità  dell'al- 
tro come  della  pregiata  provenien- 
za, però  dell'altezza  di  palmi  quat- 
tro 2  5/6o,  e  del  diametro  di  pal- 
mi  uno    i3/24. 

La  base  attica  sottoposta  è  alta 
55/6o,  pure  di  marmo  bianco  sta- 
tuario di   prima  qualità. 

Tommaso  Della  Moda  è  stato 
r  esecutore  dello  stesso  vaso. 

Jltre  notizie  sull'Egitto,  e  sugli 
egiziani. 

La  spedizione  francese  del  i  798, 
di  cui  tenemmo  superiormente  pa- 
rola, venne  accompagnata  in  E- 
gitto  da  una  commissione  di  scien- 
ziati, che  ritornarono  in  Europa 
ricchi  d'importanti  scoperte,  e  rav- 
vivarono ivi  la  quasi  perduta  me- 
moria della  celebre  scuola  alessan- 
drina, eccitando  una  successiva  no- 
bile gara  d' istruzione.  Quindi  i 
nomi  chiarissimi  di  Monge,  di  Bar- 
tholet,  di  Conte  brillarono  nell'ac- 
cademia del  Cairo,  e  se  troppo  bre- 
ve non  fosse  stato  il  periodo  dei 
loro  lavori,  incalcolabile  ne  sarebbe 
stato  il  vantaggio,  anche  pel  carat- 
tere sociale  dell'  attuale  vice-re,  e 
pel  trasporto  che  dimostra  di  fa- 
vorire r  istruzione,  e  di  proteggere 
i  cultori  delle  scienze,  e  delle  arti 
liberali,  siccome  conoscitore  della 
molta  attitudine,  che  mostrano  gli 
egiziani  in  apprenderle.  Di  già  a 
Parigi,  e  nel  1790  erasi  pubblica- 
ta r  opera  tradotta  dall'idioma  in- 
glese, Foyage  mix  sources  du  Nil 
en  Nuhic  et  en  Ahyssinie,  par  M. 
James    Bruce,     e    precedentemente 


EGI  \iZ 

nel    1774  J**  Londra  dal  Paw,  Rt" 
cherches  sur  tEgypliennes.  V.  il  De- 
non,   Voyage  dans  la  Basse  et  la 
Haute  Egyple  pendant  les  campa- 
gnes  du  general  Bonaparle,    Paris 
i8oa;  e  la  Description  de  l'Egyple^ 
OH  recueil  des  ohservations    et  des 
recJierches  qui  ont  eté  failes  en  Egy- 
pie  pendant  l'expédition  de  Varmée 
francaisj  Paris  1809- 18  19.   Inoltre 
ad  esplorare  il  suolo  egizio,   fecon- 
do di  preclari  monumenti,    hanno 
adoperato  con  somma  lode  due  ita- 
liani valentissimi  ;  Giambattista  Bel- 
zoni,  e  Giambattista  Brocchi.  Si  de- 
ve inoltre  altamente    lodare  il    re- 
gnante granduca  di  Toscana    Leo- 
poldo II,  che  per  la  maggior  illu- 
strazione dell'Egitto  si  fece   emulo 
della  Francia,  ed  associò  alla  nuo- 
va commissione  scientifica    di    colà 
spedita,  sotto  la  direzione  diCham- 
pallion  giuniore,  un  comitato  italia- 
no, e  già  dal  chiaro  dottor  Ippoli- 
to cav.  Rossellini    se  ne  sono  otte- 
nuti importanti  risultamenti,  come 
si   può  vedere  nell'opera    celebrata, 
che  dal  medesimo    Rossellini    si  va 
pubblicando  in  Pisa  sino  dal    i832 
con  disegni  in  foglio  stragrande,  ed 
intitolata:   /  monumenti  deWEgittOj 
e  della  Nuhia.  Ma  da  ultimo  il  cav. 
Rosellini  fu  tolto  dalla  morte  alla 
repubblica   letteraria.  Il  suo  viaggio 
nell'alto  Egitto,  e  le  sue  grandiose 
illustrazioni  sulla  storia  di  que' luo- 
ghi da  lui  visitati,  gli  hanno  merita- 
to una  giusta  celebi  ita.  Va  pure  con 
encomi  rammentata  l'opera,  che  nel 
1833  incominciò    a    pubblicare    in 
Padova  con   magnifica  edizione  ric- 
ca   di  rami,     il  eh.    ab.    Ludovico 
Menin,  professore  in  quella   celebre 
università,  intitolata:  Il  costume  di 
tutte  le  nazioni,  e  di  tutti    i  tempi 
dal   medesimo  dottamente  descritto, 
ed  illustralo,  ove  nella  paite  anti- 


124  EGI 

ca  a  pag.  1 20  e  seg.  tratta  del  co- 
stume degli  egizi  con  moltiplice 
erudizione,  e  pari  critica.  Non  si 
deve  neppure  tacere  dell'  opera  im- 
portante, la  quale  nell'anno  i836, 
incominciò  a  pubblicare  in  Firen- 
ze, il  chiarissimo  professore  Dome- 
nico Valeriani,  che  porta  il  titolo: 
JSiiova  illustrazione  istorico- monu- 
mentale del  bassOy  ed  alto  Egillp 
con  atlante^  e  coi  disegni  di  vai^ 
artisti^  e  scienziati,  come  di  quelli 
eseguiti  sui  luoghi  dal  diligente  di- 
segnatore bellunese  Girolamo  Se- 
gato. In  Parigi  nel  i83o  da  Ri- 
fauld  fu  pubblicato  :  Tableau  de 
r  Egypte,  et  de  la  Nubie.  Fra  gli 
antichi  monumenti  sparsi  in  gran 
numero  in  tutto  l'Egitto,  di  molti 
de' quali  già  feci  menzione,  quelli 
che  più  sorprendono  sono  le  famose 
pi I  amidi ,  destinate  alla  sepoltura 
dei  re,  e  delle  quali  il  tempo  dovet- 
te rispettare  la  colossale  struttura. 
Le  rovine  più  degne  di  osserva- 
zione si  trovano  a  Tebe,  che  tuttora 
è  sorprendente,  a  Menfi,  a  Dende- 
ra,  ad  Esnè,  ad  Edfu,  a  Seyne,  ad 
Anlinoe,  nell'isola  di  File,  o  Filae 
€C.  La  così  detta  colonna  di  Pom- 
peo, e  gli  obelischi  appellati  di 
Cleopatra  sono  i  soli  monumenti 
dell'antico  splendore  scampati  allo 
sterminio;  ma  essi  stanno  fra  sab- 
bie ardenti,  ombreggiate  da  palmie- 
ri, e  fra  sassi  d' informi  ruine.  Da 
per  tutto  però  si  trovano  avanzi 
di  templi,  e  di  altri  edilìzi,  la  cui 
architettura  uniforme,  e  le  dimen- 
sioni colossali  delle  statue,  che  li 
adornano,  caratterizzano  l'epoca  che 
li  produsse.  Le  mura  di  questi 
templi  sono  fornite  di  scolture  di 
un  bel  lavoro,  e  molte  vedonsi  co- 
perte di  geroglifici,  non  deciferati 
ancora.  Si  possono  consultare,  Po- 
vioulat,  Lettere  suWEgitlo,    Milano 


EGI 

i835j  Sethos,  Histories  tirée  des 
monumenta;  anecdotes  de  V ancien- 
ne Egypte,  Amstelodarai  1732,  e 
il  De-Chaolnes,  Memoire  sur  la  veri- 
table  entrée  du  monument  Egyptien, 
Rome  1783.  Anche  il  Dubois 
succitato,  nel  18 18,  pubblicò  in  Pa- 
rigi, Catalogne  d'antiquitès  Egy- 
ptiennes,  grecques  e  te.  Ed  il  faen- 
tino Francesco  Salvolini  discepo- 
l/ò  di  ChampoUion,  non  ha  gua- 
ri in  giovanile  età  passato  tra  i 
più,  ci  ha  dato  parecchi  scritti 
pubblicati  colle  stampe,  ad  illustra- 
zione delle  antichità  egiziane. 

Quasi  tutte  la  antiche  città  del- 
l'Egitto erano  cinte  da  immensi 
sotterranei  destinati  alle  sepolture, 
e  nei  quali  si  trovarono  quei  cada- 
Teri  imbalsamati,  che  noi  conoscia- 
mo sotto  il  nome  di  mummie. 
Neil' alto  Egitto,  monticelli  di  rot- 
tami polverosi  ed  informi  più  alti 
che  nel  basso  Egitto,  indicano  il 
luogo  occupato  da  antiche  gran 
città.  Vetuste  grotte, catacombe  sen- 
za numero,  sono  escavate  da  ogni 
parte  nella  roccia,  e  le  loro  aper- 
ture spesso  decorate  dallo  scalpello 
degli  egiziani,  sembrano  da  lungi  co- 
me gran  macchie  nere  nei  declivi  del- 
le prolungate  montagne.  Le  piramidi 
si  notevoli  pel  loro  volume,  e  for- 
ma regolare;  quelle  immense  petrie- 
re,  quegli  antichi  argini,  quelle  strade 
lunghesso  l'acqua,  quegh  avanzi  di 
antiche  costruzioni  idrauliche,  le  ve- 
stigia moltiplicate  di  monumenti 
in  granito,  colonne,  obelischi  co- 
perti ancora  di  sculture  preziose, 
sfingi,  statue  colossali,  rovine  con- 
siderabili ,  edifizi  della  più  remo- 
ta antichità,  ancora  interi  e  di  una 
vasta  estensione,  risvegliano  peren- 
nemente la  curiosità,  e  diffondono 
sulla  contrada  un  interesse  ognor 
crescente.     In  Roma  ancora  si  am- 


EGI  EGI                   125 

mirano  gli  Obelischi  (Vedi),  clie  prende  tutte  tre  le  sopraddette  spe- 
ivi  dagl'imperatori  romani  furo-  eie,  ed  i  gruppi  fonetici  occupano 
no  trasportati  dall'  Egitto  ,  cele-  per  l'ordinario  due  delle  tre  par- 
bri  per  la  loro  mole,  e  pei  gero-  ti.  In  essi  venivano  quasi  sempre 
glifici  che  contengono  F.  Rirche-  omesse  le  vocali  intermedie  a  so- 
rii:  Obelisci  Aegyptiaci  interpreta-  miglianza  deirodierno  metodo  ste- 
tio  hìe rogfyphica,  B.omae  1666.  Ivi  nografico,  ch'è  quell'arte  di  scri- 
il  medesimo,  e  nel  i636  aveva  vere  prestamente  col  mezzo  di  ab- 
pubblicato;  Prodromus  coplus  sive  breviature  di  cifre.  I  geroglifici  era- 
aegyptiacus.  no  impiegati  a  ricoprire  i  pubbli- 
I  geroglifici  dicesi  che  abbiano  ci  edifizi,  le  piramidi,  gli  obelischi, 
avuto  origine  sotto  A  loti,  figlio  di  La  scrittura  jeratica  non  differisce 
Menete  o  Mezraim,  il  più  antico  dalla  geroglifica  nell'impiego  dei 
re  egiziano  che  si  conosca.  Questi  tre  caratteri,  ma  solo  ne' segni,  che 
caratteri  geroglifici  vuoisi  che  da-  notevolmente,  e  con  particolare 
gli  egizi  non  fossero  impiegati  sim-  studio  sono  abbreviati.  Servivano 
bolicamente  se  non  dopo  moltissi-  a  tracciare  le  solenni  cerimonie,  gli 
rao  tempo.  Era  riserbato  al  cele-  inni  sagri,  e  gli  encomi  al  sovrano 
bre  Charapollion   juniore,    il    vanto  tributati. 

di  svelare  i  misteri  di  tal  sistema  Nella  scrittura  demotica  i  segni 
grafico,  con  cui  gli  antichi  Egizi  figurativi  sono  esclusi,  e  vi  s'im- 
espressero  il  loro  linguaggio  e  sul  piegano  quasi  sempre  i  fonetici,  con 
quale  aveano  inutilmente  o  con  qualche  simbolo  dei  piìi  sempli- 
poco  successo  sudalo  i  più  profondi  ci  tratlo  dalla  jeratica  per  i  dome- 
archeologi.  Ci  è  noto  per  lui,  che  tre  stici  affari,  e  per  gli  atti  e  contrat- 
gcneri  di  scrittura  s'impiegarono  ti  civili.  Molti  dotti  si  dedicarono 
nell'Egitto,  cioè  la  scrittura  gerO'  all'interpretazione  de'  geroglifici, 
gli  fica,  o  sagra;  la  ieratica^  osa-  per  cui  fra  le  tante  opere  che  di 
cerdotale;  e  la  demotica,  o  popò-  loro  abbiamo  nomineremo  le  se- 
lare.  Tre  specie  di  segni  simulta-  guenti:  Caussini,  Synibolica  aegy- 
neamente  adoperavansi  nella  scrit-  ptiorum  sapientia,  Parisiis  1641  ; 
tura  geroglifica;  v'erano  caratteri  Pierii  Valeriani,  Hìeroglyphìra, 
figurativi,  che  rappresentavano  un  Francofurti  1678;  Hora  polli  ni  s ///>- 
oggetto  per  mezzo  della  sua  figu-  roglyphica  gr.  lat.  cum  integri^ 
ra  ;  vi  erano  caratteri  simbolici,  che  observationibus,  et  notìs  diversorum 
esprimevano  un'idea  coli' immagi-  curante  de  Paw.  Traj.  ad  Rhen. 
ne  di  un  oggetto  fisico,  il  quale  vi  1727;  Heooge,  Hicroglyphica,  km- 
avesse  un'analogia  evidente,  o  con-  stelodami  l'j^^;  De  l^ elude  desHic- 
venzionale;  v'erano  finalmente  ca-  roglyphiques,  Paris  1812;  Champol- 
ratteri  fonetici,  che  presentando  un  lion,  Lettre  à  M.  Dacier  relatif 
oggetto  fisico,  ne  ricordavano  il  no-  à  Valphabet  des  hieroglyphes  Pho- 
me  coriispondente  nell'articolazio-  netìques  Paris  1822;  non  che  Pré- 
ne,  e  nella  voce  al  segno  rappre-  cis  da  sysième  hieroglyphique  des 
sentato,  e  perciò  rispondevano  ad  anciens  Egyptiens,  Parma  1828.  Da 
un  alfabeto^  avente  oggetti  fisici  Jannelli  abbiamo  tre  opere:  Ta- 
rn luogo  di  lettere  per  esprimere  bulae  Rossetlanae  hieroglyphicae  ; 
i  suoni.  Ogni  testo  geroglifico  com-  Neapoli  i83o;  Hieroglyphicae  Ae- 


faG  E  Gì 

gyptì ,  Neapoli  i83o;  e  Funda- 
menta  hevnieneutica  hìeroglaphine 
cripticae  veteriim  gentium.  Citere- 
jno  inoltre  il  nominalo  Hierapol- 
linis  Niloi  hieroglfphica  cimi  Lee- 
maiis^  Amstelodami  i835.  Fra  le 
opere  più  recenti,  che  illustrarono 
e  spiegarono  i  geroglifici  egiziani,  no- 
mineremo pure  quella  stampata  nel 
1 839  a  Lipsia  da  J.  A.  De-Goulianof, 
Archeologie  Egyptieiine,  ou  recher- 
ches  sur  texpression  des  signcs  liie- 
roglyphiques,  et  sur  Ics  élemens  de 
la  langue  sacre  des  egypliens. 

La  lingua  egiziana  antica,  usata 
pel  corso  di  dieci  nove  secoli  in- 
nanzi l'eia  volgare,  è  del  tutto  mor- 
ta. La  lingua  egiziana  posteriore 
o  copta  venne  dipoi  sostituita,  e  si 
scrisse  colle  lettere  del  greco  alfa- 
beto, al  quale  si  aggiunsero  taluni 
segni  di  articolazione  desunti  dal 
carattere  demotico.  Si  crede  che  i 
persiani  conquistatori  operassero  que- 
sto mutamento.  Nell'alto  Egitto  si 
distinguono  i  dialetti  menfitico,  te- 
baico,  ed  etiopico.  Si  adopera  pu- 
re il  linguaggio  mauro-arabo  dai 
mussulmani,  e  generalmente  il  fran- 
cese tra' franchi,  essendosi  recente- 
mente, come  si  accennò,  di  que- 
sto idioma,  e  di  quello  italiano,  i- 
stituite  due  pubbliche  scuole  d'uti- 
le insegnamento.  Da  ultimo  ha  pub- 
blicato l'encomiato  Ippolito  Ros- 
selli ni:  Elementa  lìnguae  Egyptìa- 
cae  vulgo  copticae^  Romae  1837 
ex  typographia  Coilegii  Urbani  , 
sumptibus  Francisci  Archini.  Non 
deve  tacersi  che  monsignor  Angelo 
Mai,  ora  degnissimo  Cardinale,  nel 
1825,  pubblicò  in  Roma,  Catalogo 
de^  papiri  egiziani  della  biblioteca 
Vaticana^  e  notizie  più  estese  di 
un  dì  essi  con  breve  previo  discor- 
so e  susseguenti  riflessioni. 

La  religione  finalmente  degli  an- 


EGI 

tichi  egiziani  consisteva  nel  polite- 
ismo o  sistema  che  ammette  la 
pluralità  degli  dei,  congiunto  a  va- 
rie mistiche  superstizioni.  Tutta- 
volta  vi  sono  validi  argomenti  per 
giudicare,  che  l'unità  dell'Ente  su- 
premo, regolatore  dell'universo,  fos- 
se professata  da  quei  savi,  e  che  il 
culto  prestato  alle  divinità  secon- 
darie fosse  allegorico.  Quindi  si  ri- 
conosce il  sole  in  Osiri,  e  la  lu- 
na in  Iside  sua  sorella,  o  sposa; 
lumeggiati  erano  gii  usi,  ed  i  la- 
vori agrari  ne'  famosi  misteri  isiaci 
e  nel  culto  renduto  al  bue  Api,  ad 
Anubi,  ed  a  Giove  Ammone.  Dal 
Casali  abbiamo.  De  veteribus  Jcgy- 
pliorum  ritibuSj  Romae  i644;  ^^^ 
Jablonski ,  Pantheon  Jegyptiorum 
sive  de  diis  eorum.  Francofurti 
lySo;  e  dallo  Schmidt,  De  sa^er- 
dotibus  et  sacrificiis  Egyptioruni  , 
Tubingae  1768.  Che  sagri  poi  fos- 
sero a  Giove  Ammone  i  porri,  e 
le  cipolle,  ciò  non  vuol  dire  che 
tali  piante  nemmeno  dal  basso  vol- 
go si  adorassero,  come  sognò  il  sa- 
tirico Giovenale.  Lo  stesso  dicasi  dei 
sagri  coccodrilli,  de'buoi,  de'  cani, 
che  i  sacerdoti  di  Egitto  nutriva- 
no. Spinsero  però  gli  egiziani  il 
ridicolo,  e  la  licenza,  fino  a  pre- 
slare  un  ossequio  agli  organi  della 
propagazione,  raffigurati  sotto  i  no- 
mi di  Phallus,  e  di  Priapus.  Dice 
Eliano,  che  il  sommo  sacerdote  pres- 
so gli  Egizi  era  pure  il  supremo 
giudice,  e  che  dal  collo  portava  ap- 
pesa un'immagine  impressa  nel  zaf- 
firo, che  chiamavasi    Inerita. 

Oltre  la  tradizione  costante  del 
diluvio,  molti  fatti  remoti  della  sto- 
ria egizia  a  quelli  si  collegano  della 
storia  ebraica,  e  fanno  acquistare  ai 
libri  santi  ulteriore  prova  di  cre- 
dibilità. Della  sterminata  antichità, 
onde  gli  Egiziani  andavano  fastosi 


E  Gì 

risalendo  r.d  era  ignorata,  ed  atile- 
riore  alla  creazione  del  mondo  nar- 
rata da  Mosè,  hanno  i  dotti  chia- 
rito l'incongruenza,  e  ridotte  al  ve- 
ro valore  le  genealogie,  sulle  quali 
era  fondato  l'assurdo,  onde  ne  ri- 
sulla una  perfetta  concordanza  della 
egizia  colla  nostra  cronologia,  su 
di  che  tra  gli  altri  può  vedersi  il 
Bergier  all'  articolo  Egitto.  I  per- 
siani sotto  Cambise,  ed  i  Macedo- 
ni sotto  Alessandro,  distrussero  una 
gran  parte  degli  idoli  egizi,  che  sot- 
to vari  nomi  arricchirono  anche 
la  greca  mitologia,  ma  sotto  i  To- 
lomei  regnò  il  paganesimo  assai 
men  grossolano.  Sembra  poi  certo 
che  la  primitiva,  e  più  antica  re- 
ligione dell'Egitto,  come  si  è  ac- 
cennato, sia  stato  il  culto  del  vero 
Dio,  come  si  ha  da  molti  passi 
della  sagra  Scrittura,  essendone  il 
più  antico  quello  della  dimora,  che 
in  questa  regione  fece  Abramo: 
quindi  gli  Egiziani  divennero  po- 
liteisti. Circa  poi  il  vangelo  degli 
egiziani,  questo  è  uno  degli  evan- 
geli apocrifi  che  correvano  tra  gli 
eretici  del  secondo  secolo  della 
Chiesa.  San  Epifanio  ci  dice,  che 
di  esso  si  sono  serviti  gli  eretici 
valentiniani,  ed  i  sabelliani.  Inol- 
tre pensarono  alcuni ,  che  questo 
evangelo  fosse  stato  scritto  prima 
di  quello  di  s.  Luca;  però  non 
v'ha  di  ciò  alcuna  prova. 

Notìzie  compendiate  riguardanti  la 
storia  ecclesiastica  dell'  Egitto , 
del  suo  patriarcato,  e  de^copti, 
o  cofti. 

L'Egitto  si  convertì  al  cristiane- 
simo al  tempo  degli  apostoli,  ed 
alcuni  dicono  per  opera  dell'  apo- 
stolo s.  Simone.  Avvi  però  tradi- 
zione costante  che  l'evangelista    s. 


EGf  T!>.7 

Marco,  mandato  da  s.  Pietro  prin- 
cipe degli  apostoli  in  questa  regione, 
ebbe  fondala  la  chiesa  di  Alessan- 
dria [Vedi)  nell'anno  49  dell'era 
cristiana,  e  predicato  il  vangelo  non 
solamente  nel  restante  dell'Egitto, 
ma  eziandio  nella  Libia,  nella  Nu- 
mldia,  e  nella  Mauritiana,  avendo^ 
a  tal  uopo  spedito  a  proclamare 
la  fede  di  Gesù  Cristo  in  quelle 
parti,  alcuni  anche  de'suoi  discepo- 
li. Rapida  ne  fu  la  propagazione. 
I  santi  padri  furono  persuasi  che 
tali  progressi  ubertosi,  e  straordi- 
nari della  diffu.sione  del  vangelo 
in  Egitto,  fossero  effetto  delle  be- 
nedizioni, che  il  Salvatore  vi  aveva 
sparso  quando  fu  colà  trasporta- 
to nella  sua  infanzia  dulia  beala 
Vergine  Maria,  e  da  s.  Giuseppe. 
Diversi  autori  hanno  scritto  su  que- 
sto punto,  come  1'  Agricola,  Itine- 
rarium B.  Mariae  Firginis  quan- 
do cum  puero  Jesu,  et  Josepìio 
fugit  in  Aegyptunij  Ingolstadii  i56o; 
Za  morra.  La  fuga  di  Maria  iti 
Egitto j  Venezia  1 6 1 3  ;  Strauchius, 
De  aegyptiaco  Servatoris  nostri  e- 
xilio,  \itemb.  1669;  Habichor- 
slius.  De  fdio  Dei  ex  Aegypto  va- 
cato,  Rostochii,  1698;  ed  il  Sar- 
nelli,  Del  mistero  della  fuga  di  s. 
Giuseppe  con  Gesù  e  Maria  al- 
l'Egitto,  nel  t.  VII  delle  Lett.  eccL 
pag.    100. 

I  medesimi  santi  padri  non  solo 
citano  r  analoga  profezia  d' Isaia, 
che  il  Signore  entrerà  in  Egitto,  ed 
alla  sua  presenza  si  conturberan- 
no i  simulacri  egiziani,  ma  no- 
tano il  gran  numero  di  martiri, 
di  vergini,  di  solitari,  che  resero 
celebre  la  chiesa  di  Egitto,  e  i  de- 
serti, come  dicesi  in  parecchi  articoli 
di  questo  Dizionario.  Il  Rinaldi,  al- 
l'anno I,  num.  475  osserva  tra  le  al- 
tre cose,  che  non  solo  fu  illustrato 


128  EGI 

l'Egitto  con  la  presenza  dell'incar- 
nato Verbo,  ma  fu  nobilitata  la 
solitudine  per  dove  passò  .  Riceven- 
do essa  in  certo  modo  il  seme  del- 
la divina  benedizione,  produsse  po- 
scia i  sacri  innumerabili  germo- 
gli di  tanti  monaci,  ed  anacore- 
ti, che  per  ogni  parte  in  santi- 
tà fiorirono,  e  furono  di  esempio 
agli  altri.  Non  deve  quindi  recare 
maraviglia,  che  l'illustre,  e  vene- 
randa sede  di  Alessandria  divenis- 
se la  prima  dei  quattro  patriarca- 
ti dell'oriente,  la  seconda  dopo  la 
Romana,  e  che  la  sua  giurisdizione 
fosse  estesissima.  Essa  comprende- 
va, oltre  l'Egitto,  e  V Etiopia  (Ve- 
di),  una  gran  parte  delle  coste  di 
Africa.  Nel  primo  concilio  Nice- 
no  le  chiese  di  Etiopia,  e  di  Abis- 
sinia  furono  assoggettate  al  pa- 
triarca Alessandrino,  la  cui  giurisdi- 
zione estendevasi  altresì  sulla  Li- 
bia e  sulla  Pentapoli. 

Il  patriarcato  d'Alessandria  fu 
diviso  I.**  nella  provincia  di  Egit- 
to, composta  di  due  provincie,  con 
Alessandria  per  metropoli;  2."  nel- 
la provincia  Augustamnica  divisa 
in  due  provincie,  con  Damiata,  e 
Leopontopoli  per  metropoli;  3.°  nel- 
la provincie  di  Arcadia  con  Ben- 
nef  per  metropoli;  4"  "ella  pro- 
vincia di  Tebaide  divisa  in  due 
Provincie,  con  Antinoe,  e  Tolemai- 
de  per  metropoli;  5.°  nella  provin- 
cia della  Libia  Marmarica  con  Ber- 
ne per  metropoli  ;  6.°  nella  provin- 
cia della  Libia  Pentapoli,  con  Cire- 
ne per  metropoli,  e  con  la  provincia 
della  Libia  tripolitana  composta  di 
tre  sedi  vescovili.  Inoltre  Comman- 
ville,  Histoire  de  toiis  les  arch.  et 
évéch.  a  pag.  368  e  seg.,  ripor- 
ta il  novero  delle  antiche,  e  nu- 
merose sedi  vescovili  de'Copti  sog- 
gette al  patriarca  d'Alessandria.  La 


EGI 

suddetta  provincia  d'Egitto,  compop- 
sta  di  due  provincie,  aveva  le  seguen- 
ti sedi  per  sufFraganee.  La  prima  pro- 
vincia, noverava  i  vescovati  di  Er- 
raopoli,  Meteliso,  Morteli s,  Copriso, 
Captiris,  Sais_,  Naucratis,  Latopolis, 
Andron,  Nicium,  Onuphis,  Tava, 
Cleopatra,  Marcotis,  Menelais,  Scia- 
this,  Nitria,  Costus,  Psanis,  Zenopoli, 
Paphna, Tarane,  Sondra,  tutte  suffra- 
ganee  immediate  di  Alessandria.  La 
seconda  provincia  d'Egitto,  con  Ca- 
bassa  per  metropoli,  aveva  per  sedi 
suffraganee  Phragonis,  Pachnemu- 
nis,  Diospoli,  Semennut,  Cinopoli, 
Busiris,  Elearchia,  Cima,  Vieux  Cai- 
re,  Xoes,  Butus,  Pariane,  e  Rhico- 
merium.  Al  presente  essendo  il  pa- 
triarcato di  Alessandria  un  titolo 
in  panibus  infidelium  che  confe- 
risce la  santa  Sede,  ha  cinque  ti- 
toli vescovili  suffraganei,  cioè  Bou- 
gerie^  Cassia,  Gene,  Munia,  ed  Elio- 
poli.  Sull'autorità  e  diritti,  ch'eser- 
citava in  tutto  l'Egitto,  e  in  tut- 
te le  provincie  del  suo  patriarca- 
to, il  patriarca  di  Alessandria,  va 
letto  il  capitolo  V  del  Supplemen- 
to al  giornale  ecclesiastico  di  Ro- 
ma quin.  II  pei  mesi  di  marzo 
ed  aprile   179*2. 

Il  cristianesimo  ha  fiorito,  e  sus- 
sistito nella  sua  purezza  nell^  Egit- 
to sino  alla  metà  del  quinto  se- 
colo, giacche  non  sembra  che  l'a- 
rianesimo, sebbene  nato  in  Alessan- 
dria, abbia  fatto  in  questa  re- 
gione grandi  progressi.  Ma  nel  449 
Dioscoro  patriarca  Alessandrino,  pre- 
lato ambizioso,  e  violento,  che  però 
godeva  di  molto  credito  nel  suo 
esteso  patriarcato,  fatalmente  cadde 
negli  errori  di  Eutiche,  prese  quel- 
r  eretico  sotto  la  sua  protezione,  e 
benché  condannato  nel  concilio  cal- 
cedonese  persistette  ostinato  ne'suoi 
errori,   e  morì  in  esilio.  Per  disgra- 


EGI 

zia  dell*  Egitto  quasi  tutti  i  vescovi 
di  esso  restarono  attaccati  all'  inde- 
gno Dioscoro,  ed  elessero  un  pa- 
triarca a  successore,  ed  i  copti,  e  gli 
abissini  ne  seguirono  lo  scisma  se- 
parandosi dall'unità  cattolica.  Da 
questa  memorabile  epoca  l'Egitto 
restò  separato  dalla  Chiesa  cattoli- 
ca, e  perseverò  nell'  eresia  eutichia- 
na ,  i  cui  partigiani  vennero  ap- 
pellati Giacobiti.  Essendo  questo  un 
punto  importante  per  la  storia  ec- 
clesiastica dell'Egitto,  per  le  sue 
funestissime  conseguenze,  oltre  quan- 
to dicesi  ad  Abissinia  ,  Alessan- 
dria ^  Copti,  ed  altri  analoghi 
articoli^  è  indispensabile  tesserne 
qui  le  principali  circostanze,  e  suc- 
cessi. 

Dioscoro,  patriarca  d'Alessandria, 
divenne  fautore  d'  una  nuova  setta, 
insorta  per  travagliare  la  Chiesa, 
per  gli  errori  di  Eutiche  archi- 
mandrita di  Costantinopoli,  che  Dio- 
scoro volle  sostenere  nel  famoso 
conciliabolo  di  Efeso,  chiamato  il 
latrocinio  Efesino,  Quindi  i  loro  se- 
guaci furono  chiamati  Monofìsti, 
perchè  affermavano  in  Gesù  Cristo 
una  sola  natura  composta  della  u- 
manità  e  divinità.  Ed  è  perciò  che 
il  Pontefice  s.  Leone  I,  nel  ^5i, 
fece  celebrare  il  concilio  generale 
di  Calcedonia,  cui  assistettero  l'im- 
peratore Marciano,  e  l'imperatrice 
Pulcheria.  In  quel  concilio  furono 
condannati  e  deposti  Dioscoro  ed 
Eutiche,  e  contro  dei  loro  errori 
fu  definito,  essere  in  Cristo  due 
nature,  1'  una  divina,  1'  altra  uma- 
na. Tuttavolta  i  monofisti  alessan- 
drini trovarono  un  nuovo  appoggio 
nel  furbo  Timoteo  Eluro,  che  si 
intruse  nella  sede  patriarcale,  ma 
fu  cacciato  dal  zelante  s.  Leone  L 
Non  ostante  gli  riuscì  poi  ritornar- 
vi. Sono  indescrivibili  le  successive 

VOL.     XXI. 


EGI  129 

agitazioni  della  chiesa  d' Alessan- 
dria, e  perciò  della  maggior  parte 
delle  chiese  d' Egitto,  anche  pel  ca- 
none calcedonese,  nel  quale,  a  pre- 
giudizio della  sede  Alessandrina,  da- 
vasi  il  primo  luogo, dopo  la  Romana, 
a  quella  di  Costantinopoli,  ciò  che  al- 
tamente riprovarono  s.  Leone  I,  e  i 
suoi  successori.  Dopo  il  concilio  di 
Calcedonia^  i  copti,  gli  abissini,  e 
gli  etiopi  si  separarono  dalla  Chie- 
sa cattolica  pei  loro  errori.  Ne'pri- 
mi  tempi  gli  egiziani  si  chiamaro- 
no copti,  cophti,  o  cofli^  perchè  l'E- 
gitto prima  chiamossi  Coplos  o  A- 
gophlia,  nome  eh'  è  rimasto  ai  su- 
perstiti cristiani  egizi.  Inoltre  il  no- 
me dei  Copti  si  fa  da  alcuni  de- 
rivare dalla  città  di  Copto  nell'E- 
gitto superiore,  posta  presso  il  ma- 
re rosso.  Ciò  non  sembra  verosi» 
mile  per  diverse  ragioni  riportate 
dagli  storici.  Certo  è,  che  il  nome 
di  Copto  non  si  trova  dato  a' cri- 
stiani di  Egitto,  se  non  che  nei 
secoli  bassi;  e  gli  scrittori  mao- 
mettani sino  dal  secolo  ottavo  non 
diedero  a  que'  cristiani  altro  nome, 
che  l'antico  preso  dalla  sagra  Scrit- 
tura di  Mesraìm,  chiamando  il  Co- 
pto Mesrij  ed  i  Copti  Mesriin.  Al- 
tri dissero  chiamarsi  Copti  da  ta- 
gliare, privare,  incidere,  perchè  do- 
po il  battesimo  usano  la  circonci- 
sione. Pertanto  vuoisi  che  la  vera 
etimologia  dei  Copti,  o  Cofti  derivi 
corrottamente  dalla  voce  jieguptii 
o  Aegophti:  furono  pure  chiamati 
Cobtìy  Ghiptij  e  Gupti.  I  detti  copti, 
o  cristiani  soggetti  al  patriarcato 
Alessandrino,  non  solo  abitavano 
neir  Egitto,  massime  nella  Tebaide, 
ma  anche  nell'Etiopia,  o  Abissinia, 
alla  quale,  come  soggetta  alla  sede 
patriarcale  di  Alessandria,  poscia  il 
loro  patriarca  Alessandrino  destinò 
un  metropolitano  alla  nazione   co- 

9 


i3o 


EGI 


pta,  della  stessa  nazione,  e  rito;  e 
siccome  dagli  antichi  autori,  co- 
me da  qualche  moderno,  l'Etiopia 
Tiene  chiamata  anche  India,  così 
Indiani  furono  chiamali  gli  abissi- 
ni, e  i  copti  cioè  gli  egizii. 

Collocato  poscia  nella  sede  di 
Alessandria  il  santo  patriarca  Pro- 
terio,  ^li  egiziani,  seguaci  dello  sci- 
sma del  loro  deposto  patriarca,  non 
vollero  con  lui  comunicare,  anzi, 
promosso  un  grave  tumulto  in  A- 
lessandria,  barbaramente  l'uccisero  ; 
e  da  queir  infausta  epoca  crescendo 
ognor  più  il  numero  degli  eretici, 
e  diminuendosi  quello  de'  cattolici, 
non  cessarono  di  eleggersi  un  pa- 
triarca distinto  da  quello  cattolico; 
il  qual  patriarca  scismatico  per  la 
moltitudine  de'  suoi  settari,  e  par- 
ticolarmente col  favore  de'  maomet- 
tani, verso  r  anno  65o,  cacciati  i 
contrari  di  rito,  e  comunione  gre- 
ca, s' impadronì  dell'  Egitto ,  e  ri- 
mase con  piena  autorità  su  quella 
cristianità,  come  sopra  gli  abissini, 
e  gli  etiopi  infetti  de'  medesimi  er- 
rori per  mezzo  di  metropolitani  man- 
dati a  que'  due  regni.  Presso  Gio. 
Michele  Wanslebio,  autore  di  di- 
verse opere  riguardanti  l'Egitto,  la 
chiesa  d*  Alessandria,  i  giacobiti  co- 
pti, gli  abissini  ec.  ;  si  legge  il  ca- 
talogo dei  patriarchi  copti  Alessan- 
drini, che  nel  1677  pubblicò  egli  in 
Parigi,  come  dal  Cronico  orientale 
stampato  in  Venezia  nel  1730.  Qui 
noteremo  che,  oltre  l'errore  fonda- 
mentale de'  Copti ,  di  credere  in  Gesù 
Cristo  una  natura  composta  dalla 
divinità  ed  umanità  (per  cui,  come 
dicemmo,  si  chiamano  pure  Mono- 
fisti), essi  detestano  s.  Leone  1,  e 
il  concilio  generale  IV  di  Calcedo- 
nia,  tenendo,  e  venerando  per  san- 
ti gli  eretici  Dioscoro,  Timoteo  E- 
\i\YOy  Teodosio  ed    altri    patriarchi 


EGI 

Alessandrini  ;  Pietro  Fullone,  e  Se- 
vero patriarchi  antiocheni;  Acazio 
di  Costantinopoli  ;  Zenone,  ed  A- 
nastasio  imperatori,  e  sopraltulti 
Barsuma  archimandrita  soriano  se- 
guace di  Dioscoro,  e  difensore  di 
Eutiche;  ed  inoltre  Giacomo  Ba- 
rateo  dello  dai  greci  Zanzalo,  pa- 
rimenti di  Soria,  discepolo  di  Se- 
vero, e  gran  promotore  della  set- 
la,  dal  quale  principalmente  tutti  i 
Monofisti  si  soriani,  che  egizii  ed 
abissini  presero  il  nome  di  Giaco- 
bili,  come  attesta  Ludolfo  nell'/- 
sloria  dell'  Etiopia. 

Il  mentovato  Severo,  patriarca 
antiocheno  seguace  dell'eresia  degli 
ariani,  fu  cagione  nel  sesto  secolo 
di  altra  lagrimevole  divisione  tra 
i  cristiani  di  oriente,  e  che  tuttora 
disgraziatamente  esiste.  Verso  l'an- 
no 519,  mentre  era  patriarca  di 
Alessandria  Timoteo  III,  ivi  si  recò 
Severo,  insegnando  che  il  corpo  di 
Cristo  era  corruttibile^  e  Giuliano 
vescovo  di  Alicarnasso  in  vece  si 
pose  a  sostenere  eh'  era  incorrutti- 
bile e  fantastico,  onde  nelf  Egitto 
si  formarono  due  nuove  sette,  e 
due  patriarchi  Severità  uno,  Giu- 
lianisla  l' altro,  che  si  scomunica- 
rono a  vicenda.  Questo  duplice  pa- 
triarcato sotto  altro  nome  è  conti- 
nualo sino  a' nostri  giorni,  mentre 
la  chiesa  di  Alessandria  ha  tuttora 
un  capo  Giacchila,  ed  uno  Mel- 
chila.  Qui  va  avvertilo,  che  origine 
e  causa  di  quest'ultima  divisione  fu 
eziandio  l'eresia  di  Eutiche,  dap- 
poiché i  cattolici  che  si  assoggetta- 
rono all'imperiale  editto  dell'impe- 
rator  Marciano,  ed  al  concilio  di 
Calcedonia  cui  egli  era  intervenu- 
to, furono  dagli  avversari  appellali 
Melchìli,  cioè  imperiali,  e  gli  eu- 
tìchiani  si  chiamarono  Giacobiti  dwX 
medesimo  Giacomo  Barate©  o  Zaii- 


EGI 

zalo.  Degno  di  onorevole  ricordan- 
za tra  i  patriarchi  melchiti  fu  Gio- 
vanni II,  che  per  le  preclare  sue 
virtù  e  pietà  meritassi  il  titolo  di 
elemosinano  ;  come  pe'  suoi  errori 
è  famoso  Ciro,  capo,  e  caldo  soste- 
nitore degli  eretici  monotelili,  che 
egli  adottò  procurando  cos'i  di  con- 
ciliare le  differenti  dottrine  d'una, 
o  di  due  nature  in  Gesù  Cristo, 
riunendo  i  giacobiti,  e  i  teodosiani, 
onde  nel  663  in  Alessandria  fu 
adunato  un  concilio  contro  Io  stes- 
so Ciro,  il  quale  fu  pur  condan- 
nato nel  concilio  romano  celebra- 
to al  Laterano  dal  Papa  s.  Marti- 
no I. 

Dopo  avere  i  primitivi  cristiani 
d'  Egitto  sofferte  le  persecuzioni  de- 
gl'imperatori pagani,  e  sotto  l'im- 
pero degli  augusti  greci  provalo  i 
funesti  effetti  degli  scismi  ed  eresie, 
nel  secolo  settimo,  quando  i  mao- 
mettani si  presentarono  per  conqui- 
stare l'Egitto,  gli  scismatici  preferi- 
rono di  essere  soggetti  ai  mussul- 
mani, piuttosto  che  agi'  imperatori 
cristiani  di  Costantinopoli.  Favori- 
rono perciò  i  conquistatori,  ed  in 
compenso  ottennero  il  libero  eser- 
cizio della  loro  religione  ;  però  lun- 
gamente espiarono  quella  colpa  col- 
le vessazioni,  che  dovettero  soffrire 
per  parte  dei  conquistatori,  mas- 
sime nelle  vicende  politiche  che 
precedettero,  accompagnarono  e  se- 
guirono i  cambiamenti  delle  dina- 
stie dei  diversi  dominatori  ;  ridotti 
poscia  in  proporzione  ad  un  minor 
numero,  vennero  sempre  conosciuti 
col  nome  di  copti  o  cofti.  Penetra- 
ti adunque  nel  635  i  saraceni  nel- 
l'Egitto, ed  assediata  Alessandria, 
gli  abitanti  obbligarono  il  patriar- 
ca Ciro  a  trattare  con  Omar,  il 
quale  si  ritirò  mediante  una  con- 
siderabile somma  di  denaro,    e    la 


EGI  r3i 

promessa  di  pagargli  ogni  anno 
duecento  mila  scudi  di  tributo,  ciò 
che  disapprovò  l'imperatore  Era- 
clio. Quindi  nell'anno  seguente  i 
saraceni  domandarono  la  contribu- 
zione pattuita  al  patriarca  Ciro,  ma 
ricusandola  il  governatore  dell'Egit- 
to Mannello,  i  saraceni  s' impadro- 
nirono dell'Egitto.  Per  la  morte 
di  Eraclio,  e  pei  successivi  avve- 
nimenti di  Costantinopoli,  non  man- 
carono i  maomettani  di  trarne  pro- 
fitto, ed  Amrou  luogotenente  di 
Omar,  nel  641,  s'impadronì  d'A- 
lessandria al  modo  che  dicemmo  di 
sopra,  sebbene  altri  dicano,  che  in 
tal  anno  incominciasse  l'assedio  del- 
la città,  che  poi  prese  nel  643^. 

Cosma,  patriarca  giacobita,  non 
potendo  soffrire  la  persecuzione  dei 
maomettani,  si  rifugiò  a  Demmira 
ove  fissò  la  sede  del  patriarcato; 
mentre  il  patriarca  melchita-greco- 
scismatico  restò  nel  Cairo,  reggendo 
le  chiese  di  Africa,  e  di  Arabia  ; 
ed  il  patriarca  giacobita,  o  copto, 
stabilì  la  propria  dimora  nel  mo- 
nistero  di  s.  Macario  nella  Tebai- 
de,  vicino  ad  Alessandria,  cioè  in 
uno  dei  diversi  monisteri  de'copti, 
in  uno  de' quali  evvi  tradizione,  che 
fosse  il  luogo  ove  fuggendo  la  per- 
secuzione di  Erode,  si  ritirasse  la 
b.  Vergine  col  divino  suo  figlio,  e 
s.  Giuseppe.  Dacché  i  copti  o  egi- 
zii  si  separarono  dalla  Chiesa  cat- 
tolica, per  opera  degf  intrusi  pa- 
triarchi alessandrini,  seguaci,  e  di- 
fensori dell'empio  Dioscoro,  s'inter- 
ruppe ogni  comunicazione  non  solo 
colla  chiesa  latina  occidentale,  ma 
anche  colla  chiesa  greca  orientale. 
E  perchè  i  giacobHi  f^oriani,  e  gli 
armeni  nell'Armenia,  e  nella  Si- 
ria, sotto  particolari  patriarchi  con- 
servarono i'  istessa  eresia,  di  crede- 
re una  natura  in  Cristo,  ed  avver- 


i32  EGI 

sione  al  concìlio  calcedonese,  si 
mantenne  tra  queste  sette  e  nazio- 
ni il  nodo  della  scambievole  amici- 
zia, e  particolarmente  fra  i  giaco- 
bili  soriani  ed  egizii,  i  patriarchi 
de' quali  furono  soliti  mandar  gli 
uni  agli  altri  le  lettere  sinodiche 
per  dichiarare  la  loro  comune  par- 
tecipazione del  domma,  come  ri- 
porta Eusebio  Renaudot  neW  Isto- 
ria de' patriarchi  di  Alessandria. 
Da  questo  dotto  scrittore  nell'  o- 
pera  Liturgìarum  Orientalium^  ab- 
biamo lilurgiae  copticorum  coni- 
mentarius  in  liturgiam  copticam , 
e  le  dissertazioni  de  liturgiis  ale- 
xandrinisj  et  de  lìngua  copti ca.  Fu 
Eugenio  IV  il  primo  Pontefice,  che 
tentò  col  maggior  zelo  V  unione  dei 
Copti,  invitando  amorevolmente  il 
loro  patriarca  Giovanni  ad  interve- 
nire al  concilio  generale  di  Firenze, 
mentre  cogli  etiopi,  e  cogli  abissi- 
ni vi  sono  anteriori  memorie  di 
corrispondenze  tra  diversi  romani 
Pontefici.  Il  patriarca  Giovanni  vi 
inviò  la  sua  professione  di  fede,  per 
mezzo  di  Andrea  abbate  del  mo- 
nistero  di  s.  Antonio  neh'  Egitto, 
come  si  ha  dal  Labbè,  Concilior. 
t.  XIII,  che  riporta  la  lettera  di 
tal  Giovanni  patriarca  copto,  nella 
quale  egli  s'intitola  Johannes  humi- 
lis  servus  servorum  Chrìsli,  mini- 
ster  sedis  s.  Marcì ,  magnae  scilicet 
Alexandriae,  et  totius  Aegypti,  Li- 
biaCi  Aethiopiae^  Pentapoleos  occi- 
dentalisj  Africae,  totinsque  praedi- 
cationis  apostoli  Marci.  Quindi  Eu- 
genio IV  nel  1442,  provò  la  con- 
solazione di  riunire  alla  cattolica 
Chiesa  i  giacobiti,  col  decreto  Can- 
tate Domino. 

In  progresso  i  copti  col  loro  pa- 
triarca si  separarono  nuovamente 
dalla  comunione  della  Chiesa  cat- 
tohca,  e  bramoso  il   Pontefice   Pio 


EGI 

IV  di  riunirli  alla  vera  fede,  e 
d' illuminarli  sui  loro  errori,  spe- 
di a  Gabriele,  patriarca  XCV,  il 
p.  Cristoforo  gesuita;  ma  senza  frut- 
to, benché  tal  patriarca  in  prin- 
cipio si  fosse  diniostrato  desideroso 
di  rinnovare  V  unione  colla  santa 
Sede.  Stando  pure  grandemente  a 
cuore  al  Pontefice  Gregorio  XIII 
la  nazione  coptica,  inviò  lettere  a- 
postoliche  a  Giovanni  patriarca 
XCVI ,  successore  del  precedente, 
pel  p.  Giambattista  romano  della 
compagnia  di  Gesù.  Indi  nel  Cairo 
si  celebrò  un  concilio,  che  durò  dal 
dicembre  i582,  sino  al  primo  feb- 
braio i583,  dal  medesimo  patriar- 
ca, e  dallo  stesso  padre  Giambatti- 
sta come  nunzio  del  Papa.  Dopo 
varie  dispute,  il  patriarca  Giovanni 
acconsentì  coi  copti  intervenuti  al 
sinodo  di  abbracciare  la  dottrina 
cattolica  intorno  all'incarnazione  del 
divin  Verbo.  Ma  seguita  poco  dopo 
la  morte  del  patriarca,  ed  impri- 
gionati dal  pascià  turco  i  padri 
della  compagnia  di  Gesù,  si  fra- 
stornò r  affare  dell'  unione,  cosicché 
tutte  le  cure,  che  con  molto  di- 
spendio, e  poco  o  niun  successo  a- 
vea  impiegato  Gregorio  XIII  per 
la  conversione  dei  giacobiti  egizii, 
e  soriani,  avendo  ai  primi  manda- 
to il  detto  p.  Giambattista,  ed  ai 
secondi  Leonardo  Abel  vescovo  di 
Sidone,  le  rivolse  poi  a  coltivare 
la  nazione  dei  maroniti.  L'istesso 
p.  Giambattista  fu  rimandato  po- 
scia in  Egitto  da  Sisto  V  a  Ga- 
briele patriarca  XCVII  de'  copti.  A 
lui  inoltre  fu  spedito  Girolamo  Vec- 
chietti da  Clemente  Vili  del  1592. 
Laonde  il  patriarca  fatta  la  pro- 
fessione di  fede,  lo  mandò  a  Roma 
per  mezzo  di  Giuseppe,  ed  Abdel- 
mesia,  sacerdoti  e  monaci  del  mo- 
nistero   di   s.    Macario    di   J^itria, 


EGI 

dell'Ordine  di  s.  Antonio.  Nel  iSg5 
arrivarono  in  Roma  i  due  oratori 
egiziani  spediti  dal  nominato  patiiar- 
ca  alessandrino,  i  quali  furono  te- 
neramente accolti  da  Clemente  Vili, 
ai  cui  piedi  emisero  la  professione  del- 
la fede  cattolica,  abjurando  gli  errori 
dei  greci  sulla  processione  dello  Spiri- 
to Santo,  la  reiterazione  del  battesimo 
e  di  altri  sagramwiti,  che  confessa- 
rono essere  sette  ;  riceverono  il  pri- 
mo concilio  generale  Niceno,  il  pri- 
mo, e  secondo  di  Costantinopoli, 
quelli  di  Efeso,  e  di  Calcedonia, 
riprovarono  V  eresia  eutichiana,  e 
in  nome  del  loro  patriarca  Gabrie- 
le riconobbero  il  primate  della  Chie- 
sa Romana  :  ricevettero  eziandio  i 
concilii  di  Firenze,  e  di  Trento,  e 
pregarono  istantemente  che  fossero 
unite  le  chiese  dell'Egitto,  alla 
apostolica  romana,  per  cui  il  Pon- 
tefice Clemente  YIII,  penetrato  di 
santa  gioja,  li  trattò  paternamente 
alla  presenza  del  sagro  Collegio  dei 
Cardinahj  e  poi  li  rimandò  nel- 
l'Egitto colmi  di  contentezza,  e  di 
sagri  doni.  Il  Baronio  disse,  che 
con  detti  deputati  vi  fu  ancora  Bar- 
suma,  arcidiacono^  della  chiesa  a- 
lessandrina,  con  lettera  allo  stesso 
Pontefice  dello  zio  Giovanni  arci- 
prete di  detta  chiesa,  e  che  anche 
Barsuma  fece  in  di  lui  nome  la 
professione  di  fede. 

Quanto  fosse  sincera  ed  utile 
questa  solenne  conversione,  ed  u- 
nione  del  patriaica  Gabriele,  lo  di- 
mostrò r  effetto ,  perchè  in  lui  si 
estinse  di  nuovo  la  fede  cattolica , 
che  non  si  legge  più  interamente 
professata  da  veruno  de'  suoi  suc- 
cessori. Istituita  nel  1622  da  Gre- 
gorio XV  la  Congregazione  di  Pro- 
paganda fide  {Vedi) ,  per  dilatare 
e  propagare  la  fede,  a  tre  Cardi- 
nali diede  ispezione  di  ciò    che  ri- 


EGI  i33 

guardava  gli  egiziani,  e  i  copti.  Ur- 
bano VIII,  che  gli  successe,  dopo 
aver  fondato  il  Collegio  Urbano  di 
Propaganda  fide  (Vedi) ,  per  la 
propagazione  del  vangelo,  provò  la 
consolazione  religiosa  di  ricevere  una 
lettera  da  Matteo  patriarca  C  dei 
copti.  Qualche  unione,  come  si  dis- 
se all'articolo  Etiopia,  sembrò  in- 
tavolarsi nel  pontificato  di  Alessan- 
dro VII,  ma  non  ebbe  compimen- 
to. Sotto  Innocenzo  XII  la  detta 
sagra  congregazione,  a  seconda  del 
suo  istituto,  inviò  missionari  al  Cai- 
ro, ed  il  Pontefice  scrisse  lettere 
zelanti,  ma  con  poco  successo.  JVel 
1700  per  sua  morte  fu  creato  Cle- 
mente XI,  e  come  quello  che  sep- 
pe procacciarsi  l'estimazione  del  pa- 
scià del  Cairo,  del  pascià  d'Egitto, 
e  del  governatore  della  Bitinia,  tutti 
maomettani,  provò  altresì  il  con- 
forto di  ricevere  una  lettera  di  Gio- 
vanni patriarca  CHI  de' copti,  il 
quale  riconoscendo  la  primazia  pon- 
tificia, fu  confessata  per  lui  senza 
difficoltà  dai  copti ,  come  dagli  a- 
bissini,  e  ciò  in  virtù  de'  sagri  ca- 
noni e  concili.  Osserva  però  lo  sto- 
rico Ludolfo,  che  ninna  parola  dal 
patriarca  si  fece  sugli  errori  di  Dio- 
scoro,  ne  di  ammettere  il  concilio 
di  Calcedonia,  che  sono  i  punti  es- 
senziali per  essere  i  copti  annove- 
rati tra  i  cattolici.  Indi  nel  1703 
Clemente  XI,  agli  1 1  aprile,  scrisse 
un  breve  apostolico,  che  si  legge 
nel  tom.  I,  pag.  1 64  della  sua  rac- 
colta Epist.  et  Brevia  Select.  a  quel 
patriarca  Alessandrino,  per  animar- 
lo a  venire,  senza  dimora  all'unità 
della  Chiesa  romana,  superando  gli 
ostacoli  che  ne  lo  impedivano;  ma 
il  patriarca  si  limitò  a  favorire  i 
cattolici,  e  molti  copti  abiurarono 
quindi  lo  scisma  :  ed  in  questa  con- 
discendenza   il    detto    patriarca  fu 


i34  EGI 

imitato  dal   successore    Pietro    Pa- 
triarca CIV. 

Nel  1 7 1 3  Clemente  XI,  con  som- 
ma tenerezza  e  soddisfazione,  rice- 
vette air  ubbidienza    Samuele    Ca- 
pasule    patriarca    d'Alessandria    di 
rito    greco ,    il  quale ,    abiurato  lo 
scisma,  ebbe  poi  a  soffl'ire  dai  suoi 
popoli  molti  travagli,  a  sollievo  dei 
quali  il  Papa  vivamente    lo   racco- 
mandò a  Luigi  XVI  re    di    Fran- 
cia, ed  alla  repubblica    di  Venezia 
nel  dogado  di    Giovanni    Cornaro , 
come  risulta    dal    breve   apostolico 
che  si  legge  a  pag.   3o3    della    ci- 
tata raccolta.  Il  patriarca    erasi  u- 
nito  alla  Chiesa  romana    per    l' in- 
dustria del  p.  Lorenzo  di  s.  Loren- 
zo minore  osservante,  e  per  mezzo 
del  p.    Mazzet    dell'  istesso    Ordine 
supplicò    il    Papa    di    confermarlo 
nella  sua  dignità  colle   insegne  pa- 
triarcali, ciò  che  Clemente  XI  be- 
nignamente gli  accordò  in  un  con- 
cistoro pubblico,  come  rilevasi   dal 
breve,  riportato  nel  tomo  II,  pag. 
3i6  della  raccolta.   Dopo  il  conci- 
storo  il  Papa    ricevette    a    privata 
udienza  i  due  religiosi  inviati    dal 
patriarca  Samuele ,    a'  quali    com- 
partì molte  grazie,  e  denaro  per  le 
spese  del  viaggio,  come  descrive  il  La- 
fiteau,   Vie  de  Clement  XI,  t.  II,  p. 
83.  Per  meglio  stabilire  la  fede  tra 
i  copti,  i  Cardinali  parenti  di  Ur- 
bano VIII  nel  suddetto  collegio  da 
lui  fondato  avevano  istituito  alcuni 
alunnati  pegli  abissini,  e  pei  copti  ; 
quindi  Clemente  XI ,  pieno  di  pia 
brama  per  la  salute  eterna  di  quelle 
nazioni ,    designò   dare    ad    esse  la 
Chiesa  di  s.  Stefano  de*  Morì  (Fé- 
di),  col  contiguo  ospizio,  presso  la 
basilica  vaticana,  che  già  Eugenio  IV, 
ovvero  Clemente  VII  o  Paolo  IV, 
avevano  concessa  ai  monaci  abissi- 
ni, e  copti,  ed  ove  nel  i55o  sotto 


EOI 

Giulio  III  fu  sepolto  Tesfa-Sion  mo- 
naco abissino,  e  nel  pontificato  di 
Gregorio  XIII,  l'anno  i58i,  vi  fu 
tumulato  Marco  priore  de*  nriedesi- 
mi  monaci,  chiamati  anche  frati 
indiani,  come  si  legge  nei  ruoli  del 
palazzo  apostolico,  dal  quale  era- 
no sussidiati.  Tuttora  il  rettore  di 
detta  chiesa  ed  ospizio  fruisce  dal 
palazzo  apostolico  mensili  scudi  quat- 
tordici. I  monaci  abissini  vi  abi- 
tarono sino  al  pontificato  d'  Inno- 
cenzo XI,  ma  essendo  morti  i  su- 
perstiti, fu  da  lui  afifidata  la  chiesa 
ad  un  sacerdote  maronita  chiama- 
to Matteo  Naironi,  dopo  del  quale 
Clemente  XI,  col  titolo  di  priore, 
o  rettore,  l'affidò  al  sacerdote  Sil- 
vestro Campana,  restaurando  l'ospi- 
zio, che  fu  sotto  di  lui  abitato  da 
alcuni  abissini,  mentre  vi  aveva  pur 
chiamato  ad  abitarlo  i  copti,  es- 
sendo i  loro  riti  molto  somiglianti 
a  quelli  degli  abissini.  I  copti  giun- 
sero in  Roma  nel  pontificato  d'In- 
nocenzo XIII,  ma  la  chiesa,  e  l'o- 
spizio che  loro  voleva  concede- 
re Clemente  XI  non  fu  dato  ad 
essi ,  sì  bene  il  modo  per  vi- 
vere. 

Dal  Campana  essendo  passata  la 
Chiesa  sotto  la  cura  di  monsignor 
Ansidei  poi  Cardinale,  e  venuto 
questi  a  morte  a'  4  febbraio  i73o, 
Benedetto  XIII,  cedendo  alle  istan- 
ze de'  copti,  ed  abissini  che  osser- 
vano l'istesso  rito,  li  reintegrò  della 
chiesa,  e  dell'ospizio,  ciò  che  con- 
fermò Clemente  XII  con  breve  dei 
i5  gennaio  i73i  ,  sottoponendo 
quelli  che  vi  avrebbono  risieduto 
alla  congregazione  di  Propaganda 
fide.  Subito  presero  possesso  della 
chiesa,  ed  ospizio,  a  nome  dei  copti, 
ed  abissini,  il  p.  MaciU'io  Asmalla 
monaco  antoniano ,  e  il  sacerdote 
Giovanni  Teodoro  Chiat,  ambedue 


EGI 

copti ,  gli  unici  di  lai  nazione 
che  allora  si  trovassero  in  Roma. 
Bensì  poi  vi  si  recarono  i  dia- 
coni Antonio  del  Cairo,  e  Macario 
della  Tebaide,  poscia  dispensati  ed 
assoluti  degli  ordini,  die  avevano 
ricevuto  dai  vescovi  copti  eretici. 
Nella  biblioteca  vaticana  abbiamo 
due  codici  manoscritti  antichissimi, 
che  contengono  le  ordinazioni  dei 
copti  in  lingua  coptica  o  egizia, 
colla  propria  interpretazione  ara- 
bica. Due  altri  codici  manoscritti 
moderni  da  ultimo  furono  portati 
dall'Egitto  per  ordine  della  congre- 
gazione di  Propaganda,  e  collocati 
nella  detta  biblioteca,  il  cui  conte- 
nuto è  descritto  nella  Biblioteca  o- 
rientale,  tom.  Ili,  part.  Ijpag.  641- 
642.  Il  primo  contiene  le  ordina- 
zioni del  lettore,  del  suddiacono, 
del  diacono,  del  prete,  dell' hegu- 
mento  o  arciprete,  e  dell'arcidiaco- 
no: il  secondo  le  ordinazioni  del 
"Vescovo,  del  metropolitano,  del  let- 
tore, del  suddiacono,  del  diacono, 
del  prete,  e  dell'arciprete.  E  qui 
noteremo,  che  dai  pontificali  copti- 
ci  si  raccoglie,  che  le  ordinazioni , 
consagrazioni,  e  benedizioni  presso 
i  copti  si  contano  sino  al  numero 
di  dieci,  cioè  :  i.  Psalmista  o  can- 
tore. 2.  Anagnoste  o  lettore.  3.  Hy- 
podiacono,  o  suddiacono.  4-  •Dia- 
cono. 5.  Arcidiacono.  6.  Prete. 
7.  Hegumeno  o  arciprete.  8.  Ve- 
scovo. 9.  Metropolita  o  arcivesco- 
vo. IO.  Patriarca.  Per  le  ordina- 
zioni degli  egizi  o  copti  veggasi  il 
p.  Morino  nel  suo  Trattato  delie 
ordinazioni  sagre  delle  chiese. 

Zelando  Clemente  XII  la  con- 
versione degli  scismatici ,  donò  a 
detta  congregazione  la  somma  di 
sessantamila  scudi  a  vantaggio  del- 
le missioni  orientali.  Fu  adunque 
per  le  fatiche  apostoliche  della  me- 


EGI  i35 

desima,  che  vennero  convertiti  alle 
verità  cattoliche  diecimila  copti, 
compreso  il  loro  patriarca  alessan- 
drino, sempre  resistente  agi'  inviti 
de'  precedenti  Papi.  I  successivi  ro- 
mani Pontefici,  a  mezzo  della  sud- 
detta sagra  congregazione,  col  mag- 
gior impegno  hanno  curata  la  con- 
versione dei  scismatici,  e  il  mante- 
nimento della  fede  fra  quegli  egi- 
ziani, e  copti  che  la  professano. 

Prima  di  parlare  dello  stato  pre- 
sente delle  missioni  di  Egitto,  fa- 
remo cenno  di  quello  dell' Abissi- 
nia,  cioè  del  suo  lato  orientale,  o 
regno  del  Tigre,  ch'è  una  delle  tre 
grandi  divisioni  dell'Abissinia,  del- 
la quale  qui  abbiamo  dovuto  fare 
più  volte  menzione.  Questo  paese 
abbracciò  la  fede  cattolica  nel  se- 
colo quarto,  e  fu  trascinato  da'pa- 
triarchi  di  Alessandria  nell'  eresia. 
Vi  furono  di  tempo  in  tempo  spe- 
diti dai  Pontefici  zelanti  missiona- 
ri, e  floridissimo  era  lo  stato  delle 
missioni  del  secolo  XVI,  dappoiché 
sappiamo  che  ricondussero  al  seno 
della  Chiesa  dodicimila  di  quegli 
abitanti.  In  progresso  tali  missioni 
furono  quasi  annientate  dalle  per- 
secuzioni suscitate  dall'eresia.  Sì  so- 
no fatti  nei  tempi  susseguenti  con- 
tinui sforzi  per  ristabilirle.  Ultima- 
mente il  signor  Giustino  de  Jaco- 
bis,  prete  della  congregazione  della 
missione,  ha  tentato  con  qualche 
successo  questa  così  difficile  impre- 
sa. Di  ritorno  a  Roma  nel  1841 3 
con  una  deputazione  di  abissini,  di- 
retta al  regnante  Gregorio  XVI 
(  di  che  trattammo  al  volume 
XIII,  pag.  4^  del  Dizionario) j  ne 
lasciò  alcuni  nel  collegio  urbano  di 
Propagandacele.  Ivi  in  altri  tem- 
pi eranvi  stati  alcuni  abissini,  etio- 
pi, copti,  ed  egiziani.  In  questa  cir- 
costanza Valda  Kiros,  monaco  abis- 


36 


EGI 


tino  abiurò  lo  scisma,  ricevette  la 
jsagra  ordinazione,  e  ritornò  col  sa- 
cerdote de  Jacobis  alla  sua  patria, 
dove  si  sperano  ulteriori  successi 
religiosi.  Il  medesimo  de  Jacobis  è 
prefetto  apostolico  della  missióne 
di  Abissinia,  ove  sonovi  tre  sacer- 
doti missionari  della  medesima  con- 
gregazione della  missione,  e  cento 
cattolici.  Gli  abitanti  ascendono  a 
circa  un  milione,  ed  ottocento  mila. 

Missioni  attuali  nell'Egitto. 

L' Egitto  ha  una  delegazione ,  e 
vicariato  apostolico  per  le  missioni 
dei  latini,  ed  un  vicariato  aposto- 
lico pei  copti,  cinquanta  sacerdoti, 
tredici  chiese ,  due  mila  seicento 
quaranta  cattolici  copti,  quattro 
mila  greci-melchiti,  tredici  mila  la- 
tini e  di  altri  riti,  per  cui  nell'E- 
gitto i  cattolici  si  fanno  ascendere, 
secondo  le  presenti  notizie,  al  nu- 
mero di  venti  mila  circa.  Delegato 
e  vicario  apostolico  dell'Egitto  pei 
latini  è  monsignor  Perpetuo  Gua- 
sco dell'Ordine  de'  minori  osser- 
vanti, vescovo  di  Fesse  in  partibnsj 
fatto  dal  Papa  Gregorio  XVI  a*  28 
maggio  1839.  Vicario  apostolico 
dell'Egitto  pei  copti  è  monsignor 
Teodoro  Abucarim,  già  alunno  del 
collegio  urbano,  vescovo  di  Halia 
in  partibus ,  fatto  dal  medesimo 
Pontefice  a'  11  giugno   i832. 

La  delegazione  e  vicariato  apo- 
stolico dell'Egitto  pei  latini ,  com- 
prende tutto  l'Egitto  inferiore,  e 
superiore,  non  che  l'Arabia.  In  que- 
sta regione  s'ignora  il  vero  stato 
della  religione.  Avvi  la  prefettura 
apostolica  di  Gedda,  diretta  dal  p. 
Antonio  Buonagiunta  Foguet,  del- 
1  Ordine  de'  servi  di  Maria;  in  A^ 
den  vi  è  un  missionario  dell'islesso 


EGI 

Ordine,  contando  molti  cattolici  la 
guarnigione  inglese.  In  Moka  poi 
vi  era  un  ospizio  de*  pp.  riforma- 
ti. Il  delegato  e  vicario  apostolico 
pei  latini  risiede  in  Alessandria. 

Segue    lo    stato   delle  missioni  pei 
latini  nelU  EgiUo. 

Cairo.  Vi  sono  due  chiese,  due 
preti  soriani,  cinque  minori  osser- 
vanti che  hanno  un  convento,  ed 
una  scuola.  Sono  nel  Cairo  dei  cat- 
tolici soriani,  armeni,  maroniti,  e 
greci  che  vengono  assistiti  da  preti, 
e  monaci  del  loro  rito  mandati  dai 
loro  rispettivi  patriarchi. 

Alessandria.  Wì  sono  due  chie- 
se ,  cinque  sacerdoti ,  un  convento 
de'  minori  osservanti,  ed  una  scuo- 
la. Al  presente  in  Alessandria  ad 
onore  di  s.  Caterina  si  sta  termi- 
nando l'edificazione  di  una  chiesa, 
di  cui  daremo  in  ultimo  la  de- 
scrizione. Qui  però  noteremo  che 
la  consorte  del  commendatore  Ros- 
setti signora  Antonietta  ottenne 
nella  sua  dimora  in  Roma  un  ge- 
neroso soccorso  per  detta  chiesa 
dal  regnante  Pontefice,  non  che 
altri  pii  soccorsi  per  lo  stesso  edi- 
fizio  da  molti  Cardinali,  ed  altri 
personaggi.  Inoltre  la  medesima  si- 
gnora implorò  ed  ottenne  per  mez- 
zo del  Cardinal  Mario  Mattei  dal- 
lo stesso  Gregorio  XVI,  per  la 
nuova  chiesa,  il  corpo  di  s.  Eria  Sa- 
bina martire  di  nome  proprio,  estrat- 
to a*  23  marzo  1842  dal  cimitero 
di  Priscilla,  nella  via  Salaria  nuo- 
va, con  iscrizione,  ed  ampolla,  o 
vaso  col  sangue.  Questo  corpo  ven- 
ne riccamente  vestito  alla  guerrie- 
ra, giusta  il  costume ,  e  collocato 
entro  bellissima  urna  di  legno  in- 
tagliato, e  dorato.    L'iscrizione   in^ 


EGI 

cisa    in    pietra    è    del  seguente  te- 
nore : 

AVRELIVS    SECVNDVS 

MARITVS      ET       AVRELIA 

ROMANA    FILIA 

UERIAE      SABINAE 

MATRI 

Del  cimitero  di  Priscilla  si  dà 
qualche  cenno  al  volume  XIII, 
pag.  149,  i5o  e  i5i  del  Dizio- 
nario. 

Rossetta.  Avvi  una  chiesa,  ed  un 
sacerdote  minore  osservante. 

Fajum.  Vi  è  una  chiesa,  ed  un 
sacerdote  minore  osservante. 

Damiala.  Vi  è  una  chiesa,  ed  un 
ospizio,  ch'è  stato  ceduto  ai  greci- 
melchiti. 

\\  vicariato  apostolico  dell'Egitto 
pei  copti  risiede  nel  Cairo,  ed  il 
vicario  apostolico  officia  col  suo  cle- 
ro nella  chiesa  de'  pp.  riformati 
minori.  Questi  hanno  quivi  un  ospi- 
zio ed  una  prefettura  apostolica, 
ed  assistono  il  clero  copto.  L'attua- 
le prefetto  apostolico  è  il  p.  Re- 
migio da  Chieti.  Dipendono  ed  ap- 
partengono a  questo  vicariato  tren- 
tasei sacerdoti,  de'  quali  ventisei 
sono  copti.  Vi  sono  sei  chiese,  ed 
altrettanti  conventi  ed  ospizi  degli 
slessi  pp.  minori  riformati.  De' sud- 
delti  cattolici  copti  esistenti  in  tutto 
r  Egilto,  quelli  che  sono  al  Cairo 
sono  seicentocinquanta. 

Segue  lo  slato  delle  missioni  pei 
copti j  però  secondo  le  notizie  del 
i832,  essendo  le  precedenti  quel- 
le dello  stato  attuale, 

Cairo.  Vi  è  una  chiesa  non  par- 
rocchiale  dei  minori  riformati  con 
ospizio,  ed  in  questa  chiesa  uffizia- 
no,  secondo  il  loro  rito,  i  copti,  e  i 


EOI  137 

greci-melchiti.  Vi  è  anche  una  chie- 
sa parrocchiale  dei  pp.  minori  osser- 
vanti di  Terra  santa.  Vi  sono  inol- 
tre parrochi  per  gli  altri  cattolici 
di  diverse  nazioni  e  riti.  I  copti, 
i  greci,  ed  i  soriani  officiano  nel- 
la chiesa  detta  di  Propaganda; 
i  maroniti,  e  gli  armeni  in  quel- 
la dei  latini  di  Terra  santa  in 
Cairo.  In  Alessandria  ed  in  Damia- 
ta  non  hanno  i  copti  chiesa  propria. 
Le  loro  parrocchie  sono  sei,  cioè 
in  Cairo,  in  Girge,  in  Tahata,  in 
Akmin,  in  Farsciut,  e  in  Nagade. 
iVei  mentovati  luoghi  vi  sono  scuo- 
le. Vivono  i  sacerdoti  delle  limo- 
sine  delle  messe  lette,  e  di  qual- 
che piccola  elemosina  proveniente 
dai  battesimi,  dai  matrimoni,  e  dai 
funerali,  non  che  da  oblazioni  spon- 
tanee per  l'aspersione  dell'acqua  be- 
nedetta nell'Epifania,  per  la  distri- 
buzione delle  candele  nella  festa 
delia  Purificazione  ec.  Nel  Cairo  non 
vi  è  seminario  formale,  ma  alcu- 
ni giovani  bramosi  di  abbracciare 
lo  stato  ecclesiastico,  in  casa  del 
vescovo  vicario  apostolico,  da  lui 
alimentati,  attendono  allo  studio 
della  morale  in  un  ai  sacerdoti  no- 
velli di  rito  copto.  Tali  sono  le 
notizie  del  i832,  alla  qual' epoca 
pure  appartengono  le  seguenti.  Al- 
lora nel  collegio  Urbano  di  Roma 
eranvi  due  chierici  copti,  ed  un 
abissino  convertito  del  rito  mede- 
simo. Si  legge  inoltre  nell'accen- 
nata  relazione  delle  missioni  di 
Egitto  del  i832,  che  grande  era  il 
numero  dei  copti,  i  quali  misera- 
mente giacevano  nello  scisma,  e 
nell'eresia.  Gli  errori  di  Dioscoro, 
di  Eutiche,  e  di  Severo  erano  tut- 
tora predominanti  tra  essi.  Vivono 
sotto  la  obbedienza  del  proprio 
patriarca,  residente  in  Cairo,  e  di 
otto  vescovi,  compreso  Tarcivescovo 


i38  EGI 

di  Etiopia  ;  ma  essi  dovrebbero  es- 
sere dodici.  Hanno  chiese,  e  sacer- 
doti in  tutti  i  paesi  e  villaggi  del- 
l' Egitto  tanto  superiore  che  infe- 
riore. 

Alessandria.  Evvi  ospizio  e  chie- 
sa dei  pp.  di  Terra  santa. 

Damiala.  Qui  pure  vi  è  chiesa, 
ed  ospizio  de'  pp.  di  Terra  santa. 

Gìrge.  Vi  è  un  ospizio  con  chie- 
sa parrocchiale  dei  pp.  minori  ri- 
formati. Va  avvertito,  che  in  Gir- 
ge,  Tahata,  Akmin,  Farsciut,  e  Na- 
gade  i  sacerdoti  cattolici  di  rito  co- 
pto non  hanno  chiesa  pubblica  ove 
uflìziare,  ed  amministrare  i  sagra* 
menti,  siccome  V  hanno  gli  eretici 
copti.  Si  servono  pertanto  di  quel- 
le dei  riformati. 

Tahata.  Vi  è  un  ospizio  con  chie- 
sa parrocchiale  dei  pp.  minori  ri- 
formati. 

Akmin.  Avvi  l'ospizio,  e  la  chie- 
sa de' medesimi  reHgiosi  riformati. 

Farsciut.  Qui  pure  vi  è  un  ospi- 
zio, e  chiesa  come  sopra. 

Nagade.  Vi  è  l'ospizio,  con  la 
chiesa  de'pp.  minori  riformati  da 
ultimo  restaurata. 

Breve  relazione  della  chiesa  di  s. 
Caterina  vergine  e  martire  e- 
retta  in  Alessandria  d'  Egitto 
nel  secolo  Xf^^  per  dimostrare  il 
motivo f  per  cui  neW  anno  1 84^ 
s^  incominciò  l*  edificio  di  una 
nuova  chiesa  nella  medesima 
città. 

La  chiesa  romano-cattolica  di  A- 
lessandria  d'Egitto  conta  quasi  se- 
coli quattro  dalla  sua  fondazione,  che 
si  deve  ripetere  dalla  pietà,  e  devozio- 
ne della  già  possente  repubblica  ve- 
neziana. Questa  nel  secolo  XV  do- 
po le  varie  vicende  della  guerra 
impossessatasi  quasi  di  tutto  il  coui- 


EGI 

mercìo  dell'oriente,  fondò  in  Ales- 
sandria il  centro  del  suo  esteso 
commercio  colle  Indie.  Per  la  con- 
veniente assistenza  spirituale  vi  e- 
resse  una  cappella  dedicata  alla 
gloriosa  vergine  martire  s.  Caterina. 
Questa  piccola  chiesa  fu  data  ad 
ufficiare  ai  pp.  minori  osservanti, 
già  missionari  in  Siria  e  Palestina. 
Un  piccolo  convento,  ovvero  un 
ospizio,  vi  fu  annesso  per  comodo 
dei  medesimi  religiosi  francescani. 
Alla  decadenza  del  commercio  del- 
la repubblica  suddetta  colle  Indie, 
anche  la  città  d' Alessandria  per- 
dette la  sua  considerazione;  ma  la 
piccola  casa  del  Signore  si  continuò 
ad  ufficiare  per  comodo  di  quei 
pochi  latini  indigeni,  che  non  par- 
tirono coi  veneziani.  JYeir  anno 
1798,  come  si  è  detto.  Napoleone 
s'impossessò  dell'Egitto,  ed  in  tal 
epoca  Alessandria  incominciò  nuo- 
vamente a  risorgere,  quantunque 
la  repubblica  francese  dovesse  ab- 
bandonare tutto  l'Egitto  nel  1802. 
Neil'  anno  1 806  Mehemet-AIi  at- 
tuale vice-re  fu  eletto  governatore 
generale  dell'Egitto.  Questo  gran- 
ri'  uomo  impiegò  subito  tutti  i  suoi 
talenti,  e  tutta  V  attività  per  veder 
non  solamente  rigenerato  il  deca- 
duto Egitto;  ma  anche  per  ricon- 
centrare tutto  il  commercio  dei 
suoi  paesi  in  Alessandria.  Quindi 
per  giungere  al  suo  desiderato  in- 
tento, trovò  essere  espediente  il  pro- 
teggere ogni  nazione  europea  con 
accordarle  privilegi ,  ed  esenzioni 
nel  commercio.  Adescati  gli  Euro- 
pei dalla  libe'là  civile,  e  morale  con- 
cessa ad  essi  dal  medesimo  Mehemet 
Ali,  cominciarono  a  stabi  li  rvisi  col- 
le loro  famiglie,  onde  la  popolazio- 
ne euiopea  tanto  crebbe  in  sì  bre- 
ve tempo,  che  nel  1882  si  nume- 
ravano già  circa  tre  mille  cattolici. 


EOI 

I  medesimi  missionari  francescani 
di  Terra  santa,  osservando  un  au- 
mento sì  notabile  nella  popolazione 
cattolica,  conobbero  l'imperiosa  ne- 
cessità di  erigere  un  tempio  nuovo, 
il  quale  per  la  sua  maggior  grandez- 
za fosse  proporzionato  a  contenere 
la  numerosa  cristianità  cattolica. 
D'altronde  il  vecchio  ospizio  crolla- 
va da  ogni  parte.  Tutto  concorre- 
va ad  eccitare  anche  l'attenzione 
del  padre  custode  di  Terra  san- 
ta ,  sotto  il  cui  regime  spirituale 
dipendeva  la  missione  dei  pp. 
francescani.  Era  in  allora  presiden- 
te e  parroco  di  Alessandria  il  p. 
Vincenzo  di  s.  Anastasia,  religioso 
egualmente  pio,  che  intraprenden- 
te. Questi  si  propose  di  ergere  un 
nuovo  convento  e  chiesa;  ma  come 
riuscire  nell'esecuzione  de' suoi  pro- 
getti senza  un  convenevole  spazio 
di  terreno?  Senza  consultar  l'altrui 
parere,  cominciò  a  spianare  un  gran- 
de spazio  contiguo  al  medesimo  ca- 
dente ospizio,  sperando,  che  S.  A. 
Mehemet-Alì  gliene  concedesse  qual- 
che estensione.  Di  fatto  volle  la 
Provvidenza,  che  un  giorno  vi  pas- 
sasse S.  A.  a  caso,  e  vedendo  sì 
fatta  spianata,  domandò  chi  avesse 
fatta  sì  beli'  opera  di  spianare  a 
forma  di  giardino  tanto  terreno.  Il 
signor  Mimaut  console  generale  di 
Francia  gli  rispose,  che  i  religiosi 
del  convento  aveano  fallo  simile 
lavoro,  sulla  certa  speranza,  che  S. 
A.  si  sarebbe  degnata  di  conceder- 
gliene un  gran  pezzo. 

Il  buon  vice-re  rispose  subito, 
che  ben  volentieri  condiscendeva  ai 
desideri  dei  religiosi  per  migliorare 
la  loro  angusta  abitazione.  Il  me- 
desimo console  qual  protettore  del- 
la chiesa,  approfittando  dell'  otti- 
ma disposizione  di  S.  A.,  si  pre- 
se   a    cuore    di    ottenere   i  requi- 


EGI  i39 

siti  documenti  per  il  legale  pos- 
sesso del  terreno  concesso  a  bene- 
ficio del  convento  consistente  in  un 
quadrato  di  piedi  francesi  2 1 59. 
Avanti  i  documenti,  per  evitare 
qualunque  sinistro  avvenimento  fu- 
turo, il  zelante  p.  presidente  prese 
subito  a  cingere  di  mura  il  con- 
cesso terreno,  e  per  accorrere  alle 
gravi  spese  aprì  una  soscrizione  fra 
gli  abitanti  di  Alessandria.  Non  è 
da  passarsi  sotto  silenzio,  che  i  re- 
ligiosi godevano  sì  favorevole  opi- 
nione, che  non  i  cattolici  solamen- 
te ,  ma  gli  eretici,  scismatici,  israe- 
liti, e  persino  i  mussulmani  vollero 
contribuire  all'  impresa  con  la  loro 
generosità.  Fra  gli  ultimi  merita 
special  menzione  Moharram  Bey,  ge- 
nero di  S.  A. 

I  materiali  però  mancavano,  e 
per  comprarli  si  avrebbe  dovu- 
to pagarli  a  caro  prezzo;  ma  sic- 
come il  terreno  concesso  era  per 
l'appunto  nel  cuore  dell'antica  A- 
lessandria,  giudiziosamente  pensò  il 
p.  presidente,  che  facendosi  dei 
profondi  scavi  si  sarebbero  forse 
trovati  i  necessari  materiali.  In  fatti 
cominciaronsi  questi  scavi  con  esito 
tale,  che  si  poteva  augurare  una 
copia  sufficiente  di  pielre  per  compire 
tutta  l'opera.  Con  queste  pietre  si 
gettarono  prima  i  fondamenti  del 
convento,  ed  il  lavoro  proseguì  as- 
sai bene  tutto  l'anno  i834,  e  por- 
zione del  i835.  Quando  un  colpo 
inaspettato  fece  sospendere  ogni  la- 
voro. Questo  colpo  fatale  fu  la  pe- 
ste del  i835,  che  avendo  quasi 
dimezzata  la  popolazione  Alessan- 
drina, compì  la  sua  strage  con 
involarne  anche  il  p.  presidente 
nel  più  bel  fiore  de'suoi  anni.  D'al- 
lora in  poi,  sia  per  mancanza  di 
mezzi  pecuniari,  sia  pur  anche  di 
persona  attiva,  V  opera  restò  sospe- 


i4o  EGI 

sa  fino  al  i838.  In  quest'epoca 
prese  le  redini  del  governo  di  Ter- 
ra santa,  il  padre  l^erpetuo  Guasco 
di  Solerò,  e  questi  venuto  nello 
stess'anno  in  sagra  visita,  e  rico- 
nosciuta personalmente  V  estrema 
necessità  e  di  convento,  e  di  chiesa 
convenevoli  ai  religiosi,  ed  alla  po- 
polazione di  Alessandria,  diede  or- 
dine, che  si  proseguisse  il  lavoro 
interrotto.  Avuta  però  considera- 
zione alle  critiche  circostanze,  in 
cui  si  trovava  la  città,  sia  per  ca- 
gione della  peste,  che  continuava 
a  fare  strage  sulla  misera  uma- 
nità ,  sia  per  V  interruzione  del 
commercio  ,  necessaria  conseguen- 
za del  contagio ,  si  compiacque 
egli  di  supplire  alla  maggior  parte 
delle  spese  colle  limosine  di  Terra 
santa. 

Eletto  quindi  il  medesimo  p. 
Guasco  dalia  santa  Sede  con  bolla 
in  data  i8  maggio  1839  vescovo 
di  Fez,  e  vicario  apostolico  dell'E- 
gitto ed  Arabia,  e  fissata  nel  1841 
la  sua  residenza  in  Alessandria, 
nulla  ebbe  più  a  cuore,  che  acce- 
lerare il  compimento  del  convento, 
e  porre  mano  in  pari  tempo  alla 
erezione  della  già  da  gran  tempo 
disegnata  casa  di  Dio.  La  nazione 
europea  aumentata  almeno  del  tri- 
plo dal  1882,  esigeva  imperiosa- 
mente un  santuario  proporzionato 
al  suo  numero.  È  vero,  che  gli 
scavi  nel  giardino  continuavano  ad 
essere  abbondanti  di  pietre,  e  che 
quindi  i  materiali  non  mancavano; 
ma  i  mezzi  pecuniarii  erano  scarsi. 
Il  nuovo  vicario  apostolico  coltiva- 
tosi in  primo  luogo  V  affetto,  e  la 
stima  del  suo  nuovo  gregge,  non 
dubitò  di  accingersi  ad  un'opera 
così  dispendiosa,  confidando  sem- 
pre, che  quel  Dio,  all'  onor  del 
quale  dedicavasi  l'opera,  non   l'a- 


EGI 

vrebbe  abbandonato.  I  rispettabili 
signori  consoli  generali  non  eccet- 
tuati quelU  di  diversa  comunione, 
applaudirono  al  pio,  ed  ottimo  di- 
segno, e  promisero  di  concorrere 
alle  spese  con  tutti  i  mezzi  loro 
possibili.  Si  apri  per  tanto  una 
nuova  colletta  fra  gli  abitanti  del- 
la città;  ed  in  questa  sopra  tutti 
si  distinse  la  generosità  dei  signori 
commendatore  A.  De  Rossetti,  A- 
bogosc  Bey,  A.  Laurin,  Rohan  de 
Ghabous,  Pastrè,  Zizinia,  D'Ana- 
stasy,  Tossizza,  Paolo  Cerruti  ec, 
non  che  dello  stesso  regnante  som- 
mo Pontefice,  di  parecchi  Cardi- 
nali, e  di  altri  personaggi.  Il  vi- 
cario apostolico  diede  in  quest'oc- 
casione nuove  prove  del  suo  ze- 
lo per  la  gloria  di  Dio,  ed  an- 
che del  suo  apostolico  disinteresse; 
imperocché  vìvendo  egli  mai  sem- 
pre qual  povero  francescano,  e  glo- 
riandosi di  osservare  la  povertà  del 
suo  instituto,  consagrò  tutto  il  suo 
onorario  all'  erezione  del  nuovo 
tempio. 

Quindi  il  dì  2  gennaio  1842 
con  pubbliche  dimostrazioni  di  gio- 
ja  si  posero  i  fondamenti  della 
nuova  chiesa  di  s.  Caterina  vergine 
e  martire.  Il  disegno  della  mede- 
sima è  semplice  sì,  ma  bello  e 
maestoso.  Essa  è  in  forma  di  croce 
greca  a  tre  navate  con  9  altari, 
lunga  piedi  francesi  i56,  larga  alla 
croce  traversale  1 1 5.  I  pilastri  sa- 
ranno d'  ordine  jonico,  e  questo  re- 
gnerà tanto  neir  interno  della  chie- 
sa, che  neir  esterno  della    facciata. 

La  somma  raccolta  venne  ben- 
presto  esaurita,  ma  la  divina  Prov- 
videnza aprì  un'  altra  più  copiosa 
sorgente,  e  questa  si  è  il  consiglio 
centrale  della  propagazione  della 
fede  di  Lione.  Questo  ha  già  som- 
ministrato qualche  somma,   ed   ha 


EGN 

passalo  positiva   promessa   di    con- 
correre anche  in  seguito. 

Oltre  i  citali  autori  delle  cose 
egiziane,  nella  celebre  tipografia  del 
collegio  Urbano,  ossia  della  congre- 
gazione di  Propaganda  furono  stam- 
pate, e  si  trovano  le  seguenti  ope- 
re :  Dhirnum  Alexandrinum  copto- 
arahicum  lySo.  Fragmentum  s. 
Joannis  graec-copt-thebaicum  saec. 
IV,  Addilamentum  ex  vetitstìssimis 
membranis  lectionum  evangelicanim 
divinae  missae  cod.  diaconici  reli- 
quiae,  et  liturgica  alia  fragmcnta 
veteris  Thebaldensium  ecclesìae  an- 
te  Dioscorum  ex  Veliterno  mu- 
seo JBorgiano,  cum  versione  la- 
tina^  notis  illuslrataj  di  August. 
Ant.  Georgius  1789.  Del  medesi- 
mo abbiamo  de  miraculis  s.  Co- 
luthi  etc.  cum  dissertatione  Card. 
Borgia  de  cultu  s.  Coluthi  ec.  1793. 
Psalterium  Alexandrinuni  copto- a- 
rabicum,  i749'  Da  Raffaele  Tuki 
poi  si  hanno  queste  opere  pure  esi- 
stenti nella  lodata  tipografìa,  Mis- 
sale  copto-arabicum,  ex  codicibus 
Vatìcanìs  et  Aegyptiacìs,  1736. 
Pontificale  et  Euchologium  ale- 
xandrinum-copto- arabi  cum  j  1761. 
Rituale  copto-arabicum,  1 763.  Ru- 
dimenta  lìnguae  copticae  sive  Aegy- 
ptiacae  1778.  Theotochia  copto-a- 
rabica  1 764. 

EGN  AZI  A.  Sede  episcopale  della 
provincia  Bizacena,  nell'  Africa  oc- 
cidentale, sotto  la  metropoli  di  A- 
dramilo. 

EGUILLTNO,  Cardinale.  Eguil- 
lino  del  titolo  di  s.  Pietro  in  Vin- 
coli. Trovasi  questo  nome  soscritto 
in  una  bolla  di  Alessandro  III,  spe- 
dila nel  1164  in  Montpellier  a  fa- 
vore di  Pietro  abbate  di  Bonifonte; 
ma  è  cosa  troppo  chiara,  che  per 
un  errore  degli  amanuensi  sia  stato 
scritto   Eguillino   piuttostochè    Gu- 


EGW  i4i 

gllelmo.  Cardinale  di  quel  lilolo, 
vìssuto  appunto  nel  pontificato  di 
Alessandro  III,  il  cui  nome  si  tro- 
va in  molte  delle  sue  bolle.  Eguil- 
lino infatti  non  viene  mai  men- 
zionato dagli  autori,  che  hanno 
scritto  de*  Cardinali.  V.  Matteo 
Guglielmo,   Cardinale. 

EGUMENO  (ffegumenus).  Ar- 
chimandrita, abbate,  o  superiore 
del  monistero  dei  monaci,  fra  i 
greci,  russi,  e  nestoriani,^  dalla  vo- 
ce greca  che  significa  condottiero. 
Presso  Anastasio  Bibliotecario  si  leff- 
gè  Hegumenarchium  in  significato 
di  abitazione,  ed  ospizio  del  superio- 
re, Eugumenarchium.  Altri  dicono, 
che  gli  Eugumeni  sono  subordina- 
ti non  solo  agli  archimandriti,  ma 
pure  agli  esarchi  loro  capi;  e  che 
le  loro  funzioni  sono  analoghe  a 
quelle  dei  provinciali  regolari. 

EGWINO  (s).  Egwino  nacque 
di  sangue  reale,  perchè  figlio  del 
re  di  Mercia.  Egli  di  buon'ora  si 
consacrò  al  Signore,  e  cresciuto  co- 
gli anni  in  virtù  e  meriti ,  nel 
592,  fu  innalzato  alla  dignità  di 
vescovo  di  Worcester.  Libero,  co- 
me conviensi  ad  un  pastore  zelan- 
te, nel  reprimere  il  vizio,  si  pro- 
curò la  persecuzione  degli  ostinati 
peccatori,  per  sottrarsi  dalla  qua- 
le pensò  di  condursi,  pellegrinando, 
in  Roma.  Nel  702,  ritornato  alla 
sua  sede,  e  trovata  più  docilità  nei 
diocesani,  fondò  la  famosa  badia 
di  Evesham ,  cui  dedicò  alla  san- 
tissima Vergine.  Resse  da  buon  pa- 
store la  sua  diocesi,  soccorse  con 
liberalità  i  poveri,  mantenne  in  tut- 
to il  vigore  la  ecclesiastica  discipli- 
na, e  morto  santamente  il  dì  3o 
dicembre  dell'anno  717,  fu  sepolto 
ad  Evesham.  Agli  1 1  gennaio  del- 
l'anno II 83,  seguì  la  sua  traslazio- 
ne   a    pili  onorevole  luogo,  ed   in 


j42  Eie 

tal  giorno  è    segnata  la    sua   festa 

dai  martirologi  inglesi. 

EIBERTO,  Cardinale.  Eiberto 
del  titolo  di  s.  Clemente.  Il  suo 
nome  si  trova  sottoscritto  nel  de- 
cimosettimo luogo  in  una  bolla  spe- 
dita da  Onorio  II,  nel  1 129,  a  fa- 
Tore  del  monistero  di  Vendosme 
nelle  Gallie.  Mancano  però  notizie 
più  estese  di  questo  Cardinale. 

EICHSTETT,  o  AICHSTADT 
(Eysletten.).  Città  con  residenza  ve- 
scovile nel  regno  di  Baviera,  cir- 
condario della  Regen  ,  capoluo- 
go del  principato  del  suo  nome, 
il  quale  è  una  giurisdizione  signo- 
rile, ed  immediata  della  Baviera. 
11  re  Massimiliano  Giuseppe,  aven- 
do acquistato  questo  paese  nel  i8o5, 
colla  pace  di  Presburgo,  lo  ripartì 
fra  i  circondari  della  Regen,  della 
Rezat,  e  del  Danubio  superiore. 
Quindi,  nel  18 15,  lo  staccò  da 
questi  stati,  e  lo  eresse  in  princi- 
pato a  favore  del  principe  Eugenio 
Beaucharnais  suo  genero,  il  figlio 
del  quale,  Massimiliano  Giuseppe 
duca  di  Leucbtenberg,  principe  im- 
periale di  Russia,  n'  è  1'  attua- 
le principe.  Eichstett  giace  in  u- 
na  bella  vallata  sull'Altmùlh,  ed 
è  Tordinaria  residenza  del  princi- 
pe di  Eichstaedt,  di  un  tribunale 
civile^  e  di  una  camera  fiscale.  Ha 
quattro  sobborghi,  tre  piazze  pub- 
bliche, tre  strade  principali,  un  bel- 
lissimo castello,  una  cattedrale,  ed 
altre  chiese  cattoliche ,  fra  le  qua- 
li è  degna  di  osservazione  quella 
di  s.  Walburga.  Avvi  pure  una 
biblioteca,  ed  un  deposito  di  og- 
getti d'arte.  In  vicinanza  si  vede 
il  castello  di  Wilibaldsburg,  e  sopra 
una  altura  presso  Altmùlh,  quel- 
lo di  Pfiinz.  Alcuni  pretendono, 
che  Eichsett  o  Aichstadt,  Aicìista- 
diiim    et    Qucrcelum,   sia  VJuica- 


EIG 

tum  degli  antichi  ;  altri  credono, 
che  questo  nome  sia  dovuto  al 
borgo  di  Nassenfels  a  tre  leghe 
da  Ingoldsladt,  nella  diocesi  me- 
desima d'Eistett;  ma  soggiungono, 
che  essendo  stata  distrulla  la  cit- 
tà di  Aiireatum  dai  barbari,  ven- 
ne pure  spento  il  vescovato,  di 
cui  era  sede.  Commanville  dice, 
che  ciò  segui  nel  quinto  secolo, 
per  le  irruzioni  degli  unni  feroci. 

Il  vescovato  d'Eichstelt  fu  isti- 
tuito verso  Tanno  ySg  da  s.  Boni- 
facio arcivescovo  di  Magonza,  che 
venne  ajutato  in  ciò  da  Suigero 
conte  di  Hirchsbert,  e  poi  conseguì 
dal  Pontefice  Gregorio  III,  che  il 
proprio  parente  s.  Willibaldo  mo- 
naco in  Monte  Cassino  lo  seguisse 
in  Germania  per  le  missioni  evan- 
geliche. In  appresso  lo  ordinò  prete, 
e  poscia  primo  vescovo  d'  Aich- 
stadt in  Franconia,  dichiarandolo 
sulfraganeo  della  metropoli  di  Ma- 
gonza.  S.  Willibaldo  fondò  in  Eich- 
stett un  monistero  di  monaci,  cui 
diede  la  regola  da  lui  professata 
a  Monte  Cassino,  ed  ove  spesso  si 
ritirava.  Dopo  quarantacinque  an- 
ni di  episcopato,  morì  in  questa 
città,  e,  nel  1270,  dal  vescovo  Il- 
debrando, fu  eretta  in  suo  onore 
una  chiesa,  ove  si  trasportarono  le 
sue  reliquie.  Nel  io52  s.  Leone 
IX  fece  vescovo  d'Aichstadt  Ge- 
beardo  d'Innspruck,  già  monaco  be- 
nedettino, parente,  e  consigliere  del- 
l'imperatore  Enrico  IH,  e  conte 
Calbense;  ed  alla  morte  del  Papa, 
nel  io55  gli  fu  dato  in  successo- 
re lo  stesso  Gebeardo,  col  nome  di 
Vittore  II.  Visse  nel  pontificato  due 
anni,  tre  mesi,  ed  alcuni  giorni, 
nel  qual  tempo  governò  pure  la 
chiesa  d'Eichstelt,  ch'egli  avea  rite-» 
nula. 

Verso    l'anno     i3oo,    Gerardo, 


Eie 
conte  di  Hirchsbert,  ullimo  di  sua 
famiglia,  aggiunse  a  questo  vescova- 
to la  contea,  e  la  città  di  Ber- 
chingen  ;  e  parecchi  altri  signori 
arricchirono  con  pie  donazioni  que- 
sta illustre  chiesa.  Il  vescovo  di- 
venne principe  sovrano  deirimpe- 
rOj  e  prelese  avere  la  precedenza 
sui  vescovi  suffraganei  di  Magonza. 
Ebbe  a  vescovi  vari  principi  di 
sangue  sovrano,  ed  anticamente  le 
sue  rendite  ascendevano  a  circa 
quarantamila  scudi.  Nel  1462,  Pio 
II  creò  Cardinale  Giovanni  d'Ay- 
ch,  nobile  alemanno,  e  vescovo  di 
Eichstett;  ma  vuoisi  che  virtuosa- 
mente non  volesse  accettare,  di  che 
il  Cardella,  Mem.  Stor.  t.  Ili,  p.  iSj, 
riporta  testimonianze  prò  e  cen- 
tra. Restauratore  della  disciplina 
del  clero,  padre  de'poveri,  fabbri- 
cò un  ospedale,  e  la,  cappella  di 
s.  Agnese  nella  chiesa  di  s.  Wal- 
burga,  ove  volle  essere  sepolto.  Il 
Pontefice  Benedetto  XIV,  con  bol- 
la Ad  Pastoralis,  data  a'  3  lu- 
glio 1745,  Bull,  Bened.  XIV,  tom. 
I,  pag.  533,  concesse  ai  vescovi  di 
Eichstett  il  privilegio  di  portare 
innanzi  la  croce  fuorché  in  pre- 
senza dell*  arcivescovo  metroplita- 
no,  quando  questo  non  glielo  per- 
mettesse. Ma  il  sommo  Pontefice 
Pio  Ylf,  in  virtù  del  concordato 
à^  ^  giugno  '817»  eresse  la  chie- 
sa di  Baraberga  in  metropolitana, 
tolse  Eichstett  dalla  giurisdiziojie 
di  Magon/a,  ed  alla  nuova  metro- 
poli la  sottopose.  Il  regnante  Pon- 
tefice Gregorio  XVI,  nel  concisto- 
ro degli  II  luglio  i836,  dichiarò 
vescovo  Carlo  dei  conti  di  Reisa- 
ch,  ed  a' 17  del  medesimo  il  con- 
sagrò nella  patriarcale  basilica  di 
s.  Maria  Maggiore. 

La  chiesa    cattedrale  è  dedicala 
alla  b.  Vergine  Maria,  ed  a  s.  Wil- 


EIG  143 

libaldo  vescovo,  il  cui  corpo  ivi  è 
tenuto  in  gran  venerazione,  essen- 
do anche  patrono  della  città.  Essa 
è  un  antico,  e  buon  edifizio.  Il  ca- 
pitolo si  compone  di  due  dignità, 
cioè  del  prevosto,  e  del  decano,  di 
dieci  canonici,  comprese  le  due  pre- 
bende di  penitenziere,  e  teologo,  di 
sei  vicari,  non  che  di  altri  pre- 
ti e  chierici  addetti  al  servigio  del- 
la chiesa.  Nella  cattedrale  evvi  il 
battisterio  colla  cura  d'anime,  e  fa  da 
parroco  un  canonico.  L'episcopio, 
ottimo  edificio,  non  è  molto  di- 
stante dalla  cattedrale;  ed  il  ve- 
scovo novello  è  tassato  nei  libri 
della  camera  apostolica  in  fiorini 
cinquecento.  Nella  città  vi  sono  due 
altre  chiese  parrocchiali  munite  di 
sacro  fonte,  un  convento  di  reli- 
giosi, due  monisteri  di  monache, 
due  ospedali  ed  il  seminario.  Me- 
rita speciale  menzione  la  celebre 
chiesa  di  Walburga  presso  il  mo- 
nistero  del  suo  nome^  già  dedicata 
alla  santa  Croce,  come  si  legge 
nella  vita,  che  di  questa  santa  ver- 
gine scrisse  Filippo  vescovo  di  Ai- 
chstat,  e  nel  Gretsero  de  Sanctis 
Eystettensibus. 

Santa  Walburga  sorella  dei  ss. 
Guillebaldo  o  Willibaldo  suddetto^ 
e  Gombaldo,  che  travagliarono  con 
s.  Bonifacio  per  propagar  la  fe- 
de in  Alemagna,  fu  eletta  abbadessa 
del  monistero  fondato  dai  fratelli 
ad  Heiderheim  nella  diocesi  di 
Aichstadt.  Ivi  moiì  nel  779,  e  di 
poi  neir870  le  sue  reliquie  furono 
portate  in  Aichstadt  nella  detta 
chiesa,  che  da  lei  prese  il  nome, 
per  la  celebrità  dei  miracoli  da  Dio 
operati  ad  intercessione  di  lei,  mas- 
sime coir  olio  prodigioso,  che  tut- 
tora in  tempo  determinato  scatu- 
risce dalle  sue  ossa  senza  che  mai 
s'intorbidi,  o    corrompa,  quantun- 


i44  ELA 

que  sieno  passati  molti  anni.  Gran 
lìumero  di  prodigi  racconta  il  ve- 
scovo Filippo  summentovato,  che 
scrisse  la  vita  della  santa  sul  fini- 
re del  secolo  XIII ,  comprensiva- 
mente a  quello  da  lui  provato.  Al- 
trettanto narra  Enrico  Rebdorfifen- 
se  negli  Annali  all'anno  i358.  Ce- 
lebre è  questo  sagro  olio  per  tutta 
la  Germania,  e  le  monache  di  s. 
Walburga  Io  dispensano  ai  fede- 
li devoti.  Il  culto  della  santa  è 
diffuso,  e  ad  essa  vennero  dedicate 
chiese  tanto  in  Germania,  che  nel 
Brabante,  nella  Fiandra,  nella  Fran- 
cia, ed  altrove.  V,  il  Raderò,  Ba- 
variae  Sanctae,  tom.  Ili,  p.  4« 

EIDELBERGA.  V,  Heidelberga. 

EINARDO  (  s.  ).  Nella  famosa 
badia  di  Fonlenelle  in  Normandia 
fondata  da  s.  Vandregesilo ,  oltre 
ad  altri  santi ,  risplendette  anche 
Einardo.  Educato  prima  alla  corte 
di  Carlo  Magno,  fu  poscia  da  Lo- 
dovico il  Bonario  promosso  all'in- 
tendenza di  Aquisgrana.  Inclinato 
però  il  suo  spirito  agli  esercizi  del- 
l'evangelica mortificazione,  temen- 
do col  vivere  in  mezzo  al  secolo , 
di  perderlo,  abbandonò  il  mondo, 
e  si  consacrò  del  tutto  al  Signore. 
Sostenne  egli  il  carico  di  abbate  in 
quella  cospicua  badia  ,  e  prima  di 
morire,  ne  lasciò  ad  altri  il  governo, 
per  vivere  da  semplice  monaco  nel- 
l'umiltà del  suo  spirito.  Mori  nel- 
l'anno 829,  ed  è  onorato  li  18 
maggio. 

ELAEA ,  o  ELiEA.  Città  epi- 
scopale della  prima  provincia  del- 
l'Asia, neir  esarcato  del  suo  nome 
appartenente  all'Eolide,  situata  sul 
mare.  Scorre  tra  Elaea,  e  Pitane 
la  riviera  chiamala  Caica ,  dalla 
quale  si  forma  il  golfo  Elaitico.  In 
questa  città  era  vi  il  porto  dei  Per- 
gameni,  di  cui  si  fa   menzione    da 


ELC 

molti  degli  antichi  geografi.  Vuoi- 
si, che  sia  l'odierna  Alea  nella  Na- 
tòlia. Gommanville  dice,  che  la  se- 
de vescovile  venne  fondata  nel  V 
secolo  sotto  la  metropoli  di  Efeso. 
11  p.  Le  Quien,  nell'  Oriens  Chrisl. 
tom.  I,  pag.  700,  registra  tre  vesco- 
vi, cioè  Isaia,  Olbiano,  e  Teodolo, 
i  quali  vi  ebbero  sede. 

ELASSAN.  Sede  vescovile  di  Tes- 
saglia, nella  diocesi  dell'  lUiria  o- 
rientale,  sotto  la  metropoli  di  La- 
rissa.  Vuoisi  essere  Oloosson,  o 
sia  Leuca,  cosi  detta  dalla  bian- 
chezza del  suo  terreno  argilloso.  Fu 
pure  chiamata  Elissum ,  e  venne 
poscia  unita  a  Demonica,  o  Dome- 
nica, che  Commanville  chiama  Do- 
moci,  facendo  risalire  la  fondazione 
di  sua  sede  al  nono  secolo.  Cinque 
vescovi  vi  fecero  residenza,  e  sono 
Simeone,  Gregorio,  Damasceno,  Ar- 
senio, ed  Atanasio.  Oriens  Christ. 
tom.  Il,  pag.    127. 

ELATE  A,  o  ELATIA.  Sede  ve- 
scovile della  prima  Achea,  o  Elia- 
de neir  esarcato  di  Macedonia,  dio- 
cesi dell'  Illiria  orientale  ,  sotto  la 
metropoli  di  Cerinto.  Commanvil- 
le la  pone  sotto  la  metropoli  di  A- 
tene,  e  la  dice  fondata  nel  V  secolo, 
presso  il  villaggio,  che  i  greci  chia- 
marono Tuchocori.  In  questo  luo- 
go da  Pausania  ed  Aristide  fu 
disfatto  Mardonio,  coli' esercito  di 
Serse  re  di  Persia.  Anlenodoro,  ed 
Alessandro  suoi  vescovi  vi  ebbero 
sede.  Oriens  Christ.  tom.  II,  pag. 
2o5. 

ELGA,  o  ELCHE  (llUcis).  Città 
vescovile  di  Spagna,  nella  provin- 
cia di  Valenza,  poco  distante  dalla 
riva  sinistra  dell'Elda,  che  si  rende 
nel  lago  di  Elche,  in  una  pianura 
amenissima  quasi  interamente  co- 
perla  di  palme.  Vi  sono  molte  stra- 
de assai  belle,  qualche  casa  ben  fab- 


ELE 

bricala,   un  castello,  ed   alcune    al- 
tre  gran    piazze    pubbliche    ornate 
di  fontane.   Vi  hanno  pure  diverse 
chiese ,  e  pii  stabilimenti.    Fu  pa- 
tria di  alcuni  uomini  illustri,  tra  i 
quali  Giorgio  Juau,  autore  di  mol- 
te opere  di  navigazione,  geometria, 
ed  astronomia.  Il  piccolo  lago,  che 
ne    porta    il  nome,    per  un  canale 
comunica  col  Mediterraneo.    Com- 
juanville  dice,  che  nel   sesto  secolo 
vi  fu  fondata  la  sede    vescovile,  la 
quale  verso  il    i5i3  venne    trasfe- 
rita ed  unita  ad   Orihuela   (Vedi). 
ELEAZARO    (s.).    Eleazaro,  di 
un'illustre  famiglia,  nacque  nell'an- 
no  1285  a    Robiano    nella    diocesi 
di    Apt.    Ai    Signore    venne    dalla 
propria  madre  consagrato    sin    dal 
suo  nascere,  e  tal  si  mantenne  egli 
cresciuto  negli  anni.  Compassionevo- 
le verso  i  poveri,  li  soccorreva  fin  da 
fanciullo,  dividendo  con  loro  il  pro- 
prio alimento.  L'abbate  di  s.  Vitto- 
re di  Marsiglia,  di  lui  zio,  il    volle 
seco  nel  monistero  per  istituirlo  nel- 
le scienze  divine  ed  umane.  Rigido 
contro  se  stesso,  di  buon'  ora  si  cin- 
se di  aspro    cilicio,    e    quantunque 
in  età  di  soli  quattordici  anni,  Car- 
lo II  re  di  Sicilia   lo    avesse    fatto 
sposo  a  Delfina  di  Glandeves,    con 
essa  di    reciproco    consenso    si    ob- 
bligò a  vivere    continente.    Orbato 
Eleazaro,  nell'età  di  ventitré   anni, 
de'  propri  genitori,  e  divenuto  quin- 
di erede  di  ricca  sostanza,  sovven- 
ne più  largamente  sino    d'  allora  i 
poveri.  Quotidiana  era   per    lui  la 
recita  del  divino  offizio,  e  frequen- 
temente si  accostava  alla  santissima 
comunione.  Con  gran    diligenza  ed 
esattezza  adempiva  agli  obblighi  del 
suo  slato,  governando  la  sua  fami- 
glia, e  i  suoi  domestici,  con  quella 
saviezza,  che  di  rado  si  osserva  pra- 
ticata nelle  case  dei  grandi.  Le  re- 

VOI,.     XXI. 


ELE  145 

gole  ch'egli  prescrisse  furono  del 
seguente  tenore:  i.  Tutti  queUi, 
che  compongono  la  mia  famiglia , 
ogni  giorno  ascolteranno  la  s.  Messa. 
2.  Se  alcuno  de'  domestici  giura , 
o  bestemmia,  sarà  scacciato  di  ca- 
sa. 3.  Tutti  abbiano  a  rispettare  il 
pudore.  4*  Sì  i  maschi,  che  le  fem- 
mine dovranno  confessarsi  ogni  set- 
timana. 5.  L' ozio  sia  bandito  in 
mia  casa.  6.  Sieno  proibiti  i  giuo- 
chi di  rischio.  7.  La  pace  non  sia 
turbata  da  alcuno,  perchè  Iddio 
abita  dove  essa  regna.  8.  Nascen- 
do qualche  contesa,  prima  che  il 
sole  tramonti  abbia  a  succedere  la 
pace.  9.  Ogni  sera  si  raduni  la  fa- 
miglia in  santa  meditazione,  io.  Sia 
proibito  a  qualunque  di  portar  no- 
cumento veruno  a  chicchessia,  e  sie- 
no tenuti  lutti  di  trattare  con  ca- 
rità e  dolcezza  i  poveri,  che  abbi- 
sognassero di  soccorso.  Col  proprio 
esempio  Eleazaro  perfettamente  cor- 
rispondeva a  quanto  avea  prescritto. 
La  moglie  poi,  perchè  dotata  di 
un'  indole  la  più  tranquilla,  e  per- 
chè da  un  sì  santo  marito  ammae- 
strata, esattamente  adempiva  anche 
ella  le  sue  parti.  Tutti  gli  addetti 
al  servigio  di  lei  onoravanla  come 
lor  madre ,  ed  ella  teneali  come 
suoi  figli.  Il  voto  privato  di  conti- 
nenza fu  reso  pubblico  e  solenne, 
e  nel  giorno  medesimo  che  il  fe- 
cero, ambedue  separandosi  si  rico- 
verarono nel  terz'  Ordine  di  s. 
Francesco.  Nell'anno  i323  Eleaza- 
ro spedito  in  Francia  ambasciato- 
re, cadde  malato  a  Parigi ,  e  si 
preparò  alla  morte.  Col  suo  testa- 
mento provvide  alla  moglie,  ai  do- 
mestici, e  soprattutto  ai  monisteri, 
ed  agli  spedali.  Volle  con  una  con- 
fessione generale  purificare  l'anima 
sua,  che  sempre  monda  avea  te- 
nuta da  colpa  mortale.  Meditando 
10 


i46  ELE 

di  continuo  la  passione  e  morte  del 
nostro  Redentore,  trovava  un  dol- 
ce conforto  alle  sue  arabascie:  fi- 
nalmente ricevuto  il  santissimo  Via- 
tico con  la  più  tenera  commozio- 
ne, e  COSI  pure  l'estrema  unzione, 
caduto  in  una  agonia  assai  peno- 
sa, volò  al  cielo  il  giorno  27  set- 
tembre dell'anno  i323,  contando 
soli  trentotto  anni  di  età.  Le  di 
lui  spoglie  furono  trasportate  nella 
chiesa  dei  francescani  di  Apt,  in 
Provenza,  ove  ancora  esistono.  Ur- 
bano V  segnò  la  bolla  di  sua  cano- 
nizzazione, e  Gregorio  XI  la  pub- 
blicò. 

La  santa  delfina  sua  sposa  vi- 
veva ancora  quando  il  marito  suo 
Eleazaro  fu  dichiarato  santo.  Ella 
sempre  costante  nella  pratica  delle 
virtù  visse  al  mondo,  come  al  mon- 
do non  appartenesse^  e  mori  san- 
tamente in  Apt,  in  età  di  settan- 
tasei anni.  La  sua  morte  successe 
a'  26  seltembi^.  Le  sue  reliquie 
furono  riposte  nella  stessa  tomba 
di  s.  Eleazaro,  e  la  sua  festa  dal 
martirologio  francescano  è  assegna- 
ta nel  giorno  stesso  della  sua  morte. 
ELEFANTARIA.  Sede  episcopa- 
le dell'Africa  occidentale,  nella Mau- 
riliana  Cesariana,  sotto  la  metro- 
poli di  Giulia  Cesarea.  Altri  dico- 
no, che  "vi  sia  stata  pur  anche  una 
città  vescovile  dello  stesso  nome 
presso  litica  nella  provincia  pro- 
consolare, di  cui  Cartagine  era  la 
metropoli. 

ELEFANTE.  Ordine  equestre  di 
cavalieri,  istituito  nel  i474>  ^  nel 
1478,  da  Cristiano  I  re  di  Dani- 
marca, in  Lunden,  o  Lund,  allora 
capitale  di  questo  regno,  per  fe- 
steggiare la  solennità  delle  nozze 
di  Giovanni  suo  figliuolo  con  Cri- 
stina di  Sassonia.  Dicesi,  che  l'Or- 
dine   danese    del    Braccio    armalo 


ELE 

fosse  concentrato  in  questo  dell'e- 
lefante, indicandosi  negli  stemmi 
di  chi  è  insignito,  con  uno  scudo 
accanto  dell'elefante.  Siccome  que- 
st'  Ordine  fu  posto  sotto  la  prole- 
zione della  beata  Vergine,  per  cui 
fu  pur  detto  di  s.  Maria,  così  i  ca- 
valieri di  esso  portavano  una  col- 
lana d'oro,  composta  di  due  croci 
patriarcali,  da  cui  pendeva  un  ele- 
fante formato  di  smalto  bianco, 
con  un  castello  di  argento  lavora- 
to a  grana  sul  dorso,  premente  coi 
piedi  un  piano  verde,  smaltato  di 
fiori.  Ma  sotto  il  re  Cristiano  111, 
figliuolo  di  Federico  1,  che  si  di- 
vise dalla  comunione  cattolica,  ab- 
bracciando la  riforma  luterana,  fu- 
rono tolle  dalla  collana  le  due  cro- 
ci, e  r  immagine  della  beata  Ver- 
gine, pendente  al  di  sotto,  circon- 
data da  un  sole,  e  venne  conser- 
vato il  solo  elefante. 

I  cavalieri  di  quest*  Ordine  por- 
tano l'insegna  della  collana  nei  gior- 
ni solenni  dell'Ordine,  e  negli  altri 
usano  una  medaglia  appesa  ad  un 
cordone  celeste.  Vuoisi,  che  la  col- 
lana variasse  più  volte,  e  fosse  pure 
formata  da  parecchi  elefanti,  in- 
trecciati di  torri,  avendo  ogni  ele- 
fante sulla  schiena  una  gualdrappa 
tm'china,  ed  inferiormente  alla  col- 
Jana  un  elefante  d'  oro  ,  sovrappo- 
sto a  cinque  grossi  diamanti,  in 
memoria  delle  cinque  piaghe  di  Ge- 
sù Cristo,  perchè  vuoisi  istituito  lo 
stesso  Ordine  anche  ad  onore  della 
sna  passione.  L'abito  di  cerimonia 
de'  cavalieri  si  compone  di  un  gran 
mantello  di  velluto  cremisino,  fo- 
derato di  raso  bianco ,  e  sul  lato 
sinistro  del  mantello  portano  una 
croce  ricamala,  circondata  di  rag- 
gi, come  si  vede  nella  figura,  che 
il  p.  Bonanni  riporta  a  pag.  xxxvi 
del  suo  Catalogo  degli    Ordini  e- 


ELE 

questrì,  trattando  del  cavaliere  del- 
l'Ordine  di  s.  Maria  dell'Elefante. 
Aggiunge  pur  egli  :  che  sotto  l'im- 
magine dell'  elefante  eranvi  punte 
di  speroni,  e  che  nella  medaglia  si 
vedeva  l'immagine  della  beata  Ver- 
gine con  tre  chiodi ,  in  memoria 
della  passione  del  suo  divino  Fi- 
glio. In  sostanza,  dopo  tutte  le  de- 
scritte insegne,  non  rimase  che  l'e- 
lefante per  decorazione  cavallere- 
sca. Su  tuttociò,  che  riguarda  que- 
sto Ordine,  si  possono  consultare  i 
seguenti  autori  :  Leonardo  Lodo- 
vico Voigt ,  Regius  ordo  elephan- 
tinus,  Barulhi  1673;  Valeriane  Er- 
nesto Loescherus ,  De  ordine  ele- 
phantìno,  Wittebergae  1697;  Fe- 
derico Enrico  Jacobs,  De  ordine 
equestri  elephaiitino ,  Jenae  1705. 
Abbiamo  inoltre,  Brevinriuni  eque- 
stre,  seu  de  illustrissimo  equestri 
ordine  elephantino,  ejusque  origine ^ 
et  progressu,  collectuni  ex  mss.  co- 
dicibus  Ivari  Hertzolmij  in  epito- 
men  redactum  a  Jano  Birchero- 
dio,  Hauniae  ex  regio  typographeo 
1705. 

ELEMOSINA,  o  LLAIOSINA. 
Soccorso  temporale  che  si  dà  ai 
poveri  per  carità,  sia  in  denaro, 
sia  in  vesti,  sia  in  commestibili,  od 
altro  donativo.  Dassi  per  motivo  di 
carità  ai  bisognosi  ;  e  dicesi  elimo- 
sinario ,  ed  elimosiniere  chi  fa  la 
limosina.  Slipis  distributor  è  que- 
gli, che  ne  fa  in  abbondanza: 
laonde  alcuni  ebbero  il  glorioso  ti- 
tolo di  elimosinario.  11  nome  di 
Elimosiniere  (Vedi)  è  anche  uffizio 
di  un  cappellano,  od  altro  indivi- 
duo nelle  corti  principesche,  che 
ha  per  incumbenza  la  distribuzione 
delle  limosine.  Tale  è  il  cospicuo 
uffizio  di  un  cappellano,  od  altro 
individuo  nelle  corti  principesche, 
il  cui  uffizio  consiste  nel  distribui- 


ELE  i47 

re  le  limosine.  Tale  pure  è  il  co- 
spicuo incarico,  che  nella  famiglia 
del  sommo  Pontefice  funge  il  pre- 
lato Elimosiniere  del  Papa  (Vedi). 
L' elemosina  è  di  precetto  per 
quelli,  che  sono  in  istato  di  farla, 
e  questo  precetto  è  fondato  sulla 
Scrittura,  sui  padri,  sull'amore  na- 
turale, che  noi  dobbiamo  al  pros- 
simo nostro.  Gesù  Cristo  protesta 
neir  evangelo,  che  condannerà  i  re- 
probi al  fuoco  eterno  per  non  a- 
vere  fatto  l' elemosina,  come  si  leg- 
ge in  s.  Matteo  e.  25,  v.  4i«  S. 
Giovanni,  e.  3,  v.  17,  ci  avverte 
che  quelli,  i  quali  mancano  di  as- 
sistere i  proprii  fratelli  nei  loro 
bisogni,  quando  lo  possono,  non 
hanno  punto  in  se  stessi  1'  amore  di 
Dio.  I  padri  hanno  una  sola  sen- 
tenza su  quest'  articolo  :  »  Super- 
**  flua  divitum,  necessaria  sunt  pau- 
>9  perum.  Res  alienae  possidentur, 
»  cum  superflua  possidentur^^,  co- 
me disse  s.  Agostino  in  psalm. 
i47»  num.  12.  San  Girolamo^  in 
Reg.  monacli.  e.  de  Paupert.,  si  e- 
sprime:  »  Aliena  rapere  convinci- 
»»  tur,  qui  ultra  necessaria  sibi  re- 
»>  ti  nere  proba  tur".  Ed  aggiunge- 
remo con  s.  Ambrogio,  I  de  qffic. 
in  can.  pas.  21  distint:  >*  Pasce 
«  tamen  morientem  ;  si  non  pavi- 
M  sti,  occidisti  '"'.  Fate  limosina  se- 
condo  il  vostro  potere,  secondo  le 
vostre  facoltà,  diceva  il  vecchio  To- 
bia a  suo  figlio.  Inoltre  santo 
Agostino  stima,  che  per  limosi* 
na  s' intenda  ancora  ogni  sorte 
di  misericordia  e  carità.  Teofiiat* 
to  dice,  che  chi  dà  l'elemosina, 
se  la  dà  per  carità,  e  per  amor 
di  Dio,  facendo  atto  di  virtù,  vie- 
ne ad  ottenere  la  remissione  dei 
suoi  peccati,  e  monda  l'anima  dal- 
le sue  colpe;  perchè,  come  dice 
il  principe    degli    apostoli    s.  Pie- 


i48  ELE 

tro,  nella  sua  I  epist.  e.  4»  ^>  ^^' 
rilas  operit  miiltitudinem  peccato^ 
rum.  La  più  comune,  e  più  vera 
interpretazione  del  passo  di  Teofi- 
latto  si  è,  che  la  limosina  ci  monda 
dai  peccati  perchè  ci  dispone  alla 
purga  delle  nostre  colpe,  il  che  si 
fonda  nella  sagra  Scrittura. 

Di  frequente  è  comandata  nella 
Scrittura  sagra  l'elemosina,  giacché 
era  ingiunto  specialmente  ai  giudei 
di  assistere  i  poveri,  le  vedove,  gli 
orfanelli,  e  i  forestieri,  come  si  leg- 
ge nel  Deuteronomio  e.    1 5,  v.  1 1 , 
e  neir  Ecclesiastico j  e.  4)  v.  i .  Ab- 
biamo dagli  Atti  apostolici,  Act.  e. 
6,  che  l' ordine  dei    Diaconi    (Ve- 
di) fu    istituito  per  aver  cura    dei 
poveri  ;  dappoiché  nel  loro  fervore 
i  cristiani    della    primitiva    Chiesa, 
furono  indotti  a  vendere  i  loro  be- 
ni, e  depositarne  il  prezzo  ricavato 
a' piedi  degli  apostoli,  per  sovveni- 
re ai  bisogni  degl'  indigenti.  S.  Giu- 
stino   ci     dice     neir  Apol.    2,     che 
tutti    i    fedeli    della    città    e    della 
campagna  si  congregavano    la    do- 
menica per    assistere   alla    celebra- 
zione dei  santi    misteri,    che    dopo 
r  orazione  ciascuno    faceva    la    sua 
hmosina  a  misura    del    proprio  ze- 
lo e  facoltà,  come  praticasi  tuttora 
in  molte  chiese.  Si  mandava  il  di- 
naro al  vescovo,  oppure  a  chi  pre- 
siedeva perché  lo  distribuisse  a'po- 
veri,  alle  vedove  ec.  Il    Tillemont, 
appoggiato  sopra  un  passo  del  co- 
dice   Teodosiano,    osserva    che    nel 
quarto  secolo  alcune  donne  religio- 
se occupavansi  a    raccogliere  le    li- 
mosine  pei  prigionieri,  congetturan- 
dosi con  qualche    fondamento    che 
fossero  le    Diaconesse    [Vedi).    Nei 
primordii    della  Chiesa,    i    ministri 
<li  essa  sussistevano  di  sole    limosi- 
ne.  Le   Oblazioni    (Vedi)    si    divi- 
devano in  tre  parli  ;  ima   pei    po- 


ELE 

veri;  la  seconda  pel  mantenimento 
della  chiesa,  e  pel  servigio  divino; 
la  terza  pel  clero.  S.  Crodegando, 
vescovo  di  Metz  fiorito  nell'ottavo 
secolo,  nella  regola  che  prescrive  ai 
canonici  regolari  vuole,  che  un  pre- 
te cui  si  dà  qualche  cosa  per  ce- 
lebrare la  messa,  per  amministrare 
i  sagramenti,  per  cantare  i  salmi,  e 
gl'inni,  la  riceva  a  solo  titolo  di 
limosina.  Tuttavolta  si  deve  met- 
tere differenza  tra  uno  stipendio,  una 
sussistenza  accordata  a  titolo  di  ser- 
vizio, ed  una  pura  limosina. 

Del  premio    promesso    a    quelli, 
che  danno  per  limosina  persino  un 
bicchiere  d' acqua    fredda,    e    della 
industria  de'  poveri    per  cavare    li- 
mosine,  tratta    il  p.    Menochio  nel 
tomo    III,  pag.    176,    e     180    del- 
le sue  Stuore.  La  carità    verso  gli 
infelici  non  ispirò    tanta  industria, 
né  suggerì  tanti  diversi  stabi h men- 
ti per  sollevare  i  poveri  bisognosi, 
quanto  nella  sola  cattolica  religione. 
Per  la  pratica  del  precetto   dell'e- 
lemosina,   dicono    i    trattatisti    che 
bisogna  distinguere  tre  sorte  di  ne- 
cessità nei  poveri;  la  necessità  co- 
mune, la  necessità  pressante,    e    la 
necessità  estrema.  La  necessità   co- 
mune   é    quella,  che    soffrono    or- 
dinariamente   tutti    i    poveri  .    La 
necessità  pressante  é  quella  dei  po- 
veri, che  non  possono  procurarsi  il 
necessario,  senza  correre  rischio  del- 
la loro  salvezza,  del  loro  onore,   e 
della  loro  salute.  La  necessità  estre- 
ma è  quella,  in  cui  trovasi  un  po- 
vero, che  è  in  un  pericolo  eviden- 
te di   morire,  se  non  viene  soccorso 
prontamente.  Nelle  necessità  comu- 
ni siamo  obbligati  a  dare  tutto    il 
superfluo,  dello    stato,    conservando 
tuttavia  quello    che    fa    d' uopo  pel 
mantenimento,  e  per  lo  stabilimen- 
to onesto  de'proprii  fìgh,  e  pei  ca- 


ELE 

«i  fortuiti,  purché  essi  debbano  pro- 
babilmente avvenire,  locchè  fa  parte 
del  necessario  dello  stato.  Ma  non 
siamo  obbligati  a  dar  tutto  ad  un 
tratto  il  proprio  superfluo,  ne  ai  pri- 
mi poveri  che  si  presentano.  Sì  posso- 
no, e  si  debbono  anzi  esaminare  con 
prudenza  le  necessità  de'  poveri,  co- 
minciando sempre  da  quelli,  che  sono 
nel  maggior  bisogno.  Quando  i  biso- 
gni sono  eguali,  si  debbono  preferire 
i  parenti  agli  estranei,  quelli  del  luo- 
go dove  si  dimora,  a  quelli  che 
non  sono  del  luogo,  quelli  che  so- 
no pii  a  quelli  che  non  lo  sono,  ec. 
ec.  P^.  il  bellissimo  sermone  del 
santo  vescovo  Ceciiio  Cipriano  so- 
pra r  elemosina;  il  trattato  di  Dre- 
xelio,  De  eleemosyna,  Lugduni  Ba- 
tav.  1641  ;  e  quello  che  pubblicò 
il  De  Angelis  in  Roma  nel  i644  = 
Della  limosina  che  ci  assicura  nel 
giorno  del  finale  giudizio.  Aureo  è 
poi  il  sermone  del  p.  Mabillon  sul- 
r  elemosina,  per  non  citare  tanti 
altri  trattati,  anche  recenti,  che  ab- 
biamo su  questo  argomento.  Du- 
chatel  nel  1829  pubblicò  in  Parigi 
il  trattato  de  la   Charìté. 

L*  apostolo  delle  genti  s.  Paolo 
inculcò  ai  Corinti,  che  nel  far  la 
elemosina  non  fossero  inconsiderati, 
e  raccomandò  loro,  che  ogni  dome- 
nica facessero  collette  per  assistere 
i  poveri,  come  avea  prescritto  alle 
chiese  di  Galazia.  Le  vedove  pian- 
gendo mostrarono  a  s.  Pietro  le 
vesti  loro  fatte  da  Tabita  già  mor- 
ta, ed  egli  in  virtù  di  Dio  la  ri- 
suscitò. Copiosa  era  la  limosina  fat- 
ta dai  primitivi  cristiani,  a  segno 
che  alcuni  senza  bisogno  mendica- 
vano, il  perchè  vennero  repressi  con 
leggi.  Grandi  furono  le  limosine  di- 
stribuite dall'  imperatore  Costantino 
Magno.  Santa  Nonna,  madre  dei 
ss.  Gregorio  Nazianzeno,  e    Cesario 


ELE  149 

medico,  soleva  dire,  che  se  fosse 
stato  lecito,  avrebbe  venduto  sé  ed 
i  fìgHuoli  per  darne  il  ricavato  ai 
poveri  ;  e  l' istesso  s.  Gregorio  ven- 
dette quanto  aveva  insieme  ai  li- 
bri per  fare  limosina.  La  carità 
veiso  gì'  infelici  essendo  stato  il  ca- 
rattere distintivo  de'  primi  fedeli, 
molti  si  venderono  schiavi  per  nu- 
trire i  poveri  col  prezzo  della  loro 
libertà.  A  confessione  dello  stesso 
Giuliano  1'  apostata,  assistevano  essi 
egualmente  i  cristiani,  che  i  pagani. 
Immense  furono  le  hmosine  date 
da  s.  Fabiola  ;  e  s.  Esuperio  pativa 
la  fame  per  alimentare  gli  altri, 
ne  bastando  le  Gallie  alla  sua  li- 
beralità, mandava  molti  denari  ai 
monaci  di  oriente.  Della  liberalità 
esercitata  costantemente  sino  dai 
primi  tempi  del  cristianesimo  dalla 
Chiesa  Romana,  e  dai  Papi,  fino 
alle  più  remote  regioni,  si  tratta  a 
Collette y  a  Poveri  (Fedi),  e  ad  altri 
molti  articoli  di  questo  Dizionario. 
Sulle  elemosine  presero  sautissi- 
me  provvidenze  anche  i  concilii. 
Quello  nazionale  d'Inghilterra  te- 
nuto a  Cleveshou  l'anno  747?  do- 
po avere  esortato  all'  elemosina, 
biasimò  1'  abuso  che  cominciava  ad 
introdursi,  di  pretendere  di  poter 
con  l'elemosina  diminuire,  o  com- 
mutare le  pene  canoniche  imposte 
dal  sacerdote  in  soddisfazione  dei 
peccati.  La  elemosina,  dice  il  con- 
cilio, deve  piuttosto  accrescere  la 
penitenza,  ma  non  dispensa  dal  pre- 
gare, e  dal  digiunare,  principalmen- 
te quelli,  che  hanno  bisogno  di 
mortificare  la  carne  per  rimediare 
a'  loro  peccati.  Condannò  altresì  co- 
loro, i  quali  pretendevano  supplire 
alla  penitenza  per  mezzo  di  altre 
persone  che  digiunassero,  e  cantas- 
sero salmi  per  essi.  La  stessa  car- 
ne, dice   il    concilio,    che    portò   il 


ì5o 


ELE 


peccalo,  dere  essere  punita  ;  e  se  fos- 
se permesso  soddisfare  per  altri,  i 
ricchi  si  salverebbero  più  facilmente 
de*  poveri,  contro  la  parola  espressa 
del  vangelo.  Nessun  concilio  ha  mai 
asserito,  che  la  limosina  rimetta  di 
sua  virtù  i  peccati  di  qualunque 
genere.  Adunque  l'elemosina  non 
è  meno  vantaggiosa  che  necessaria, 
allorquando  si  fa  colle  condizioni 
volute,  vale  a  dire  spontaneamente, 
o  di  buona  volontà,  e  con  gioja, 
prudenza,  umiltà,  carità,  giustizia, 
non  dando  che  i  propri  beni,  e  dei 
quali  si  abbia  la  libera  disposizio- 
ne, eccettuati  i  casi  di  autorizzazio- 
ne ce.  Finalmente  ricorderemo,  che 
s.  Tommaso  definisce  V  elemosina  : 
opusj  quo  datur  aliquid  indigenli 
ex  commiseratione  propter  Deiim. 
V.  Poveri. 

Qui  ci  sembra  opportuno  nota- 
re, che  sugli  accattoni  dei  tempi 
antichi  in  un'adunanza  della  ce- 
lebre pontificia  accademia  romana 
di  Archeologia,  trattò  il  dotto  e 
chiarissimo  professore  Giuseppe  de 
Mattheis,  socio  ordinario  della  me- 
desima, con  profonda  e  variata  e- 
rudizione.  Dimostrò  1*  abbondanza 
degli  accattoni  anteriormente  alla 
propagazione  del  cristianesimo,  pre- 
cipuamente presso  gli  antichi  greci 
e  romani,  tutto  provando  colie  più 
luminose  testimonianze,  tratte  dai 
greci,  e  dai  latini  scrittori,  cioè 
da  Omero,  da  Plauto,  da  Giovena- 
le, da  Persio,  da  Marziale,  e  da 
altri.  Ne  mostrò  anche  gli  usi  e  le 
maniere,  e  ne  fece  conoscere  la 
molta  somiglianza  cogli  accattoni  dei 
tempi  nostri.  Erano  pur  essi  poveri, 
infelici,  ciechi,  storpi,  che  mal  vestiti, 
appoggiati  al  bastone,  collocati  so- 
pra i  ponti,  ne'  trivii,  nelle  vie  più 
frequentate,  sopra  i  muricciuoli,  o 
^»e'  casolari,    colla    rappresentazione 


ELE 

delle  loro  disgrazie  in  tavolozze  di- 
pinte e  pendenti  loro  dal  collo, 
cantavano,  pregavano,  «tendevano 
la  mano  ai  passeggeri,  e  gettavano 
ad  essi  de' baci  per  ottenere  soc- 
corso a'  propri  bisogni,  che  però 
qualche  volta  fingevano. 

ELEMOSINERIA  APOSTOLI- 
CA.   V.  Elemosiniere  del  Papa. 

ELEMOSINIERE,  o  LIMOSI- 
NIERE.  Oflizio  ecclesiastico,  che  si 
funge  da  quell'individuo,  il  quale  ser- 
ve i  principi  le  principesse  sovrane 
ed  i  prelati  nelle  funzioni  del  ser- 
vizio divino,  nella  distribuzione  del- 
le limosine  e  in  altre  incumbenze, 
secondo  i  luoghi.  Dice  il  Macì'i,  che 
il  limosiniere  nella  corte  imperiale 
di  Costantinopoli  chiamavasi  Co- 
mes sacranim  latgilionum.  Aggiun- 
ge essersi  chiamato  l'elemosiniere 
Phagolidorus^  perchè  dona  la  li- 
mosina della  borsa,  vocabolo  com- 
posto dalle  parole  greche  borsa,  e 
dono  :  Hortamiir  in  Domino^  ne 
nostra  spernantur  a  phagolidoris  di' 
da;  sed  potiuSj  sed  praeopimas 
regi  coelorum  gralias  reddant.  £- 
telwerdo  in  prol.  lib.  2,  Chron., 
parla  dei  limosinieri  ministri  dei 
principi^  i  quali  colla  borsa  del  lo- 
ro signore  sovvengono  alle  necessi- 
tà de'  poveri  e  bisognosi.  Da  tal 
greco  vocabolo  Isidoro  compose  cor- 
rottamente quello  di  Pliuculla  in 
significato  di  borsa.  Oltre  a  ciò,  non 
si  deve  tacere  che  l' Eranarca  pres- 
so i  greci  era  l' amministratore  del- 
le limosine  de' poveri.  Questo  era 
un  pubblico  ufficio  relativo  ad  una 
specie  di  magistrato,  che  riuniva  una 
assemblea  di  amici,  e  si  tassava 
ciascuno  secondo  le  proprie  facoltà, 
quando  abbisognava  sovvenire  alle 
necessità  di  qualcuno,  come  d'  uno 
schiavo,  d' un  uomo  ridotto  alla 
indigenza  ce. 


i:le 

1  primi  liiijosìnierì  furono  i  Dia- 
coni  (P^edi)j  istituiti  dagli  apostoli, 
i  quali  tra  gli  altri  ministeri  ed 
incumbenze,  addossarono  loro  que- 
sto ministero  ed  uffizio  pietoso.  11 
Galletti,  noverando  tra  gli  uffiziali 
maggiori  della  santa  Sede  aposto- 
lica, e  del  sagro  palazzo  lateranen- 
se,  abitazione  de'JPapi,  il  Sacellario 
{Vedi),  dice  che  era  un  pagatore 
immediato  delie  milizie^  de' salaria- 
ti della  famiglia  pontificia,  e  delle 
limosine.  Così  nel  suo  trattato  del 
Priniicero  ec.  pag.  i25;  in  quello 
poi  del  Vestarario  della  S.  R. 
Chiesa^  dice  a  pag.  8,  che  custodi- 
va eziandio  il  denaro  pei  bisogni 
urgenti  straordinari,  per  riscattale 
gli  schiavi,  e  per  sollevare  il  popo- 
lo dalla  fame  in  tempo  di  carestia. 
Quindi  aggiunge  che  per  le  spese 
ordinarie  eravi  deputato  V  officiale 
sacellario  o  saccolaro  da  Sacello, 
cioè  da  un  piccolo  sacco.  Tra  le 
altre  sue  ingerenze  spettava  a  lui 
di  dare  le  limosine,  e  dispensare  il 
presbiterio  ne' dovuti  tempi  al  clero 
e  popolo  romano.  Di  poi  il  mini- 
stro incaricato  dal  Pontefice  per  la 
distribuzione  delle  limosine,  fu  chia- 
malo r  Elemosiniere  del  Papa  {Ve- 
di), il  quale  è  uno  de' primari  pre- 
lati della  famiglia  pontificia,  insi- 
gnito del  grado  episcopale.  Anche  i 
vescovi  ebbeio  il  loro  elimosiniere. 
Di  quello  de'  Cardinali  tratta  il  pa- 
die  Gattico,  ydcta  selecla  caereni. 
pag.  277,  XI,  Officium  eleemosy- 
narii. 

ideile  corti  sovrane  evvi  l' elemo- 
siniere maggiore,  ed  il  grande  ele- 
mosiniere, il  quale  talvolta  è  anche 
il  confessore  dei  principi.  In  Fran- 
cia il  grande  elemosiniere  era  il 
primo  uffiziale  ecclesiastico  presso 
al  re.  Ordinariamente  era  rivestito 
della  subhme  dignità  cardinalizia,  e 


ELE  t5t 

sembrava  rappresentare,  ed  essere 
succeduto  air  antico  arcicappellano, 
o  cancelliere,  che  aveva  in  passato 
tanti  privilegi,  diritti,  ed  autorità 
nella  corte  de'  re  francesi.  Una  del- 
le principali  prerogative,  che  hanno 
goduto  i  grandi  elimosinieri  di 
Francia,  erano  quelle  estese  giuris- 
dizioni, che  i  re  avevano  loro  con- 
servato sulle  limosine,  sugli  ospe- 
dali, sulle  infermerie,  ed  altri  pii 
luoghi.  Il  grande  elemosiniere  ave- 
va sopra  questi  ospedali  il  diritto 
di  nominare  e  provvedere  a  tutte 
le  piazze  e  borse  annesse  ;  ma  il  re 
aveva  però  il  diritto  di  prevenzio- 
ne, ed  il  primo  da  lui  nominato 
era  preferibile  al  nominato  poste- 
riormente dal  grande  elemosiniere. 
V'erano  per  altro  in  Francia  pa- 
recchi ospedali  esenti  dalla  giuris- 
dizione del  gran  limosiniere.  Tra 
le  singolari  prerogative  del  grande 
elemosiniere  di  Francia,  e  che  per- 
ciò lo  distinguevano  tra  i  prelati 
del  regno,  eravi  quella  di  offiziare 
in  tutte  le  diocesi  della  corte  dì 
Francia  dinanzi  al  re,  perchè  egli 
era  il  vescovo  della  corte,  ed  il  ca- 
po della  cappella  reale,  ed  in  ogni 
luogo  ove  il  re  assisteva  ai  divini 
uffizi.  Abbiamo  molti  autori ,  che 
scrissero  sull'autorità,  e  sui  privilegi 
dei  grandi  elemosinieri  di  Francia, 
non  che  sulla  loro  serie. 

Chiamaronsi  pure  elemosinieri 
que'sacerdoti,  che  seguivano  un  reg- 
gimento sopra  un  vascello,  nelle 
piazze  forti,  o  presso  signori  par- 
ticolari, per  eseguire  le  sagre  fun- 
zioni del  loro  grado  e  stato,  secon- 
do i  bisogni  spirituali  di  quelli  cui 
erano  addetti.  Questi  elemosinieri 
furono  detti  cappellani.  Gli  elemo- 
sinieri dei  vascelli,  od  altri  basti- 
menti, dovevano  essere  approvati 
dal  loro  vescovo   diocesano,    o   dal 


i5i  ELE 

loro  superiore  regolare  se  religiosi. 
Eranvi  regolamenti  perchè  fossero 
rispettati  tanto  gli  elemosinieri  del- 
la marineria,  che  dei  reggimenti, 
e  delle  guarnigioni  di  militari.  Si 
obhligarono  i  negozianti,  che  faces- 
sero equipaggiare  nei  porti  del  re- 
gno di  Francia  vascelli  per  viaggi 
di  lungo  corso,  il  cui  equipaggio 
fosse  di  quaranta  uomini  e  più,  ad 
imbarcarvi  elemosinieri,  sotto  pena 
di  ammenda. 

ELEMOSINIERE  del  Papa.  È 
un  prelato  palatino,  ed  uno  dei 
prelati  primarii  della  famiglia  Pon- 
tificia, insignito  del  grado  arcive- 
scovile, con  titolo  in  pardhiis,  ed 
il  primo  tra  i  camerieri  segreti  par- 
tecipanti ecclesiastici,  intimi  fami- 
gliari del  sommo  Pontefice,  del 
quale  è  l'  elemosiniere  segreto.  Egli 
è  sempre  annoverato  tra  i  vescovi 
assistenti  al  soglio  pontificio  :  ordi- 
nariamente è  canonico  d'  una  delle 
basiliche  patriarcali  di  Roma,  ed 
ha  residenza  conveniente  tanto  nel 
palazzo  vaticano  che  nel  palazzo 
quirinale,  ove  tiene  segreteria,  ar- 
chivio, e  computisteria.  Il  suo  uffi- 
zio chiamasi  l' tlenwsineria  aposto- 
lica, di  cui  è  il  prefetto.  Quando 
il  Papa  abita  al  Vaticano,  l'elemo- 
siniere abita  un  appartamento  del 
contiguo  torrione;  quando  risiede  al 
Quirinale  abita  un  appartamento 
del  braccio  edificato  da  Clemente 
XllI,  ed  ivi  ha  contiguo  l' ufBzio 
della  elemosineria.  Dell  antica  abi- 
tazione dell'  elemosiniere  al  Vatica- 
no, tratta  il  Chattard,  Del  Fatica- 
no, tom.  Ili,  pag.  72,  e  827.  Di- 
pendono da  monsignor  elemosinie- 
re segreto  del  Papa  che  n'  è  supe- 
riore, il  Conservatorio  de'  ss.  Cle- 
mente,  e  Crescentino  detto  delle 
Zoccollelte  (  Fedi)  ,  V  ospedale  di 
5.  Rocco   (Fedi)  j    di    cui    è    presi- 


ELE 

dente  ;  e  le  Maestre  pie  delle  scuo» 
le  pontificie  (Fedi),  di  cui  è  supe- 
riore, come  lo  è  dei  maestri  regio- 
nari, cui  è  commessa  la  gratuita 
istruzione  de'  poveri  fanciulli.  Sino 
al  pontificato  di  Leone  XII,  mon- 
signor elemosiniere  era  il  superiore 
di  tutte  le  maestre  pie  dello  slato 
pontificio.  Per  disposizione  del  me- 
desimo Leone  XII,  istitutore  della 
commissione  de'sussidii,  è  sempre 
deputato  di  essa,  come  ordinaria- 
mente lo  è  di  qualche  altro  luogo 
pio.  Egualmente  da  monsignor  ele- 
mosiniere dipendono  i  medici,  i 
chirurghi,  e  le  spezierie  dei  quat- 
tordici rioni  di  Roma,  ed  i  primi 
sono  deputati  a  curare  i  poveri 
infermi,  le  seconde  a  somministra- 
re loro  i  medicinali.  Se  1'  elemosi- 
niere non  è  promosso,  la  sua  ca- 
rica viene  esercitata  tanto  nell'in- 
tero pontificato  del  Papa,  che  lo 
ha  fatto,  quanto  nella  sede  vacante 
per  la  di  lui  morte.  Il  nuovo  Pon- 
tefice suole  confermarlo. 

Il  prelato  elemosiniere  ha  l'or- 
dinaria udienza  del  Papa  ogni  mar- 
tedì mattina,  per  riferirgli  qualche 
affare  relativo  alle  diverse  sue  at- 
tribuzioni, e  per  rendergli  ragione 
delle  istanze,  o  suppliche  a  lui  ri- 
messe dal  Pontefice,  ovvero  per  re- 
cargli istanze  e  suppliche  dei  po- 
veri che  domandano  soccorso.  Tali 
istanze  in  gran  parte  sono  provve- 
dute con  benigno  rescritto  pontifi- 
cio con  somma  determinata  o  in- 
determinata, e  rimesse  per  l'ese- 
cuzione a  monsignor  elemosiniere, 
il  quale  è  inoltre  facoltizzato  di  far 
rescritti  per  l' elemosineria  aposto- 
lica, secondo  il  beneplacito  de' Pon- 
tefici. Ha  luogo  l'elemosiniere  in 
tutte  le  sagre  funzioni,  e  cappelle 
cui  assiste,  o  celebra  il  Papa,  e  lo 
segue  nei  Fiaggi,  nelle    Filleggia- 


ELE 

tura  (Predi'),  e  quando  il  Papa  con 
servizio  di  treno,  detto  di  città,  o 
pubblico  si  reca  alle  sagre  fun- 
zioni, ed  alle  cappelle  che  si  cele- 
brano nelle  basiliche,  e  chiese  di 
Boma  ;  e  quando  si  reca  a  visi- 
tare alcuna  chiesa,  monistero,  col- 
legio, o  sovrani  ec.  Nei  treni  di 
viaggio,  e  villeggiature,  l'elemosi- 
niere prende  il  primo  luogo  nella 
carrozza,  che  segue  il  Papa,  ma 
nei  treni  di  città  o  pubblici  pren- 
de il  primo  luogo  in  quella  che  lo 
precede,  avendo  seco  il  fattore  del- 
l'elemosineria  per  ajutarlo  a  distri- 
buire le  limosine  a'  poveri  ove  si 
conduce  il  Pontefice.  Nei  viaggi,  o 
villeggiature^  in  assenza  o  impoten- 
za dell'elemosiniere,  i  Papi  soglio- 
no deputare  un  prelato  cameriere 
segreto  partecipante  a  farne  le  veci. 
Altrettanto  dicasi  dei  treni  di  città 
o  pubblici,  mediante  l' ajulo  del 
menzionato  addetto  all' elemosineria. 
Nelle  trottate  poi,  in  cui  il  Papa 
incede  con  due  sole  mute,  si  in 
Roma,  che  altrove,  vengono  l' ele- 
mosine dispensate  dal  primo  aju- 
tante  di  camera  del  Pontefice.  Nel- 
le solenni  cavalcate  de'  Pontefici,  se 
r  elemosiniere  era  soltanto  came- 
riere segreto  partecipante,  coli'  abi- 
to di  questo  ceto,  e  con  quello 
prelatizio,  secondo  il  grado  che  a- 
veva,  cavalcava  coi  camerieri  segre- 
ti, e  cogli  altri  prelati  palatini,  co- 
me r  uditore,  il  segretario  de'  me- 
moriali ec.  Se  poi  r  elemosiniere 
era  insignito  del  carattere  episco- 
pale, incedeva  tra  i  vescovi  assistenti 
al  soglio. 

Trattando  il  p.  Gattico  a  pag. 
260,  Act.  ec.  de  modo  obviandi  et 
recipiendi  Romanum  Pontificem  , 
primo  ad  aliquam  civitalem  venien- 
teni,  dice  che  :  >»  Item  post  Papam 
»*   immediate    sequitur    camerarius 


ELE  153 

M  Papae,  eques  cura  baculo  in  ma- 
«   nu,  et  cum    eo    omnes   alii    do' 
M    mini   patriarchae,  praelati,  abba- 
M   tes,  socii  capparum,  et  ceteri  de 
»»   clero.  Ultimo  sequitur  eleemosy- 
«   narius  Papae,  qui    projicit    mis- 
»   salia  (idest  instruendus)  per  car- 
"    rerias".  Talvolta  gli   elimosinieii 
fecero  le    veci    dei    prelati    maestri 
di  camera,  sia  nel  servizio  dell'an- 
ticamera segreta    per    le    ordinarie 
udienze,  sia  per  incedere  col  Papa 
nel  treno  di  città,  sia  per    ascolta- 
re dentro  la  bussola  la  predica,  che 
il  predicatore  apostolico  fa  nell'av- 
vento, e  nella  quaresima  nelle  pon- 
tificie stanze;  e  disimpegnarono  an- 
cora   altri    uflizii.    Nel     1754,    per 
volere    di    Benedetto  XIV,    monsi- 
gnor Teodoro    Boccapaduli    elemo- 
siniere, venne  dichiarato  prò  mae- 
stro di  camera   (J^edi),  cogli  emo- 
lumenti ed  onori  d'  ambedue  le  ca- 
riche,    continuando     ad    esercitare 
r  elemosineriato,  come  si  legge  nel 
numero  5679  del  Diario  di  Roma. 
di  detto  anno,  e  come  si  legge    in 
Marco  Ubaldo  Bicci,    Notizia  della 
famiglia  Boccapaduli.  Nel  darci  e- 
gli,  a  p.  548,  le  notizie  di  questo 
illustre  prelato,    e    gì'  incarichi    ed 
onorificenze  conferitegli  da  Benedet- 
to   XIV,     riporta    il    biglietto    del 
Cardinal   segretario   di    stato    della 
nomina  di  prò- maestro  di   camera. 
Funse  ambedue   gli  uftìzii    sino    al 
1759,    in    cui     regnava     Clemente 
XIII,  che  poi  fece  maestro  di   ca- 
mera, monsignor   Erba  Odescalchi. 
Qui  noteremo,  che  monsignor    Ni- 
colò Saverio  Albini  vescovo  di  Leu- 
ca,  poi  arcivescovo  di  Atene  in  par- 
tibuSj  canonico  di    s.  .Pietro,    fu  e- 
lemosiniere    segreto,    e    guardaroba 
di  Benedetto  XIII.  Questo  secondo 
uffizio  è  proprio    di    un    cameriere 
segreto  partecipante.  Tuttavolta  ab- 


i54  ELE 

biaino  altri  esempi  di  elimosinieri 
segreti,  che  furono  pure  guardaroba. 
Fra  Je  altre  cose  spetta  ai  guarda- 
roba presentare  a*  novelli  Cardinali 
€oa  formalità  il  cappello  rosso.  In- 
nocenzo XII,  appena  eletto  nel 
1691 5  dichiarò  monsignor  Alessan- 
dro Bonaventura  guardaroba  ed 
elemosiniere  segreto,  le  quali  cari- 
che gli  furono  confermate  da  Cle- 
mente XI.  Nel  numero  842  •  del 
Diario  di  Roma,  del  1722,  si  leg- 
ge la  descrizione  del  funerale  fatto 
B  monsignor  Ignazio  Errante,  ele- 
mosiniere segreto  d'Innocenzo  XIII, 
beneficiato  della  basilica  vaticana, 
già  conclavista  del  medesimo  Papa 
nel  conclave,  in  cui  venne  eletto  agli 
8  maggio  172  I,  ed  allora  dichiarato 
elemosiniere.  Fu  trasportato  il  ca- 
davere nella  chiesa  de'  ss.  Vincenzo 
ed  Anastasio  a  Trevi,  vestito  col- 
r  abito  di  mantellone,  cioè  man- 
tellone,  e  sottana.  Cantò  la  messa 
monsignor  Scaglioni  segretario  dei 
brevi  assistito  dai  ministri  della 
cappella  pontifìcia,  coli'  intervento 
de' cantori  della  medesima.  Siccome 
r  elemosiniere  fa  parte  della  Ca- 
mera segreta  [Kedi),  cosi  assistono 
alle  esequie  i  prelati  maggiordomo, 
sagrista,  uditore,  e  tutti  gì'  indivi- 
dui della  stessa  camera  segreta  tan- 
to di  abito  paonazzo,  che  di  spada, 
e  cappa.  Innocenzo  XIII  fece  ele- 
mosiniere monsignor  Tasca  ch'era 
allora  canonico  vaticano,  e  came- 
liere  segreto  guardaroba ,  la  qual 
carica  ritenne.  Per  morte  d' Inno- 
cenzo XIII,  nel  1724,  fu  creato 
•Benedetto  XIII,  il  quale  confermò 
neir  elemosineriato  il  Tasca,  ma  la 
<:arica  di  guardaroba  la  conferì  al 
suddetto  monsignor  Albini,  cui  poi 
aggiunse  anche  quella  di  elemosi- 
niere segreto.  Nel  numero  228  del 
Diario  di  Roma  del  1777,  si  ha  la 


ELE 

descrizione  delle  esequie  celebrate 
nella  chiesa  di  s.  Maria  d'Araceli, 
per  monsignor  Teodoro  Boccapa- 
duli,  protonotario  apostolico  parte- 
cipante ed  elemosiniere  di  Pio  VI; 
ove  cantò  la  messa  monsignor  Stay, 
segretario  de'  brevi  a'  principi,  col- 
r  assistenza  de'  ministri  e  cantori 
della  cappella  pontifìcia,  cioè  di 
monsignor  maggiordomo  e  degl'in- 
dividui della  camera  segreta,  com- 
prese le  guardie  Jancie  spezzate.  Nel 
numero  [062,  del  Diario  di  Ro- 
ma del  1785^  si  descrivono  l'ese- 
quie celebrate  nella  mentovata  chie- 
sa de' ss.  Vincenzo  ed  Anastasio, 
con  messa  cantata  da  monsignor 
Cristiani,  vescovo  di  Porfìrio,  e  sa- 
grista, per  monsignor  Giuseppe  Ma- 
ria Contessini  arcivescovo  d'  Atene, 
ed  elemosiniere  di  Pio  VI.  Vi  as- 
sisterono i  soliti  ministri,  ed  indi- 
vidui della  camera  segreta. 

Anticamente  gli  elemosinieri  dei 
Pontefìci  non  erano  insigniti  del  ca- 
rattere episcopale,  né  la  loro  carica 
era  a  vita  loro  durante,  ma  cam- 
biavasi  per  lo  più  in  ogni  pontifi- 
cato, seppure  non  fossero  promossi 
a  cariche  maggiori.  Nel  ruolo  di 
Nicolò  111  del  1277,  l'elemosiniere 
è  fra  i  famigliari  del  Papa.  Nel 
ruolo  di  Pio  II  dell'anno  1460, 
abbiamo  :  Falastus  et  Nicolaus 
cleemosynarìi.  Leggo  ne*  ruoli  del 
palazzo  apostolico,  che  monsignor 
Francesco  Vannuzzi,  canonico  di 
s.  Pietro,  fu  elemosiniere  di  Pao- 
lo III,  non  però  di  Giulio  III, 
e  Marcello  li  di  lui  successori,  ma 
nell'elezione  di.  Paolo  IV  concorse 
a  conseguire  l' elemosineriato,  ed  il 
conseguì,  laonde  si  vede  nei  ruoli 
registrato  tra  gli  officiali  maggiori 
detti  extra  ordines  del  i555,  e 
dopo  il  p.  maestro  del  sagro  pa- 
lazzo apostolico.    11  Cardella,   nelle 


ELE 

'Aleni,  islor  de*  Cardinali  tom.  IV, 
p.  3i3,  dice  che  Giulio  III  nel 
i55i  creò  Cardinale  Giovanni  Ric- 
ci di  Montepulciano,  già  suo  teso- 
riere segreto  e  particolare,  che  for- 
se si  direbbe  elemosiniere.  Tra  i  ca- 
merieri segreti  di  Paolo  V  nel  ruo- 
lo del  i6i5  si  legge  il  nome  di  mon- 
signor Enea  Castelli  elemosiniere  se- 
greto. Anche  Paolo  Morelli  fu  elemo- 
siniere di  Paolo  V.  Tanto  sotto  Pao- 
lo V,  che  sotto  Urbano  Vili,  Inno- 
cenzo X,  ed  altri  Pontefici,  nei  ruo- 
li dell'  archivio  palatino  eranvì  re- 
gistrati due  elemosinieri,  uno  chia- 
mato elemosiniere  segreto^  o  elemo- 
siniere maggiore  registrato  tra  gli 
ufficiali  maggiori,  e  i  camerieri  se- 
greti partecipanti,  con  parte  di  pa- 
ne, vino,  e  tutt'  altro  proprio  degli 
intimi  della  Famiglia  Pontificia ^  e 
per  companatico  mensili  scudi  tren- 
taquattro, e  bajocchi  ottantacinque; 
r  altro  chiamato  elemosiniere  apo- 
sto  lieo  od  elemosiniere  ordinario  j 
con  parte  del  solo  pane  e  vino  dal 
palazzo  apostolico,  mentre  pel  com- 
panatico g^li  venivano  contribuiti  ogni 
mese,  scudi  nove,  e  bajocchi  ven- 
tidue e  mezzo.  Tanto  pur  si  legge 
ne'  ruoli  di  Clemente  XI.  Dipoi 
restò  un  sojo  elemosiniere  col  nome 
di  Elemosiniere  segreto,  o  del  Pa- 
pa. Ne' ruoU  di  detto  Papa,  cioè 
in  uno  di  quelU  avanti  il  1708, 
trovai  registrato  monsignor  Agosti- 
no, elemosiniere  segreto,  tra  i  came- 
rieri segreti,  e  Filippo  Bardi,  ele- 
mosiniere apostolico,  nel  novero  del- 
le limosine  che  si  davano  dal  pa- 
lazzo apostolico,  le  quali  sono  re- 
gistrate in  tutti  i  ruoli  del  mede- 
simo. Nel  pontificato  di  Pio  VI  l'e- 
lemosiniere aveva  scudi  quaranta- 
cinque al  mese,  oltre  le  accennate 
distribuzioni  di  pane,  vino,  ed  altro 
che  dava  la  dispensa    palatina.    Al 


ELE  i55 

presente  l'elemosiniere  ha  mensili 
scudi  cinquanta,  oltre  le  propine  e 
gli  emolumenti  proprii  del  suo  no- 
bile ed  importante  uffizio.  JVella  ri- 
correnza della  festa  dei  principi  de- 
gli apostoli,  e  pel  solenne  possesso 
del  Papa,  aveva  la  distribuzione  di 
due  medaglie  d'oro.  Ora  ne  riceve 
altrettante  di  argento. 

Gregorio  XV,  nel  1 621,  dichia- 
rò suo  elemosiniere  segreto,  Ma- 
rio Bovio. 

Urbano  Vili  fece  consultore  del 
s.  offizio,  canonico  di  s.  Pietro,  ed 
elemosiniere  segreto  Agostino  Greg- 
gi di  s.  Sofìa  in  Romagna.  Nel 
i633  lo  creò  Cardinale,  ed  arci- 
vescovo di  Benevento.  Indi  fece  suo 
elemosiniere,  e  cameriere  segreto 
Bartolommeo  Greggi,  parente  del- 
Tanteriore.  Innocenzo  X  nel  i644 
fece  Elemosiniere  maggiore  del  pa- 
lazzo  apostolico  (così  lo  chiama  l'Al- 
veri,  Roma  in  ogni  stato,  tom.  H, 
pag.  266),  Virgilio  Spada  di  Bri- 
seghella,  prete  della  congregazione 
dell'Oratorio,  il  quale  fu  poi  da 
Alessandro  VII  promosso  alla  ca- 
rica di  commendatore  di  s.  Spirito. 
Nei  ruoli  del  1659  è  registrato 
tra  i  camerieri  segreti  non  parte- 
cipanti, monsignor  Francesco  Fer- 
rini suo  elemosiniere  segreto  ;  in 
quelli  di  Clemente  XI,  oltre  il  no- 
minato monsignor  Bonaventura,  fu 
puie  elemosiniere  monsignor  Ago- 
stini. Federico  Caccia  milanese,  da 
uditore  di  rota  da  Innocenzo  XI  fu 
fatto  suo  elemosiniere  :  indi  nel 
i6g3  da  Innocenzo  XII  venne  in- 
viato nunzio  in  Ispagna,  e  nel  me- 
desimo anno  fu  fatto  arcivescovo  di 
Milano ,  creandolo  Cardinale  nel 
1695  a'  12  dicembre.  Gregorio 
Bandi  di  Cesena,  canonico  di  s. 
Maria  Maggiore ,  e  cameriere  se- 
greto, da  Pio  VI  fu    fatto    arcive- 


i56  ELE 

scovo  di  Eclessa,  e  suo  elemosinie- 
re segreto,  ufficio  che  esercitò  con 
Pio  VII  finche  visse.  Alla  sua  mor- 
te il  medesimo  Pio  VII  fece  ele- 
mosiniere, ed  arcivescovo  di  Edes- 
sa  Francesco  Bertazzoli,  canonico  di 
s.  Maria  Maggiore,  che  nel  1823 
creò  Cardinale,  nominando  in  sua 
vece  elemosiniere  ed  arcivescovo  di 
Atene,  monsignor  Filippo  Filonar- 
di romano,  che  in  oltre  fece  cano- 
nico della  patriarcale  basilica  di  s. 
Pietro  in  Vaticano.  Quindi  nel  con- 
cistoro de'  3  luglio  1826  fu  pro- 
mosso alla  sede  arcivescovile  di 
Ferrara  da  Leone  XII,  che  avea- 
lo  confermato  nella  carica  di  ele- 
mosiniere. E  se  il  Papa  non  mo- 
riva, probabilmente  l'avrebbe  crea- 
to Cardinale;  dignità  che  meritava 
per  la  sua  pietà ,  generosa  carità , 
ed  altre  belle  ed  ecclesiastiche  vir- 
tù. Leone  XII  alla  detta  epoca  no- 
minò il  suo  cameriere  segreto  e 
coppiere,  monsignor  Giovanni  So- 
glia di  Casola  Valsenio,  elemosinie- 
ro  segreto,  arcivescovo  di  Efeso,  e 
canonico  di  s.  Maria  Maggiore,  con- 
servandogli la  carica  di  segretario 
della  sagra  congregazione  degli  stu- 
dii,  carica  che  gli  conservarono  suc- 
cessivamente Pio  Vili,  e  il  regnan- 
te Gregorio  XVI.  Questo  Papa  lo 
trasferì  tra  i  canonici  della  basilica 
vaticana,  lo  dichiarò  segretario  del- 
la sagra  congregazione  de'  vescovi, 
e  regolari,  patriarca  di  Costantino- 
poli,  ed  ai  .12  febbraio  1 838  il 
fé'  Cardinale  e  vescovo  di  Osimo, 
e  Cingoli. 

Quando  il  Pontefice  regnante  pro- 
mosse monsignor  Soglia  alla  detta 
segretaria,  cioè  nel  giugno  i834, 
nominò  elemosiniere  l' arcivescovo 
di  Atene,  cioè  l'attuale  monsignor 
Lodovico  Tevoli  romano  ,  eh'  era 
canonico  della    patriarcale    basilica 


ELE 
di  s.  Maria  Maggiore,  donde  poscia 
Io  trasferì  nella  basilica  vaticana.  E 
da  notarsi,  che  nel  secolo  passato 
monsignor  Boccapaduli  fu  elemosi- 
niere di  quattro  Pontefici,  cioè  Be- 
nedetto XIV,  Clemente  XIII,  Cle- 
mente XIV,  e  Pio  VI,  vale  a  dire 
dall'anno  1740  al  1777,  ^  "^^  ^^^'' 
rente  secolo  monsignor  Soglia  fu 
elemosiniere  di  tre  Pontefici,  Leo- 
ne XII,  Pio  Vili,  e  Gregorio  XVI, 
cioè  dal  1826  al  1834. 

Notìzie  sulV  elemosineria  apostoli- 
ca, e  sulla  carica  delVekmosi* 
niere  del  Papa. 

L'origine  della  elemosineria  apo- 
stolica è  antichissima,  come  quella 
del  suo  principale  ministro,  il  prela- 
to elemosiniere.  La  Chiesa  ebbe  sino 
dalla  sua  origine  stabilite  limosine 
pe' poveri,  come  dicesi  all'articolo 
Elemosina  [Vedi),  e  agli  articoli 
Poveri  {Vedi),  Diaconi  e  Diaconie 
cardinalizie  [Vedi).  I  primi  elemo- 
sinieri furono  i  diaconi,  massime  ia 
Roma  cui  fu  affidata  la  cura,  e  il 
sovvenimento  de' poveri,  delle  vedo- 
ve, dei  pupilli,  ed  altri  bisognosi  di 
umano,  e  pietoso  soccorso,  e  per- 
chè meglio  esercitassero  il  ministe- 
ro, furono  dai  zelanti  Pontefici,  ve- 
ri padri  de' poveri,  stabiliti  regolar- 
mente nelle  regioni  e  rioni  della 
città.  S.  Lorenzo  fu  uno  dei  primi 
elemosinieri  apostolici,  e  si  legge 
negli  atti  del  suo  martirio,  che  es- 
sendo diacono  della  Chiesa  roma- 
na, aveva  dispensati  prima  e  lar- 
gamente a'  poverelli,  i  tesori  della 
chiesa  per  loro  a  lui  affidati.  In- 
signe pertanto  fu  la  carità  dei  Pa- 
pi in  ogni  tempo,  e  ne'  primi  se- 
coli si  distinsero  in  peculiar  modo 
i  santi  Pontefici  Ilario,  Gelasio  I, 
e  Gregorio  I.  Il  succintorio,  che  è 


ELE 

uno  degl*  indumenti  sagri  del  Pa- 
pa, anticamente  serviva  per  soste- 
nere la  borsa  detta  saccone^  della 
quale  parla  il  Moretti,  de  pres- 
byterio  pag.  80^  che  portava  per 
fare  limosine.  Dagli  antichi  riti  coi 
quali  i  Papi  prendevano  possesso 
della  basilica  lateranense,  abbiamo 
che  sedendo  nella  prima  sedia  pren- 
deva il  Pontefice  dal  grembo  del 
suo  camerlengo  un  pugno  di  mo- 
nete, tra  le  quali  non  vi  fosse  ar- 
gento, ne  oro,  e  le  spargeva  al  po- 
polo dicendo  :  Auriim  et  argentum 
non  est  mìhij  quod  autem  habeo, 
hoc  tibi  do.  Indi  sedendo  nella  se- 
conda sedia,  prendeva  altro  pugno 
di  monete  di  ogni  sorte,  e  spar- 
gevale  al  popolo,  dicendo:  Dìsper- 
sii,  dedit  pauperibus  ^  justitia  ejus 
manet  in  saeculuni  saecidi.  Inoltre 
nella  prima  sedia,  sedendo  il  Pon- 
tefice, veniva  cinto  dal  priore  della 
basilica  di  s.  Lorenzo  di  un  cin- 
golo rosso,  da  cui  pendeva  una  bor- 
sa di  seta  dello  stesso  colore,  con 
che  intendevasi  ricordargli  ch'era 
il  padre  de'  poveri,  e  il  provvedi- 
tore delle  vedove,  e  de'  pupilli,  co- 
me supremo  amministratore  del  pa- 
trimonio di  Gesù  Cristo. 

Il  sabbato  di  passione,  ossia  del- 
la penultima  domenica  di  quaresi- 
ma, fu  detto  Sabbatiim  vacansj  e 
dagli  antichi  rituali:  Quando  da- 
tur  eleemosyna  sive  fermentum  in 
consistono  lateranensi .  In  questo 
sabbato  era  la  stazione  a  s.  Pietro^ 
dove  il  Papa  con  pubblica  cerimo- 
nia dava  r  elemosina  al  popolo,  e 
faceva  la  solita  lavanda  de'  piedi 
a'  poveri,  non  potendola  anticamen- 
te fare  nel  giovedì  santo  per  l'oc- 
cupazione delle  lunghe  funzioni.  Per- 
ciò dai  greci  fu  chiamato  ancora 
il  sabbato  di  Lazzaro,  il  che  tro- 
vasi   scritto    in    un    graduale  di  s. 


ELE  157 

Gregorio  I  con  queste  parole  :  Sab- 
batunt  vacansj  quando  dominus  Pa- 
pa eleemosynam  dai.  Si  disse  per- 
ciò Sabbatum  vacanSj  perchè  il  Pa- 
pa non  andava  alla  visita  della  sta- 
zione. In  questo  medesimo  sabbato 
nel  Laterano  si  distribuiva  ai  sa- 
cerdoti delle  parrocchie  e  titolo  di 
Roma  il  fermento,  ch'era  il  pane 
benedetto,  che  si  soleva  distribuire 
al  popolo,  e  ciò  si  faceva  in  que- 
sto giorno,  perchè  dovendo  i  detti 
sacerdoti  nella  domenica  seguente 
celebrare  le  loro  funzioni  nelle  pro- 
prie chiese,  non  potevano  assistere 
al  Pontefice.  Questo  fermento,  al 
dire  del  Baronio,  vuoisi  che  fosse 
di  lievito  benedetto  dal  Papa,  e 
di  vide  vasi  alle  parrocchie  per  far- 
ne il  pane  fermentato  da  distri- 
buirsi al  popolo  in  segno  di  co- 
municazione delle  membra  col  loro 
capo;  cerimonia  praticata  da  pa- 
recchi vescovi  nelle  loro  diocesi.  A 
questa  antica  pratica  religiosa  si 
attribuisce  l'origine  della  periodica 
e  giornaliera  distribuzione  del  pa- 
ne e  del  vino,  che  sino  agli  ultimi 
anni  del  secolo  decorso  si  praticò 
costantemente  nel  palazzo  apostoli- 
co, nella  distribuzione  di  pane  e 
vino ,  detta  volgarmente  parte  di 
palazzOj  a'  Cardinali,  ed  ai  vescovi 
assistenti  al  romano  Pontefice,  in 
segno  di  comune  fratellanza,  e  co- 
municazione. Tale  uso  dalla  beni- 
gnità de'  Pontefici  fu  esteso  in  be- 
neficio dei  loro  intimi  famigliari 
eziandio,  appellati  palatini,  cubicu- 
lari ec,  e  di  altri  considerati  quali 
domestici  del  Papa.  Ma  il  Ciampi- 
ni,  nel  suo  libro  de  perpetuo  azy- 
morum  usu,  parlando  della  limo- 
sina, che  dava  il  Pontefice  nel  pub- 
blico concistoro  lateranense,  ovve- 
ro in  uno  degli  oratorii  di  quel 
sagro  palazzo,  o  anche    nella    sala 


1^8  E  LE 

della  pubblica  udienza,  dice,  che  era 
la  ss.  Eucaristia ,  nel  pane  azzimo 
consagrato,  e  per  simbolo*  di  co- 
munione ecclesiastica,  chiamalo  col 
nome  di  fermento.  Questo  davasi 
foise  agli  accoliti  dai  vescovi  sub- 
urbicari ,  acciocché  nel  giorno  di 
Pasqua,  e  nel  tempo  della  messa 
solenne  lo  ponessero  nel  calice,  nel 
proferirsi  le  parole  :  Haec  com- 
mixtio  corporis ,  et  sanguini^  Do- 
mini, etc.y  ed  essi  con  i  fedeli  pre- 
senti ne  ricevessero  parte,  e  si  di- 
stribuisse in  segno  della  comunio- 
ne col  romano  Pontefice,  della  qua- 
le partecipavano. 

11  nominato  Pontefice  s.  Grego- 
rio I,  in  memoria  dei  dodici  apo- 
stoli, ogni  giorno  serviva  nel  pro- 
prio palazzo  a  pranzo  dodici  po- 
verelli, e  questa  sua  pietosa  umil- 
tà ,  e  carità  gli  meritò ,  che  un 
angelo  una  volta  fosse  veduto  assi- 
so fra  essi  per  decimoterzo.  Donde 
nacque  il  pio  e  lodevole  costume, 
praticato  da  molti  Pontefici,  d'im- 
bandire ogni  giorno  il  pranzo  a 
tredici  pellegrini ,  come  dicemmo 
altrove,  per  lo  più  sacerdoti,  sotto 
la  direzione  del  prelato  elemosi- 
niere. Di  questo  pranzo  riparlere- 
mo in  seguito,  per  non  interrom- 
pere la  narrativa  dei  Pontefici  che 
si  distinsero  nel  fare  limosine,  di- 
chiarando a  quali  si  attribuisce 
l'istituzione  dell' eli mosineria  apo- 
stolica. Anche  il  Rinaldi  all'anno 
593  num.  60,  celebra  l'animo  ca- 
ritatevole di  s.  Gregorio  I.  Al- 
cuni dissero  che  il  Pontefice  Co- 
none,  eletto  l'anno  686,  avesse  un 
suo  particolare  tesoriere  o  sacel- 
lario ,  del  quale  uffizio  parlammo 
all'articolo  Elenìosiniere  (Vedi).  Co- 
Mone  governò  la  Chiesa  undici  me- 
si, e  Pasquale  arcidiacono,  eh' è  il 
personaggio  cui  si  attribuisce  l'in- 


ELE 

carico  di  tesoriere,  non  solo  insorse 
contro  di  lui,  per  cui  è  noverato 
tra  gli  antipapi,  ma  procurò  anco- 
ra di  occupare  simoniacamente  la 
cattedra  apostolica  in  sua  morte,  e 
nell'elezione  di  s.  Sergio  I,  per  lo 
che  sembra  difficile,  che  avesse  e- 
sercitato  in  certo  modo  il  pio  uffi- 
zio di  limosiniere.  V.  Lodovico  A- 
gnello  Anastasio,  Istoria  degli  an- 
tipapi, tom.  I,  p.    i35  e  seg. 

Anastasio  Bibliotecario  celebra  l'a- 
nimo caritatevole  de'  Romani  Pon- 
tefici, padri  universali  de'poveri  di 
tutte  le  nazioni,  dicendoci  di  san 
Zaccaria  creato  l'anno  'J^i-  "  Hic 
«  beatissimus  Papa  statuii,  ut  cre- 
«  bris  diebus  alimentorum  sum- 
*»  ptus,  qui  et  usque  nunc  eleemo- 
«  syna  appellatur,  de  venerabili 
«  patriarchio  a  paracellariìs  (cioè 
M  dispensieri,  che  avevano  la  cu- 
»»  ra  di  distribuire  ai  poveri  tut- 
«  tociò  che  rimaneva  dalla  mensa 
«  del  Papa)  pauperibus,  et  pere- 
«  grinis,  qui  ad  b.  Petrum  moran- 
«  tur,  deportetur,  eisque  erogetur. 
>»  Nec  non  et  omnibus  inopibus  et 
y>  infirmis  per  universas  regiones 
»  istius  romanae  Urbis  constitutis, 
»  eandem  similiter  distribuì  ipsam 
«  ahmentorum  eleemosynam  ".  E 
di  Adriano  l  del  772  dice  »  Do- 
»  mucultam  (cioè  podere,  tenuta,  o 
«  colonia  )  Capracorum  cum  mas- 
«  sis,  fundis,  casal ibus,  vineis,  oli- 
«  vetis,  et  aquimolis,  et  omnibus 
«  ei  perii nentibus  statuii  per  apo- 
«  stolicum  privilegium  sub  magnis 
»  analhematis  obligalionibus,  ut 
M  omni  die  centum  fraties  nostri 
M  Christi  pauperes,  et  etiam  si  plu- 
»j  res  fiierint,  aggregentur  in  pa- 
»  ti'iarchio  Lateianensi  ,  et  con- 
»,  slituantur  in  portico,  quae  est 
>y  jiixta  stolam ,  qua  ascendit  in 
»    palriarchium,  ubi    et    ipsi    pau- 


ELE 

'»  pcres  depicli  sunt,  et  erogen- 
'»  tur  omni  die  per  nianus  u- 
M  nius  fìdelissimì  paracellarii  eis- 
^  dem  pauperibus  ;  accipiens  unus- 
«  quisque  eoi  um  portionem  panis, 
»»  atque  portionem  vini,  etc.  ".  Os- 
serva il  Piazza,  Opere  pie  di  Roma, 
p.  2  I,  che  la  distribuzione  del  pane 
la  quale,  siccome  diremo,  facevasi 
due  volte  la  settimana  dall'elemo- 
siniere comune  nel  palazzo  vatica- 
no, ebbe  origine  da  s.  Zaccaria, 
che  faceva  dar  da  mangiare  a  tut- 
ti i  poveri,  i  quali  concorrevano  al- 
la sua  residenza,  ovvero  da  Adria- 
no I,  il  quale  ordinò  che  ogni  gior- 
no si  desse  il  pranzo  a  cento  pove- 
ri nel  palazzo  Lateranense. 

I  Pontefici  s.  Paolo  I,  e  s.  Grego- 
rio ITI  non  furono  meno  caritate- 
voli. Di  s,  Nicolò  I  narra  il  Rinal- 
di, air  anno  863,  num.  90,  che 
sapendo  egli  secondo  la  sentenza 
di  s.  Ambrogio,  essere  i  poveri  sol- 
dati della  Chiesa,  si  fece  un  pode- 
roso esercito  di  essi,  e  riportando  le 
parole  del  citato  Anastasio  Biblio- 
tecario, aggiunge  :  «  Questo  amico 
*'  di  Cristo  tenendosi  scritto  appres- 
*'  so  di  sé  i  nomi  di  tutti  gli 
*'  zoppi,  ciechi,  e  affatto  deboli,  e 
»>  in  Roma  dimoranti,  con  dili- 
?'  genza  e  studio  somministrava 
«  loro  il  vitto  quotidiano".  S.  Ni- 
colò I  provvedeva  ancora  gli  altri 
poveri,  che  avevano  forze,  dando  a 
ciascuno  da  desinare  con  tal  ordi- 
ne, che  in  capo  della  settimana 
tutti  venivano  ad  avere  partecipa- 
to delle  sue  sante  limosine.  Il  Car- 
dinal Adriano  romano,  il  quale  suc- 
cesse neir  867  a  Nicolò  I  col  no- 
me di  Adriano  II,  nel  di  lui  pon- 
tificato ne  imitava  l'esempio  nel 
modo  il  più  mirabile.  Laonde  il 
medesimo  Rinaldi,  all'anno  867, 
num.  i4o,  c'istruisce  come  avendo 


ELE  1^9 

un  giorno  ricevuto  quaranta  dena- 
ri, ritornando  a  casa  non  potè  en- 
trarvi per  la  moltitudine  de' pelle- 
grini accorsivi  come  a  granaio  co- 
mune. Allora,  mosso  di  essi  a  pie- 
tà, disse  al  suo  palafreniere,  che 
nulla  volendo  di  què' denari,  bra- 
mava che  li  dispensasse  tutti.  Ma 
avendogli  risposto  che  dandone  uno 
per  ciascuno  appena  si  contentava 
un  terzo,  Adriano  pieno  di  cari- 
tà e  di  fede,  soggiunse,  che  in  vir- 
tìi  dì  Cristo  sperava  si  moltipli- 
cassero a  modo  di  dare  tre  denari 
a  ciascuno.  E  cosi  fu,  che  anzi  en- 
trato in  casa  ne  diede  pure  alla  sua 
famiglia,  e  gliene  rimasero  sei,  che 
divise  col  palafreniere  ringraziando 
Dio  del  prodigio.  Egli  era  il  padre 
de' poveri,  e  il  consolatore  delle  ve- 
dove e  de' pupilli,  e  la  sua  casa 
era  sempre  aperta  a'  viandanti. 
Della  segnalata  virtìi,  e  carità  mu- 
nifica di  Adriano  li,  tratta  anche 
il  p.  Menochio  al  tom.  Ili,  pag. 
100  delle  sue  Stiiore. 

Il  Papa  Gregorio  V  del  996, 
per  le  sue  grandi  virth  e  limosi- 
ne, fu  chiamato  Gregorio  il  Mino- 
re. In  ogni  sabba to  egli  soleva  ve- 
stire dodici  poveri,  come  si  ricava 
dall'epitaffio  del  suo  sepolcro:  Pau- 
peribus di\>es  per  singnla  sahbata 
vesfes  divisit  numero  cautus  apo- 
stolico. Dice  il  mentovato  Piazza, 
che  le  vesti  bianche,  cui  i  Ponte- 
fici fanno  dare  a  quelli,  ai  quali  nel 
giovedì  santo  lavano  i  piedi,  in  me- 
moria di  quanto  fece  Cristo  cogli 
apostoli,  ripetono  la  origine  da 
Gregorio  V.  S.  Leone  IX  fu  così 
caritatevole,  che  fece  mettere  nel 
proprio  letto  un  lebbroso  perchè 
fosse  pietosamente  curato,  e  sicco- 
me disparve  da  tutti,  fu  credulo 
essere  stato  Gesù  Cristo  medesimo: 
tanto  si   apprende  dal    Rinaldi    al- 


i6o  E  LE 

Tanno  io54,  num.  47-  Mirabili 
pure  furono  la  carità,  e  le  limo- 
si ne  di  s.  Gregorio  VII.  Neil'  Or- 
dine romano  XII,  scritto  da  Cen- 
cio Camerario  sotto  Celestino  II, 
eletto  nel  1 143,  si  parla  delle  li- 
jDOsine  distribuite  dal  Papa,  quan- 
do dalla  basilica  vaticana  si  reca- 
va alla  lateranense  per  prendervi  il 
possesso,  e  come  nella  seconda  fe- 
sta di  Pasqua  cavalcando,  in  cin- 
que luoghi  facevasi  il  gettito,  o  la 
dispensa  delle  monete,  per  allon- 
tanare la  moltitudine  dalla  sagra 
sua  persona.  Siccome  poi  ciò  face- 
vasi  dai  curiali  del  Papa,  se  ne 
fa  parola  all'articolo  Curia  Ro- 
mana (Vedi).  Il  primo  gettito  di 
denari  si  faceva  neil'  atto  di  par- 
tire, il  secondo  in  Parione,  il  ter- 
zo in  Pigna,  il  quarto  presso  san 
Marco,  il  quinto  vicino  alla  chiesa 
di  s.  Adriano  nel  foro  romano. 
Per  detti  curiali  si  debbono  inten- 
dere gli  antichi  giudici,  difensori, 
ed  avvocati  della  curia  romana. 
Nelle  posteriori  descrizioni  de'  pos- 
sessi si  legge,  che  il  maresciallo  del- 
la curia,  chiamato  Saldano,  caval- 
cava dopo  il  magistrato  romano, 
e  prima  del  decano  della  rota,  a- 
vente  ai  lati  della  sella  due  sacchi 
di  monete,  come  carlini,  baiocchi, 
e  quattrini,  e  ne  faceva  dispensa, 
e  gettito  a  monte  Giordano,  pres- 
so s.  Marco,  vicino  a  s.  Adriano, 
e  in  altri  luoghi,  cioè  ove  incon- 
tra vasi  molto  popolo,  acciocché 
occupandosi  nel  raccogliere  il  de- 
naro, facesse  largo  alla  processione 
o  cavalcata,  altrimenti  la  folla  l'a- 
vrebbe impedita,  o  rilardata.  Qui 
vogliamo  avvertire,  che  parleremo 
pur  in  fine  del  gettito  del  denaro, 
il  quale  facevasi  nella  coronazione, 
e  nel  possesso,  e  che  in  quello  pre- 
so da  Leone  X  lungo  la  cavalcata 


ELE 

volle  gettare  il  denaro  d.  Ferran- 
do  Porre  Iti  chierico  di  camera,  di- 
cendo che  apparteneva  a'chieiici  di 
camera,  ma  ciò  non  era  vero,  poi- 
che  tale  uffizio  spettava  al  sol- 
dano,  o  maresciallo,  ovvero  al  da- 
tario del  Papa ,  come  afferma  il 
cerimoniere  de  Grassi  presso  il  p. 
Gallico,  Ada   Caereni. 

Neil'  Ordine  romano  XII  sud- 
detto, parlandosi  della  solenne  men- 
sa, che  aveva  luogo  nel  triclinio 
lateranense,  dopo  avere  il  Papa  ce- 
lebrate le  tre  messe,  si  trova  e- 
spressamente  nominalo  il  di  lui 
elemosiniere,  perchè  si  legge:  »»  Eo- 
M  dem  die  omnes  poenitentiarii 
«  cum  eorum  famulis,  et  eleemo- 
»  synarius  hebdomadarius,  et  vice- 
M  cancellarius,  cum  tota  cancelle- 
w  ria  veniunt  videre  Papam,  et 
»  Papa  dat  omnibus  species  et  vi- 
»   num  ". 

Innocenzo  III  stabilì  una  rego- 
lare limosina  ai  poveri  di  Roma, 
nonché  ai  pellegrini,  che  in  gran 
numero  ad  essa  accorrevano.  Da 
lui  pure  abbiamo  menzione  dell'e- 
lemosiniere, leggendosi  nella  sua 
bolla  al  rettore,  ed  ai  frati  del- 
l'ospedale di  s.  Spirito:  «  Jube- 
»3  mus,  ut  prò  mille  pauperibus 
M  extrinsecus  advenantibus,  et  tre- 
*'  centis  personis  intus  degentibus, 
»  decemseptem  librae  usualis  mo- 
M  netae  (ut  singuli  accipiant  tres 
»  danarios,  unum  prò  pane,  alte- 
«  rum  prò  vino,  aliuraque  prò  car- 
>ì  ne)  ab  eleemosynario  summi 
M  Pontificis  annuatim  vobis  in  per- 
>»   petuum  tribuantur  ". 

Vogliono  alcuni ,  che  il  beato 
Gregorio  X,  creato  Pontefice  nel 
127 1,  regolasse  e  sistemasse  l'ele- 
mosineria  apostolica,  e  dichiarasse 
alquanto  le  attribuzioni  dell'elemo- 
siniere, od  elemosinieri    del  Ponte- 


ELE 

fìce.  Certo  è,  eh'  egli  era  assai 
compassionevole  verso  i  poveri,  ed 
a  tale  effetto  nel  suo  libro  de' ri- 
cordi teneva  registrati  di  propi'io 
pugno  i  nomi  delle  persone  biso- 
gnose di  soccorso,  aftine  di  far  lo- 
ro giungere  con  piìi  frequenza,  e 
sicurezza  l'opportuno  aiuto.  Al 
medesimo  Gregorio  X  atlribuisco- 
lìo  la  solenne  limosina,  che  si  fa- 
ceva presso  la  chiesa  di  s.  Maria 
in  Campo  santo,  che  però  Tolo- 
meo da  Lucca,  vescovo  di  Torcel- 
lo ,  il  quale  visse  al  suo  tem- 
po ,  negli  annali  scrisse,  all'an- 
no 12  74)  ^i  Gregorio  X:  »  Fuit 
>»  enim  in  vita  mirae  honestalis, 
3>  uec  intendebat  pecuniaium  lu- 
>'  cris,  sed  pauperum  eleemosynis. 
»  Unde  primus  fuit,  qui  solemnem 
*>  ordinaviteleemosynam  in  Romana 
»»  Curia".  Nell'Ordine  XIII,  eh' è 
il  cerimoniale  romano  pubblicato 
dal  medesimo  Gregorio  X,  si  pre- 
scrivono nelle  solenni  cavalcate  del 
Pontefice  pressoché  i  medesimi  riti, 
e  le  consuetudini  descritte  negli  Or- 
dini del  canonico  Benedetto,  e  da 
Cencio  Camerario.  Per  ciò,  che  ri- 
guarda alla  distribuzione  delle  mo- 
nete o  limosine  al  popolo,  si  legge 
come  segue:  «  Dopo  che  il  Papa 
}>  sarà  coronato  sulle  scale  della 
3>  basilica  di  s.  Pietro,  et  redit  ad 
*'  lateranum  per  viam  Papae,  et 
»i  postquam  equilaverit,  fit  ibi  in 
»  eodem  loco  jactus  pecuniae  per 
«  senescalcum  (  soldano,  o  mare- 
»»  sciallo  della  Curia  Romana  ),  vel 
»  per  alium  ter,  et  post  Papam 
j»  projicit.  Iteni  quum  pervenit  ad 
«  Turrim  Stepliani  Petrì,  qui  est 
*'  Parionis,  et  hodie  dici  tur  Tiirris 
f>  de  CampOj  unus  de  familia  Pa- 
»  pae  facit  ibi  ulium  jactum,  stan- 
«  do  in  aliquo  loco  eminenti  .... 
«  Similiter  dum  pervenerit  ad  pa- 

VOL.     XXI. 


ELE  i6i 

«  lalìum  Cenci  Muscae  in  Pugna^ 
>*  nnus  de  familia  Papae  de  dicto 
>t  palatio  facit  unum  jactum,  quum 
«  pervenerit  ad  s.  Marciim.  Simi- 
»  liter  quum  pervenerit  ad  s.  A- 
»  drianum,  facit  alium  jactum, 
«  stando  in  fenestra  palati i  s.  Mar- 
*i  linae;  et  sic  venit  ad  plateam 
>y  lateranensem  .  .  .  .".  Ecco  adun- 
que un  altro  monumento  dell'  an- 
tichità del  pio  uso  tuttora  in  vi- 
gorCj  della  distribuzione  delle  li- 
mosine,  che,  come  superiormente 
si  è  accennato,  fa  l'elemosiniere,  o 
altri  in  sua  vece,  ne'  luoghi  ove  si 
reca  il  Papa,  e  per  sino  lungo  la 
strada  per  dove  cammina  a  piedi, 
lasciando  ovunque  traccie  di  bene* 
ficenza,  e  di  animo  caritatevole. 

Nella  lettera  d' Innocenzo  VI , 
Papa  residente  in  Avignone,  dell'an- 
no i36i  ,  che  si  legge  presso  il 
Martene,  nel  tomo  II  degli  Aned- 
doti col.  9o5,  si  fa  menzione  del 
suo  ospizio  sagro  (  V.  Maestro  del 
SAGRO  Ospizio  ),  e  dell'  ospizio  di 
Pagnotta j  e  dice  di  questo,  che  es- 
sendovi in  quell'anno  maggior  con- 
corso di  poveri  tanto  della  curia 
romana  (cioè  di  Roma),  quanto 
delle  vicine  parti  o  paesi,  attesa  la 
carestia  delle  biade,  ordinò  che  si 
dessero  prima  seimila  moggi  di  fru- 
mento per  uso  della  città,  e  di  più 
altri  seimila  moggi.  Questa  voce 
Pagnotta  è  latina,  ed  è  usala  a  si- 
gnificare la  casa  di  elemosina.  Ne- 
gli antichi  cerimoniali,  e  diari,  si 
fa  frequente  menzione  àe  frati  del* 
la  Pignotta,  de  Pignotta  fratres, 
come  dal  Mabillon,  Mus,  Italie, 
tom.  Il,  p.  257,  4^6,  e  dal  Gaje- 
tano  presso  lo  stesso  Mabillon  a 
pag.  358.  Questi  frati  della  Pa- 
gnotta, chiamati  pure  de  Prognata ^ 
e  de  Pignola y  si  legge  eh'  erano 
persone  incaricate  di  preparare,  u- 
1 1 


iGa  ELE 

nitamenle  al  tesoriere,  gli  oggetti 
occorrenti  al  Pontefice  per  la  la- 
vanda del  giovedì  santo.  Il  Mura- 
tori, nella  dissert.  XXVIII,  p.  6o5, 
parlando  dei  fratres  de  Pagnolta^ 
dice  eh'  erano  fratres  de  Pagnotta 
Ordinis  s.Benedicti^  ecclesiam  s.  Bla- 
sii  in  via  Jidia  incolehant  ;  cura- 
hant  etiam  corpus  Ponti flcis  defun- 
cti.  Hodie  hujusmodi  curani  liahet 
sacrista  Papae  Ordinis  s.  Augasti- 
ni.  Anche  Pietro  Amelio,  il  quale 
fu  sagrista  di  Gregorio  XI,  di  ciò 
parla  nell'Ordine  XV  presso  il  Ma- 
billon  citato,  descrivendo  minuta- 
mente le  incumbenze  dei  frati  del- 
la Pagnotta,  o  della  bolla  (de'  quali 
si  tratta  all'articolo  Cancelleria  a- 
postolica  (Vedì)j  e  dice  che  doveva- 
no provvedere  e  preparare  le  cose, 
le  quali  servivano  per  lavare  il  ca- 
davere del  Pontefice ,  facendo  uso 
di  erbe  odorose,  ed  aromi,  con  cui 
condizionavano  il  corpo.  V.  il  Plet- 
temberg,  Notitia  congregationnm,  p. 
72  :  Eleemosynarii  Papae y  et  poe- 
nitentiarii  s.  Petri  lavant  cadaver 
defuncti  Pontijicis.  In  altre  simili 
memorie  si  legge,  che  tutti  i  pe- 
nitenzieri si  radunavano  presso  il 
cadavere  del  Papa,  e  con  divozio- 
ne, diligenza,  e  decenza,  insieme  ai 
Cubiculari  (Vedi),  ed  all'elemosi- 
niere, lavavano  su  d'  una  tavola  il 
corpo  del  Papa,  acciò  non  esalasse 
cattivo  odore,  e  gli  baciavano  i  pie- 
di, incombendo  airelemosiniere  la- 
vare le  parti  più  nobili.  In  ultimo 
si  aggiunge,  che  facendo  talvolta  la 
lavanda  i  frati  della  Pagnotta  col- 
l'elemosiniere,  ad  esso  appartenes- 
sero nella  distribuzione  delle  limo- 
sine,  e  del  pane,  donde  forse  pre- 
sero la  loro  denominazione.  Quin- 
di si  deduce  esservi  stata  una  casa 
d'elemosina  presso  il  palazzo  apo- 
stolico, ove  Telemosinieie    co'  detti. 


ELE 

frati  distribuiva  pane,  e  limosine  ai 
poveri,  per  cui  si  è  qui  voluto  in- 
dicare chi  fossero  tali  fiati  addetti 
air  antica  elemosineria  apostolica. 
Vuoisi  ancora,  che  le  medaglie,  le 
quali  ora  si  danno  dal  Papa  a  quelli 
cui  lava  il  piede,  ricevendole  dalle 
mani  del  tesoriere,  abbiano  avuto 
origine  dalle  limosine  di  due  soldi 
e  dodici  denari,  che  si  davano  ad 
ogni  suddiacono,  cui  il  Pontefice 
aveva  lavato  i  piedi  ;  la  qual  limo- 
sina era  pur  somministrata  dal  te- 
soriere alla  limosineria  apostolica. 

Adunque,  per  quanto  si  è  ripor- 
tato, e  per  quanto  andiamo  a  di- 
re, già  nel  secolo  XIV  esisteva  l'e- 
lemosiniere del  Papa,  con  elemosi- 
neria, ed  individui  ad  essa  addetti, 
siccome  pur  sembra  potersi  ritene- 
re, che  ai  secoli  precedenti  XII,  o 
XIll  l'uffizio  dell'elemosiniere  fosse 
tra  i  cubiculari,  e  i  domestici  del 
Pontefi'ce.  Da  un  codice  Vaticano, 
riprodotto  dal  p.  Galtico,  Acta  ec. 
pag.  263,  si  rileva  qual  fosse  la 
famiglia  pontifìcia  al  tempo  di  A- 
lessandro  V  del  14^9»  il  cui  § 
XVII,  Eleemosynarius,  è  del  tenore 
seguente. 

M  Item  summus  Pontifex  con- 
«  suevithabere  eleemosyiiarium  ec- 
»  clesiasticum,  idoneum,  piuin,  de- 
«  votum,  et  caritativum,  ad  cujus 
>i  officiuin  spectat  miserias  paupe- 
«  rum,  et  alioruni  desolatoruni 
>i  curiam  sequentium  saepe  ad  me- 
«  moriam  Domini  nostri  reducere, 
«  et  prò  eis  intercedeie.  Itein  de- 
«  bet  sellici  tare  de  eleemosynis 
»  fiendis  pauperibus,  praelatis  vi- 
»  delicet  mendicanlibus,  religiosis, 
>*  et  aliis  locis  piis ,  et  quod  per- 
«  sonis  necessitatis  eleemosyna  lar- 
«  giatur,  et  signanter  in  solemnio- 
«  ribus  festivitatibus.  Item  debet 
«   prò  pauperibus  in  curia   oppres- 


ELE 

sìs  intercedere,  et  semper,  et  con- 
tinue opera  pietatis ,  et  miseri- 
cordiae  diete  Domino  nostro  per- 
suadere. Item  quando  summus 
Pontifex  equitat,  consuevit  post 
eumdem  in  habitu  decenti  super 
mula  de  palafrenaria  equitare , 
et  missalia  (forte  leg.  missilia) 
projicere,  prout  congruit  officio. 
Item  ipse  non  consuevit  commu- 
ni ter  habere  cameram  in  pala- 
tio  apostolico,  sed  tamea  eidem 
prò  se,  et  uno  servitore  provi- 
sio  dari  debet,  nisi  alias  suffi- 
cienter  abundaret.  Item  moris 
est,  et  fuit,  quod  prior  s.  Anto- 
nii  curiae  romanae  intrat  pala- 
tium  quando  prò  prandio  cam- 
pana pulsatur,  et  in  tinello,  vel 
camera,  in  qua  prandere  debet, 
vel  alio  loco  propinquo  ponit  va- 
sa  sua  ordinata  prò  eieemosyna 
recìpienda ,  et  stat  ibidem,  dum 
Papa  prandet,  et  quidquid  pa- 
nis,  vini,  et  cibi  levatur  de  men- 
sa Domini  Nostri  Papae,  et  alio- 
rum  coram  eo  comedentium,  de- 
bet recipere  de  manu  levantis, 
et  ponere  in  dictis  vasis.  Post 
prandium  vero  statini  debet  re- 
cedere, et  pauperibus  in  hospi- 
tali  jacentibus  eleemosynam  per 
ipsum  receptam  fideliter  distri- 
buere;  et  iste  non  habet  slipen- 
dium,  nec  cameram  in  palatio, 
nec  etiam  victum,  nec  prò  vieto 
suo  aliquam  portionem  ;  sed  vi- 
vit  de  emolumentis  sui  priora- 
tus,  quae  magna  solent  esse.  Iste 
etiam  debet  sequi  Dominum  iVo- 
slrum  Papam,  quocumque  vadit, 
prò  suo  officio  faciendo.  Iste  e- 
tiam  debet  habere  curam  ani- 
marum  omnium  (quid  hoc  vo- 
cabulo  designetur ,  non  omnino 
constat,  de  extraneis  forte  expo- 
ni   potest.    Edita    aliud    vocabu- 


ELE  i63 

>»  lum  usurpnnt  festarioriim  )  fo- 
»»  resanorum,  et  eisdem  solet  sa- 
»»   cramenta  ministrare  ". 

Se  nel  secolo  XIV  si  distinse 
nella  carità  vei-so  i  poveri  il  vene- 
rando Pontefice  Urbano  V,  nel  XV 
meritano  speciale  lode  Nicolò  V,  e 
il  successore  Calisto  III  grandi  li- 
mosinieri.  Sotto  il  pontificato  di 
Sisto  IV,  ed  alla  regina  di  Cipro 
Carlotta  alcuni  attribuiscono  l'ori- 
gine della  limosina,  che  facevasi 
due  volte  la  settimana,  cioè  il  lu- 
nedì, e  il  venerdì  in  campo  santo 
presso  la  chiesa  di  s.  Maria,  colla 
distribuzione  di  pane  e  vino  a  tutti 
i  poveri  dei  rioni  di  Roma.  Ciò 
non  è  vero,  per  quanto  riporta  il 
Torrigio  nell'  opera,  le  sagre  grotte 
vaticane  a  pag.  288  e  seg.  Ma  sic- 
come dobbiamo  dire  di  questa  li- 
mosina, fatta  solo  per  paterna  dis- 
posizione de'  Pontefici ,  e  non  per 
testamentaria  disposizione  della  re- 
gina, prima  daremo  un  cenno  di 
detto  luogo  e  chiesa  dove  facevasi, 
siccome  rammentati  dagli   scrittori. 

La  chiesa  di  s.  Maria  della  pie- 
tà in  campo  santo ,  esistente  presso 
la  basilica  Valicarla,  fu  cosi  chia- 
mata perchè  congiunta  ad  un  ci- 
miterio,  dove  l' imperatrice  s.  Elena 
lasciò  parte  d'una  quantità  di  ter- 
ra del  monte  Calvario,  che  seco 
portato  avea  da  Gerusalemme ,  da 
dove  vuoisi  che  pure  ne  portasse- 
ro i  pellegrini,  i  quali  dopo  avere 
visitato  i  santuari  di  Terra  santa, 
recavansi  a  Roma,  come  luogo  sta- 
bilito alla  sepoltura  dei  pellegrini 
che  in  Roma  morivano,  laonde  ivi 
si  raccolse  una  gran  quantità  di 
ossa,  da  cui  prese  nome  la  conti- 
gua chiesa.  Questa  venne  eretta  dal 
Papa  s.  Leone  IV  dell' 847,  quan- 
do edificò  la  città  Leonina,  e  venne 
dedicala  al  ss.  Salvatore,  per  cui  fu 


i64  ELE 

detta  de  ossibus^  ma    poi    prese  il 
nome  che  porta  ancora,    dopo  che 
vi  fu  eretta  verso  il    i46o   la  con- 
fraternita detta  della  Pietà  di  cam- 
po santo,  dagli  alemanni,  fiammin- 
ghi, e  svizzeri,  massime  della  guar- 
dia del  Papa,  sotto  il  titolo  dell'Im- 
macolata Concezione  della  Vergine 
Maria,  che  arricchita  venne  di  gra- 
zie, e  privilegi  da  Leone  X,  come 
abbiamo  dal  Piazza,   Opere  pie  p. 
5 io;  e  come  pure  osserva  il  Pan- 
ciroli,   Tesori  nascosti  di  Roma,  p. 
487.  Dice  questo  ultimo,    che    ivi 
era  prima  l' ippodromo  dei  cavalli 
di  Nerone,  e  che  tre  buone  opere 
furono   presso    la    chiesa   stabilite , 
cioè  la  prima  nel  mentovato  soda- 
lizio, il  quale  per  carità  dava  l'a- 
bitazione ad  alcune  povere    donne 
inferme;  la  seconda  del  pranzo,  che 
ogni  giorno  facevano  quivi  imban- 
dire i    Pontefici    a    dodici    poveri  ; 
la  terza  del  pane  e  vino ,   che  di- 
stribuivansi    a'  poveri    nei    lunedi , 
e  venerdì,  mentre  negfi  altri   gior- 
ni dell'anno  distribuivasi   sale ,    ed 
altro.  II  sodalizio    tuttora    fiorisce, 
n'è  protettore  il    Cardinal    Federi- 
co   Giuseppe  Schvrartzenberg    arci- 
yescovo  di  Salisburgo,  ma  la  limo- 
sina delta  di  Camposanto^  e  i  pran- 
zi ai  poveri  ora  più  non  si  fanno. 
Che  la  limosina    di  Camposanto 
fosse    di    antica   istituzione  pontifi- 
cia, oltre  diversi    scrittori ,    chiara- 
mente lo  affeima  Teodoro  Amide- 
nio,  de  pietate  Romana,  par.  I^  e. 
8.  con  queste    parole:    »   Summo- 
>»  rum  Pontifìcum  liberalitate  sin- 
»   gulis  dìebus  veneris  in  honorem 
«   dominicae    passionis ,    et    diebus 
*'   lunae  distribuitur  panis  et  vinum, 
»   et  quidem  satis  abundanter  fere 
M  duobus  pauperum  millibus  ".  Al- 
,  trettanto  confermano  e  il  citato  Tor- 
rigio  parlando  della  regina  Carlot- 


ELE 

ta,  ed  il   Piazza  al  cap.     V,  Della 
limosina  di   Camposanto ,    ed  altri, 
che  hanno  registrato  le  azioni    se- 
gnalate   di    carità    in    ogni    tempo 
esercitate  dai  sommi    Pontefici ,    i 
quali  quanto  più    abbondarono    di 
rendite  ecclesiastiche,  tanto  più  fu- 
rono generosamente  liberali  verso  i 
poveri.  Tale  limosina    distribuivasi 
appunto  presso  la  chiesa  di  s.  Ma- 
ria in  Campo  santo,  come  si  rile- 
va dai   libri  dell'archivio  del  palaz- 
zo apostolico,  cioè  in  quelli  da  Pao- 
lo   III    in    poi,  perchè  quelli  delle 
epoche  precedenti    furono    bruciati 
nel  famoso  sacco  di  Roma  dell'an- 
no   1527.  Tale  libro  porta  la  data 
del    1549,  ^^    altrettanto    si    legge 
ne'  successivi,  anche  del  tempo  del- 
la sede  vacante.  Vero  è  però,  che 
il    numero    de'poveri,    a'  quali    dal 
Pontefice  si  dava  tale  limosina,  non 
era  così  copioso  come  al  presente, 
giacché  in  un  ruolo   del    i566,  in 
cui  regnava  s.  Pio  V,  Papa    som- 
mamente limosiniero,  si  legge    che 
l'elemosina  del  venerdì  in  Campo 
santo    fu    ridotta    per   bocche    cm- 
quantasei  al  dì,  mentre  poi  arrivò 
al  numero  di  centinaia,  e  migliaia. 
Nei  medesitni  registri  palatini  si  fa 
memoria  dei  pranzi,  che  ogni  gior- 
no si  facevano  a  tredici  poveri  nel- 
la casa  contigua  al  campo    santo , 
dicendoci  il  citato  Amidenio;  «  Po- 
>»   ne    temphim    s.    Mariae    Campi 
-V   sanati  est  ampia  domus,  in  qua 
>i   Pontificum   instituto  quotidie  éx- 
>»   cipiuntur    in    prandio    tredecim 
«   pauperes  a  duobus   sacerdotibus 
»   illi  officio  praefectis  ".   Questi  e- 
rano  gli  elemosinieri    comuni ,    co- 
me comuni  erano  quelli ,    che  dis- 
pensavano la  suddetta    settimanale 
limosina,    tutti   però    sottoposti    al- 
l' elemosiniere    maggiore.    Narra    il 
sopraddetto  Torrigio    a   pag.  295, 


ELE 
che  Papa  Urbano  Vili,  per  mag- 
gior decoro,  fece  trasferire  la  dispen- 
sa di  tali  limosine  nel  palazzo  va- 
ticano, dove  s' incominciò  a  dispen- 
sarle nel  1629  a'  3  settembre  in 
lunedì,  essendo  allora  lo  stesso  Tor- 
rigio  deputalo  dal  Pontefice  a  que- 
sta distribuzione ,  cioè  di  pane  e 
vino  nel  lunedì  e  venerdì,  non  che 
alla  benedizione  della  tavola  di  det- 
ti tredici  poveri  forestieri,  e  parti- 
colarmente oltramontani  trattati  lau- 
tamente, i  quali  portavano  via  gli 
avanzi  ne'  loro  paesi  per  divozione, 
magnificando  la  carità  del  Ponte- 
fice romano.  11  Piazza  dice,  che  ai 
suoi  tempi  ancora  sì  vedeva  il  luo- 
go dove  si  dava  da  mangiare  ai 
detti  poveri  in  Campo  santo:  e 
quello,  in  cui  venne  trasferito,  era 
in  una  delle  sale  dove  prima  stava 
la  libreria  vaticana,  già  abitazione 
del  celebre  Platina.  11  Chattard , 
Descrizione  del  Faticano,  p.  3 io, 
e  seg.,  parlando  del  forno  dei  po- 
veri, e  di  tali  pranzi,  dice  che  ad 
ognuno  de'  tredici  commensali  da- 
vansi  poi  due  Agnus  Dei  benedet- 
ti ;  e  che  in  vece  del  vino  a'  po- 
deri Tennero  dispensati  paoli  quat- 
tro a  testa  per  ogni  mese,  avver- 
tendo che  tale  officio  di  presidenza 
passò  da  monsignor  maestro  di  ca- 
sa, a  monsignore  elemosiniere  di 
Sua  Santità.  Tali  pranzi  durarono 
sino  a  Pio  VI ,  e  dopo  di  lui  ai 
nostri  giorni,  sotto  la  direzione  di 
monsignor  limosiniere,  furono  ri- 
stabiliti da  Leone  XII ,  e  si  face- 
vano nella  credenza  segreta  di  lui, 
assistendovi  talvolta  il  Papa.  Dopo 
la  tavola  davasi  ad  ogni  commen- 
sale una  medaglia  di  argento  be- 
nedetta  dal   Pontefice. 

Sotto  Urbano  Vili,  la  limosina 
si  fece  nel  palazzo  apostolico  in 
luogo  preparato,  presiedendovi  tal- 


ELE  165 

volta  il  maggiordomo  del  Papa, 
allora  pur  chiamato  maestro  dì  ca- 
sa. Egli  regolava  la  distribuzione 
del  pane,  e  del  vino  in  modo,  che 
al  terna  vansi  ogni  quattro  mesi  i 
rioni  della  città,  e  si  rilasciava  per 
conseguirla  ai  poveri  di  essi,  una  ce- 
dola stampata  collo  stemma  ponlìfi- 
cio.e  sottoscritta  di  mano  del  prelato. 

Clemente  IX  costantemente  as- 
sistette alla  quotidiana  mensa  dei 
poveri  ;  ed  Innocenzo  XI  regolò 
meglio  la  distribuzione  del  pane  e 
del  vino,  ed  in  modo,  che  in  ogni 
quadrimestre  dell'  anno  venisse  frui- 
to da  tutti  i  poveri  di  Roma,  pur- 
ché onesti,  timorati  di  Dio,  e  pur- 
ché frequentassero  la  dottrina  cri- 
stiana quelli,  che  fossero  in  giova- 
nile età.  Siccome  il  Pontefice  In- 
nocenzo Xll,  per  le  grandi  opere 
in  vantaggio  della  misera  umanità, 
ebbe  il  glorioso  titolo  di  Padre  dei 
po\'eriy  e  diede  migliore  regolamen- 
to alla  elimosineria  pontificia,  così 
coir  autorità  del  Piazza,  che  nel  suo 
pontificato,  e  nel  1698  pubblicò  in 
Roma  V  Eusevologio,  ovvero  delle 
opere  pie  di  Roma,  prima  di  par- 
lare dello  stato  di  quel  Pontefice, 
è  indispensabile  che  qui  si  dia  un 
cenno  di  quanto  praticavasi  allora, 
secondo  che  da  quel  dotto  scritto- 
re viene  desciitto  nel  trattato  primo, 
cap.    II,  Della  limosina    del  Papa. 

Non  solo  il  Pontefice  distribuiva 
a  mezzo  del  suo  limosiniere,  le  li- 
mosine quando  recavasi  in  qualche 
luogo,  e  in  altre  circostanze,  ma 
per  le  mani  di  detto  elemosiniere 
maggiore,  capo  allora  di  molti  altri 
secreti  a  beneplacito  del  Papa,  fa- 
ceva distribuire  mensilmente  scudi 
diecimila.  Questi  erano  divisi  tra  i 
poveri  vergognosi,  ospedali,  moni- 
steri,  conventi,  conservatorii,  e  luo- 
ghi pii  di  Roma,  come  risultava  da 


itìS  ELE 

regolnri  registri.  Eravi  la  limosina 
del  pane,  che  due  volte  la  settima- 
na distribuì  vasi  da  un  sacerdote, 
con  titolo  di  elemosiniere  comune^ 
nel  palazzo  apostolico  vaticano  a 
tutte  le  famiglie  bisognose  della 
città,  il  cui  importo  ascendeva  ad 
annui  scudi  seimila.  Eravi  la  limo- 
sina, detta  comune,  dispensata  a 
nobili  famiglie  povere,  ed  altre  ci- 
vili, e  bisognose,  da  un  altro  eie- 
mosiniere  apostolico,  che  pure  a- 
scendevano  a  circa  annui  scudi  sei 
mila.  Se  ne  teneva  registro  da  un 
segretario  deputato,  perchè  cessan- 
do in  alcuni  il  bisogno,  ed  altri 
morendo,  altri  potessero  venir  so- 
stituiti. Nelle  feste  principali  del- 
l' anno,  ed  erano  ventisei,  nel  ser- 
raglio, o  cortile  incontro  al  palazzo 
apostolico  Quirinale,  si  distribuiva 
da  un  limosiniero  a  ciò  deputato 
ad  ogni  povero  di  qualunque  ses- 
so, età  e  condizione,  mezzo  grosso 
per  testa,  ciò  che  importava  più 
di  altri  sei  mila  scudi  all'anno.  Si 
davano  caritativi  soccorsi  per  faci- 
litare le  vocazioni  di  quelli,  che  si 
volevano  fare  religiosi,  o  monache. 
11  mantenimento  e  le  limosine,  che 
davansi  a  ventisei  maestre,  per  inse- 
gnare alle  zitelle  i  lavori  donneschi,  e 
le  faccende  domestiche,  calcolandosi 
paoli  quarantacinque  mensili  per  ogni 
maestra  avente  l'obbligo  d'insegnare 
a  trenta  zitelle,  comprese  le  dieci 
pagnotte,  che  per  ogni  mese  davansi 
a  cadauna  maestra,  importavano  da 
mille,  e  duecento  scudi  1'  anno. 

Altre  limosine,  che  il  Papa,  a 
mezzo  del  suo  elemosiniere  segreto, 
faceva  passare  a  diversi  poveri,  e 
famiglie  vergognose  note  al  solo 
Pontefice,  ascendevano  a  tre  mila 
scudi  al  mese.  Avendo  s.  Pio  V 
assegnati  due  mila  scudi  al  mese 
per  altre  limosine,  queste  a  mezzo 


ELE 

dell'  elemosiniere  maggiore,  distri- 
buivansi  nelle  quattro  feste  prin- 
cipali, cioè  Natale,  Pasqua  di  Ri- 
surrezione, ss.  Pietro  e  Paolo,  ed 
anniversario  della  coronazione  del 
regnante  Pontefice.  llFanucci,  Trat- 
tato di  tutte  le  opere  pie  dell'al- 
ma città  di  Roma,  ivi  pubblicato 
nel  160 r,  a  p.  11  ,  dice  ch'erano 
due  mila  scudi  d'oro,  i  quali,  se- 
condo la  disposizione  del  santo  Pon- 
tefice, distribuivansi  dai  visitatori 
dell' elemosiueria  nelle  solenni  ri- 
correnze dell'anno  in  sussidii  di 
paoli  tre,  perciò  chiamata  la  limO' 
sina  del  testone.  Il  Piazza,  parte 
li,  cap.  XV,  p.  1 36,  racconta,  che 
per  togliere  ogni  confusione  e  dis- 
ordine, nella  distribuzione  delle  e- 
lemosine,  le  quali  si  davano  nel 
palazzo  apostolico,  nel  1602,  ordi- 
nò Clemente  VI  IT,  che  per  infor- 
mazione de'  memoriali,  che  si  da- 
vano, si  destinassero  in  ogni  par- 
rocchia due  gentiluomini,  i  quali 
bene  informati  delle  qualità,  e  dei 
bisogni  dei  supplicanti,  dicessero 
chi  meritasse  soccorso,  acciò  non 
fosse  lor  tolto  da  quelli  cui  non 
competeva.  Dai  libri  dei  tesorieri 
segreti  dei  Papi,  al  dire  del  me- 
desimo Piazza,  si  rilevò,  che  dispen- 
savano nella  loro  immensa  carità 
cento  mila  scudi,  in  limosine  stra- 
ordinarie a  povere  zitelle,  a  per- 
sone di  nobile  e  civile  condizione 
tanto  romane  che  straniere,  senza 
eccezione  di  persone.  A'  religiosi 
mendicanti  dalla  pontifìcia  dispen- 
sa davasi  pane,  vino,  sale,  legumi, 
paglia  pei  letti,  carne,  polli,  ed  al- 
tre provvisioni  pegl'  infermi. 

Stato  presente  delV  eleniosineria  a- 
postolica,  e  del  prelato  eleniO' 
siniere  segreto. 

Oltre  quanto  si  è  detto  in  print 


ELE 

clpio  di  quest'articolo  sulle  prero- 
f^ntive,  e  giurisdizioni  del  rispetta- 
bile, e  pietoso  uffizio  dell'  elemosi- 
niere pontifìcio,  organo,  e  mezzo 
delle  private  beneficenze  del  Papa, 
qui  appiesso  riporteremo  l'odierno 
suo  stato,  ed  altro  che  lo  riguarda. 
Tra  gli  stabilimenti  pubblici  di  o- 
pere  pie,  in  Roma  ha  il  secondo 
luogo  la  eliraosineria  apostolica, 
presieduta  da  monsignor  elimosi- 
niere  segreto  del  Papa.  Siccome  la 
elemosineria  divide  la  città  in  un- 
dici sezioni,  che  chiamansi  visite^ 
cosi  ciascuna  visita  abbraccia  due, 
tre,  quattro,  e  cinque  parrocchie, 
per  cui  undici  ecclesiastici  sono 
dall'elemosiniere  preposti  a  presie- 
dere alle  vi.?zfó,  onde  prendono  il 
nome  di  Visitatori.  Tale  riparto, 
come  principalmente  riguarda  le 
spezierie,  i  medici,  e  i  chirurghi 
pagati  dall' elemosineria  a  vantag- 
gio dei  poveri  infermi,  vi  ha  un 
medico  ispettore  generale  di  tutte 
le  visite.  Inoltre  la  elemosineria 
apostolica  ha  un  segretario  eccle- 
siastico, un  computista  laico,  con 
altri  addetti  alla  segreteria,  e  com- 
putisteria. 

La  elemosineria  apostolica,  prima 
dell'invasione  straniera  del  1798, 
aveva  annui  scudi  cinquantaquat- 
tro mila,  e  dopo  il  ripristinamento 
del  pontifìcio  governo  sino  al  1826, 
epoca  in  cui  Leone  XII  istituì  la 
commissione  dei  Sussidj  (P^edi), 
aveva  annui  scudi  trenta  tremila- 
trecento venti.  Questi  fondi  in  an- 
nui pagamenti  provenivano  1°  dal- 
la dateria  apostolica  in  scudi  ven- 
tiqualtromila  e  seicento,  più  scudi 
tre  mila  per  la  distribuzione  del 
lesione  per  Pasqua,  e  Natale;  2.° 
dall'  impresa  generale  de'  lotti,  in 
scudi  quattromila  ottocento;  3,°  dal- 
la reverenda  camera  apostolica  per 


ELE  167 

compenso  della  partita  Camerarìus, 
scudi  ottocento  ;  4.°  dall'amministra- 
zione degli  spogli  nel  due  per  cen- 
to suir  avanzo  netto  dell' incamera- 
zione  de'medesimi,  valutandosi  un 
anno  per  l'akro  scudi  centoventi. 
Con  tali  somme  la  elemosineria  sos- 
teneva tutti  i  pesi  fìssi  dell'azienda, 
e  la  distribuzione  mensile  delle  li- 
mosine  straordinarie,  compresi  i 
paoli  quindici  che  si  dispensavano 
qualunque  volta  usciva  il  Pontefice, 
nella  sola  prima  chiesa,  o  luogo 
ove  smontava.  Anzi  Pio  VII  ne- 
gli ultimi  anni  del  Pontificato,  non 
volendo  confusione  di  poveri,  quan- 
do andava  in  qualche  chiesa,  ordi- 
nò che  i  paoli  quindici  si  distri- 
buissero nel  cortile  della  panette- 
ria, ch'è  contiguo  all'  uffizio  della 
elemosineria  apostolica,  ai  soli  po- 
veri vecchi,  e  veramente  bisogno- 
si. Ogni  martedì  l'elemosiniere  ri- 
feriva a  Pio  VII  i  memoriali,  che 
avea  rimessi  col  rescritto  :  A  mon- 
signor Elemosiniere  che  ne  parli, 
e  la  maggior  somma  che  si  dava 
ad  ogni  supplicante  di  tali  memo- 
riali, era  di  otto  o  dieci  paoli,  e 
qualche  rara  volta  giungeva  a  pao- 
li quindici.  Le  suppliche,  colla  det- 
ta particolare  remissione,  si  ridu- 
cevano a  dieci,  o  dodici  in  circa 
per  ogni  settimana.  A  tutte  le  al- 
tre poi  ricevute  dall'elemosiniere  si 
assegnavano  due,  o  tre  paoli  per 
ciascheduna,  in  maniera  che  non  si 
distribuivano  più  di  scudi  cinquan- 
ta per  settimana,  se  non  fosse  man- 
cato il  denaro  pel  resto  del  mese. 
A  Natale  però  ed  a  Pasqua  pres- 
so l'elemosineria  apostolica  si  te- 
nevano le  cassette  aperte  per  quin- 
dici giorni,  ed  in  ciascuna  di  det- 
te solennità  si  davano  cinquemila 
testoni  a  cinque  mila  suppliche, 
che    si    sceglievano    fra   quelle,   le 


i68  ELE 

quali  erano  state  presentate,  dis- 
pensandosi poi  i  testoni  dai  rispet- 
tivi visitatori  deirelemosineria,  ognu- 
no ne'limiti  delle  loro  sezioni.  Co- 
si procederono  le  cose  a  tutto  il 
Pontificalo  di  Pio  VII. 

Nel  gennaio  1824  Leone  XII 
assegnò  all'elemosineria  sulla  cas- 
sa de'  lotti  scudi  quattrocento  al 
mese ,  che  uniti  agli  scudi  due- 
centocinquanta formavano  la  som- 
ma di  scudi  seiceiitocinquanta  al 
mese  per  la  suddetta  distribuzio- 
ne di  limosine.  Questo  aumento 
produsse  nei  falsi  poveri  una  spe- 
cie di  speculazione,  portando  in  fol- 
la all'elemosineria  i  memoriali.  Vo- 
lendo Leone  XII  porre  rimedio 
al  disordine,  istituì  la  commissione 
de'  sussidi,  e  deputò  una  congrega- 
zione di  varie  persone  a  quest'og- 
getto sotto  la  presidenza  di  un 
Cardinale,  fra  le  quali  l'elemosinie- 
re prò  tempore.  Tale  commissione, 
decretata  nel  1 826,  incominciò  ad  a- 
gìre  col  primo  gennaio  1827  ;  quin- 
di tutte  le  Casse,  che  davano  sus- 
sidi furono  chiuse:  ciascuna  però 
ebbe  ordine  di  dover  contribuire 
alla  commissione  de'sussidi  una  de- 
terminata somma  annuale.  Ogni 
rione  ebbe  un  prefetto,  ogni  par- 
rocchia un  deputato ,  ed  una  de- 
putata i  quali,  in  unione  al  par- 
roco, dovevano  riferire,  se  chi  do- 
mandava sussidio  n'era  veramen- 
te degno,  facendo  perciò  anche 
le  visite  domiciliari.  Al  prefetto 
regionario  venne  concessa  la  facol- 
tà di  provvedere  ai  casi  di  urgen- 
za. Allora  Leone  XII,  avendo  in- 
corporati i  suddetti  scudi  trenta- 
tremila trecentoventi,  che  incassa- 
va l'elemosineria  nella  commissio- 
ne de'  sussidi  ,  obbligò  questa  a 
somministrare  in  vece  alla  elemo- 
sineria     annui    scudi    quindicimila 


ELE 

seicento  per    gli    antichi    pesi  fissi, 
ed  annui  scudi  seimila  a  libera  dis- 
posizione   del    Papa,    formando    in 
tutto  la    somma  di    scudi    ventun- 
mila    seicento,    che    divisi   in    rate 
mensili     vennero    dall'  elemosineria 
introitati    per    tutto    il    pontificato 
di  Leone  XII.    Successo    Pio  Vili 
a  Leone  XII,  egli  non  volle  che- le 
casse  di   dateria,  e  dei  brevi  corris- 
pondessero   più     alla    commissione 
de'sussidi  l'annua  quota  stabilitn,  né 
volle  che    la    dateria  in  rate  men- 
sili   somministrasse    all'elemosineria 
annui  scudi  ventidue   mila   ottocen- 
to; indi  dispose    pure,  e  per  mez- 
zo del  Cardinal  segretario    de'  me- 
moriali  incominciò  a  fare  rimette- 
re all'elemosineria   le  suppliche  dei 
sussidi,  senza  però  accrescerle  alcuna 
somma,    limitandosi  coi    soli  scudi 
cinquecento  mensili,  che  Leone  XI [ 
avea  riservato  alla  disposizione  dei 
Pontefici    per   scerete  limosine,   ed 
avendo  anzi  fatto    su  di  essa  alcu- 
ni   assegnamenti    vitalizi    per  circa 
scudi  cento  mensili. 

Assunto,  nel  i83r,  al  pontifi- 
cato il  regnante  Gregorio  XVI^  se- 
condando gì'  impulsi  dell'animo  suo 
caritativo  e  generoso,  e  prendendo 
in  saggia  considerazione  le  circo- 
stanze de'tempi,  ordinò  che  si  des- 
se dall'elemosineria  più  che  si  po- 
tesse, e  che,  detratti  i  pesi  fissi,  ed 
i  mensili  assegnamenti,  i  residuali 
scudi  cinquemila  circa  si  erogassero 
in  limosine,  cioè  nelle  sue  sortite,  ed 
in  limosine  settimanali  ai  rescritti 
che  settimanalmente  fa,  non  meno 
di  uno  scudo;  ed  inoltre,  che  l'elemo- 
siniere distribuisse  il  residuo  più  o 
meno  secondo  la  qualità  delle  perso- 
ne, e  de'  loro  bisogni.  Bramoso  poi, 
che  i  sussidi  fossero  goduti  dai  veri 
e  meritevoli  poveri,  fece  scrivere  dal 
Cardinal  vic^irio   di  Roma  una  let- 


KLE 
tera  circolare,  a  tutti  i  parrochi 
della  città  perchè,  siccome  dall'at- 
lestato,  cli'essi  avessero  fatto  sulle 
suppliche  si  sarebbe  regolata  la  li- 
mosina, così  tuli  attestati  dovesse- 
ro indicare  se  fosse  vero  l'esposto, 
se  i  su|)plicanli  fossero  di  buoni, 
ed  onesti  costumi,  ed  altre  circo- 
stanze relative;  quindi,  a  mezzo  del 
prelato  tesoriere,  fece  aggiungere 
alla  limosineria,  e  dalia  cassa  dei 
lotti,  annui  scudi  mille  duecento, 
ed  in  caso  di  bisogno  non  ha  man- 
calo farle  somministrare  altre  som- 
me straordinarie,  massime  nei  viag- 
gi, e  nelle  villeggiature. 

Ora  passiamo  ad  indicare  i  prin- 
cipali pesi  fìssi  dell' elemosineria; 
I."  la  distribuzione  delle  limosine 
per  l'anniversario  della  coronazio- 
ne del  Papa  regnante;  i°  i  me- 
dicinali, che  fa  somministrare  ai 
poveri  infermi  da  alcune  spezierie; 
3."  le  page  ai  medici  ed  a'  chirur- 
ghi, non  che  i  litotomi  pei-  curar- 
li, mentre  prima  pur  stipendiava 
le  ostetrici;  4-°  '^  stipendio  mensi- 
le ai  maestri  regionari,  ed  alle  mae- 
stre pie  pontifìcie,  che  in  numero 
di  venti  sono  divise  pei  quattordici 
rioni  della  città  di  Roma  ;  5."  il 
pagamento  dei  trasporti  dei  pove- 
ri malati  agli  ospedali  di  Roma  in 
ragione  di  baiocchi  venticinque  per 
ogni  trasporto  di  malato  dimoran- 
te in  Roma,  e  di  baiocchi  sessanta 
pegl'infermi  dell'agro  romano;  G.** 
la  limosina  di  scudi  cinque  ad  ogni 
israelita ,  e  paoli  venticinque  ad 
ogni  maomettano,  che  viene  alla 
santa  fede,  oltre  circa  annui  scudi 
mille  trecento,  cui  impiega  per  la 
solenne  esposizione  del  ss.  Sacra- 
mento, che  si  fa  nella  aippella 
Paolina  del  Vaticano,  la  prima  do- 
menica dell'avvento,  come  dicesi  nel 
volume  IX,  p.  94  eseg.  del  Diziona- 


ELE  169 

no,  e  per  la  funzione  sagra  del  sepol- 
cro, che  nella  detta  cappella  ha  luo- 
go nel  giovedì,  e  venerdì  santo,  come 
si  descrive  nel  voi.  Vili  di  questo 
medesimo  Dizionario,  a  pag.  298, 
294,  295,  e  3  r  r.  Fra  le  altre  spe- 
se poi  vi  sono  le  mediigfie  di  ar- 
gento, che  si  coniano  per  la  festa 
de' ss.  Pietro  e  Paolo,  da  dislii- 
buirsi  ai  visitatori,  e  ministri  del- 
la limosineria.  In  sede  vacante 
poi,  secondo  la  costituzione  di  Cle- 
mente XI J,  J postola tus  offìcium, 
de'  4  ottobre  1732,  monsignor 
elemosiniere  del  Papa  defunto  con- 
tinua a  distribuire  le  solite  limosi- 
ne, restando  soggetto  al  sagro  Col- 
legio, ad  quem  effectuni  consueta 
mandata  a  trihus  Cardinalibiis  in 
ordine  priorihiis  seu  deputatis  eX' 
pendianlur j  come  dice  la  bolla. 
Inoltre  lo  stesso  Clemente  XII,  col 
chirografo  Avendo  Noi  ec.  dei 
24  dicembre  1732,  avendo  attri- 
buito il  denaro,  che  prima  si  dava 
nelle  sede  vacante  a' conservatori, 
e  a'  caporioni  di  Roma  per  distri- 
buire in  limosine,  all' elemosuiiere 
del  Papa  defonto,  per  farne  lo  stes- 
so uso,  così  fece  ch'ei  continuasse 
nella  sede  vacante  l'esercizio  della 
carica,  leggendosi  perciò  al  num. 
9  del  chirografo  :  »  E  siccome 
>i  avanti  le  tre  prossime  passate 
»  sedi  vacanti  (del  172 1,  del  1724, 
«  e  del  1730),  attesoché  cessa va- 
*>  no,  e  r  ullìzio  di  elemosiniere 
«  e  quell'elemosine,  che  da  lui  di- 
»>  stribuivansi  in  tempo  di  sede 
»»  piena,  pareva  molto  conveniente 
»»  l'assegnamento  che  da  vasi  a  eia- 
»  scheduno  de'  caporioni  per  dislri- 
«  buirlo  in  tante  porzioni  di  scudi 
«  cinque  l'una,  a  povere  famiglie 
M  ne'  loro  rioni,  e  l'altro  ad  ogni 
«  conservatore  per  lo  stesso  eftet- 
«   to,   coufornjc  si  è  anche  pratica- 


lyo  ELÉ 

M  to  nelle  delle  tre  ultime  sedi 
»  vacanti;  cosi  avendo  Noi  colla 
»  nostra  costituzione  Apostolatuni 
«  ec.  stabilmente  provvisto  al  mag- 
«  gior  sollievo  dell'indigenza  dei 
«  poveri,  col  fare  continuare  la  ca- 
»  rica  di  elemosiniere  (il  primo 
«  fu  monsignor  Nicolò  Saverio  Al- 
*>  bini  di  Benevento,  arcivescovo 
w  di  Atene,  ed  elemosiniere  segre- 
>»  to  di  Benedetto  XllI,  e  del  suc- 
«  cessore  Clemente  XII  ),  per  le 
«  mani  del  quale  debbono  distri- 
«  buirsi  r  elemosine  in  tutta  la 
«  stessa  considerabile  quantità,  che 
«  sogliono  somministrarsi  vivente 
«  il  Pontefice,  ed  a  cui  potranno 
«  ricorrere  le  povere  famiglie  per 
»>  quelle  particolari  contingenze  an- 
»  Cora,  per  le  quali  da  principio 
M  fu  introdotta  la  suddetta  distri- 
ci buzione ,  che  doveva  farsi  dai 
M  conservatori,  e  caporioni ,  proi- 
»  biamo  che  in  avvenire  si  diano 
»>  a'  suddetti  conservatori,  e  capo- 
ni rioni  i  mentovati  denari  ".  Se- 
guono i  quattro  suindicati  titoli , 
pertinenti  alla  elemosineria  aposto- 
lica, ed  a  monsignor  elemosiniere. 
1.  La  limosina  di  un  paolo,  che 
per  ogni  testa  si  dà  nel  gran  cor- 
tile di  Belvedere  del  palazzo  Va- 
ticano, da  monsignor  elemosiniere, 
dal  segretario  dell'  elemosineria,  e 
dagli  undici  ecclesiastici  visitatori 
di  essa  per  la  solenne  coronazione 
del  nuovo  Pontefice,  di  un  grosso 
per  testa  per  l' anniversario  della 
medesima  coronazione,  ha  la  se- 
guente origine.  Oltre  quanto  si  di- 
ce air  articolo  Annwersario  della 
coronazione  del  Papa  {l'aedi),  ed 
oltre  quanto  superiormente  si  è  par- 
lato dello  spargimento  delle  mo- 
nete, e  denari  dal  Vaticano  al  La- 
terano,  nel  di  della  coronazione , 
che  anticamente  era  pure  del  pos- 


ELE 

sesso,  si  può  consultare  il  Cancel- 
lieri, che  riporta  nella  Storia  del 
Possessi  i  diversi  modi ,  co'  quali 
ciò  venne  praticato.  Il  più  antico 
esempio,  che  si  trova  di  regalale 
il  popolo  nella  coronazione,  risale 
a  Valentino,  eletto  l'anno  827,  ciò 
che  si  vide  confermato  sotto  s.  Leone 
JV,  eletto  l'anno  84?,  il  quale  fu 
il  primo  a  far  distribuire  moneta 
elettiva  di  argento  nell'ottava  del- 
la festa  dell'  Assunzione.  Per  Inno- 
cenzo Vili  non  si  potè  spargerne 
attesa  la  calca  :  e  nel  possesso  di 
Leone  X,  preso  dopo  seguita  la  co- 
ronazione, si  legge  che  il  camer- 
lengo al  Laterano  prese  sempre  il 
danaro  dal  tesoriere,  il  qual  dana- 
ro dal  Papa  era  somministrato  dal 
primo  sino  all'ultimo  per  essere 
gittato,  quanto  pel  consueto  pres- 
biterio ,  e  che  r  istesso  camerlengo 
del  presbiterio  solo  ebbe  due  por- 
zioni. 

Racconta  il  Panvinio,  nella  vita 
di  Pio  IV,  del  1559,  che  nella 
sera  precedente  alla  sua  coronazio- 
ne, fu  gettato  del  danaro  al  popolo 
sulla  scalinata  di  s.  Pietro,  la  qua- 
le essendo  bagnata  dalla  pioggia, 
diede  occasione,  che  nel  raccoglier- 
lo restassero  morti  diciotto  uomini, 
e  pili  di  quaranta  malconci.  Quin- 
di il  successore  s.  Pio  V,  nel  i566, 
non  permise  nella  sua  coronazione, 
che  tal  gettito  fosse  fatto  secondo 
il  costume,  per  ovviare  alle  fune- 
ste conseguenze  delle  disgrazie,  che 
sempre  succedevano  per  l'avidità 
di  raccogliere  il  denaro,  e  soprat- 
tutto alle  morti,  ed  agli  affogamenti 
che  accadevano  nella  folla ,  altri 
rompendosi  gambe,  e  braccia,  altri 
restando  feriti,  e  contusi;  la  qual 
cosa  funestava  un  giorno  di  tanta  le- 
tizia. Dispose  pertanto  s.  Pio  V, 
che  si  abolisse  tale  uso^    e    che    il 


ELE 
denaro,  destinato  a  spargersi  in  tal 
giorno,  si  distribuisse  a  mano,  in 
parte  a*  poveri,  e  in  parte  alle  fa- 
miglie bisognose  di  sollievo.  Altret- 
tanto ordinarono  Gregorio  XIII,  nel 
1572,  e  il  successore  Sisto  V  nel 
1 5S5,  riflettendo  alle  disgrazie  che 
vi  accadevano,  e  perchè  ne  resta- 
vano provvisti  i  più  robusti,  non 
già  i  più  bisognosi.  Ed  ecco  come 
ebbe  origine  la  suddetta  distribu- 
zione nella  coronazione^  e  suo  an- 
niversario. 

Sì  deve  però  notare,  che  sebbe- 
ne la  funzione  della  coronazione 
fosse  divisa  da  quella  del  possesso, 
in  questo  per  molto  tempo  si  con- 
tinuò il  gettito  delle  monete,  che 
per  lo  più  facevasi  dalla  loggia  prin- 
cipale del  Laterano,  dopo  la  bene- 
dizione, la  quale  veniva  data  so- 
lennemente dal  Papa.  Nella  vita  di 
Gregorio  XIII  si  legge^  che  assegnò 
ad  alcuni  luoghi  pii  i  tredici  mila 
scudi,  i  quali  nel  possesso  si  gettava- 
no al  popolo.  Dice  lo  Scilla,  delle 
Monete  pontificie^  p.  94,  esyi,  che 
da  Clemente  X  in  poi  si  coniò  ap- 
positamente il  giulio  o  paolo,  il 
grosso,  e  mezzo  grosso  di  argento. 
Fu  fatto  il  gettito  del  danaro  pure 
per  Innocenzo  XI  ;  ma  le  monete 
battute  avevano  un  conio  diverso 
da  quello  del  Presbiterio  (Fedi). 
Per  evitare  il  tumulto,  nel  1689, 
Alessandro  Vili  non  fece  gettare 
dalla  loggia  al  popolo  le  monete, 
ed  in  vece  volle,  che  per  tutte  le 
parrocchie  si  distribuissero  abbon- 
dantissime limosine  a'poveri.  11  Can- 
cellieri citato,  a  pag.  3 11,  aggiun- 
ge, che  il  decano  de'  parafrenieri 
dispensò  grandissima  quantità  di 
denaro  a'  poveri  per  lutto  il  viag- 
gio della  cavalcata.  Anche  Inno- 
cenzo Xll  nel  1691  pel  possesso 
non  fece  gettar  monete  dalla    iog- 


ELE  171 

già  al  popolo,  ma  praticò  quanlo 
avea  fatto  Alessandro  Vili,  oltre 
la  quantità  di  denaro,  che  il  suo 
decano  avea  dispensato  lungo  il . 
viaggio  della  cavalcata.  Da  que- 
ste distribuzioni  di  danaro  nelle 
strade  per  ove  passava  la  cavalca- 
ta, e  da  quelle  che  facevansi  nel 
gettito  alla  loggia  lateranense,  ebbe 
origine  il  pio  uso,  che  i  Papi  in 
occasione  del  possesso  fanno  distri- 
buire copiosi  soccorsi,  e  dotazioni, 
di  cui  parlasi  al  volume  YIII  pag. 
171  e  seg.  ,  non  che  a  pag.  179 
del  Dizionario.  Adunque  la  limo- 
sina, la  quale  si  fa  in  Belvedere 
dal  prelato  elemosiniere  e  da'  suoi 
dipendenti,  vuoisi  che  ascenda  ogni 
anno  a  circa  due  mila  quattrocen- 
to scudi  ;  somma,  che  raddoppiasi 
il  primo  anno  di  ogni  pontificato. 
Gli  uomini  sono  separati  dalle  don- 
ne, e  gli  uni  e  gli  altri  sono  pre- 
ventivamente avvisati  pel  giorno 
della  distribuzione,  a  mezzo  d'  una 
notificazione  emanata  dall'elemosi- 
niere medesimo.  Questi  fa  in  oltre 
distribuire  contemporaneamente  un 
paolo  a  testa  ai  carcerati  delle  car- 
ceri innocenziane,  ai  giovani  della 
casa  di  correzione,  alle  donne  che 
sono  nella  casa  penitenziaria  a  s. 
Michele,  ed  ai  prigionieri,  che  so- 
no detenuti  per  debiti  nelle  carce- 
ri di  Campidoglio:  eguale  elargi- 
zione viene  data  a  tutti  i  nomina- 
ti detenuti  dall'elemosiniere  del  Pa- 
pa nelle  ricorrenze  eziandio  di  Pa- 
squa, e  Natale, 

2.  In  Roma  solto  Pio  IV  fu  i- 
stituita  r  arciconjralernìta  de  ss, 
apostoli  (Fedi)j  nella  chiesa  sagra 
a  tali  santi,  particolarmente  in  van- 
taggio de' poveri  di  tutti  i  rioni 
della  città,  con  ispezieria  a  loro 
benefìzio  posta  a  s.  Eustachio,  e 
medici   per  curarli,  siccome  descri- 


rys  ELE  ELE 
ve  i!  Piazza  tieìV  Eusevologio  Ro-  da  monsignor  elemosiniere  è  inca- 
mano^y  nel  trattato  sesto,  capo  XV,  ricato  di  vegliare  sull'  operato  dei 
Dei  poveri  a  ss.  Apostoli.  Di  que-  medici  e  chirurghi  addetti  all' ele- 
sto medesimo  argomento  egli  tratta  mosineiia,  e  sulla  qualità  de*  me- 
con  quelle  cognizioni,  che  lo  resero  dicamenti,  che  danno  le  spezierie. 
tanto  benemerito  della  storia  delle  Di  queste,  e  dei  medici  e  chirurghi, 
opere  pie  di  Roma,  nel  capo  I,  del  si  parlerà  al  seguente  numero.  Quan- 
trattato  terzo:  Della  spezieria  dei  do  un  infermo  vuole  profittare 
ss.  apostoli  a  s.  Eustachio,  ove  delle  medicine,  dei  medici,  e  dei 
giustamente  celebra  la  magnanima  chirurghi,  che  sono  pagati  dalla 
carità  del  Cardinal  Francesco  Bar-  clemosineria  apostolica,  invoca  un 
berini,  restauratore  di  sì  utile,  ed  biglietto  <ial  proprio  parroco,  il 
eccellente  istituzione.  La  spezieria  quale  attesta  che  il  detto  infermo 
era  fornitissima  di  tutti  i  farmachi  è  degno  di  tali  soccorsi.  Il  bigliet- 
necessari,  e  nella  contigua  casa  del  to,  coli' indicazione  del  domicilio, 
sodalizio  abitavano  altrettanti  me-  si  lascia  nella  spezieria  della  sezio- 
dici,  quanti  sono  i  XIV  rioni  di  ne,  cui  appartiene  l'infermo.  E 
Roma.  Ma  delle  spezierie  regiona-  siccome  ogni  mattina  il  medico,  e 
rie  dipendenti  dall'elemosineria  apo-  il  chirurgo  aderenti  ad  ogni  sezio- 
stolica,  sembra  istitutore  il  Cardinal  ne,  devono  recarsi  alla  spezieria 
Pietro  Aldobrandini  nipote  di  Cle-  loro  assegnata,  e  secondo  l' invito 
mente  VII,  e  pare  che  la  sud-  condursi  a  visitare  l'infermo,  se  la 
detta  spezieria  sia  stata  sospesa  malattia  è  tale,  che  non  possa  age- 
quando  r  istituzione  dell' Aldobran-  volmente  curarsi  in  casa,  o  se  l'in- 
dini  venne  concentrata  nella  limo-  fermo  ivi  non  possa  avere  la  ne- 
sineria  pontificia.  Di  lui  si  legge  cessarla  assistenza,  con  altro  biglietto 
nel  CardeWa,  Mem.  storiche  de/ Car-  del  parroco,  ed  a  spese  dell' ele- 
dinali,  tom.  VI,  pag.  io:  »  Fu  il  mosineria  viene  portato  ad  uno  dei 
»  Cardinal  Aldobrandini  il  primo  tanti  pubblici  ospedali.  Ordinaria- 
»  a  introdurre  in  Roma  il  lode-  mente  sono  curati  nelle  proprie 
>»  vole  costume  delle  spezierie,  per  case  que'  malati,  che  appartengono 
«  ajuto  e  sovvenimento  della  pò-  a  civili  ma  povere  famiglie.  Per 
M  vera  gente,  alla  quale  si  distri-  questi  trasporti  l' elomosineria  paga 
*»  buiscono  gratuitamente  le  medi-  parecchie  centinaja  di  scudi  all'an- 
w  cine,  tenendo  stipendiati  medici  no,  giacché  gì'  infermi  de'  luoghi 
"  per  cadauno  de' quattordici  rioni  circostanti  a  Roma  a  di  lei  spese 
»♦  di  Roma,  affinchè  accorressero  sono  portati  in  città  ai  detti  ospe- 
w  alla  cura  de'poveri  infermi".  Al-  dali,  quegl'infermi  cioè,  i  quali  non 
trettanto  dice  il  Novaes,  tom.  IX,  possono  essere  curati  né  nelle  pro- 
pag.  i8,  File  de*  Pontefici.  Al  pve-  prie  case,  né  nel  luogo,  cui  appar- 
sente  le  spezierie  sono  dieci,  una  tengono,  per  mancanza  o  piccolez- 
delle  quali  abbraccia  due  visite,  za  degli  ospedali. 
I  XIV  rioni  di  Roma  sono  divisi  3.  Oltre  quanto  si  è  detto  di 
in  undici  sezioni,  ognuna  delle  qua-  sopra,  e  al  precedente  numero,  sui 
li  abbraccia  tre,  quattro,  e  cinque  medici,  e  chirurghi  addetti  alla  eie- 
parrocchie.  Havvi  il  medico  ispet-  mosineria,  aggiugneremo,  che  i  me- 
tare  generale  di  tutte  le  visite,  che  dici,  compreso  l'ispetlore    generale, 


ELE 

ed  il  sotto  ispettore,  sono  tredici; 
ed  i  chirurghi  dieci,  oltre  tre  chi- 
i-urghi  lilotomi  ;  e  parte  di  questi 
sono  numerari,  e  parte  soprannu- 
meri fuori  di  esercizio,  che  dall'e- 
lemosiniere sono  ammessi  mediante 
concorso  pubblico,  ed  esame  che  si  fa 
dai  più  antichi  medici  delia  stessa  e- 
lemosineria.  Quantunque,  sino  dal 
1698,  Innocenzo  XII  abbia  fatto 
pubblicare,  forse  nell'elemosineriato 
di  monsig.  Bonaventura,  una  istru- 
zione diretta  al  regolamento  dei 
medici  e  chirurghi  deputati  alla 
cura  de'  poveri,  poi  confermata  nel 
1719  da  Clemente  XI,  nel  174^ 
da  Benedetto  XIV,  e  rinnovata  ai 
3  febbraio  1778  da  Pio  VI,  ed 
a' 6  settembre  i8i4  àa  Pio  VII; 
da  ultimo  il  regnante  Pontefice 
Gregorio  XVI,  a'  io  maggio  184*2, 
la  volle  nuovamente  pubblicata  a 
mezzo  dell'  odierno  suo  prelato  ele- 
mosiniere segreto  monsig.  Lodovico 
Tevoli,  arcivescovo  diAtene,  che  fun- 
ge il  delicato  uffizio  con  somma  retti- 
tudine, pari  zelo,  e  regolarità.  Que- 
sta rinnovazione  di  provvidenza  in 
vantaggio  de' poveri,  è  divisa  in 
tredici  articoli,  e  porta  il  titolo; 
f>  Istruzioni,  ed  avvertimenti  per 
»>  li  signori  medici  deputati  a  cu- 
i»  rare  i  poveri  infermi  de'  rioni 
«  di  Roma,  da  servire  eziandio  di 
j>  norma  tanto  alli  R.  R..  signori 
M  parrochi,  quanto  ai  chirurghi,  e 
«  speziali  della  limosineria  aposto- 
>»  lica,  rinnovali  per  ordine  della 
»  santità  di  Nostro  Signore  Papa 
*>  Gregorio  XVI".  In  sostanza  in 
tali  istruzioni  si  vieta  ai  medici, 
ed  ai  chirurghi  dell'  elemosineiia, 
di  ricevere  dagl'infermi  rimunera- 
zioni, s' invitano  a  visitarli  con  ca- 
rità, e  quante  volte  al  giorno  fac- 
cia d'  uopo.  Ancora  si  obbligano  a 
recarsi  ogni  mattina    alle    spezierie 


ELE  173 

per  le  chiamate  di  essi  ;  si  esclu- 
dono i  malati  di  godere  il  benefì- 
cio dell*  elemosineria  quando  chia- 
mano altro  medico  non  ad  essa 
addetto,  e  si  escludono  quelli  in- 
dicati agli  articoli  5,  9,  e  io,  es- 
sendo lo  stabilimento  della  limosi- 
neria istituito  specialmente  per  le 
famiglie  civili  decadute  ;  si  dà  nor- 
ma ai  medici  sulle  ordinazioni  dei 
medicamenti  da  dover  farsi  alle 
sole  spezierie  dell' elemosineria,  e 
s' inculca  ad  essi  di  vegliare  sulla 
loro  bontà  e  sulla  prontezza,  e  ca- 
pacità degli  speziali  nel  sommini- 
strare le  medicine.  L' articolo  8 
enumera  i  mali,  eh'  escludono  l'in- 
fermo dal  fruire  il  beneficio  della 
limosineria;  e  finalmente  rammen- 
ta ad  ognuno  de'  medici,  o  chirur- 
ghi, o  in  paga,  o  soprannumeri, 
che  debbono  di  persona,  e  non  per 
altri  esercitare  l' uffizio  ec.  ec. 

4.  Oltre  quanto  si  è  detto  di 
sopra  sulle  maestre  pie  regionarie 
dette  pontificie,  e  sulla  elemosine- 
ria  apostolica,  passiamo  ad  accen- 
nare la  origine,  e  lo  stato  presen- 
te di  queste  utilissime  scuole  per  le 
donzelle,  istituto  benefico,  ch'ebbe 
origine  sotto  Alessandro  VII.  Il  eh. 
Rena  zzi,  Not.  storich.  de  Maggior- 
domi,  scrisse  a  pag.  i32  di  Giro- 
lamo Farnese  romano ,  che  A- 
lessandro  VII  da  governatore  di 
Roma  aveva  fatto  maggiordomo  : 
«  Ad  esso  devesi  l' istituzione  delle 
«  maestre  pontificie,  dette  maestre 
»  pie,  sparse  nei  diversi  rioni  di 
»  Roma  per  ammaestrare,  ed  edu- 
«  care  le  fanciulle  negli  esercizi  di 
w  pietà,  e  nei  lavori  convenienti 
»  al  loro  sesso,  cui  dal  sagro  pa- 
w  lazzo,  e  dall'  elemosineria  apo- 
»>  stolica  si  dà  opportuno  sosten- 
M  lamento".  Altrettanto  dice  il  Car- 
della  nel  tom.  VII,  p.    i33,    delle 


'1^4  E  LE 

■Memorie  citate^  anzi  vi  aggiunge 
qualche  cosa  piti  onorevole  pel  Far- 
nese, dicendo,  die  a  tale  istituzio- 
ne molto  contribuì  il  Farnese  del 
proprio.  Anche  il  Novaes  inento- 
■vato,  nel  tom.  X,  p.  126,  parla  di 
questa  benemerenza  del  Farnese, 
che  poi  da  Alessandro  VII,  nel 
i658,  fu  creato  meritamente  Car- 
dinale. Queste  maestre  pie  sono  le 
pili  antiche  di  Roma;  e  le  prime 
maestre  uscirono  dal  Conservatorio 
delle  Mendicanti  (J^edi).  A\  pre- 
sente sono  diciassette,  e  vi  soprain- 
tendono  monsignor  elemosiniere,  ed 
i  visitatori  della  limosineria.  Esse 
furono  aumentate,  e  meglio  stabi- 
lite sotto  Clemente  XII  nell'elomo- 
sinerìato  di  monsignor  Albini.  La 
scuola  e  casa  maggiore  è  nell'an- 
tico Collegio  degC  Irlandesi  (Fedi), 
presso  s.  Lucia  de'  Ginnasi,  nella 
quale  risiede  la  superiora,  che  si 
elegge  dalle  maestre,  e  dura  tre 
anni,  potendo  essere  confermata 
per  un  altro  triennio.  Regola  essa 
il  governo  della  comunità  col  con- 
sigho  di  tre  consultrici.  Prima  la 
scuola  e  casa  maggiore  era  presso 
la  Chiesa  di  s.  Agata  alla  Subur- 
ra (Fedi).  Fu  neir  odierno  ponti- 
ficato, che  le  fu  data  la  presente 
casa,  come  dicesi  ai  citati  articoli. 
Del  nuovo  locale  è  benemerito 
r  attuale  prelato  elimosiniere.  Da 
questa  scuola  maggiore  si  spedisco- 
no due,  o  tre  maestre  per  le  scuo- 
le, che  sono  in  vari  opportuni,  e 
centrali  luoghi  di  Roma,  e  dove  le 
maestre  restano  sino  al  venerdì, 
nelle  ore  pomeridiane  del  qual  gior- 
no ritornano  tutte  alla  stessa  scuo- 
la maggiore  per  trattenersi  sino  al 
lunedi  mattina,  e  dove  inoltre  ri- 
mangono in  tutti  gli  altri  giorni 
di  vacanza,  i  quali  corrono  fra  l'an- 
no. Queste    maestre    ricevono    alle 


ELE 

loro  scuole  senza  alcun  pagamento 
le  fanciulle,  che  abitano  ne'  din- 
torni, potendone  tenere  anche  co- 
me educande,  con  discreta  mensile 
corrisposta.  Nelle  scuole  s' insegna 
il  catechismo,  il  leggere,  lo  scrive- 
re, e  i  principali  lavori  proprii  del- 
le donne,  e  si  esercitano  in  varie 
opere  di  pietà  cristiana,  tutto  es- 
sendo diretto  ad  una  buona,  mo- 
ralcj  civile,  e  cristiana  educazione. 
Le  maestre  pie  vestono  modesta- 
mente un  semplice  abito  nero,  e 
la  limosineria  somministra  loro  il 
modo  di  vivere. 

Da  ultimo  avvertiremo,  che  le 
scuole  regionarie  dipendenti  dalla 
elemosineria  apostolica,  dette  anche 
pontificie,  sono  in  numero  di  ven- 
ti, delle  quali  diciassette  sono  per 
le  fanciulle,  e  tre  per  i  fanciulli. 
Le  scuole  pei  fanciulli  sono  situate, 
due  nella  visita  prima  de'Monti, 
ed  una  nella  visita  seconda  di  Subur- 
ra. Delle  diciassette  scuole  per  le 
fanciulle,  ve  ne  sono  sette,  com- 
presa la  scuola  primaria  in  s.  Lu- 
cia de'  Ginnasi,  nella  visita  Monti. 
Oltre  le  dette  scuole,  anche  i  mae- 
stri de'  fratelli  delle  scuole  cristia- 
ne presso  la  chiesa  della  ss.  Tri- 
nità de'  Montij  ricevono  un  mensile 
compenso  dalla  limosineria. 

ELENA  (s.).  Da  Coilo,  signore 
della  Bretagna,  nacque  s.  Elena,  la 
quale  da  Costanzo  mandato  a  go- 
vernare queir  isola,  fu  scelta  in 
isposa.  Costantino ,  divenuto  poi 
imperatore,  ne  fu  il  frutto.  Pare, 
secondo  che  riferisce  lo  stesso  Eu- 
sebio, non  abbia  Elena  abbracciato 
il  cristianesimo,  se  non  dopo  la 
miracolosa  vittoria  ottenuta  dal  fi- 
glio suo.  Virtuosa  sempre  e  com- 
passionevole verso  i  poveri,  seppe 
riparare  al  tempo  perduto  nelle  te- 
nebre   dell'  ignoranza.     Costanliuo, 


ELE 

clìe  le  era  obbedientissimo,  la  fece 
arbitra  dei  tesori  dell'  impero,  ed 
ella  ne  usava  per  edificar  chiese, 
ed  arricchirle  di  preziosi  arredi. 
Nell'anno  826,  coniando  l'ottante- 
simo di  sua  età,  scrisse  a  s.  Maca- 
rio vescovo  di  Gerusalemme,  di 
voler  sul  monte  Calvario  innalzare 
un  tempio,  per  onorare  cosi  quel 
luogo,  ove  il  Redentore  divino  ope- 
rò il  nostro  riscatto.  Desiderosa  di 
ritrovare  su  quel  monte  il  sacro 
vessillo  della  croce,  si  recò  ella 
stessa  sul  luogo,  e  ritrovatolo,  ne 
spedi  tosto  una  ragguardevole  por- 
zione all'  imperatore  suo  figlio,  de- 
ponendo il  restante  in  una  gran 
cassa  d*  argento,  aftinché  fosse  con- 
servato in  una  magnifica  basilica. 
V.  Invenzioiv  della  Croce.  Ritor- 
nata a  Roma,  si  accorse  che  si  av- 
vicinava al  suo  fine,  e  perciò  diede 
affettuosi  e  salutari  consigli  al  suo 
figlio,  che  dovea  governare  l' im- 
pero. Di  poi,  raccoltasi  tutta  in 
Dio,  benedicendo  il  figlio,  ed  i  nipo- 
ti presenti,  volò  collo  spirito  al 
cielo,  per  godere  eternamente  del 
fruito,  e  gloria  della  croce  da  lei 
cercata  con  tanta  ansietà,  e  vene- 
rata qui  in  terra  cotanto.  La  sua 
morte  segui  il  giorno  j  8,  nel  qua- 
le la  Chiesa  ne  celebra  la  festa.  Il 
suo  corpo  fu  rinchiuso  in  un'urna 
di  porfido,  per  ordine  dell'impe- 
ratore Costantino.  Molli  furono  i 
miracoli  operati  da  Dio  per  inter- 
cessione di  lei. 

ELENA  o  OLGA  regina  (s.). 
Prima  dello  scisma  abbracciato  dai 
Moscoviti,  fra  i  santi  annoverati  nel 
loio  calendario,  si  trova  descritto 
anche  il  nome  di  s.  Elena  o  Olga 
regina,  e  la  sua  festa  era  fissata  il 
giorno    1 1    di  luglio, 

ELENA  Enselmina  (b.).  Non  mol- 
to luogi  da    Padova    nel    convento 


ELE  175 

di  Arcelle  si  ricoverò  la  b.  Elena 
sino  dall'età  di  anni  12,  abbrac- 
ciando la  regola  di  s.  Chiara.  E- 
semplarissima  nell'  esercizio  di  tutte 
le  cristiane  virtù,  maggiormente  in 
quella  della  pazienza  ella  risplen- 
dette, per  aver  tollerato  un'  aspra 
infermità,  pel  corso  di  sedici  anni, 
che  la  rese  immobile,  senza  mai 
mettere  un  lamento.  Morì  nell'anno 
1242,  in  odore  di  santità.  Li  3 
novembre  è  assegnato  al  culto  di 
lei. 

ELENA  DI  Skofda  (s.).  Poche 
notizie  si  hanno  di  questa  san  la. 
Quello  che  si  sa  di  certo  si  è,  che 
nacque  in  Isvezia  da  una  illustre 
famiglia,  e  che  per  divozione  si 
recò  a  Roma  a  venerare  la  tomba 
del  principe  degli  apostoli.  Ritor- 
nata in  patria,  i  suoi  parenti,  per- 
chè idolatri,  la  sacriiicarono,  ed 
ella  sostenne  il  martirio  nell'  anno- 
1  160.  Il  Papa  Alessandro  III,  quat- 
tro anni  dopo  la  canonizzò,  ed  as- 
segnò la  sua  festa  li   3i    luglio. 

ELENOPOLI,  Hclenopolis  seu 
Hellenopolis.  Città  vescovile  del- 
l'Asia minore,  provincia  di  Ri- 
tinia  ,  nella  diocesi  del  Ponto  , 
sotto  la  metropoli  di  Nicome- 
dia,  eretta  nel  quarto  secolo,  se- 
condo Commanville.  Anticamente 
si  chiamò  Drepanum^  o  Drepaiw, 
ed  ebbe  tal  nome  dall'  imperatore 
Costantino  //  gronde,  perchè  vuoi- 
si che  ivi  nascesse,  e  poi  morisse 
s.  Elena  sua  madre.  Questa  città 
marittima  si  pone  sul  golfo  Alfa- 
ceno  presso  al  Rosforo,  tra  Nico- 
media  e  Nicea.  1  nove  suoi  vesco- 
vi sono  Macrino,  Palladio,  Alessan- 
dro, Leonzio  I,  Teodoro,  Leonzio 
II,  Giovanni,  David,  e  Leone,  dei 
quali  ci  dà  le  notizie  il  p.  Le-Quien, 
Oriens  Chris t.  pag.  624,  tomo  1. 
Ora    però,    essendo     Elenopoli    un 


176  ELE 

titolo  vescovile  in  partibus  ^  che 
conferisce  la  santa  Sede,  sottopo- 
sto alla  medesima  metropolitana 
di  Nicomedia  (oggidì  egualmente 
in  jjartibus),  ne  portarono  ullima- 
menle  il  titolo  episcopale,  monsi- 
gnor Bonaventura  Zamberroni,  e 
monsignor  Giovanni  Nepomuceno 
Jschiderer  de  Gleifheim  della  dio- 
cesi di  Trento.  Questo  secondo  Io 
ebbe  dal  regnante  Gregorio  XVI, 
nel  concistoro  de"24  febbraio  i832, 
in  cui  fu  pur  dichiarato  suffraga- 
neo  del  vescovo  di  Bressanone, 
coli' esercizio  de' pontificali,  ed  altre 
funzioni  episcopali.  Ma  avendolo  poi 
lo  stesso  Papa  trasferito  alla  chiesa 
residenziale  di  Trento,  a'  19  de- 
cembre  i834,  gli  diede  in  succes- 
sore nei  titolo  in  partìbus  di  Ele- 
nopoli,  nel  concistoro  de'  16  apri- 
le del  i836,  monsignor  Antonio 
Buchmayr  della  diocesi  di  s.  Ippo- 
lito, che  in  pari  tempo  dichiarò 
ausiliare  dell'arcivescovo  di  Vienna 
in  Austria.  Finalmente,  venendo 
dal  medesimo  Pontefice  promosso 
alla  chiesa  di  s.  Ippolito  il  prela- 
to Buchmayr,  nel  concistoro  de' 19 
giugno  1843,  fu  fatto  vescovo  di 
Eleuopoli  monsignor  Giovanni  Da- 
browki  di  Plosko,  deputato  in  suf- 
fraganeo  all'arcivescovo  di  Posnania. 
ELEINOPOLI.  Sede  episcopale 
della  seconda  Palestina,  nel  patriar- 
cato di  Gerusalemme,  sotto  la  me- 
tropoli di  Scitopoli,  la  cui  erezione 
si  riporta  al  nono  secolo  da  Com- 
man ville,  il  quale  la  chiama  Ele- 
nopoii.fj  seu  Populus.  Prese  il  nome 
di  Elenopoli  da  Elena,  madre  di 
Costantino.  Di  Procopio,  suo  ve- 
scovo, fiorito  l'anno  536,  fa  men- 
zione V  Oriens  Christ.  nel  t.  712, 
per  cui  la  sede  sarebbe  piìi  antica 
dall'epoca  assegnata  da  Comman- 
ville. 


ELE 
ELENOPOLI.  Città  vescovile 
della  Lidia,  nella  diocesi  d'  Asia, 
sottoposta  alla  metropoli  di  Sardi. 
Numenio  vescovo  fu  uno  di  quelli, 
che  si  opposero  alla  celebra/ione 
del  concilio  generale  di  Efeso,  sino 
all'arrivo  di  Giovanni  patriarca  di 
Antiochia.  Oriens  Christ.  tom.  1, 
p.   897. 

ELENOPONTO.  Una  delle  due 
Provincie  del  Ponto.  Amasia  n'  era 
la  metropoli,  che  prima  lo  era  di 
tutto  il  Ponto.  Dipoi  Giustiniano 
di  queste  due  provincie  ne  fece  una 
sola,  conservandole  il  nome  di  E- 
lenopoli,  e  l'ordine  ecclesiastico. 

ELEVJO  (s.).  Questo  santo  con- 
vertito alla  fede  da  s.  Marculfo, 
per  vieppiù  perfezionarsi,  si  ritirò 
nell'isola  di  Gersey.  Quivi  scelta 
una  caverna  posta  nell'  alto  della 
roccia,  e  fattala  sua  abitazione,  con- 
dusse una  vita  da  vero  romito, 
praticando  aspre  e  severe  discipli- 
ne. Da  una  masnada  di  barbari  fu 
trucidato.  La  badia  di  Beaubec,  nel- 
la diocesi  di  Boven,  pretende  pos- 
sedere le  reliquie  di  questo  santa 
martire.  La  sua  festa  è  segnata  il 
di    1 2   luglio. 

ELESBAAN  (s.).  Poche  sono  le 
notizie  intorno  a  questo  santo. 
Quelle,  che  ci  furono  tramandate^ 
ce  lo  annunziano  re  degli  Etiopi 
Assiuniti,  e  che  da  idolatra  si  con- 
vertì al  cristianesimo.  Per  ordine 
dell'  imperatore  Giustino  il  vecchio, 
prese  le  armi  contro  Dunaan  giu- 
deo, e  persecutore  de' cristiani.  E- 
le>baan  fugò  il  tiranno ,  ed  usò 
della  vittoria  con  cristiana  mode- 
razione. Bistabilì  il  cristianesimo 
nelle  terre  conquistate  al  giudeo,  e 
liberò  dall'esilio  il  santo  arcivesco- 
vo di  Tafar  Gregenzio.  Binunziata 
di  poi  la  corona  a  suo  figlio,  si 
rinchiuse  in  un  mouislero,  e  <^ato&i 


ELE 

alla  più  aspra  penitenza,  morì  san- 
tamente. 11  martirologio  romano 
nel  giorno  27  ottobre  assegna  la 
sua  festi villi. 

ELETTORATO,  Electomtus.  Di- 
gnità di  Elettore  [Fedi).  Elettora- 
rato  si  chiamò  Io  stato,  o  dominio 
degli  Elettori  del  sagro  Romano 
Impero  (Vedi).  La  voce  Elettorale 
si  usa  per  aggiunto  della  dignità 
di  essi. 

ELETTORE,  Elector.  Quegli, 
che  ha  il  diritto  di  eleggere  a  qua- 
lunque carica,  officio,  dignità,  be- 
neficio ecclesiastico  ec.  (  V.  Ele- 
ziojve).  Gli  elettori  eleggibili  del 
Papa,  sono  i  Cardinali  di  santa 
romana  Chiesa  ;  quelli  degl'  impe- 
ratori germanici,  erano  gli  elettori 
del  sagro  romano  impero,  principi, 
sovrani,  tre  de'  quali  ecclesiastici. 

ELETTORI  DEL  SAGRO  Romano 
IMPERO,  Collegio.  Questo  celebre, 
autorevole,  e  principesco  corpo  po- 
litico consisteva  in  una  grande  e 
potente  confederazione,  la  quale, 
comprensivamente  al  collegio,  com- 
ponevasi  di  tutti  gli  stati  sovrani 
sì  ecclesiastici,  che  secolari  di  Ger- 
mania, i  quali  insieme  ad  altri 
principi  costituivano  il  sagro  ro- 
mano impero,  di  cui  V  imperatore 
era  augusto  capo.  Aveano  essi  il 
diritto  di  eleggere  Y  imperatore,  la 
cui  elezione  si  doveva  approvare 
con  autorità  apostolica  dal  sommo 
Pontefice.  Gli  elettori  in  origine 
furono  sette,  tre  ecclesiastici  e  quat- 
tro secolari.  Gli  ecclesiastici  erano 
gli  arcivescovi  di  Magonza,  di  Tre- 
veri,  e  di  Colonia.  I  secolari  erano 
il  duca  di  Sassonia,  il  conte  pala- 
tino, il  marchese  di  Brandembur- 
go,  ed  il  re  di  Boemia,  il  quale 
però  vuoisi,  che  non  avesse  voto 
se  non  in  caso  di  discordia  fra  gli 
altri    sei.    Kella    pace   di    Munster 

VOL.     XXI. 


ELE  177 

venne  creato  V  ottavo  elettore,  per- 
chè avendo  nel    1623  l'imperatore 
Ferdinando  II  trasferita  la  dignità 
elettorale    del    conte    palatino    del 
Reno  nella  persona  di  Massimilia- 
no duca  di  Baviera,  si  accese   una 
ostinata  guerra,  la  quale  cessò  poi 
con  detta  pace,  dove  si  concesse  a 
Massimiliano  il  primo  elettorato,  e 
se  ne  istituì    un    ottavo    a    favore 
del  palatino,  con    condizione    però, 
che  venendo  a    mancare    la    linea 
di  Baviera,  il  palatino  entrasse  nel- 
r  antico  suo    elettorato,    e    restasse 
annullato  il  nuovo.    Sotto  Leopol- 
do I,   nel    1692,  fu  istituito  il  nono 
elettorato,  e  conferito   al    duca    di 
Annover,  che  pur  dicevasi  elettore 
di  Brunswich  Luneburgo.  Indi,  nel 
^777>  gli  elettorati  del  palatino  del 
Reno,  e  quello  del  duca  di  Bavie- 
ra, per  l'estinzione  del    ramo  du- 
cale, si  consoHdarono  in    una   sola 
persona.  I  due  elettori    protestanti 
erano  il  marchese  di  Brandembur- 
go,  e  il  duca  di    Brunswick-Lune- 
burgo,  ossia  di  Annover.  Di  più  il 
margravio   di    Baden,    che    per    le 
guerre,  conseguenza  della  rivoluzio- 
ne francese,   aveva    perduto    molti 
possedimenti,   nel    1802,    ricevette 
delle  indennizzazioni,  ed  il  titolo  di 
elettore.  Allorché  si  formò  la  confe- 
derazione Renana,  questo  titolo  can- 
giossi  in  quello  di  gran-duca.    Fi- 
nalmente il  landgravio  di  Assia,  nel 
1 8o3,  ascese,  col  recesso  della  depu- 
tazione imperiale,     alla  dignità    e- 
lettorale,  ma  nel  1806,  avendo  egli 
seguito  le  bandiere  p^^issiane  con- 
tro la  Francia,    venne   privato    da 
Napoleone  di  tutti  i   suoi    possedi- 
menti, i  quali  rimasero  incorporati 
al  nuovo  regno  di    Westfalia    sino 
al    181 3.  Ma,  coi   negoziati    diplo- 
matici di  Vienna,  ricuperò    i    suoi 
dominii,  e  conservò  eziandio    il  ti- 
12 


17^  ELE 

tolo  di  elettore,  ed  il  suo  stato 
chiamasi  Assia-Elettorale,  e  dalla 
capitale  Assia-Cassel. 

Ecco  come  questi  dieci  eleUorati 
si    formarono,    si    rinnovarono,    ed 
in  parte  si  confermarono.  Nel  i8or, 
col  trattato  di  Luneville,  la  repub- 
blica francese  divenne    padrona  di 
tutta  la  sinistra  riva  del    Reno,    e 
molti    principi    perdettero     i    loro 
stati.  Coir  atto  poi  di  recesso  della 
deputazione  imperiale,  ch'ebbe  luo* 
go  nel    i8o3,    si    provvide    all'in- 
dennità a  spese  delle  sovranità  ec- 
clesiastiche secolarizza  te  j    compren- 
sivamente ai  Ire  elettorati  ecclesia- 
stici, e  delle  città  imperiali,  che  si 
ridussero  a  sei.  Molti    stati  furono 
inoltre  in  tale  occasione  soggettati, 
e  divennero  dipendenti.  Si    stabili- 
rono in  fine  dieci    elettori,  cinque 
de' quali  cattolici,  cioè  l'arcivescovo 
di  Ratisbona,  elettore  arcicancellie- 
re  dell'impero,  il  duca  di  Sassonia, 
il  re  di  Boemia,  il  re  di  Baviera, 
il  principe  di  Salzburgo ,  e  cinque 
protestanti ,    cioè    il    marchese    di 
Brandemburgo,  il    duca  di  Bruris- 
•wich-Luneburgo,    il    re    di    Wur- 
temberg,  il  margravio  di  Baden,  e 
il  langravio  di  Assia-Cassel.  Fermi 
rimasero  i  tre   collegi    dell'  assem- 
blea generale  o  dieta,  vale^  a  dire 
degli    elettori    de'  principi,  e   delle 
città    libere,    o    imperiali  ;    ma    si 
ridussero  a  centoquarantasette  voli, 
de'  quali  n'  ebbero   dieci  gli  eletto- 
ri, centoventisette   furono    inegual- 
mente divisi  fra  la  Prussia,  la  Ba- 
viera, l'Austria,  e  le  case  di  Brun- 
swich,  di  Sassonia,  d'Assia,  di  Nas- 
sau,   di  Meclembuigo ,    di    Wur- 
temberg,  ed  altri    minori;    quattro 
si  diedero    ai    collegi    de' conti    di 
Weteravia,  di  Svevia,  di  Franconia,  e 
di  Westfalia;  e  gli  altri  sei  alle  ri- 
maste   città    libere    di     Amburgo, 


ELE 

Lubecca,  Brema,  Francfort  sul  Me« 
no,  Augusta,  e  Norimbeiga.  Tali 
atti  non  furono  che  preliminari 
dell*  intera  dissoluzione  dell'  impero 
germanico;  e  del  collegio  degli  e- 
leltori,  dopo  la  battaglia  di  Au- 
sterlitz,  e  la  pace  di  Presburgo, 
che  si  conchiuse  nel  1806.  Così 
ebbe  fine  il  collegio  degli  elettori 
del  sagro  romano  impero,  non  ri- 
manendo che  ài  sovrano  di  Assia 
Cassel  il  titolo  di  elettore.  Nella 
istituzione  dell'  impero  francese  Na- 
poleone imperatore  diede  il  titolo 
di  grand'  elettore  al  re  di  Spagna, 
e  di  vice  grand'  elettore  al  principe 
di  Benevento. 

Origine  degli  Elettori  del  sagro  Ro- 
mano impero j  loro  dignità,  e  pre- 
rogative. 

È  opinione  quasi  comune  degli 
storici,  che  il  diritto  di  eleggere 
1*  imperatore  sia  stato  concesso  ai 
soli  principi  di  Germania  sotto  il 
Pontefice  Gregorio  V  del  996,  ed 
Ottone  III  imperatore.  Altri  vo- 
gliono però,  che  il  Papa,  ed  altri 
pretendono  che  l' impeiatore  per 
concessione  pontificia  ne  abbia  fat- 
to il  decreto.  Riporteremo  alcune 
opinioni  sulle  diverse  sentenze  di 
questa  istituzione.  11  Lenglet  dice 
nelle  sue  Tavolette  cronologiche^ 
che  a' 22  gennaio  dell'anno  912, 
mori  Lodovico  IV  re  di  Germania, 
1'  ultimo  della  stirpe  di  Carlo  Ma- 
gno, che  abbia  governato  l'impero, 
e  che  in  suo  luogo  sia  stato  eletto 
Corrado  1.  SÌ4io  a  questo  tempo 
r  impero  era  slato  successivo,  ma 
divenne  poi  elettivo  per  mezzo  del- 
le assemblee  de' principi,  e  signori 
tanto  ecclesiastici,  che  secolari,  e 
per  mezzo  dei  deputati  delle  prin- 
cipali città,  le  quali  iappresenlava- 


ELE 

no  il  popolo.  Ciò  durò  sino  al  se- 
colo XIII.  in  cui  furono  istituiti 
gli  elettori,  al  dire  del  Lenglel. 
Nell'anno  996,  aggiunge  egli.  Ot- 
tone III  venne  coronato  inoperato- 
re in  Roma  dal  Papa  Gregorio 
V,  e  perchè  non  aveva  figli,  e  ve- 
dendo che  molti  aspiravano  all'im- 
pero, fu  stabilito  che  per  l'avve- 
nire gì'  imperatori  sarebbero  eletti 
dai  soli  principi  deli*  Alemagna  tan- 
to ecclesiastici  quanto  secolari,  sen- 
za determinazione  di  numero.  Al- 
tri attribuiscono  l'istituzione  dei 
sette  elettori  dell'impero,  con  Gior- 
dano nel  suo  Cronico,  a  Carlo 
Magno,  e  questa  opinione  sembra 
appoggiata  all'autorità  d'Innocen- 
zo III,  al  cap.  Venerahilem  de  c- 
lection.  et  electi  potest.  Altri  ne 
fanno  autori  i  principi  della  Ger- 
mania ;  altri  l' ascrivono  a  Grego- 
rio X,  come  r  Aventino,  Annal. 
Bojor.,  lib.  5,  ed  il  Panvinio  nel 
libro  de^  Comitiìs  imper.  Il  Novaes, 
nella  vita  di  Gregorio  V,  dice  che 
in  un  concilio^  cui  celebrò  in  pre- 
senza di  Ottone  III,  al  dire  di  al- 
cuni, istituì  il  collegio  degli  eletto- 
ri del  sagro  romano  impero.  Il 
Platina,  nella  vita  dello  stesso  Gre- 
gorio V,  racconta,  che  vedendo  vo- 
lubilità in  Ottone  III,  e  conside- 
rando alla  varietà  delle  cose  del 
mondo,  sì  perchè  presso  i  germa- 
ni, alla  cui  nazione  apparteneva, 
più  a  lungo  la  dignità  dell'  impero 
restasse,  e  sì  ancora,  perchè  que- 
sta dignità  al  più  degno  si  confe- 
risse, fece,  con  volontà  di  Ottone 
III,  decreto,  che  solo  i  germani 
dovessero  eleggere  colui,  che  Cesa- 
re, e  re  de^  Romani  prima  chia- 
mandosi, fosse  poi  imperatore,  ed 
augusto  se  il  Pontefice  Romano 
lo  confermasse.  Questo  decreto  fu 
attivato  nell'anno   MII.  Quindi  sog- 


ELE  r79 

giunge,  citando  Tolomeo  da  Lucca; 
che  quelli,  i  quali  pei  primi  ebbera 
la  dignità  di  elettori,  furono  l' ar- 
civescovo di  Magonza  in  nome  del- 
la Germania;  l'arcivescovo  di  Tre- 
veri  in  nome  della  Francia;  e  l'ar- 
civescovo di  Colonia  in  nome  del- 
l' Italia,  tutti  colle  qualifiche  di  arci- 
cancellieri.  A  questi  si  aggiunsero 
quattro  principi  secolari,  che  furono 
il  marchese  di  Brandemburgo,il  qua* 
le  è  cameriere  o  camerlengo  dell'elet- 
to imperatore;  il  conte  palatino  del 
Reno  della  casa  Baviera,  scalco  per- 
chè porla  le  vivande  in  tavola  ;  il 
duca  di  Sassonia,  che  porta  la  spa- 
da col  titolo  di  cavallerizzo  perpe- 
tuo dell'impero;  ed  il  duca  poi  re 
di  Boemia,  il  quale  venne  aggiunto 
agli  altri,  perchè  ritrovandoli  dis- 
cordi nelle  elezioni  ,  associandosi 
ad  una  delle  parti  venisse  decisa. 
11  suo  ufficio  era  di  coppiere,  con- 
sisteva cioè  nel  dare  a  bere  all'im- 
peratore. Aggiunge  pure  il  Platina^ 
che  di  tal  decreto  assai  si  risentis- 
sero i  francesi  ;  ma  perchè  la  pro- 
sapia di  Carlo  Magno  era  finita 
in  Lodovico  IV,  figlio  di  Lotario 
I,  ed  il  regno  era  passato  in  Ugo 
Capeto,  cessarono  i  francesi  di  ri- 
petere le  loro  ragioni  del  trasferi- 
to impero  ne' germani,  anche  per- 
chè il  nuovo  re  volendo  consolir 
darsi  sul  trono,  non  curò  il  ces- 
sato impero.  Il  Catelani,  nel  Rì^ 
stretto  dell'  origine  e  progresso  delr- 
t  impero  Romano ,  parlando  di  que- 
sta Gregoriana  istituzione,  dice  che 
furono  dichiarati  sette  elettori  (tre 
dei  quali  ecclesiastici)  deputati  in  ispe- 
cie  per  l'impero,  che  allora  in  tre 
regni  era  diviso,  Germania,  Frant- 
ela, e  Italia,  cioè  i.°  l'arcivescovo 
di  Magonza,  arcicancelliere  per  la 
Germania  2."  quello  di  Treveri> 
arcicapcellicre    per    la    Francia,    e 


i8o  E  LE 

pel  regno  d' Arles  ;  3.°  quello  di 
Colonia  per  l'Italia,  come  più  in- 
formati delle  cose  dell' imperio,  e 
zelantissimi  della  cattolica  religione. 
Che  il  collegio  degli  elettori  ve- 
nisse istituito  da  Gregorio  V,  lo 
afferma  pure  il  Bellarmino,  de 
Rom.  Pont.  lib.  5,  cap.  8,  et  de 
Transl.  imper.  ^  lib.  3,  cap.  I.  Il 
Pupin,  de  ani.  eccles.  discìplin. 
diss.  7,  cap.  3  §  3,  dice  che  par- 
te a  Gregorio  V,  parte  ad  Ottone 
HI,  e  parte  a'  principi  della  Ger- 
mania si  attribuisce  1'  istituzione, 
giacché  toccando  a  tutti  questi  in 
diverso  modo  l' istituzione,  da  tutti 
dovea  essere  approvata. 

Natale  Alessandro,  Diss,  17,  in 
Hist.  Eccles.  saec.  IX,  et  X,  fa 
osservare,  che  sotto  l' impero  di 
Federico  II,  i  principi  di  Germa- 
nia diedero  a  sette  elettori  il  di- 
ritto di  eleggere  V  imperatore,  i 
quali  sino  d' allora  da  molti  sto- 
rici si  dicono  soli  elettori.  Della 
stessa  opinione  è  il  Pagi  all'  anno 
996,  num.  i3.  Comunque  sia  per 
altro  il  modo,  e  il  numero  ,  in 
cui  furono  istituiti  gli  elettori,  cer- 
to è,  che  il  diritto  di  eleggere  l'im- 
peratore deriva  dal  romano  Pon- 
tefice, come  si  rileverà  da  vari 
tratti  storici,  che  riporteremo,  e  co- 
me dimostra  il  Sandini  nella  vita  di 
Gregorio  V,  dove  ancora  parla  del 
numero,  e  dell' uffizio  di  questi  elet- 
tori. Il  Mabillon,  facendo  menzione 
del  suddetto  concilio  tenuto  da  Gre- 
gorio V,  in  notis  ad  vilam  s.  A- 
dalherùy  num.  33,  tom.  7  saec. 
Bened.  ,  è  di  avviso  che  quel  Papa 
abbia  istituiti  gli  elettori.  Su  que- 
sto punto,  e  in  favore  della  sen- 
tenza, che  alla  santa  Sede  si  debba 
siffatta  istituzione,  va  letto  il  Ri- 
stretto dell'  origine^  e  progresso  del- 
l'impero  Romano,  e   della   potestà 


ELE 

degli  elettori  del  medesimo,  compii 
lato  da  d.  Anacleto  Catelani,  sulla 
Dissertatio  de  S.  R.  1.  Electorum 
origine,  et  potestate  ec. ,  per  Jo. 
Georgium  Kuffer.  In  siffatto  opu- 
scolo con  critica  ed  erudizione  ei 
trattò  questo  importante  argomen- 
to, massime  al  capo  III,  Dell'  ori- 
gine del  Collegio  elettorale.  Così  ai 
capo  IV  dice  qual  fosse  il  Ponte- 
fice (convenendo  su  Gregorio  V), 
che  attribuì  al  collegio  elettorale  la 
prerogativa  di  eleggere  il  re  dei 
romani  j  al  capo  V,  se  questa  or- 
dinazione Pontificia  sia  stata  subito 
ricevuta  ed  abbracciata  ;  ed  al  ca- 
po XI  tratta  quali  sieno  que'  prin- 
cipi, ai  quali  per  l'ordinazione  di 
Gregorio  V,  e  di  Ottone  HI  ap- 
partiene il  diritto  di  eleggere.  Nel- 
la Relazione  degli  elettori  dell'  im- 
pero, si  legge  a  pag.  16,  che  in 
progresso  tutti  i  principi  della  Ger- 
mania, senza  scelta  incominciarono 
a  concorrere  all'  elezione  dell'  im- 
peratore, e  per  le  confusioni,  e  pe- 
gli  scismij  che  nascevano,  Innocen- 
zo IV  nel  concilio  generale,  cele- 
brato in  Lione  nel  1245,  ove  fu 
deposto  dall'  impero  Federico  II, 
ridusse,  come  narra  il  Baronio  sul- 
r  autorità  di  Matteo  Parisiense,  gli 
elettori  al  numero  di  sette,  e  deter- 
minò, che  fossero  i  tre  arcivescovi 
di  Magonza,  di  Colonia,  e  di  Sa- 
lisburgo; ed  i  quattro  duchi  d'Au- 
stria, di  Baviera,  di  Sassonia,  e  di 
Brabante,  parte  de'  quali  perdette- 
ro poi  il  privilegio,  che  restò  tras- 
ferito in  quelli,  i  quali  si  leggono 
nella  bolla  d*  oro  di  Carlo  IV, 
pubblicata  nel  i356,  nella  quale 
queir  imperatore  concesse  varie  pre- 
rogative, e  distinzioni  agli  elettori, 
che  sono  quelli  nominati  di  sopra. 
Ma,  nel  citato  libro.  Ristretto  a  p. 
18,  si  dice  dell' operato  d'Innocen- 


ELE 

zo  IV,  avvertendosi  con  Paolo  Win- 
deck,  che  ninno  degli  storici  fa  pa- 
rola di  tale  costituzione  conciliare, 
e  che  s.  Tommaso  d' Aquino,  vi- 
vente in  quel  tempo,  dice  il  colle- 
gio elettorale  essere  già  stato  in  uso 
270  anni  prima,  ed  in  conseguen- 
za non  poter  essere  incominciato 
nel  suddetto  anno  12  45,  onde  dato 
e  non  concesso,  che  Innocenzo  IV 
avesse  definito  a  favore  de'  principi 
nominati,  il  re  di  Boemia,  l'arci- 
vescovo di  Treveri,  il  principe  Pa- 
latino, ed  il  Brandemburgo  non 
avrebbono  sofferto  questo  torto, 
come  scrive  il  Goldasto  in  Repub. 
prò  Imp.  e.  38  ,  riconoscendone  il 
possesso  da  Gregorio  V,  e  da  Ot- 
tone III.  L' annahsta  Rinaldi,  al- 
l' anno  996,  tratta  sulle  diverse 
opinioni  dell'  istituzione  del  colle- 
gio elettorale,  e  dal  numero  55  al 
63  inclusive,  riporta  i  nomi  dei 
principi,  e  de' vescovi,  ed  altri  te- 
deschi, che  elessero  Ottone  IV,  e 
Filippo  di  Svevia,  dopo  la  morte 
di  Enrico  VI. 

La  dignità  degli  elettori  del  isa- 
gro  romano  impero  fu  sì  grande, 
che  non  mancava  loro  per  essere 
re,  fuorché  il  nome  e  la  corona, 
essendo,  come  disse  Rodolfo  II,  in 
un  suo  diploma,  o  decreto  de'  17 
luglio  1 590,  r  eminenza  elettorale 
talmente  inseparabile  dall'eminenza 
imperiale,  che  l'una  non  potea  sus- 
sistere senza  l' altra.  Perciò  vole- 
vano andare  del  pari  coi  re,  e  se 
non  erano  trattati  ordinariamente 
col  titolo  di  maestà,  esigevano  trat- 
tamento regio.  Nelle  pubbliche  so- 
lennità dell'impero  non  cedevano 
la  precedenza  a  verun  principe,  di 
qualunque  grado,  pei*  cui  si  narra, 
che  il  marchese  di  Brandemburgo 
non  volle  cedere  la  mano  al  detto 
Rodolfo  II,  quando  era  re  di  Un- 


ELE  i8r 

ghcria.  Tutti  gli  elettori  erano 
principi  sovrani  de'  loro  stati  ;  ma 
le  guerre  ed  alleanze  che  facevano 
non  dovevano  essere  a  pregiudizio 
dell'impero,  e  dell'imperatore.  La 
principale  prerogativa  degli  elettori 
era  di  eleggere  Y  Imperatore  (Vc' 
dijy  con  quelle  solennità  che  dire- 
mo a  quell'articolo,  e  di  deporlo 
quando  la  necessità  ed  il  pubblico 
bene  lo  richiedeva.  Non  tutti  poi 
gli  elettori  dell'  impero  in  un  me- 
desimo modo  acquistavano,  o  per- 
devano la  dignità  elettorale  :  gli 
ecclesiastici  succedevano  per  elezio- 
ne, i  secolari  per  eredità.  Questa 
gran  dignità  si  perdeva,  quando 
per  gravi  mancanze  veniva  trasfe- 
rito l'elettorato  da  una  persona,  o 
da  una  famiglia  in  un'altra,  o  vo- 
lontariamente per  libera  rassegna- 
zione degli  stati,  e  della  dignità  e- 
lettorale  all'imperio;  e  per  dono, 
o  vendita  a  qualche  altro  principe 
di  consenso  dell'  imperatore,  e  della 
dieta:  e  ciò  si  deve  intendere  tan- 
to degli  elettori  ecclesiastici,  che 
dei  secolari.  Inoltre  i  secolari  ne 
potevano  andar  privi  in  più  altri 
modi,  come  se  il  primogenito,  che 
doveva  esserne  il  successore,  ne  a- 
vesse  fatta  rinunzia  al  secondogeni- 
to, o  ad  altro  agnato,  secondo  i 
gradi  stabiliti  nella  bolla  d'oro. 
Così  quando  il  primogenito  non 
fosse  stato  legittimo,  e  quando  non 
fosse  laico,  oppure  se  fosse  stato 
non  sano  di  mente,  o  avesse  avuto 
altro  notabile  difetto  che  il  ren- 
desse inabile  alla  successione  ;  in 
questi  casi  era  devoluto  l' elettora- 
to al  più  prossimo  agnato,  discen- 
dente legittimo  per  linea  mascolina 
dal  primo  investito.  Che  se  per  to- 
tale mancanza  di  successione,  o  per 
bando  imperiale,  o  per  altri  casi 
straordinarii  vacava  l' elettorato,  si 


i83  ELE 

devolveva  al  fìsco  e  al  solo  impe- 
ratore, o  al  re  de'  Romani,  a*  qua- 
li vuoisi  spettasse  la  nomina  del 
nuovo  elettore  ,  e  deli'  investi- 
tura. 

L*  elettore  arcivescovo  di  Magon- 
za  non  solo  era  il  primo  degli  ec- 
clesiastici elettori,  ma  era  come  il 
decano  di  tutto  il  collegio  elettora- 
le. Per  questo,  e  per  essere  gran 
cancelliere  dell'  impero  nella  Ger- 
mania, nelle  solennità  incedeva  a 
dritta  dell'imperatore,  e  precedeva 
tutti  gli  altri  elettori  suoi  colleghi. 
Come  tale,  avea  diritto  di  convoca- 
re la  dieta  elettorale  per  l'elezione 
del  nuovo  imperatore,  di  far  pre- 
stare ai  convocati  il  giuramento,  di 
raccogliere  i  voti  loro,  e  di  essere 
r  ultimo  a  dare  il  suo.  A  lui  toc- 
cava coronar  l' imperatore,  quando 
la  coronazione  si  faceva  fuori  della 
metropolitana  dell'  arcivescovo  di 
Colonia,  ciocche  poi  si  praticò  al- 
ternativamente con  questo  secondo. 
L'elettore  di  Magonza,  come  ar- 
cicancelliere  di  Alemagna,  teneva 
in  sua  custodia  la  matricola,  i  si- 
gilli, e  l'archivio  dell' impero,  con 
tutti  gli  atti  delle  diete,  assemblee, 
e  congregazioni  imperiali.  A  lui 
egualmente  incombeva  contrasse- 
gnar tutte  le  risoluzioni,  e  gii  atti, 
che  si  pubblicavano  a  nome  del- 
l'impero;  quindi  non  potendosi 
trovar  sempre  nella  corte  imperia- 
le_,  sostituiva  per  suo  vicario  in 
questo  ufficio  il  cancelliere  dell'im- 
peratore. Nelle  diete  ed  assemblee 
generali  al  magunlino  erano  indi- 
rizzati gli  ambasciatori  e  deputati 
degli  elettori,  ed  altri  principi  ;  a 
lui  mostravano  le  loro  lettere  cre- 
denziali, e  da  lui  nel  partire  pi- 
gliavano congedo.  Nella  cancelleria 
di  Magonza  facevansi  le  proteste,  e 
tutti  gli  altri  atti  appai  tenenti  all'im- 


ELE 
pero  :  a  questo  solo  elettore  si  do- 
mandavano le  revisioni  delle  liti 
giudicate  dalla  camera  di  Spira, 
ma  se  in  esse  vi  aveva  interesse, 
&i  ricorreva  all'  arcivescovo  ed  elet- 
tore di  Tre  veri.  Aveva  pure  il  ma- 
guntino  una  volta  il  diritto  di  co- 
ronare il  re  di  Boemia,  ma  lo  ce- 
dette all'arcivescovo  di  Praga.  Enri- 
co Virnemburgo,  succeduto  nell'arci- 
vescovato di  Magonza  l'anno  1 328, 
Avea  altresì  la  prerogativa  di  giu- 
dicare senza  appellazione  in  vigore 
della  bolla  d' oro,  ma  poi  la  per- 
dette, come  gli  altri  tre  elettori 
suoi  vicini,  per  cui  i  sudditi  di  lui 
passarono  ad  appellare  alla  camera 
di  Spira,  quando  la  somma,  di  cui 
tratlavasi,  eccedeva  i  quattrocento 
fiorini.    V.  Magoivza. 

L'elettore  arcivescovo  di  Treve- 
ri  precedeva  quello  di  Colonia  per 
l'antichità  della  sua  chiesa;  s'inti- 
tolava arcicancelliere  dell'impero 
nella  Francia,  e  nel  regno  Arela- 
tense,  ma  non  godeva  altro  che  il 
titolo,  dacché  tali  régni  vennero 
smembrati  dall'  impero.  A  questo 
elettore  toccava  votare  pel  primo 
nell'elezione  dell'imperatore,  e  ri- 
cevere l'ultimo  voto  dal  magunti- 
no.  Nel  suo  stalo  giudicava  senza 
appellazione  le  cause,  che  non  su- 
peravano cinquecento  scudi  d'oro 
renani:  poteva  di  sua  autorità  met- 
tere nel  bando  imperiale  quelli  che 
avea  scomunicato,  quando  dopo  un 
anno  non  si  fossero  riconciliati. 
Tra  gli  altri  privilegi,  che  godeva, 
vuoisi  rammentar  la  tutela  nobile 
eh'  egli  aveva  su  tutti  i  minori  del- 
la sua  metropolitana,  lo  che  né  gli 
altri  elettori,  ne  il  medesimo  im- 
peratore potevano  pretendere  sui 
loro  sudditi.  In  tutte  le  assemblee, 
tanto  elettorali  che  generali,  siede- 
va   fuori    d' ordine    dirimpetto   al- 


ELE 
r  imperatore,    e    in    marciando    il 
precedeva.    V^.  Treveri. 

L'  elettore  arcivescovo  dì  Colonia 
intitolavasi  arcicanceliiere  dell'  im- 
pero in  Italia,  ed  a  lui  si  appar- 
t<in€va  r  archivio  degli  atti  italiani. 
Sedeva  a  sinistra  dell'imperatore, 
e  cedeva  la  mano  al  maguntino, 
fuorché  nella  sua  metropolitana  , 
nell'Italia,  e  nella  Francia.  Dava  il 
voto  in  secondo  luogo  nel  collegio 
elettorale,  ed  aveva  il  diritto  di  co- 
ronare il  re  de'  Romani,  quando 
la  coronazione  facevasi  nella  sua 
metropolitana.  I  sudditi  di  lui  era- 
no privilegiati  contio  la  camera  di 
Rotweil  in  azioni  tanto  reali,  che 
personali  ;  e  potevano  appellare  dal 
giudizio  di  lui,  quaudo  la  somma 
contesa  passava  cinquecento  fiorini. 
Manteneva  in  Colonia  ministri  per 
la  giustizia  criminale,  benché  fosse 
città  libera,  ed  egli  non  potesse  fer- 
marvisi,  se  non  pochi  giorni^  e 
con  mediocre  treno.    V.  Colonia. 

Passando  a  dire  degli  elettori 
secolari,  intendiamo  parlare  dei  cin- 
que antichi,  cioè  del  re  di  Boemia, 
del  duca  di  Baviera,  del  duca  di 
Sassonia,  del  marchese  di  Bran- 
demburgo,  e  del  conte  palatino  ; 
il  secondo,  il  terzo,  e  il  quarto  poi 
divennero  re,  come  lo  divenne  quel- 
lo di  Annover  (Vedi).  I  principati 
de* nominati  cinque  elettori  anda- 
vano inseparabilmente  congiunti  col- 
la dignità  elettorale,  come  si  é  det- 
to degli  arcivescovi,  né  si  poteva- 
no in  modo  alcuno  smembrare  per 
particolare  inibizione  della  Bolla 
d'oro  [f^edi).  Laonde  il  successore 
nello  slato  elettorale  immediata- 
mente appella  vasi  elettore,  ed  era 
tale  in  vigore  dell'investitura  data 
al  suo  ascendente.  Tuttavolta  egli 
rinnovavai  l'investitura  con  pren- 
derne  la   confei'ma,    e    ripeteva    il 


ELE  iB3 

giuramento  air  imperatore,  non  pe^ 
rò  in  persona,  come  erano  tenuti 
a  fare  i  nuovi  eletti,  ma  per  pro- 
curatore. Va  avvertito,  che  per  Te- 
sercizio  dell'  elettorato  bisognava  a- 
ver  compito  l'età  d'anni  diciotto 
secondo  la  sopraddetta  bolla  di  Car- 
lo IV.  Che  se  per  avventura  alcu- 
no succedeva  alla  dignità  elettorale 
in  età  minore  della  stabilita,  finché 
ad  essa  fosse  arrivato,  eragli  dato 
un  tutore  od  amministratore,  che 
era  il  più  prossimo  parente  pater- 
no secondo  l'ordine  di  successione; 
tutela,  eh'  era  proficua ,  ed  assai 
onorevole,  avvegnaché  l'amministra- 
tore teneva  il  posto  di  elettore,  e- 
sercitando  i  diritti,  e  le  funzioni 
elettorali  a  spese  del  pupillo.  Dopo 
gli  elettori  ecclesiastici,  succedeva- 
no con  questa  precedenza  gli  altri, 
vale  a  dire  Boemia,  Baviera,  Sas- 
sonia, Brandemburgo  e  Palatino.  £ 
principi,  che  dovevano  succedere 
all'elettorato,  arrivati  all'età  di  set- 
te anni,  dovevano  istruirsi  nelle 
lingue  latina,  italiana,  e  schiavona, 
oltre  alla  tedesca  loro  naturale,  cosi 
preseli  vendo  la  bolla  d'  oro. 

L'  elettore  re  di  Boemia  occupa- 
va il  primo  luogo  per  la  sua  regia 
dignità,  che  lo  distingueva  sugli 
altri,  e  così  nell'  elezione  dell'impe- 
ratore era  il  primo  a  votare  dopo 
l'arcivescovo  di  Colonia.  Anticamen- 
te votava  in  caso  discorde  tra  gli 
elettori.  Nelle  solennità  dell'impero 
sedeva  dopo  il  maguntino,  ch'era 
a  destra  dell'imperatore,  e  nella 
processione  incedeva  subito  dopo  di 
lui.  Era  gran  coppiere  dell'impe- 
ratore, e  ne'  solenni  conviti  gli  ver- 
sava la  prima  bevanda  colla  coro- 
na in  capo,  o  senza,  a  suo  piace- 
re. Giudicava  nel  suo  regno  defi- 
nitivamente, e  inappellabilmente, 
benché  alcuni  scrittori  vogliano,  che 


^84  £LE 

sì  potessero  trattar  le  materie  feu- 
dali avanti  l' imperatore,  ed  in  al- 
cuni casi  alla  camera  di  Rotweil. 
A  questo  elettore  venne  annesso 
l'obbligo  di  accompagnare  l'impe- 
ratore a  Roma  per  la  sua  consa- 
grazione  con  trecento  lance.  Non 
era  obbligato  ad  intervenire  alle 
assemblee  ordinarie  dell'  imperio, 
ed  alcuno  aggiunge,  che  essendo 
citato,  non  era  tenuto  a  comparire 
alla  imperiai  corte,  se  questa  non 
si  teneva  a  Norimberga,  o  in  Bam- 
berga  ;  anzi  l' investitura  stessa  del 
suo  leame  era  così  privilegiata ,  che 
egli  non  era  tenuto  a  riceverla,  se 
l'imperatore  non  si  avanzava  a  det- 
te due  città,  o  qualche  altra  vicina 
alle  sue  frontiere.  In  questo  caso 
riceveva  dall'imperatore  scorta,  e 
salva  condotto.  Èra  poi  degno  di 
osservazione,  che  mentre  nelle  in- 
vestiture degli  altri  principi  si  squar- 
ciavano, e  gettavano  in  mezzo  al 
popolo  gli  stendardi  di  omaggio, 
quei  del  re  di  Boemia  si  conser- 
vavano, e  gli  si  restituivano  interi. 
Alcuni  opinarono,  essere  il  regno 
boemo  membro  dell'impero,  ed  al- 
tri no,  quindi  non  Io  tenevano  ob- 
bligato a  pesi,  e  contribuzioni.  V. 
Boemia. 

L'elettore  duca  di  Baviera,  suc- 
ceduto per  investitura  di  Ferdinan- 
do II  nel  secondo  elettorato  seco- 
lare al  palatino,  aveva  il  quarto 
voto  neir  elezione,  cioè  dopo  il  re 
di  Boemia,  e  dopo  di  esso  sedeva 
al  destro  lato  dell'  imperatore.  Nel- 
le solennità  portava  il  pomo,  o 
globo  imperiale,  ossia  piccolo  mon- 
do, incedendo  in  mezzo  agli  elet- 
tori di  Brandemburgo,  e  Palatino, 
avente  Treviri  innanzi,  e  Sassonia 
addietro.  Era  arcidapifero  dell'im- 
pero, e  ne' solenni  conviti  portava 
il  primo   alla   mensa    dell'  impera- 


ELE 

tore  quattro  scodelle  d' argento  coi 
cibi.  Vacando  il  soglio  imperiale, 
pretendeva  di  essere  vicario  nelle 
parti  del  Reno,  della  Svevia,  e  del- 
la Franconia,  ciocche  gli  veniva 
conteso  dal  Palatino.  Tuttociò  che 
r  impei*atore  avea  venduto  o  im- 
pegnato, egli  poteva  acquistarlo  pel 
medesimo  prezzo.  Avanti  di  lui, 
come  successore  delle  prerogative 
del  Palatino,  si  poteva  convenire 
l'imperatore,  giusta  il  tenore  del 
capo  3  della  bolla,  e  facendosi  il 
processo  all'  imperatore  per  cattiva 
amministrazione,  toccava  a  questo 
elettore  esserne  il  direttore,  e  non 
al  maguntino.  I  sudditi  di  lui  era- 
no privilegiati  contro  i  tribunali 
di  Westfcilia,  di  Rotweil,  ed  altri; 
e  potevano  appellare  da  lui  stesso 
quando  la  somma  passasse  mille 
fiorini  d' oro.    V.  Baviera. 

L' elettore  duca  di  Sassonia  si 
intitolava  arci-maresciallo  dell'  im- 
pero, e  come  tale  nelle  processioni 
marciava  immediatamente  avanti 
l'imperatore,  portando  la  spada 
nuda.  Neil'  elezione  dell'  imperatore 
dava  il  suo  voto  in  quinto  luogo, 
cioè  dopo  Baviera,  presso  il  quale 
immediatamente  sedeva.  Nelle  so- 
lenni curie  imperiali  distribuiva  la 
biada,  che  stava  dinanzi  al  trono 
dell'imperatore  con  lo  stajuolo  di 
argento,  nel  modo  che  si  descrive 
al  capo  25  della  bolla  d'oro.  Co- 
me gran  maresciallo  aveva  il  co- 
mando della  guarnigione  del  luogo, 
ove  si  faceva  la  dieta.  Vacando 
r  imperio,  egli  era  vicario  non  solo 
della  Sassonia,  ma  anche  di  tutte 
le  altre  provincie  che  fanno  parte 
dell'  impero,  a  riserva  di  quelle,  le 
quali  sono  soggette  al  vicariato  del- 
l' elettore  Palatino,  o  del  Bavaro, 
successore  in  luogo  del  Palatino, 
li  conte  Gualdo  Priorato,  nel   suo 


ELE 

trattato  universale  delle  notìzie  del- 
V  impero^  dice  che  all'  elettore  di 
Sassonia  spettava  il  titolo  e  1*  au- 
torità di  vicaiio  dell'  imperio,  va- 
cando la  sede.  L'elettore  di  Sas- 
sonia soltanto,  e  quello  di  Bran- 
demburgo  avevano  conservato  il 
diritto  di  giudicare  inappellabilmen- 
te i  loro  sudditi  in  tutte  le  cause 
civili,  e  criminali.    V^.  Sassonia. 

L'  elettore  marchese  di  Brandem- 
burgo  era  arcicameriere  dell'  im- 
peratore, e  come  tale  portava  lo 
scettro  innanzi  l'imperatore  nelle 
processioni,  stando  alla  destra  del 
duca  di  Baviera.  Per  questa  stessa 
ragione,  ne'solenni  conviti  imperia- 
li, porgeva  da  lavare  le  mani  al- 
l' imperatole  ;  aveva  il  sesto  voto 
neir  elezione  cesarea,  e  dove  prima 
era  l' ultimo  degli  elettori,  ed  in 
ultimo  luogo  sedeva,  divenne  poi 
il  penultimo  per  l'introduzione  del- 
l' ottavo  elettorato .  Aveva  nella 
giudicatura  i  medesimi  privilegi  del 
duca  di  Sassonia,  e  quindi  i  suoi 
sudditi  non  potevano  appellare  da 
lui  in  veruna  sentenza,  sia  interlo- 
cutoria, sia  definitiva.  J^'.  Brandem- 
BURGO,  e  Prussia. 

L' elettore  conte  Palatino  occu- 
pava l'ottavo  elettorato  istituito 
nella  suddetta  pace  di  Munster,  o 
Westfalia.  Carlo  Luigi,  conte  pa- 
latino del  Reno  della  casa  di  Sim- 
meren,  cercò  di  ricuperare  colle 
armi  gli  stati  perduti  da  suo  pa- 
dre Federico  V,  per  l'inconsiderata 
sua  ambizione;  ma  le  truppe  di 
Carlo  essendo  state  disfatte  a  Lem- 
govr,  venne  obbligato  ad  attendere 
una  miglior  sorte  sino  al  nominato 
trattato,  articolo  I,  §  4-  Allora  il 
basso  palalinato  gli  fu  restituito, 
ed  un  ottavo  elettorato  venne  crea- 
to in  suo  favore  con  la  carica  di 
gran  tesoriere,  o  arci  tesoriere  del- 


ELE  i85 

V  impero,  mentre   prima    era    sinr- 
scalco,  o  arcidapifero.  Ma    siccome 
in  avanti  1'  elettore  palatino  pren- 
deva il  secondo  luogo  tra  gli  elet- 
tori, nella  reintegrazione  gli  fu  at- 
tribuito l'ultimo.  L'impero  appro- 
vò tali    determinazioni    nel     i654, 
con  quelle  condizioni    sulla    succes- 
sione già  dette.  Come  Palatino  pre- 
tendeva il  vicariato  dell'  impero  in 
caso  di  vacanza  nelle  parti  del  Re- 
no, deHa  Svevia,  e  della  Franconia, 
e  senza    contrasto    anticamente    ne 
era  in  possesso  ;  ma  poi  gli  fu  con- 
teso dal  Bavaro,  il  quale  sosteneva 
essere  questo  un  privilegio  annesso 
all'  elettorato ,  e  non  al  palatinato. 
L' imperatore  doveva  una  volta  ri- 
conoscere il  palatino  per  suo    giu- 
dice, giusta  ciò,  che  si  ha  nel  capo 
5  della  bolla  d'oro;    e    vi    è    chi 
dubita,  se  questo  diritto   possa   es- 
sere stato  trasferito    nella    casa    di 
Baviera    insieme    coli'  elettorato,    o 
se  vada  annesso  al  titolo  di   conte 
palatino.    Dava  il  suo  voto  in  set- 
timo luogo,  cioè  innanzi  a  Magonza, 
eh'  era  l' ultimo  a  votare.  Nelle  pro- 
cessioni marciava  a  sinistra  dell'e- 
lettore   di    Baviera    senza    portare 
nulla,  e  sedendo  cogli  altri    eletto- 
ri, si  metteva  nell'  ultimo  luogo.  Il 
conte   Palatino    del    Reno,   cioè    il 
capo  di  questa  famiglia,  era  gene- 
rale delle  armate  imperiali.  V.  Pa- 
latino DEL  Reno. 

Volendo  poi  dire  qualche  cosa 
dei  vicari  eredi  tari i,  e  de'  procura- 
tori degli  elettori,  è  a  sapersi,  che 
gli  elettori  secolari,  come  uffiziali 
ereditarii  dell'  impero,  avevano  i 
loro  vicarii  perpetui,  ed  ereditarii, 
i  quali  nelle  solennità  imperiali  fa- 
cevano le  funzioni  del  titolo  elet- 
torale, quando  non  era  presente 
l'elettore.  Cosi  all'uffizio  di  gran 
coppiere  dell'  impero  suppliva  come 


i86  ELE 

vicario  il  baione  di  Limburgo,  in 
luogo  del  re  di  Boemia.  11  vica- 
riato dell'  elettore  di  Baviera,  come 
arcidapifero  dell'  impero,  da  ultimo 
appartenne  alla  famiglia  di  Walt- 
bourgo,  oTnichses,  Il  conte  di  Pap- 
penheim  era  vicario  del  duca  di 
Sassonia,  come  gran  maresciallo 
dell'imperio.  Il  marchese  di  Bran- 
demburgo,  come  gran  cancelliere, 
aveva  per  vicario  il  conte  di  Ho- 
henzollern.  Il  conte  palatino  del 
Reno,  come  gran  tesoriere  dell'im- 
peratore, non  faceva  veruna  fun- 
zione nelle  solennità,  e  però  non 
aveva  bisogno  di  vicario.  Veramen- 
te, .nel  capo  25  della  bolla  d'oro, 
si  fa  menzione  degli  uffìzi,  che  e- 
sercitavano  gli  elettori  nelle  solen- 
nità, dicendosi  che  uno,  due,  o  tre 
di  loro  prendono  i  sigilli  imperiali, 
li  presentano  all'  imperatore,  e  da 
lui  di  nuovo  li  ricevono.  Anzi  nelle 
processioni,  uno  di  loro,  cioè  que- 
gli, che  è  arcicancelliere  del  luogo 
ove  si  faceva  la  solennità,  era  te- 
nuto a  portare  i  sigilli  imperiali. 
Questi  vicari  essendo  obbligati  a 
portare  gli  onori,  o  sia  ornamenti 
imperiali,  nelle  funzioni  solenni  de- 
gl'  imperatori,  tenevano  il  luogo  dei 
loro  principali,  e  marciavano  col 
medesimo  ordine,  come  se  fossero 
gli  elettori  stessi.  Fuori  di  questo 
uffizio  non  avevano  più  luogo  i  vi- 
cari, ma  bensì  i  procuratori,  o  am- 
basciatori, i  quali  in  assenza  degli 
elettori  venivano  mandati  alle  diete 
con  autorità  plenipotenziaria,  e  se- 
devano secondo  l' ordine  e  prece- 
denza de' loro  padroni.  Essendo  pe- 
rò presenti  gli  elettori,  questi  pre- 
cedevano gli  ambasciatori  di  quelli 
assenti,  e  ciò  in  modo,  che  se  il 
Palatino  ch'era  l'ultimo,  si  trova- 
va solo  di  persona  alla  dieta,  pre- 
cedeva senza  contraddizione  gli  am- 


ELE 

basciatori  degli  assenti,  e  marciava 
immediatamente  dopo  gli  elettori 
ecclesiastici,  i  quali  vuoisi  che  fos- 
sero obbligati  ad  intervenirvi  in 
persona,  perchè  le  loro  funzioni  e- 
rano  personali.  Però  dice  la  bolla, 
che  tutti  gli  elettori,  senza  esclusio- 
ne di  alcuno,  debbano  avere  i  pro- 
curatori: tuttavolta  nell'elezione,  che 
si  fece  di  Ferdinando  III  in  Ratis- 
bona,  a' -22  dicembre  i636,  la  se- 
dia dell'arcivescovo  di  Treveri  fu 
vuota  perchè  era  assente,  e  niuno 
votò  per  lui. 

Del  modo  poi,  onde  gli  elettori 
siedono,  o  marciano  coli'  imperato- 
re, oltie  quanto  si  è  detto,  aggiun- 
geremo, che  nelle  generali  assemblee 
ov'era  presente  l'imperatore,  dopo 
l'istituzione  dell'ottavo  elettorato 
poca  alterazione  si  fece  a  quanto 
prescriveva  la  bolla  d' oro,  contan- 
dosi l'elettore  di  Baviera  nel  luogo 
del  Palatino,  e  questo  per  ultimo. 
Piuttosto  si  notò  variazione  nell'or- 
dine delle  marcie,  in  confionto  del 
prescritto  della  bolla.  E  primiera- 
mente portandosi  in  processione  gli 
ornamenti  imperiali,  andava  innan- 
zi l'imperatore  tra  gli  elettori  di 
Magonza,  e  di  Colonia,  e  dietro  se- 
guiva il  solo  re  di  Boemia.  Avanti 
immediatamente  all'imperatore  pro- 
cedeva il  duca  di  Sassonia  solo, 
portando  la  spada  imperiale  sfode- 
rata. Innanzi  al  sassone  incedeva 
l'elettore  bavaro  col  globo  d'oro 
in  mani,  avente  a  destra  1'  elettore 
di  Brandemburgo  con  lo  scettro  im- 
periale, ed  a  sinistra  quello  Pala- 
tino; finalmente  a  capo  di  tutti 
camminava  l'arcivescovo  di  Treve- 
ri. Queir  arcivescovo  poi,  nel  cui 
distretto  facevasi  la  solennità,  come 
arcicancelliere,  portava  tutti  i  sigilli 
imperiali ,  e  reali  appesi  ad  un 
bastoncino  di  argento:  poca  era  la 


ELE 

dllTerenza  delle  marcie,  senza  che 
gli  elettori  portassero  gli  ornamenti 
imperiali. 

Della  cavalcata,  colla  quale  gli 
elettori  si  recavano  alla  chiesa  di 
s.  Bartolommeo  la  mattina  che  do- 
vea  seguir  l'elezione,  dell'intimazio- 
ne, del  tempo,  e  del  luogo  di  questa, 
e  come  gli  elettori  erano  ricevuti  in 
Francfort,  ed  altro  riguardante  gli 
elettori  suIT  elezione,  e  coronazione 
del  nuovo  Imperatore^  si  tratta  a 
quell'articolo.  Qui  noteremo,  che 
le  assemblee  dei  principi  del  sagro 
romano  impero  si  riducevano  a  tre 
specie;  la  piima  quando  gli  eletto- 
ri si  univano  senza  l'imperatore  per 
consultare  sugli  affari  proprii,  e  del- 
l'impero;  la  seconda  quando  con- 
venivano coir  imperatore,  per  trat- 
tare de' pubblici  interessi;  la  terza 
quando  prima,  o  dopo  la  morte 
dell'  imperatore  si  adunavano  ad 
eleggere  il  re  de'  romani,  il  quale, 
se  interveniva  nelle  processioni,  cui 
era  presente  l' imperatore,  lo  pre- 
cedeva. Nello  scrivere  agli  elettori 
ecclesiastici  ,  l' imperatore  dava  ad 
essi  il  titolo  di  nipoti  ed  elettori  ; 
ed  a  quelli  secolari,  concedeva  il 
titolo  di  cugini,  ed  elettori.  Urbano 
Vili,  nel  decretare  l'anno  i63o 
i  titoli  di  Eminenza,  e  di  Eminen' 
tinsi mo  (Fedi),  ai  Cardinali  di  san- 
ta Romana  Chiesa,  lo  conferì  pure 
ai  tre  elettori  ecclesiastici  dell'im- 
pero, agli  arcivescovi  di  Magonza, 
Colonia,  e  Treveri,  non  che  al  gran 
maestro  dell*  Ordine  gerosolimita- 
no. Quindi  i  Cardinali,  scrivendo 
agli  elettori  ecclesiastici,  usarono  i 
titoli  di  Eminentissimo,  e  Reveren^ 
dissimo  Signor  mio  Osservandissi- 
mo, cui  nella  soprascritta  aggiun- 
gevano monsignor  arcivescovo  di 
JV.  Eiettore  del  sagro  Romano  Im- 
pero.   Agli    elettori    secolari    poi    i 


Cardinali  davano  questo  trattamen- 
to :  Serenissimo  signor  mh  osser- 
vandissimo, Fostra  altezza  eletto- 
rale, e  nella  soprascritta  aggiun- 
gevano :  il  Signor  duca,  marchese, 
o  conte  ec. ,  Elettore  del  sagro 
Romano  Impero.  Alcuni  elettori  ec- 
clesiastici di  case  sovrane  pretesero 
dai  Cardinali  il  titolo  di  Serenissi- 
mo in  luogo  óeW Eminenti ssimo  ;■ 
ma  avendo  il  sagro  collegio  dei 
Cardinali  consultato  intorno  a  ciò 
la  sagra  congregazione  cerimoniale, 
fu  risposto  negativamente.  Tutta- 
volta  il  Parisi,  nelle  sue  Istruzioni 
per  la  Segreteria,  parlando  del  ti- 
tolarlo usato  dai  Cardinali  cogli 
elettori  dell'impero,  nel  tomo  H, 
p.  g8  e  seg.  e  112,  porta  l'esem- 
pio seguito  da  molti  Cardinali,  che 
diedero  il  Serenissimo,  e  V Altezza, 
ed  il  Signor  mio  osservandissimo 
a  Clemente  Wenceslao  de' duchi  di 
Sassonia,  figlio  del  re  di  Polonia, 
come  elettore  di  Treveri. 


Notizie  riguardanti  i  romani  Pon- 
tefici, e  il  collegio  degli  Eletto- 
ri del  S.  R.  Impero. 


Avendo  gli  elettori  dell'  impero 
eletto  nel  1077  per  re  de' romani 
Rodolfo  duca  di  Svevia  ,  in  luogo 
di  Enrico  IV,  il  Papa  s.  Gregorio 
VII  ne  approvò  l'elezione  con  au- 
torità apostolica.  Per  tale  elezione 
il  Pontefice  avea  scritto  a  tutti  i 
vescovi,  duchi,  e  conti  di  Germa- 
nia, giacché  Enrico  IV  era  stato 
scomunicato  e  deposto,  come  abbia- 
mo dal  Rinaldi  all'anno  996,  num. 
55.  Nel  II 63,  Alessandro  III  creò 
Cardinale  Corrado  W^itellespac,  dei 
palatini  del  Reno,  arcivescovo  ed 
elettore  di  Magonza,  divenendo  cosi 


vm  ELE 

anche  elettore  del  sommo  Pontefi- 
ce. Quindi  Urbano  III,  nel  1186, 
fece  Cardinale  Folmaro,  arcivesco- 
vo ed  elettore  di  Treveri ,  poi  le- 
gato apostolico  nella  Sciampagna. 
Nel  concilio  generale  di  Lione,  In- 
nocenzo IV,  nel  1 245 ,  scomunicò 
e  depose  l' imperatore  Federico  II, 
e  con  lettera  data  in  quella  città 
a'  21  aprile  1246,  presso  il  Rinal- 
di al  detto  anno,  promosse  T  ele- 
zione del  re  de'  romani,  esortando 
i  principi  elettori  ad  eleggere  En- 
rico landgravio  di  Turingia,  nella 
speranza,  che  dovesse  zelare  la  di- 
fesa della  Chiesa,  e  dell'impero.  E- 
gli  è  perciò,  che  la  maggior  parte 
degli  elettori  lo  elessero  a'  1 7  mag- 
gio, per  cui  Innocenzo  IV,  con  let- 
tera de'  9  giugno,  espresse  all'elet- 
tore maguntino  il  suo  sommo  con- 
tento. Morto  poi  Enrico  nel  1247, 
Innocenzo  IV  procurò,  che  gli  fos- 
se sostituito  Guglielmo  conte  di  O- 
landa,  il  quale,  ai  29  settembre, 
fu  eletto  re  de' romani,  come  nar- 
ra a  detto  anno  il  citato  Rinaldi. 
Morendo  poi  Guglielmo  nel  12  55, 
Alessandro  IV,  con  lettera  scritta 
in  Anagni  a'  28  luglio  dell'  anno 
1256,  intimò  agli  elettori  dell'im- 
pero la  scomunica,  nel  caso  che  gli 
dessero  in  successore  Corradino  fi- 
glio di  Corrado,  e  nipote  di  Fede- 
rico I. 

Nel  1275,  il  re  de'  romani  Ri- 
dolfo d'Ausburgo  giurò  a  Grego- 
rio X  di  difendere  l' esarcato  di 
Ravenna,  e  le  altre  terre  della  Chie- 
sa, e  dipoi  nel  1278,  con  un  di- 
ploma diretto  al  Papa  Nicolò  III, 
approvò  le  concessioni  ed  i  privile- 
gi tatti  dai  suoi  predecessori  alla 
Chiesa  romana.  Volendo  quindi  Ni- 
colò III  provvedere  alle  controver- 
sie, che  potessero  in  seguito  insor- 
gere,   mandò    a  Ridolfo  i  diplomi 


ELE 

di  Lodovico  1,  di  Ottone  I ,  e  di 
Enrico  II,  acciò  li  confermasse,  lo 
che  fece  ben  volentieri  con  altro 
imperiai  diploma;  e  perchè 'non  ac- 
cadesse in  progresso  di  tempo  dub- 
bio alcuno  su  tali  diplomi,  il  Pon- 
tefice li  volle  confermati  da  tutti 
gli  elettori  del  sagro  romano  im- 
pero. Questo  diploma  degli  eletto- 
ri si  riporta  dal  Rinaldi  all'anno 
1279,  nu"'-  6,  e  dal  Bellarmino, 
de  translat.  imperli  lib.  3,  cap.  3. 
P^.  Sovranità'  de'  Romani  Ponte- 
fici. 

Per  morte  di  Enrico  VII,  nel 
i3r5,  alcuni  elettori  dell'impero 
elessero  Lodovico  V  di  Baviera,  ed 
altri  nominarono  Federico,  figlio  di 
Alberto  di  Austria.  Ambedue  vol- 
lero sostenere  colle  armi  le  loro  ra- 
gioni, e  vedendo  il  Papa  Giovanni 
XXII,  che  il  bavaro,  senza  aspet- 
tare la  consueta  conferma  pontifi- 
cia, si  trattava  come  imperatore,  lo 
pregò  caldamente  di  permettere,  che 
la  causa  di  sua  elezione  fosse  trat- 
tata dalla  santa  Sede,  citando  am- 
bedue i  pretendenti  a  comparire 
avanti  di  se  in  Avignone,  per  de- 
cidere a  chi  dei  due  appartenesse 
l'imperiale  dignità.  Che  questa  con- 
ferma pontificia  fosse  necessaria  nel- 
l'eletto imperatore,  si  dimostra  dal- 
la lettera  degli  elettori  a  Nicolò  III, 
riferita  dal  citato  Bellarmino  nel 
lib.  3,  cap.  3;  dal  giuramento,  col 
quale  obbligossi  l' imperatore  Al- 
berto con  Bonifacio  Vili,  appresso 
il  Rinaldi ,  Aanal.  Eccl.  all'  anno 
1 3o3  num.  9  ;  dalla  Clementina 
Romani  Principe^  de  Jurejurand., 
e  dalla  lettera  d' Innocenzo  III  al 
duca  di  Turingia,  registrata  al  cap. 
Fenerabileni  34,  de  clectione  et  e- 
lecd  poteslate.  Ma  Lodovico  non 
volendo  assoggettarsi  al  giudizio 
pontifìcio,  anzi  prendendo  la  difesa 


ELE 

dei  fraticelli  ed  altri  eretici,  indus- 
se Giovanni  XXII  a  fulminare,  nel- 
l'anno i3i3j  le  censure  a  chi  pre- 
stasse aiuto  od  ubbidisse  a  lui  ;  indi 
lo  privò  dì  ogni  diritto  all'impero,  e 
scomunicollo  come  ribelle  alla  san- 
ta Sede.  Air  articolo  Baviera  ,  ed 
altrove,  abbiamo  dette  le  conseguen- 
ze di  questa  famosa  vertenza.  Suc- 
cesse nel  pontificato  Benedetto  XII, 
il  quale  spedì  nunzi  a  Lodovico 
per  indurlo  a  ritornar  all'ubbidien- 
za della  Chiesa,  indi  rinnovò  con- 
tro di  lui  le  censure  come  usur- 
patore dell'impero,  ed  appartenen- 
dogli a  cagione  di  sua  vacanza  l'am- 
ministrazione, costituì  alcuni  vicari. 
Elevato  alla  cattedra  apostolica, 
nel  1342,  Clemente  VI,  nell'anno 
seguente  a'  12  aprile,  alla  presen- 
za di  numeroso  popolo,  in  Avigno- 
ne confermò  e  rinnovò  le  se»tenze 
e  censure  fulminate  contro  il  ba- 
varo,  lo  dichiarò  privato  d'ogni  di- 
gnità ed  onore,  ordinando  ai  ve- 
scovi di  pubblicare  tali  censure  in 
ogni  domenica  ed  ogni  festa.  Com- 
mosso Lodovico  dallo  zelo  spiegato 
da  Clemente  VI ,  gì'  inviò  amba- 
sciatori per  invocar  l'assoluzione  a 
qualunque  patto ,  ma  poi  ricusò 
quelli  stabiliti  dai  medesimi  suoi 
ambasciatori,  e  in  un'assemblea  di 
elettori,  e  di  principi  da  lui  radu- 
nata in  Francfort,  le  condizioni  fu- 
rono apertamente  riprovate,  lo  che 
fece  partecipare  al  Papa,  e  al  sa- 
gro Collegio.  Allora  Clemente  VI, 
vedendo  oltraggiata  la  maestà  pon- 
tificia, nell'aprile  del  i345,  rinno- 
vò gli  anatemi,  ed  ordinò  agli  e- 
lettori  di  privatamente  provvedere 
all'elezione  del  nuovo  re  de'  roma- 
ni. Nel  giovedì  santo  del  1846,  il 
Papa  confermò  le  censure  contro  il 
bavaro,  indi  per  nunzi,  e  per  let- 
tere si  protestò    cogli  elettori ,   che 


ELE  189 

se  nel  tempo  prescritto  non  proce- 
devano all'elezione,  vi  provvedereb- 
be  la  Sede  apostolica ,  dalla  quale 
era  stata  ad  essi  comunicata  la  fa- 
coltà di  eleggere,  come  nana  il  p. 
Fantoni,  Istoria  d'Avignone  p.  2o3. 
Indi  Clemente  VI  depose  dall'ar- 
civescovato di  Magonza  Arrigo,  già 
scomunicato,  e  contumace,  e  vi  pro- 
mosse in  suo  luogo  Geriaco  di  Nas- 
sau, nipote  di  Adolfo  già  re  de*  ro- 
mani. JPerò,  nel  mese  di  luglio  del 
medesimo  anno,  avendo  il  Papa  ri- 
volte le  sue  premure  per  altro  pio 
principe,  fu  eletto  Carlo  IV  di  Lu- 
cemburgo  marchese  di  Moravia,  fi- 
glio di  Giovanni  re  di  Boemia,  seb- 
bene due  elettori  aderenti  al  ba- 
varo non  intervenissero  all'elezione. 
Alla  fine  di  detto  mese,  gli  amba- 
sciatori dell'eletto  prestarono  in  A- 
vignone  al  Papa  i  soliti  giuramenti 
in  nome  di  Carlo  IV,  al  quale  Cle- 
mente VI  inviò  Isimbardo  proto- 
notario  apostolico  ,  acciò  dalla  sua 
bocca,  e  mano  ricevesse  la  confer- 
ma di  quanto  avevano  promesso 
gli  ambasciatori.  Carlo  IV  ubbidì, 
anzi  inviò  ad  Avignone  altri  pro- 
curatori a  rinnovare  i  giuramenti; 
ed  allora  il  Papa,  a' 6  dicembre, 
emanò  il  formale  decreto ,  con  cui 
confermò  l'elezione.  Carlo  IV  rice- 
vette la  prima  corona  in  Bonna, 
essendogli  stato  impedito  l' ingresso 
m  Àcqiiisgrana  (Vedi),  che,  in  uno 
ad  altre  città  e  principi,  seguiva 
le  parli  del  bavaro.  Morto  questo 
alla  caccia  agli  1 1  ottobre  del 
1347,  *^  deposto  Arrigo  di  Magon- 
za, e  gli  altri  elettori  che  seguirono 
le  parti  del  defonto,  elessero  in  re 
de' romani  Odoardo  IH  re  d'In- 
ghilterra, già  alleato  del  bavaro,  e 
fatto  da  lui  vicario  dell'  impero. 
Ricusata  dal  re  la  dignità,  i  me- 
desimi elettori,    nel  giugno   i348, 


1 90  E  L  E 

convennero  nell'elezione  di  Federi- 
co di  Misnia,  dal  quale  fu  pure  ri- 
cusata ;  il  perchè  elessero  Guntero 
conte  di  Schwarzenberg  in  Turin- 
gia,  che  dopo  pochi  mesi  rinunziò 
i  suoi  diritti  in  favore  di  Carlo  IV, 
per  opera  di  Lodovico ,  marchese 
di  Brandemburgo,  il  quale  perciò 
fu  da  tulli  pacificamente  riconosciu- 
to ;  laonde  pubblicò  poscia  la  bolla 
d' oro  suir  impero,  sugli  elettori,  e 
suir  elezione  dell'  imperatore  ,  che 
dicesi  formata  dal  famoso  Bartolo, 
e  perciò  sommamente  lodata. 

Urbano  VI,  nel  i38i,  creò  Car- 
dinali Adolfo  de'  conti  di  Nassau, 
vescovo  di  Spira,  arcivescovo  ed  e- 
lettore  di  Magonza;  Federico  dei 
conti  di  Saverdun,  arcivescovo  ed 
elettore  di  Colonia;  e  Coione  di 
Falkestein,  arcivescovo  eletcore  di 
Tre  veri  ;  ma  questi  tre  ottimi  prin- 
cìpi ricusarono  la  dignità ,  pel  la- 
grimevole  scisma,  che  sosteneva  in 
Avignone  l'antipapa  Clemente  VII. 
Nel  i4oi  dagli  elettori  venne  de- 
posto dall'  impero  Wenceslao  re 
de' romani,  ed  in  vece  eletto  Ro- 
berto duca  di  Baviera,  la  cui  ele- 
zione nel  1 4o3  fu  confermata  da 
Bonifacio  IX.  Lo  scisma,  terminato 
coU'elezione  di  Martino  V,  si  rin- 
novò sotto  il  successore  Eugenio  IV 
pel  concilio  di  Basilea,  cui  erano 
aderenti  gli  arcivescovi  elettori  di 
Colonia,  e  di  Treveri  però  dal  Pa- 
pa deposti  :  ma  riuscì  ad  Enea  Sil- 
vio Piccolomini,  poscia  Pio  II,  qua- 
le ambasciatore  di  Federico  111,  di 
ottener  loro  l'assoluzione  da  Eugenio 
IV  dalle  censure ,  e  la  reintegra- 
zione nelle  loro  eminenti  dignità. 
Nel  i5i 8,  d'ordine  di  Massimilia- 
>^'o  I,  i  principi  di  Germania  si  ra- 
dunarono nella  dieta  di  Augusta , 
mentre  Federico,  duca  di  Sassonia 
ed  elettore  del  sagro  romano    im- 


ELE 

pero,  favoriva  Lutero,  che  combat- 
teva co*  suoi  perniciosi  errori  la  ro- 
mana Chiesa.  Leone  X  invitò  Fe- 
derico a  porre  un  argine  alla  li- 
cenza dell'eresiarca,  e  gli  donò  la 
rosa  d'oro  benedetta ,  e  creò  Car- 
dinale Alberto  di  Brandemburgo 
arcivescovo  di  Magdeburgo,  e  di 
Magonza,  che  perciò  fu  il  primo  tra 
i  tedeschi,  che  per  indulto  pontifi- 
cio avesse  in  Germania  due  arci- 
vescovati, secondo  che  notano  alcu- 
ni scrittori. 

Gran  rammarico  provò  Gregorio 
XIII  per  la  riprovevole  condotta 
di  Gebeardo  Truchses ,  arcivescovo 
ed  elettore  di  Colonia.  Questi,  ed 
il  predecessore  Ermanno  di  W^ei- 
den,  sotto  Paolo  III,  apostatarono 
dalla  religione  cattolica,  indi  furo- 
no puniti  colle  censure,  e  colla  de- 
posizione, al  modo  che  descrivem- 
mo al  volume  XIV  pag.  263  e  se^. 
del  Dizionario,  ove  abbiamo  fatto 
parola  anche  della  istituzione  della 
nunziatura  apostolica  di  Colonia  al 
Tratto  del  Beno,  stabilita  pei  tre 
elettori  ecclesiastici  dell'  impero,  la 
quale  fiorì  sino  al  declinare  del  se- 
colo decorso.  Nel  secolo  XVII,  nel 
1686,  Innocenzo  XI  creò  Cardina- 
le Guglielmo  Egone  di  Fustemberg.- 
Siccome  poi  questo  porporato  fu 
eletto  arcivescovo  ed  elettore  di  Co- 
lonia, il  Papa  ricusò  di  confermar- 
lo, per  la  qual  cosa  venne  sostitui- 
to Giuseppe  Clemente  di  Baviera  , 
sebbene  avesse  avuto  quattro  voli 
di  meno.  Per  ricompensare  i  ser- 
vigi prestati  da  Ernesto  duca  di' 
Brunswick-Annover  all'  imperatore 
Leopoldo  I,  questi,  nel  1692,  lo 
elevò  al  grado  di  elettore  del  sa- 
gro romano  impero,  costituendo  co- 
si un  nono  elettorato.  Il  Catelani, 
a  pag.  26  del  suo  Rislrelto,  dice 
che  di  questo  elettorato  della  casa* 


ELE 

di  Annover  non  poleva  dare  d» 
stinta  relazione,  dappoiché  quando 
nel  171 1  pubblicò  il  suo  libro,  in 
Germania  tale  innovazione  era  mol- 
to controversa,  e  poco  autentica.  In 
fatti  ci  narrano  le  storie ,  che  il 
Papa  Innocenzo  XII,  con  apostoli- 
ca costanza  riprovò  questa  eiezione 
fatta  nella  persona  di  un  principe 
accattolico.  Ebbe  però  quel  Ponte- 
fice la  consolazione  di  vedére  de- 
gnamente eletto  re  di  Polonia,  il 
duca  Federico  di  Sassonia  elettore 
deir  impero,  il  quale  aveva  abiu- 
rato il  luteranismo,  e  professata  la 
cattolica  credenza. 

Col  favore  dello  stesso  Leopol- 
do I,  nell'anno  170 1  ,  Federi- 
co I,  sovrano  di  Prussia ,  elettore 
e  marchese  di  Brandemburgo,  pre- 
se il  titolo,  e  le  insegne  reali.  Cle- 
mente XI  riprovò  siffatta  novità, 
non  avendone  domandato  l'assenso 
alla  santa  Sede,  e  se  ne  dolse  con 
brevi  apostolici  diretti  a  molti  prin- 
cipi, che  l'avevano  riconosciuto  per 
tale.  Con  un  breve  de'  1 2  febbraio 
1  707,  rimproverò  l'  elettore  di  Ma- 
gonza,  perchè  in  qualità  di  can- 
celliere deir  impero,  non  solo  non 
erasi  opposto  come  doveva,  e  co- 
me avea  fatto  quando  era  vescovo 
di  Bamberga,  al  decreto  con  cui 
nella  dieta  di  Ratisbona  erasi  ac- 
cordata la  dignità  elettorale  del 
duca  di  Annover  accattolico ,  ma 
anzi  vi  aveva  acconsentito  ,  sebbe- 
ne anch'esso  accattolico.  Dichiarò 
pertanto  Clemente  XI  nullo  ed  ir- 
rito quel  decreto ,  ordinando  al 
Maguutino  ,  di  registrar  questa 
pontificia  dichiarazione  negli  alti 
della  cancelleria  dell'impero. 

Nel  medesimo  anno  Clemente 
XI  manifestò  all'elettore  di  Colonia 
la  sua  paterna  allegrezza,  per  la 
conversione  alla  fede  cattolica   deU 


ELE  i^i 

l'elettrice  Elisabetta  Cristina,  du- 
chessa di  Brunswick-Lunebui'g,  lo- 
dandolo per  la  parte,  che  ne  avea 
avuta.  In  questo  tempo  si  voleva 
sottoporre  all'  editto  imperiale  il  du- 
cato di  Mantova:  laonde  mosso 
Clemente  XI  a  compassione  del 
duca  Ferdinando,  scrisse  premu- 
rose lettere  agli  elettori  ecclesiasti- 
ci di  Magonza,  e  di  Treveri,  non 
che  all'elettore  palatino  del  Reno, 
perchè  caldamente  lo  raccoman- 
dassero all'imperatore  Giuseppe  I. 
Nel  1708,  questo  Papa  si  dolse  col 
detto  elettore  palatino  del  Reno 
per  aver  commesso  alcuni  attenta- 
ti nella  città  di  Dusseldorf  contro 
la  immunità  ecclesiastica,  lo  pregò 
a  risarcire  gli  offesi  diritti  della 
Chiesa,  e  ad  astenersi  per  l'avve- 
nire d'immischiarsi  nelle  cose  ec- 
clesiastiche. Nel  1 7  I  I  ,  Clemente 
XI  colla  costituzione  Exponi,  che 
si  legge  nel  Bull.  Rom.  lom.  IX, 
p.  322,  riprese  gravemente  l'elet- 
tore di  Magonza  perchè  avea  ne- 
gata la  precedenza,  ed  i  consueti 
atti  d'onore,  al  suo  nipote  Anni- 
bale Albani,  come  nunzio  apostoli- 
co straordinario  alla  dieta  di  Franc- 
fort.  Gli  ordinò  inoltre,  che  subito 
glieli  prestasse,  come  da'suoi  pre- 
decessori elettori  si  avea  usato  co- 
gli altri  nunzi,  principalmente  col-» 
r  arcivescovo  di  Cosenza  monsignor 
San-Felice,  allorché  da  Alessandro 
VII  venne  spedito  nunzio  all'ele- 
zione dellMmperatore  Leopoldo  I, 
giusta  il  costante  stile  della  santa 
Sede.  Da  ultimo  lo  minacciò  delle 
prescrizioni  dei  sagri  canoni.  Scosso 
l'elettore  dalle  giuste  rimostranze  del 
Pontefice,  si  conformò  all'antico  uso, 
ma  Clemente  XI,  ad  evitare  somi^ 
glianti  future  differenze  e  contesta- 
zioni, ricusò  all'elettore  le  bolle, 
quando   gli  domandò  il  eoadiutore^ 


.192  ELE 

finche  stabilmente  non  si  fosse  ri- 
pristinato l'antico  cerimoniale  nel 
suo  intero  vigore. 

Morto,  nel  1711,  Giuseppe  I, 
il  Papa  s'impegnò  che  venisse  elet- 
to a  successore  il  fratello  Carlo  VI, 
come  si  elTettuò  a'  1 2  ottobre,  a 
condizione,  che  desistesse  dalle  pre- 
tensioni sulla  monarchia  di  Spagna, 
per  la  pace  europea.  A  tal  effetto 
Clemente  X[  diresse  i  suoi  più  cal- 
di uffizi  agli  elettori  imperiali^  ol- 
tre le  istruzioni,  che  pel  medesimo 
scopo  comunicò  al  detto  suo  nipo- 
te Albani,  cui  spedi  nunzio  slraor- 
diuario  alla  dieta  di  Francfort. 
Vedendo  poi  Carlo  VI,  che  il  Pa- 
pa, colla  costituzione  Acceptisj  data 
nel  mese  di  dicembre,  Bull.  Roni. 
tom.  X,  pai".  I,  p.  277,  avea  di- 
chiarato, che  per  tutti  gli  atti  di 
ossequio,  e  per  le  funzioni  solite 
praticarsi  dalla  santa  Sede  dopo 
l'elezione  del  re  de' romani  in  fu- 
turo imperatore,  non  si  approvava 
questa  elezione,  né  dalla  Sede  apo- 
stolica si  riconosceva  quando  pri- 
ma l'eletto  non  ne  richiedeva  la 
conferma,  e  non  l'otteneva  con  bol- 
la concistoiiale;  fece  perciò  avan- 
zare a  Clemente  XI  per  mezzo 
del  marchese  di  Prie  suo  amba- 
sciatore in  Roma,  la  supplica  di 
questa  conferma,  la  quale  poscia 
venne  accordata  dal  Pontefice  col- 
la bolla  Romani  Ponti ficis  de'  26 
febbraio  1714»  sottoscritta  da  tren- 
tatre Cardinali.  F.  il  tom.  XI  del 
citato  bollario  a  pag.  8.  Quindi, 
per  le  preghiere  dello  stesso  im- 
peratore, Clemente  XI  gli  accor- 
dò le  Preci  Primarie  (  Vedi) ,  col- 
le condizioni  apposte  nella  rela- 
tiva bolla.  Nel  seguente  anno  Cle- 
mente XI  encomiò  l'università  di 
Dovay  per  la  diligenza,  con  cui 
si  opponeva  ai  giansenisti,  come  si 


ELE 

condolse  che  la  potestà  secolare  vi 
ponesse  non  pochi  ostacoli;  il  per- 
chè invocò  la  protezione  degli  elet- 
tori di  Treveri,  di  Magonza,  e  del- 
l'elettore  palatino  del  Reno. 

Questo  Palatino,  a'  2 1  novembre 
1705,  aveva  pubblicato  una  san- 
zione, la  quale  avea  per  titolo  Rc- 
cessus  religionis  prò  inferiori  pa- 
latinalu,  e  molto  danno  cagionava 
alla  fede  cattolica,  alla  salute  del- 
le anime,  ed  ai  diritti  della  Chiesa. 
Per  rimediare  a  tanti  mali,  ed  in- 
convenienti ,  il  Papa  Clemente  XI 
non  solo  la  riprovò,  e  dichiarò  nulla, 
ma  ammonì  ancora  vivamente  T  e- 
lettore  ad  abrogarla.  Quel  principe 
prontamente  eseguì  quanto  gli  era 
stato  insinuato,  e  ne  diede  parte  al 
zelante  Pontefice  con  rispettosissima 
lettera.  Essendo  giunto  a  notizia 
di  Clemente  XI  nel  171 3,  che  il 
principe  Guglielmo  di  Nassau-Si- 
ghen,  oppresso  dalla  sua  indigenza, 
trattava  di  cedere  ad  un  principe 
eretico  suo  cugino  i  propri  stali, 
tosto  scrisse  all'  elettore  di  Magon- 
za pregandolo  a  far  desistere  quel 
principe  dal  conseguito  progetto; 
come  fece  eguali  premure  all'elet- 
tore di  Treveri,  perchè  si  oppo- 
nesse ai  tentativi  degh  eretici , 
i  quali  nel  principato  Ademarien- 
se  macchinavano  annientare  l'au- 
torità arcivescovile,  ed  il  culto  cat- 
tolico. Inoltre  con  paterno  impe- 
gno Clemente  XI  eccitò  l' impera- 
tore, ed  il  pio  elettore  palatino, 
che  impedissero  1'  esercizio  della 
setta  luterana  in  Porceto,  luogo 
presso  Acquisgrana  ;  come  ancora 
liprese  gravemente  il  vescovo  di 
Leitmeritz ,  che  avea  osato  cele- 
bi'are  solennemente  la  messa  nella 
cattedrale  elettorale  di  Colonia,  di 
cui  era  decano.  Se  il  lungo  ponti- 
ficalo di    Clemente  XI,    che    fu  di 


ELE 

anni  ventuno,  ci  ha  dato  materia 
di  riportare  le  xelazioni  tra  gli 
elettori  del  sagro  romano  impero, 
e  la  Sede  apostolica,  quello  anche 
più  lungo  di  Pio  VI,  e  la  gravità 
della  materia,  ce  ne  porge  copiose 
notizie,  che  compendiosamente  nar- 
reremo, essendo  ad  esse  legati  il 
discioglimento  di  questo  collegio 
elettorale,  e  la  perdita  dei  dominii 
temporali,  nei  tre  elettori  ecclesia- 
stici. Qui  però  noteremo,  che  sotto 
il  Pontificalo  delio  stesso  Pio  VI, 
e  nel  1787  per  la  prima  volta  ven- 
ne dato,  nell'almanacco.  Notizie  di 
Roma,  il  titolo  regio  all'elettore 
di  Brandemburgo. 

Pio  VI  istituì  la  nunziatura  di 
Monaco ,  capitale  della  Baviera , 
formandola  in  parte  di  quella  di 
Lucerna;  nunziatura,  che  l'eletto- 
re duca  palatino  Carlo  Teodoro, 
il  quale  in  se  avea  riuniti  gli  eletto- 
rati palatini,  e  bavaro,  avea  pre- 
murosamente domandato  nel  1783 
al  Papa,  quando  si  recò  in  Roma. 
V'erano  in  Germania  due  soli  nun- 
zi pontificii  ordinari,  oltre  quello  di 
Elvezia,  ossia  di  Lucerna,  nella  Sviz- 
zera ;  uno  presso  all'imperiai  corte  di 
Vienna,  l'altro  alla  elettorale  corte 
di  Colonia  pei  tre  elettori  eccle- 
siastici. Laonde  la  nuova  nunzia- 
tura venne  subito  contestata  prin- 
cipalmente dall'  elettore  di  Magon- 
za  monsignor  Erthal,  dall'elettore 
di  Colonia  IVlassimiliano  d'Austria 
fratello  di  Giuseppe  11^  e  dall'ar- 
civescovo di  Salisburgo  CoUoredo, 
i  quali  stendevano  la  loro  ecclesia- 
stica giurisdizione  nei  dominii  ba- 
varo-palatini.  Ora  questi,  ed  altri 
prelati,  ricorsero  all'  imperatore  Giu- 
seppe II,  per  essere  sostenuti  nella 
giurisdizione  che  pretendevano  lesa, 
per  cui  l'imperatore,  non  solo  nel 
1785  soppresse  la  giui'isdizione  del 

VOL,    XXI. 


ELE  193 

sopraddetto  nunzio  di  Monaco,  ma 
inoltre  scrisse  ai  tre  elettori  eccle- 
siastici una  lettera,  che  viene  ri- 
portata dal  Ta vanti,  ne  Fasti  di 
Pio  VI  tom.  I,  p.  217,  ai  tre  e- 
lettori  ecclesiastici  per  animarli  a 
conservar  le  loro  prerogative;  ed 
all'  elettore  palatino  significò,  che 
riconoscesse  il  prelato  nunzio  di 
Monaco  come  semplice  inviato  del 
Papa,  se  non  voleva,  che  come  ca- 
po dell'impero  vi  si  opponesse  a 
difesa  de'  privilegi  de'  vescovi  ger- 
manici. Indi,  nel  1786,  i  tre  elet- 
tori ecclesiastici,  coU'arcivescovo  di 
Salisburgo,  per  avvalorar  maggior- 
mente le  loro  pretensioni,  si  adu- 
narono con  altri  vescovi  ad  Ascìiaf- 
fenihurgo  {Vedi)^  dominio  dell'elet- 
tore Maguntino,  per  formare  una 
lega  ben  stravagante  contro  la  su- 
prema autorità  pontificia,  in  virtù 
della  quale  spedirono  quattro  de- 
putati ad  Ems  [Vedi)  per  tenervi 
un  conciliabolo.  Ma  dipoi,  i  tor- 
bidi del  Brabante,  la  morte  di 
Giuseppe  II,  e  soprattutto  la  rivo- 
luzione di  Francia,  distrussero  la 
lega  di  Eras,  ed  i  quattro  arcive- 
scovi, che  l'avevano  conchiusa,  es- 
piarono col  depredamento  dei  loro 
stati  temporali,  e  con  la  perdita 
della  loro  potenza,  e  sovranità,  co- 
me ancora  delle  loro  sedie  episco- 
pali soppresse  dalle  armi  vittoriose 
francesi.  Ebbero  così  termine  le 
ambiziose  pretensioni,  ch'eransi  for- 
mate a  danno  della  pace  della  Chie- 
sa, e  dei  diritti  del  venerabile  suo 
capo.  Spogliati  gli  elettori  eccle- 
siastici di  tutto,  in  uno  all'arcive- 
scovo di  Salisburgo,  impararono 
neir  esilio  da  loro  sofferto,  a  com- 
piangere quanto  avevano  fatto  a  dan- 
no della  nunziatura  di  Monaco,  e  di 
quella  eziandio  di  Colonia  (/^.Nun- 
zi ArosTOLici,  e  Germama).  Nel  164© 
j3 


194  ELE  ELE 

Bernardo  Mallinckrot  pubblicò:  De  marzo  1807,  insieme  a  sufTraganeo 
archicancellariis  I.  R.  imperìi,  qui-  delle  diocesi  siiburbicarie  di  Ostia 
bus  accesserunt  summi  Pontifices^  e  Vellelri,  nelle  quali  restò  con  tal 
et  Cardìiiales  Germanici:  un'altra  dignità  sino  al  iSSy,  epoca  di  sua 
edizione  venne  pubblicata  in  Gine-  morte.  Questi  avea  meritato  la  fidu- 
vra  nel  1689  accresciuta  con  an-  eia,  e  la  stima  dei  Cardinali  de  Yorck, 
notazioni.  Nel  i665  ,  Giovanni  Antonelli,  Mattei,  della  Somaglia,  e 
Freinschenio  in  Argentorato  diede  Pacca,  che  successivamente  furono 
alla  luce  :  De  S.  Roni.  imperli  decani  del  sagro  Collegio,  e  vesco- 
electorum,  et  S.  R.  Ecclesiae  Car-  vi  di  Ostia  e  Velletri,  ritenendolo 
dinalium  praecedentia  _,  Diatribae  tutti  con  piena  soddisfazione  per 
quinque.  Nel  1790  in  Roma  si  loro  suffraganeo. 
stampò  :  Nuova  esposizione  del  mo-  ELEUSI.  Sede  episcopale  della 
do  che  tengono  gli  elettori  del  S.  provincia  d'Eliade,  nella  diocesi  del- 
R.  Impero  neW  eleggere  il  re  dei  l'Uliria  orientale,  sotto  la  metropoli 
Romani,  successivo  imperatore  se-  di  Corinto,  secondo  il  p.  Le  Quien, 
condo  le  costituzioni  Pontifìcie,  e  che  nel  tom.  II,  p.  2  25  deWOriens 
quella  di  Carlo  IV,  imperatore,  Christ,  registra  tre  vescovi  di  E- 
delta  la  Bolla  d!  oro.  Degli  elet-  leusi,  Giorgio,  Michele ,  e  il  terzo 
tori  ecclesiastici  il  Rolb  ci  ha  da-  anonimo.  Altri  confondono  questa 
to  Series  episcoporum  etc.  Magmi-  sede  con  Elis,  sufFraganea  di  Pa- 
tinorum,  Trevirensium,  et  ColO'  trasso,  eretta  nel  secolo  V.  Questa 
niensium  etc.  Rattovillae  1725.  Eleusi  vuoisi  che  sia  l'antica  E- 
ELEUSA  {Eleus).  Città  vescovi-  leusina  città  dell'Attica  poco  lungi 
le  dell'Asia  minore  nella  Palestina,  da  Atene,  nella  quale  eravi  un  no- 
sotto  il  patriarcato  di  Gerusalem-  bile  tempio  dedicato  a  Cerere,  chia- 
me, dipendente  dalla  metropoli  di  mata  perciò  la  madre  Eleusina.  In 
Petra.  Commanville  weW Histoire  de  questa  città  furono  la  prima  volta 
tous  les  aiThév.  et  év.,  la  chiama  istituite  le  famose  feste  Eleusine,  di 
Elusa,  e  la  dice  fondata  nel  nono  cui  parla  Cicerone  contro  Vene, 
secolo.  11  Terzi,  nella  Siria  sagra,  ELEUSIPPO  (s.).  F.  Speusippo. 
avverte  che  il  Ziricense  pose  que-  ELEUTERA.  Sede  vescovile  dei- 
sta sede  ai  confini  dell'Arabia,  cour  l'esarcato  di  Macedonia,  nell'isola 
fondendola  con  Elat  e  che  il  ve-  di  Creta  nella  diocesi  dell'I lliria  o- 
scovo  di  Elusa,  od  Eluza,  chiama-  rientale,  sotto  la  metropoli  di  Gor- 
to  A  reta,  intervenne  al  concilio  di  tina  o  Candia,  ed  eretta  nel  secolo 
Galcedonia  celebrato  nell'anno  4^^}  qninto.  Si  vuole  che  prendesse  il 
e  perciò  la  sua  esistenza  sarebbe  nome  di  Eleutera,  o  di  Eleuterna, 
anteriore  a  quella  delta  secondo  da  Elenter,  uno  dei  Cureti.  Stefa- 
Commanville.  Al  presente  è  un  ti-  no  di  Bisanzio  dice,  eh'  era  altresì 
tolo  vescovile  in  partibus  infidelium,  chiamata  Saorus,  od  Aony,  dalla 
dipendente  dalla  metropolitana  di  ninfa  di  tal  nome.  Si  conoscono  due 
Petra,  pure  in  partibus.  L'ultimo  vescovi  che  vi  ebbero  sede,  Eufra- 
«  portare  il  titolo  episcopale  di  E-  ta,  ed  Epifanio.  Oriens  Cliristianus, 
leusa,  o  di  Eleusi,  fu  monsignore  tom.  II,  p.  270. 
Geraldo  Macioti  di  Velletri,  fatto  ELEUTEtllO  (s.  ).  Nacque  in 
da  Pio  VII  nel    concistoro    de'  2  3  Tournay,  in  un  tempo  in  cui  la  fé- 


ELE 
de  erasi  assai  illanguidita.  Egli  pe- 
rò seppe  preservarsi  dalla  corru- 
zione, e  dedicatosi  al  Signore,  di- 
venne sacerdote.  Per  le  sue  virtìl 
consecralo  vescovo  di  Tournay  l'an- 
no 4^6,  incominciò  con  zelo  apo- 
stolico a  perseguitare  il  vizio,  a  to- 
gliere le  superstizioni  del  paganesi- 
mo, e  difendere  dagli  eretici  il  mi- 
stero dell'  incarnazione.  Per  qua- 
rantasei anni  governò  la  sua  chie- 
sa con  paterna  sollecitudine,  e  mo- 
rì martire  da  un  colpo  nella  testa 
scagliatogli  dagli  eretici  suoi  fieri 
nemici.  Nel  dì  primo  luglio  del- 
l'anno 532,  questo  santo  uomo  vo- 
lò al  cielo,  e  la  sua  festa  è  ricor- 
data a'  20  febbraio. 

ELEUTERIO  (s.).  Al  s.  vesco- 
vo di  Auxerre  Droctualdo  successe 
nel  532  Eleuterio,  il  quale  assistet- 
te a  quattro  concilii  in  Orleans,  e 
cooperò  collo  zelo,  e  colla  scienza 
per  conservare  la  disciplina  nella 
chiesa  di  Francia.  Morì  nell'anno 
562,  dopo  aver  governata  la  sua 
diocesi  per  anni  ventinove.  La  fe- 
sta di  lui  si  celebra  il  giorno  16 
agosto,  nel  qual  giorno  seguì  la  sua 
morte. 

ELEUTERIO  (s.).  Nell'abbazia 
di  s.  Marco  presso  Spoleto  fu  elet- 
to a  superiore  Eleuterio,  che  fecesi 
ammirare  perchè  fregiato  di  molta 
semplicità  di  cuore,  e  di  ardente 
amore  verso  Iddio.  Coll'orazione,  e 
col  digiuno  liberò  un  ossesso  fra'suoi 
novizi.  Recatosi  in  Roma  nel  mo- 
nislero  di  s.  Andrea,  fu  dal  Pon- 
tefice s.  Gregorio  I  fatto  avvertire 
di  un  vivo  rammarico,  che  prova- 
va ,  di  non  poter  cioè  digiunare 
nella  ricorrenza  del  sabbato  santo, 
atteso  un  estremo  languore.,  da  cui 
era  afflitto.  Eleuterio  pregò  calda- 
mente il  Signore,  ed  il  s.  Pontefi- 
ce potè  soddisfare    alla    sua     divo- 


ELE  195 

zione.  Lascialo  di  poi  dal  nostro 
santo  il  governo  di  Spoleto ,  fece 
ritorno  in  Roma,  e  si  recò  di  nuo- 
vo nel  monistero  di  s.  Andrea,  ove 
visse  caro  a  tutti,  e  morì  santa- 
mente. Il  suo  corpo  fu  portato  a 
Spoleto,  e  la  sua  festa  ricorre  a'  6 
settembre. 

ELEUTERO    (s.).    Papa    XIV. 
Eleutero  ,    denominato    anche    dal 
nome  del  proprio  padre  Abbondio, 
fu   greco    di  nazione  della   città  di 
Nicopoli,    chiamata    oggi     Prevesa 
nell'Albania,    ossia,    come    credono 
alcuni,  napolitano,  nato  nella  Cala- 
bria, che  si  dice  anche  Magna  Gre- 
cia. V'ha  questione,  s'egli  sia  stato 
canonico  regolare,  o    piuttosto  mo- 
naco, come  anche  se  fosse  diacono, 
o    prete    Cardinale   fatto    dai  san- 
ti    Pontefici     Aniceto  ,     o    Pio    J, 
quando  a'  dì    3   maggio     dell'  anno 
1 79  fu  creato  Papa.  Dietro  le  istan- 
ze di  Lucio  re  d'Inghilterra,  man- 
dò Fugazio  e  Damiano   in  quell'i- 
sola, che  da  essi  poi    fu  convertita 
alla  fede.   A  questo  Pontefice  si  at- 
tribuisce un  decreto,  con  cui  proi- 
bivasi  di  deporre  chi  si  sia  dal  pro- 
piio  uffizio,  senza  che    prima  fosse 
convinto  reo.  E  di  opinione  il  San- 
dini, che    Eleutero    prescrivesse    ai 
cristiani  di  non  rifiutare  come  ille- 
cito il  vitto  quotidiano,    e  special- 
mente V  uso    delle  carni  ,    appunto 
per  ribattere  1'  errore   dei  cala  frigi 
o  montanisti,  i  quali,  non  per  tem- 
peranza, ma  per  affettato    timore , 
si  astenevano  dalla  carne  degli  ani- 
mali {F.  Sandini  F^ita  di  s.  Eleut). 
In  tre  ordinazioni    creò    sedici    ve- 
scovi, dodici  preti j  ed    otto    diaco- 
ni. Dopo  quindici   anni    e   ventitre 
giorni    di    governo    morì    a'  d'i   26 
maggio  del    194,  e  fu    sepolto    nel 
Valicano.  La  santa  »Sede  vacò  cin- 
que giorni. 


196  ELE 

ELEUTEROPOLI.  Città  vesco- 
vile della  prima  Palestina,  nel  pa- 
triarcato di  Gerusalemme ,  dipen- 
dente dalla  metropoli  di  Cesarea. 
Commanville  dice,  che  nel  quinto 
secolo  fu  eretta  in  sede  episcopale, 
e  nel  decimosecondo  divenne  arci- 
vescovato onorario.  Questa  città  era 
celebre  ai  tempi  di  Eusebio ,  e  di 
s.  Girolamo,  poiché  da  essa  fu  pre- 
sa la  maggior  parte  delle  distanze 
delle  città  meridionali  della  tribù 
di  Giuda  cui  apparteneva.  Venne 
riguardata  come  la  patria  di  s.  E- 
pifanio,  quantunque  sia  nato  in  un 
villaggio,  in  cui  suo  padre  lavorava 
la  terra.  Si  vuole  edificata  dagl'im- 
peratori pagani,  e  poscia  venne  di- 
strutta dai  saraceni  nell'anno  796. 
Questa  città  ebbe  i  seguenti  nove 
vescovi  :  Giusto,  Macrino,  Aezìo  , 
Teofilo,  Eutiche,  Turbo,  Zebenno, 
Gregorio,  ed  Anastasio,  che  nel  536 
intervenne  al  concilio  di  Gerusa- 
lemme tenuto  sotto  il  patriarca  Pie- 
tro, Ori'ens  Christ.  tom.  Ili,  p.  632. 
Al  pjesenle  Eleuteropoli  [Eleuthe- 
ropolitan.)  è  un  titolo  vescovile  m 
partibus.  Lo  portò  monsignor  Già- 
comò  Murphy,  che  nel  i8or,  da 
Pio  VII  fu  trasferito  al  vescovato 
residenziale  di  Clogher  nell'  Irlan- 
da ;  quindi  Leone  XII  nel  conci- 
storo de*  3  luglio  1828  lo  conferì 
a  monsignor  Francesco  Lewinski 
della  diocesi  di  Uladislavia,  cui  in 
pari  tempo  fece  suffraganeo  del  ve- 
scovo di  Podlachia  in  Polonia,  e 
del  quale  lo  è  tuttora. 

ELEVAZIONE  (Elevatio).  Parte 
della  messa,  in  cui  il  sacerdote  al- 
za pi  ima  l'ostia  consagrata,  e  poi 
il  calice,  aftinché  si  adorino  dal 
popolo,  il  Corpo,  e  Sangue  del  no- 
stro Signore  Gesù  Cristo,  dopo  ch'e- 
gli stesso  gli  adorò  con  una  pro- 
fonda   genuflessione.    Questa    ceri- 


ELE 

monia  fu  introdotta  nella  Chiesa 
latina  soltanto  sul  principio  del  se- 
colo duodecimo,  e  dopo  l'eresia  di 
Berengario,  ad  oggetto  di  professa- 
re in  un  modo  solenne  la  fede  della 
presenza  reale  e  della  transustan- 
ziazione. Suir  origine  del  suono  del- 
le Campane  (Fedi),  e  del  Campa- 
nello (Vedi)  all'elevazione  dell'ostia, 
e  del  calice,  si  parla  a  quegli  ar- 
ticoli. Il  concilio  di  Ausburgo  del 
1 548  ,  col  regol.  1 4 ,  prescrisse  : 
«  Alla  elevazione  dell'ostia  non  si 
canteranno  che  delle  antifone,  le 
quali  abbiano  rapporto  al  sagrifi- 
zio,  quantunque  sarebbe  meglio 
starsene  allora  in  profondo  silen- 
zio ".  Ciò  si  osserva  nella  cappella 
pontificia,  in  cui,  come  in  altre 
chiese,  all'elevazione  dell'ostia,  e  del 
calice,  un  maestro  di  cerimonie  col 
turibolo  dà  varii  tiri  d' incensazio- 
ne. Solo  quando  il  Papa  celebra 
solennemente,  i  suonatori  del  con- 
certo musicale  delle  trombe  delle 
guardie  nobili,  al  punto  della  ele- 
vazione, suonano  un  grave  e  me- 
lodioso concerto,  che  muove  a  di- 
vozione, ed  a  religioso  raccogli- 
mento. In  alcune  chiese  all'  eleva- 
zione si  suole  suonare  l'organo,  ma 
con  suonate  atte  a  produrre  pii 
sentimenti  negli  astanti.  Va  pure 
notato  che,  celebrando  solennemen- 
te il  Papa,  neir  elevazione  dell'  o- 
stia,  e  del  calice  fa  1'  ostensione  al 
popolo  prima  dell'una,  poi  dell'al- 
tro, nel  mezzo,  alla  sua  destra,  ed 
alla  sinistra.    K   Messa. 

ELEZIONE  (Electio).  Scelta,  no- 
mina, eleggimento.  Delle  differenti 
specie  di  elezione,  e  delle  condi- 
zioni necessarie  all'elezione  per  qual- 
che dignità,  uffizio,  o  benefizio  ec- 
clesiastico, ec,  si  tratta  ai  rispettivi 
articoli.  Così  per  l'elezione  del  som- 
mo Pontefice,  si  può  vedere  l'arti- 


ELE 

colo  Elezione  de'  sommi  Pontefici; 
per  reiezione  dell' imperatore,  Im- 
peratore £D  Eiettori  del  sagro  ro- 
mano IMPERO  ;  per  l'elezione  dei  ve- 
scovi, Vescovi  ;  per  1'  elezione  dei 
gran  maestri  dell'Ordine  gerosolimi- 
tano, Gerosolimitano  Ordine  ec.  ec. 
La  facoltà  di  eleggere  chiamasi  jus 
eligendi.  V.  Hallier,  De  sacris  eie- 
ctionibus  ex  anliquOf  et  novo  Ec- 
clesiae  wni  :  opera  che  in  tre  tomi 
in  foglio  si  pubblicò  in  Roma  nel 
1789;  e  La  Combe  Raccolta  dì 
giurisprudenza  canonica. 

ELEZIONE  de' SOMMI  Pontefici 
Romani.  L'atto  il  più  sublime,  il 
più  augusto,  e  il  più  venerando 
che  si  faccia  nel  mondo,  è  quello 
col  quale  il  sagro  collegio  dei  Car- 
dinali della  santa  romana  Chiesa 
elegge  il  Papa,  la  qual  cosa  dicesi 
creazione,  ed  elezione:  Eligiie  me- 
liorem,  et  eunt  ponite  super  solium, 
IV  Eeg.  cap.  X ,  ver.  3.  Queni 
Deus  jussitj  elegimusj  epist.  Cleri 
Rom.  ad  Honor.  iniper.  La  gran- 
d' opera  pertanto  dell'elezione  del 
sommo  Pontefice  romano  è  l'affare 
di  maggiore  importanza,  che  si  ma- 
neggi nel  mondo  cattolico,  dappoi- 
ché con  essa  si  tratta  di  dare  in 
terra  un  vicario  a  Gesù  Cristo,  un 
successore  al  principe  degli  apostoli 
s.  Pietro,  un  vescovo  all'alma  cit- 
tà di  Roma,  già  capitale  dell'im- 
pero romano,  ed  ora  del  cristiane- 
simo, un  metropolitano  alla  pro- 
vincia romana,  un  primate  alla  no- 
bile regione  d'Italia,  un  patriarca 
air  occidente,  un  padre  comune  al- 
la numerosissima  greggia  de'  fedeli, 
un  giudice  infallibile  a  tutti  i  cat- 
tolici, ed  un  sovrano  agli  stati  tem- 
porali della  santa  Sede.  La  subli- 
me, e  venerabile  dignità  Pontificia, 
la  più  eccelsa  di  quante  ricono- 
sce il  mondo  cattolico,  venne  sem- 


ELE  197 

pre  conferita  per  via  di  elezione. 
Gesù  Cristo,  capo  invisibile  della 
Chiesa  da  lui  fondata,  elesse  per 
suo  vicario,  e  capo  visibile  della 
medesima  Simone  pescatore,  da  lui 
cognominato  Cefas,  cioè  Pietra,  e 
perciò  chiamato  Pietro.  Quindi  fon- 
dò s.  Pietro  la  sede  apostolica  nel- 
l'anno 38  di  Cristo,  in  Antiochia, 
città  la  più  famosa  dell'oriente,  e 
la  terza  del  romano  impero,  dopo 
Roma  ed  Alessandria.  Governò  s. 
Pietro  sette  anni  in  Antiochia,  in- 
di partito  per  Roma,  vi  giunse  Del- 
l'anno  44>  6  nel  seguente  ^5  di 
detta  era  vi  stabilì  la  santa  Sede, 
che  trasferì  da  Antiochia ,  ed  ove 
da  diciannove  secoli  risplende,  e  fio- 
risce all'ombra  del  divin  fondatore 
della  Chiesa.  Nell'anno  69,  gli  suc- 
cesse s.  Lino,  fatto  coadiutore  dallo 
stesso  s.  Pietro  per  le  sagre  fun- 
zioni della  Chiesa  di  Roma ,  ossia 
suo  vicarlb  nel  tempo  dei  viaggi 
fatti  dal  santo  apostolo,  ed  eletto 
a'  3o  giugno,  subito  dopo  il  glo- 
rioso martirio  del  primo  sommo 
Pontefice  romano.  Indi,  senza  va- 
car la  sede,  dopo  la  morte  di  s. 
Lino,  a' 24  settembre  dell'anno  80, 
fu  eletto  Papa  contro  sua  voglia 
s.  Cleto,  già  vescovo  coadiutore  di 
s.  Pietro  ne'  sobborghi  di  Roma. 
Avendo  patito  nella  seconda  perse- 
cuzione delia  Chiesa,  dopo  venti 
giorni  di  sede,  a'  17  maggio  del- 
l' anno  98 ,  venne  creato  Papa  s. 
Clemente  I,  il  quale  da  diacono 
avea  assistito  fedelmente  s.  Pietro, 
che  inoltre  avealo  insignito  della 
dignità  di  prete  e  vescovo.  Pro- 
gressivamente, e  senza  interruzione 
sino  al  regnante  Gregorio  XVI,  la 
veneranda  cattedra  apostolica  della 
santa  romana  Chiesa  fu  occupata 
dai  Papi,  che  registrammo  all'arti- 
colo Cronologia  de*  romani  Ponte^ 


r98  ELE 

fici  {Vedi),  ove  tra  i  punti  riguar- 
danti la  loro  cronologia,  notammo 
l'epoche  della  elezione,  e  quella 
della  morte  de'  medesimi.  Agli  ar- 
ticoli poi  delle  rispettive  biografie 
de'  Papi,  ed  anche  degli  antipapi , 
si  dicono  le  principali  circostanze , 
che  accompagnarono  l'elezione  dei 
primi ,  e  la  intrusione  dei  secondi. 

Diverse  maniere,  onde  furono  eletU 
i  romani  Pontefici  né*  primi  se» 
coli  della  Chiesa.  Abusiva  inter- 
venzione de' princìpi  secolari  tan- 
to nell'elezione,  che  nella  consa- 
^razione.  Leggi  pontificie  sulla 
elezione  del  Papa,  attribuita  poi 
ai  soli  Cardinalij  e  se  dalVele- 
:  zione ,  dalla  consagrazione ,  od 
■  ordinazione  del  Pontefice,  abbia 
incominciamento  la  di  lui  supre- 
ma autorità. 

Nei  primi  secoli  della  Chiesa , 
l'elezione  de*  sommi  Pontefici  si  fe- 
ce dal  clero  romano,  alla  presenza 
del  popolo  di  Roma,  il  quale  sol- 
tanto vi  prestava  il  consenso,  sen- 
za suffragio,  lo  che  si  praticò  circa 
sino  all'undecimo  secolo,  come  os- 
serva il  Tomassino,  Veter.  et  nov. 
dìsciplin.  tom.  II,  par.  2,  lib.  II, 
cap.  i5.  Èra  allora  il  clero  diviso 
in  tre  classi  ;  cioè,  in  sacerdoti,  in 
principali  del  clero,  e  nel  restante 
del  medesimo.  I  sacerdoti  erano  i 
sette  Cardinali  Vescovi  suburbica- 
ri  (Vedi),  ed  i  vento tto  Preti  Car- 
dinali [Vedi).  I  principali  del  cle- 
ro, o  primati  della  chiesa ,  erano 
V Arcidiacono  [Vedi),  capo  di  tutti 
i  Giudici  Palatini  [  Vedi),  cioè  il  pri- 
micerio de'notari,  eh'  era  il  capo  di 
queste  dignità,  il  secondicerio,  l'arca- 
rio,  il  sacellario,  il  protoscrinario, 
il  primicerio  de'  difensori,  ed  il  no- 
itìcnclatore,  cogli  altri,    se    mai    vi 


ELE 

fossero,  tutti  ufFiziali  cospicui  deììa 
Chiesa  romana,    de*  quali  abbiamo 
distinta  notizia  dal  Galletti ,  e  dal 
Mabillon,  Mus.  Ital.  tom.  II,  pag. 
570,  e  dei  quali  noi  parliamo  a'ris- 
pettivi  articoli.  Il  restante  del  clero 
erano  i  suddiaconi,  gli  accoliti,  e  quei 
notari,  che  non  avevano  uffizio  alcu- 
no palatino.  Il  popolo  era  parimen- 
ti diviso  in  tre  classi  ;  cioè,  in  cit- 
tadini, in  soldati,  e  nel    rimanente 
del  popolo,  come  si  può  vedere  nel 
Cenni,    Condì.    Laleran.    Stephani 
IH    in  praef.    pag.    XIX.  Questo 
Papa,  il  quale  viene   chiamato  an- 
che Stefano  IV,  nel  detto  concilio, 
tenuto  nel  769,  ordinò  che   nessu- 
no fosse  promosso  alla  sede  ponti- 
ficia,   se    prima    non    era  ordinato 
Cardinale  diacono,    o    prete  a  ca- 
gione dell'antipapa  Costantino,  in- 
truso senza  ordine  alcuno.  Del  mo- 
do, e  del  luogo,  come  e  dove   nei 
primi  tempi  si    eleggesse    il    Papa , 
lo  dicemmo    al    volume  XV,    pag. 
258  del  Dizionario.  Aggiungeremo, 
che  a'  tempi  di  s.  Gregorio    1    del 
590,  dopo  la  morte    del  Papa  ,    e 
un  digiuno  di  tre  giorni ,  si  radu- 
navano il  clero,   il  Senato  romano 
[Vedi),  i  nobili,  i  soldati,  il  popo- 
lo, ed  eleggevano  il    successore.  S. 
Gregorio  I,  e  nel  640  Severino  fu- 
rono   eletti    in    tal    modo  coi   voti 
concordi  del  clero,  senato,  e  popo- 
lo romano.  Nel  1073,  mentre  cele- 
bravansi  nella    basilica    lateranense 
l'esequie  ad  Alessandro  li,  con  una- 
nime   consenso    del    popolo    e   del 
clero    fu  proclamato    in    successore 
s.  Gregorio  VII,  e  tosto    i    Cardi- 
nali lo  elessero  Papa ,  ripugnando- 
vi   egli    solo.    Il    Platina  nella  sua 
vita  racconta,  che  s.  Gregorio  VII 
fu    ad    una    voce  di    tutti  i  buoni 
creato  Pontefice,  e  le  parole  forma- 
te   neir  elezione  ,    furono    queste  : 


i:le 

*»   Noi  Cardinali  della  santa  roma- 
*->   na  Chiesa,    e    chierici,  accoliti, 
»  suddiaconi,  e  preti    in    presenza 
w  de'  vescovi ,    degli    abbati ,    e  di 
*•  molte  altre  persone  ecclesiastiche, 
«   e  laiche,  eleggiamo  nella    chiesa 
*»  di  s.  Pietro  in  Vincola    oggi   ai 
»   21   d'aprile    1072  (il    Novaes    t. 
II,  p.  269  dice  ,  22  aprile  1073, 
citando    il  decreto    di    sua   elezio- 
ne    presso    il    Baronio  ,     ad     an. 
1074    iium.    24;   il    Labbé,    Con- 
dì, tom.  X,    col.  6;    e  la    episto- 
la del    medesimo  s.    Gregorio    VII 
nel  citato  Labbé  p.  7  ),  »  in  vero 
»  vicario  di  Cristo  Ildebrando   ar- 
»*   cidiacono,  persona  di  molta  dot- 
«   trina ,  di  gran  pietà ,  prudenza , 
M   giustizia,  e    costanza,    modesto, 
«  sobrio,    continente,  che  ben  go- 
»  verna  la  sua    casa  ,   e  caritativo 
»  co'  poveri,  dai  suoi    primi    anni 
«   fino  a  questa  età  allevato,  e  cre- 
«   sciulo  nel  grembo  di  santa  Chie- 
w   sa.    Vogliamo,    ch'egli    sia    con 
«   quella  autorità    nella    Chiesa   di 
«   Dio,    con    la  quale  già   Pietro, 
«   per  ordine  e  voler  di  Dio  la  me- 
M   desima  Chiesa  governò  ".  In  pro- 
gresso di  tempo  essendosi    notabil- 
mente   accresciuto    il    numero    del 
clero,    fu  d'uopo    per    ischivare  le 
turbolenze  ,    eh'  erano  troppo  facili 
ad  insorgere,  confidare  nel  medesi- 
mo secolo  XI,  a'  primari  preti  sol- 
tanto,   ed    a'  vescovi   più  vicini    a 
Roma,  il  gran  diritto  dell'elezione, 
come  in  seguito  si  dirà  meglio  in- 
dicando le  diciotto  diverse  manieie 
usate  in  vari  tempi  per  eleggere  il 
Papa. 

Premurosi  sempre  i  sommi  Pon- 
tefici della  miglior  forma  della  pon- 
tificia elezione,  non  omisero  di  sta- 
bilirne successivamente  i  più  op- 
portuni regolamenti.  E  primiera- 
mente   abbiamo   di    s.  Bonifacio  I, 


E  LE  199 

esaltato  alla  sede  pontifìcia  l'anno 
4iB,  che,  essendo  travagliato  da 
Eulalio  (Fedi)  ^  antipapa,  il  quale 
da  pochi  preti,  e  diaconi,  spalleg- 
giati da  Simmaco  prefetto  di  Roma, 
con  perverso  scisma  era  stato  esaU 
lato  al  trono  papale,  temendo  che 
Eulalio,  allora  esiliato  co'  suoi  se- 
guaci ad  Anzo,  dopo  la  sua  morte, 
a  cagione  della  sua  grande  età,  e 
debole  salute,  non  molto  lontana , 
avrebbe  di  nuovo  inquietata  la  s. 
Sede,  scrisse  la  lettera  Ecclesiae 
meae,  data  il  primo  luglio  4^9  > 
che  si  legge  presso  il  Baronio,  a 
tale  anno  num.  Sg.  Questa  lettei-a 
venne  indirizzata  all'  imperatore  di 
occidente  Onorio ,  dal  quale  ebbe 
il  rescritto,  che  si  legge  nel  Labbe, 
Concil.  t.  II,  col.  i582  ,  con  cui 
stabilì  :  che  ninno  fosse  eletto  Pon- 
tefice con  brighe j  ma  fosse  soltanto 
riconosciuto  per  legittimo  Papa,  te- 
letto  col  di\'ino  giudizio,  e  col  con- 
senso di  tutti.  Così  l'abbiamo  per 
regola  nel  diritto  canonico,  nel  ca- 
po Si  duo  8  disi.  79:  M  Si  duo 
*»  forte  contra  fas  temeritate  cer- 
«  tantes  fuerint  ordinati ,  nullum 
«  ex  his  futurum  penitus  sacerdo- 
»»  tem  ;  sed  illum  solum  in  sede 
M  apostolica  permansurum ,  quem 
w  ex  numero  clericorum  nova  or- 
»  dinatione  divinum  judicium,  et  u- 
»  niversitatis  consensus  elegerit  etc.'\ 
L'imperatore  Onorio  colla  sua  ri- 
sposta assicurò  s.  Bonifacio  I,  ch'e- 
gli per  secondare  il  lodevolissimo 
zelo,  cui  il  Pontefice  dimostrava  per 
la  pace  della  Chiesa,  avrebbe  pre- 
stato l'aiuto  suo  imperiale,  ben 
lontano  sempre  di  favorire  i  sedi- 
ziosi. Osserva  qui  il  Pagi,  Critica 
in  jinnal.  Baron.  tom.  Il,  an.  4 '9» 
che  la  differenza  tra  s.  Bonifacio  I 
vero  Pontefice,  e  l'antipapa  Eula- 
lio, fu  il  motivo,  per    cui    Onorio 


aop  ELE 

dapprima,  e  poi  i  re  d'Italia,  ed 
altri  si  frammischiarono  nell'elezio- 
ne de'  romani  Pontefici,  di  che  si 
riparlerà. 

Nell'anno  4^1,  s.    Ilaro    comin- 
ciò il  suo  pontificato ,  quindi ,  per 
non  dare  occasione  a'  vescovi  di  de- 
stinarsi il  successore  ,    sull'  esempio 
di    s.    Clemente    I,  il  quale,    come, 
nota  il  Cenni,  Dissert.  eccl.  dissert. 
II,    pag.    88,    ricusò    di    succedere 
immediatamente  al   suo  maestro  s. 
Pietro,  che  alcuni  dicono  lo  avesse 
nominato  a  succedergli,  in  un  con- 
cilio romano  di  quarantotto  vesco- 
vi, ordinò  con  decreto  (V.  il  Lab- 
bé  Condì,   tomo  IV,    col.    1060), 
che  niun  Pontefice  potesse  eleggersi 
il  successore.  Malgrado  però  questo 
decreto,  col  quale  si  garantisce,  che 
la  sede  pontificia  non   diventi  mai 
ereditaria,  il  Pontefice  s.  Bonifacio 
II,  pensando  eh'  egli  colla  elezione 
del  suo  successore,   avrebbe    impe- 
dito la  prepotenza  dei   re  de'  goti , 
i  quali  si  studiavano  di  fare  i  Pon- 
tefici   a  loro    arbitrio,   nel  concilio 
tenuto  in  Roma  l'anno  53 1,  come 
leggesi    nel  Labbé  tom.  IV,  e  nel- 
l'Arduino tom.  II   Cktncil.,    dichia- 
rò per  suo  successore   nel    pontifi- 
cato il  diacono  Vigilio,  al  quale  si 
aggiunse    il    consenso    ed  il  giura- 
mento del   clero;    ma    ravvedutosi 
di  questo  passo,  contrario  alla  prov- 
vida legge  di  s.  Ilaro,  in  un  altro 
concilio  che  raccolse,  alla  presenza 
dello  stesso  clero,  e  del  senato  ro- 
mano, ne  fece  una  solenne  ritrat- 
tazione, per  avere  egli  violati  i  ca- 
noni colla  suddetta  elezione,  e  nel- 
lo slesso  tempo  fece    abbruciare  il 
decreto,  che  prima  avea  sottoscrit- 
to.  1^.  Successore. 

San  Simmaco,  Papa  nell'  anno 
499,  celebrò  in  Roma  un  concilio, 
cui  intervennero  settanladue  vesco- 


ELE 

vi,  come  dice  il  Pagi  nella  sua  vi- 
ta, e  ciò  per  togliere  alcuni  abusi, 
che  potevano   insorgere    nella    ele- 
zione de' Pontefici.  In  esso,  col  cap. 
Si  transitus  Papae,  io  dist.  79  pres- 
so Labbé  Condì,  t.  IV,  col.  i3i3, 
ordinò  :  »   che  fosse    venerato    per 
»i   vero  Papa  quegli,  in  cui  cospiras- 
«  sero  tutti  i  sullragi  del  clero,  op- 
«   pure  la  maggior  parte    di    essi, 
«   e  che  vivente  il  Papa  non  si  trnt- 
>*  tasse  dell'  elezione  del  successore 
»»   sotto  pena  di  scomunica ,  e  pri- 
>y   vazione  di  tutte  le  dignità  ".  Fu 
di    poi    ampliata    questa   pena    da 
Paolo  IV  nel    i558,  mediante    la 
costituzione  Cam  sccundum  Aposto- 
luni,  Bull.  Rom.  tom.    IV,  par.  I, 
p.   347-  I  refrattari,  e  disubbidien- 
ti  furono  dichiarati  rei  di  lesa  mae- 
stà di    prima  classe.   Ecco  come  il 
Bernini,  Storia  delle  eresie,  p.  1 60, 
narra  l'  operato  di  Simmaco.  Il  se- 
natore   Festo ,    nel    suo    ritorno   a 
Roma,  trovando  morto  s.  Anastasio 
II,  multis  pecunia  corruptis,  sollevò 
uno  scisma  contro   il  successore    s. 
Simmaco,  e  v'intruse   Lorenzo  ar- 
ciprete, per  cui  commettendosi  nel- 
la   città    caedes,    rapinae,    et    alia 
mala,  i  cattolici  Simmachiani,  e  gli 
scismatici  Laurenziani    ricorsero    a 
Teodorico  re  d' Italia,  il  quale  ben- 
ché rescrivesse,  ut  qui  primo  ordi- 
natus  fuisset,  sederei  in  sede  apo- 
stolica; quod  aequi tas  in    Sym ma- 
cho   invenit,  per  sedare  lo  scisma , 
fu  d'uopo  si  recasse   in  persona  a 
Roma.  Volendo  quindi  s.  Simmaco 
rimediare  agli  scandali,  ed  alle  con- 
seguenze che  derivavano  dagli  sci- 
smi, col  dare  miglior    regolamento 
air  elezione    dei   Papi ,  decretò  nel 
concilio   da  lui  a  tal    effetto    adu- 
nato nella  basilica  vaticana,  che  vi- 
vente   il    Pontefice,    eo    inconsulto, 
non  si  dovesse  trattare  di  eleggergli 


ELE 

il  successore,  ed  essere  scomunicati 
quelli,  che  quomodocumque  pacisce- 
rentur,  aut  ddiberarent^  vcl  Pon- 
tificatimi amhirentj  e  che  tale  ele- 
zione spetti  solamente  al  clero  ro- 
mano, senza  intervento  di  alcuna 
persona  laica  benché  regia;  e  quel- 
lo che  dalla  maggior  parte  venisse 
eletto,  sia  il  vero  Papa.  Furono  a 
questo  concilio,  prosiegue  il  Berni- 
ni, settantadue  vescovi  con  molti 
Cardinali,  ed  altri  del  clero  mino- 
re della  Chiesa  romana ,  che  tra 
questi  e  gli  altri  arrivarono  pure 
al  numero  di  settanladue.  Essendo 
stato  richiesto  Teodorico  del  suo 
parere,  rispose  :  ad  se  nihil  de  ec- 
clesiasticis  negotìis  pertìnerej  per  la 
qual  degna  risposta,  forse  fu  chia- 
mato dagli  scrittori,  santo,  e  piis- 
simo, titoli  per  altra  dati  in  quei 
tempi  anco  ad  idolatri ,  e  nemici 
del  cristianesimo.  Nel  medesimo  con- 
cilio venne  anche  stabilito  :  Roina- 
nae  sedis  antistiteni  niinorum  non 
suhjacere  jiidicio ,  non  essendo  il 
Papa  sottoposto  ad  alcun  giudice. 
In  tal  modo  ì  Pontefici  ne'  primi 
secoli  andavano  formando  santissi- 
me leggi  per  la  provvida  elezione 
de'  loro  successori,  ma  tutta  questa 
diligenza  per  gl'interessi  di  santa 
Chiesa  non  fu  bastante  ad  ottene- 
re quella  pace,  che  in  questo  im- 
portantissimo affare  si  bramava , 
siccome  andiamo  a  dire. 

Era  la  elezione  pontificia,  al  di- 
re del  Borgia ,  Jpolog.  del  pont. 
di  Bened.  Xy  par.  II,  cap.  II,  num, 
1 ,  ne'  primi  quattro  secoli  della 
Chiesa,  del  tutto  libera  appresso  il 
clero,  coir  assistenza  del  popolo  ro^ 
mano,  perchè  il  Papato  cessate  le 
persecuzioni  cominciò  a  risplendere, 
e  per  l'autorità,  e  per  le  dovizie 
divenne  in  seguito  oggetto  de'  mon- 
dani desideiii,  lo  che  fu  cagione  di 


ELE  20 1 

molti  scismi,  e  discordie  con  grave 
danno  della    Chiesa.    Considerando 
poi  i  principi   i  vantaggi,  che  il  sa- 
cerdozio divenuto  cotanto  rispetta- 
bile,   poteva    all'impero    arrecare, 
non  fiu'ono  pig^i  a  prenderne  par- 
te ,  e  vivo  interesse ,  usando  della 
loro  potenza,   e  della    loro    prepo- 
tenza. E  primieramente  Odoacre,  re 
degli  eruli,  entrato  nell'  Italia  l'an- 
no 47^?  dopo  aver    costretto   Mo- 
millo  a  rinunziar    l' impero    roma- 
no, benché  ricusasse  la  porpora,  le 
insegne  ed  il   titolo    d' imperatore , 
contento  solo  di  quello  di  re    d'  I- 
talia,  per  lui  istituito,  pretese  non- 
dimeno d'ingerirsi  nell'elezione  dei 
Pontefici.  Richiesto  forse    da  Papa 
s.  Simplicio  (su  di  che  è  a  vedersi 
il  Tomassino,  tom.  II,  par.  II,  lib. 
II,  cap.    16),  a  star  pronto  a  seda- 
re qualunque  briga,  che  nella    fu- 
tura elezione  potesse  accadere,  egli 
oltrepassando  i  limiti  di  tal  pruden- 
ziale richiesta,  pubblicò  una  legge, 
che  riporta  il  Labbé  all'  anno  502,  t, 
IV    Concil.  col.     i334,  colla  quale 
vietava  di  farsi  l'elezione  pontificia 
senza  la  deliberazione  di  lui,  o  del 
prefetto  del   pretorio   per    lui.    Ad 
usurparsi  questo  diritto,  finse  Odoa- 
cre   essergli    stato    ciò     commesso 
da    Papa    s.    Simplicio    morto    nel 
483.    Quando    dunque    si    dovette 
procedere   a    dare    il    successore   a 
quel  Pontefice,  racconta  il  Murato- 
ri, Annali  d'Italia,  tom.  Ili,  par. 
I,  an.  4^3,  che  col  clero  radunato 
v'  intervenne  un  ministro  del  re  O- 
doacre.    Intorno    a    questo    si    può 
leggere  nel  can.    1 1  del  concilio  di 
Simmaco  :  «   sublimis  et  eminentis- 
«   simus    vir    praefectus    praelorio 
»   alque  patricius,  agens    etiam   vi- 
>j   ces  praeexcel lentissimi  regis  Odoa» 
>s   cris,  Basilius".  Intimò  questi  al- 
l'adunanza, che,  secondo  il  ricordo 


202  E  LE 

e  comandameuto  lasciato  dal  Bea- 
tissimo Papa  nostro  Simplicio,  e 
per  ischivare  gli  scandali,  che  na- 
scere potevano,  non  si  potesse  fare 
l'elezione  del  nuovo  Pontefice,  sen- 
za consultar  prima  esso  prefetto. 

Il  Baronio,  negli  Annali  eccle- 
siasiici,  all'  anno  5o2 ,  pensa  che 
l'addotta  scrittura  fosse  supposta  a 
Papa  Simplicio,  e  fìnta  dagli  scis- 
matici in  occasione  dello  scisma , 
che  insorse  dopo  la  memorata  ele- 
zione di  Papa  Simmaco  ;  ma  non 
tì  è  neppur  bisogno  di  supporla 
falsa.  I  vescovi  del  mentovato  con- 
cilio romano,  senza  curarsi  di  ri- 
correre alla  falsità  di  siffatta  scrit- 
tura, sostennero  bensì,  e  con  tutta 
ragione,  che  fosse  affatto  nulla,  ed 
invalida  ;  sì  perchè  era  contro  i  sa- 
gri canoni,  non  potendo  dipendete 
1'  elezione  dei  sommi  Pontefici  dal- 
le persone  laiche,  come  ancora  per- 
itile detta  scrittura  non  era  solto- 
.scritta  dal  romano  Pontefice,  lo  che 
bastò  per  iscredi tarla,  e  condannar- 
la. V.  il  decreto  del  concilio  nel  p. 
Amort,  Elem.  far.  can,  pag.  295, 
da  un  codice  bavaro  del  secolo  set- 
timo. A  gloria  del  vero  è  a  riflet- 
tersi che,  se  il  Pontefice  Simplicio 
avesse  voluto  ordinare ,  quanto  fu 
esposto  dal  prefetto  Basilio,  avreb- 
be egli  saputo  formarne  il  decreto, 
e  non  avrebbe  certamente  lasciato 
in  balia  ad  un  laico  di  significare 
al  clero  i  suoi  sentimenti.  Perciò 
nel  sopraddetto  concilio  di  Simma- 
co fu  giudicata  di  niun  valore  quel- 
la scrittura,  e  deciso  che  non  do- 
vesse essa  aver  luogo,  e  vigore  fra 
gli  statuti  ecclesiastici,  ne'  quali  non 
potevano  i  laici,  per  quanto  reli- 
giosi e  potenti  fossero,  aver  parte 
alcuna,  ma  i  soli  sacerdoti,  a  cui 
Dio  commise  la  cura  di  disporne, 
(vosì  decise  i!  concilio,    benché    te- 


ELE 

nnto  sotto  un  re  ariano  qual  si  fu 
Teodoiico.  Or  dunque,   sebbene  s. 
Simmaco,  eletto  nel  49^>  come  ri- 
porta il  Rinaldi  Ann.  eccl.  an.  5o2, 
avesse  ordinato,  »   che  tutti  i  laici, 
•»   compresi  anche  i  re,  non  potes- 
»  sero  ingerirsi    nell'  elezione    pon- 
'»   tificia  "  che  libera  al  clero  onni- 
namente esser  doveva,  e  Io  era  sta- 
la sempre  in  addietro    anche  sotto 
gl'imperatori  pagani;  pur  non  per- 
tanto il  re  Teodorico,  che  già  nel 
499    avea    decretato    nello    scisma 
dell'antipapa  Lorenzo,    e    lo    stesso 
Simmaco  legittimo   Pontefice,    che 
l'eletto  da  più  voti,  e    prima  con- 
sagrato, si  avesse  da  tenere  per  ve- 
ro  Papa,  come  pur  testifica  il  Mu- 
ratori all'anno  499  >    sembrandogli 
tutta  volta  di  aver  talento,  per  da- 
re alla  Chiesa    cattolica    un    capo , 
tutto  dalle  sue  mani,  usurpossi  in- 
teramente il  diritto  di  eleggerlo,  e 
nominò  Pontefice  nel  526  s.   Feli* 
ce  HI  detto  IV.  Fortemente  si  op- 
posero il  clero,  ed  il  senato  roma- 
no, non  per  la  degna  persona  elet- 
ta, ma  per    l'elezione    fatta    contro 
le  leggi  ecclesiastiche.    Questa  con- 
tesa non  fu  allora  pienamente  ag- 
giustata, finche  non  venne    stabili- 
to, che  in  avvenire  il  clero  col  vo- 
to, ed  il  popolo  romano    col    con- 
senso, eleggessero  secondo  l'antico 
costume    il    romano    Pontefice ,    il 
quale  fosse  poi  confermato    dal  re, 
col  suo  mero  consenso,  come  scris- 
se il  re  Atalarico  al  Papa  Giovan- 
ni II  nel  533,  e  come  abbiamo  da 
Cassiodoro  nel  lib.   IX  epist.    i5,  e 
dal   Muratori,    Annali   ec.  a  detto 
anno. 

Questa  maniera  di  eleggere  il 
Papa  durò  sinché  l'Italia  soggiac- 
que al  regno  de' goti.  Al  mancare 
di  questi,  e  del  loro  regno,  si  usur- 
parono la  medesima  pretesa    auto- 


ELE 

rità  gì' imperatori  di  oriente,  come 
si  può  vedere  nel  Baronie  all'anno 
526,  nura.  24;  e  nel  Pagi  allo  stes- 
so anno  num.  8.    Laonde    trovossi 
la  santa  Chiesa  sottoposta  a  lagri- 
mevoli  scismi,  ne'  tempi  ancora  po- 
steriori,   ne'  quali    sulle    orme    dei 
primi,  non  mancò    chi    pretendesse 
di  arrogarsi  tal  abusiva  giurisdizio- 
ne sui  sagri  comizi,  siccome  osser- 
vano gli  scrittori  ecclesiastici,  e  co- 
me noi  andremo   accennando.   Av- 
verte il  Baronio  all'anno  607,  num. 
I,  nascer  da  questa  imperiale  usur- 
pazione, che  il  clero  si  studiava  di 
eleggere  i  Papi,  che  fossero  agl'im- 
peratori graditi,  come,  per  non  dire 
di  altri,  furono  Vigilio,    Sabiniano, 
Bonifacio  III,  e  s.  Pasquale  I,  i  qua- 
li erano  stati  nella  corte  di  Costan- 
tinopoli apocrisari  della  santa  Sede, 
cioè  agenti  o  nunzi,  e  perciò    cre- 
duti di    soddisfazione    degl'impei-a- 
ratori,    oltre    all'essere    più    infor- 
mati de'  pubblici  affari,  come  notò 
il    Muratori    all'  anno    604.    Vinti 
dunque    i    goti  nell'  Italia,  e  finito 
in    Teja    il    loro    regno    nell'  anno 
553  ;    r  imperatore    Giustiniano     I 
continuò  ad  arrogarsi  il  preteso  di- 
ritto, che  s'  erano  colla  prepotenza 
e  colla  forza  usurpato  i  goti,  di  con- 
fermar cioè  r  elezione  de'Pontefici, 
!  quali  per  pubblica  quiete  tollera- 
rono per    centotrenta    anni    questa 
riprovevole  usurpazione,  comincian- 
do da  Pelagio  I,  eletto  nel  555,  e 
confermato  da  Giustiniano  I.  I  suc- 
cessori   di    questo    proseguirono    a 
voler     confermare    gli    eletti    Papi, 
costringendoli  ancora  a  sborsare  cer- 
ta somma  di  danaro  per    ottenere 
la    conferma     della     loro     elezione, 
l'esercizio  della  dignità,  e  la    con- 
sagrazione,    al    modo    che    si    dice 
al   volume  XVI,   pag.   3o6,  e    3 14 
del  Dizionario.  Questo  fu    il  terzo 


ELÉ  2o3 

modo  di  eleggere  il  Pontefice,  co- 
me lo  chiama  il    Mabillon,    Coni' 
ment.  in  ord.  Rom.  cap.    17,    pag. 
192;  e  che  durò  sino  all'impera- 
tore Costantino  Pogonato,  all'  anno 
681.  Per    quanto    tempo    precisa- 
mente fosse  durato  questo  violento 
tributo,  non  è  facile  il  fissarlo.  L'Al- 
tasserra,     in    net.    ad  Anas.    bibl. 
in  Jgathone  pag.   75;    et    in    not, 
epist.  s.   Gregor.    M.  lib.    I,    epist, 
Ij  p.  4)  "e  assegna  il  principio  al- 
la barbarie  de'  goti,  a'quali  poi  suc- 
cedendo gì'  imperatori  greci,,  lascia- 
rono in  vigore  si  indegno  costume, 
laonde    sembra    durato    circa    due 
secoli.  11  Tomassino,  t.  II,  lib.  11, 
cap.     16,    num.     11,     Io   dice    in- 
cominciato un    secolo    innanzi    alla 
soppressione.  Ma  perciò  non  fu  tol- 
ta la  conferma  imperiale,  che  anzi 
fu    aggiunto    neir  imperiai    decreto 
còme  si  legge  nel  citato   Anastasio 
a  p.    i4o:  «  Quod  non  debeat  or- 
>i   dinari,    qui    electus    fuerit,     nisi 
»  prius   decretum    generale    intro- 
«   ducatur  in  regiam  urbem,  seclm- 
«   dumantiquam  consuetudinem^  ut 
>»   cum  eorum   conscientia,    et  jus- 
M   sione  debeat    ordinatio    proveni- 
«   re".  All'articolo    Consa graziane, 
ed  ordinazione  del    sommo   Ponte- 
flce  i^Vedi),  si  parla  dell'abuso  sud- 
detto, dell'approvazione   imperiale, 
dopo  la  quale  avea  luogo    la  con- 
sagrazione. 

Nondimeno  accadde  qualche  vol- 
ta, che  il  Pontefice  eletto  fosse  or- 
dinato, senza  aspettare  il  consenso 
degl'  imperatori,  o  degli  esarchi  di 
Ravenna  luogotenenti  loro,  ai  qua- 
li gli  augusti  diedero  (nell'elezione 
di  Onorio  I  nel  62  5)  la  facoltà  di 
ratificar  per  essi  l'elezione  pontifi- 
cia, come  vogliono  i  due  Pagi,  ovve- 
ro nell'  elezione  di  Giovanni  IV  nel 
640,  al  dire  di  Papebrcchio,  e  del 


.3o4  E  LE 

Cenni,  secondo  il  disposto  dell'  im- 
peratore Eraclio.  Non  aspettò  l'im- 
periai consenso  Pelagio  li,  il  quale 
■venne  ordinato  nel  578,  perchè 
assediando  i  longobardi  Roma,  niu- 
no  poteva  uscùne;  ne  lo  aspettò 
Martino  I  nel  649.  Il  medesimo 
Costantino  Pogonato,  per  la  gran 
riverenza  cui  avea  a  Benedetto  II, 
gli  permise  che,  nel  684,  si  consa- 
grasse, senza  attendere  la  sua  con- 
ferma, e  dopo  di  lui,  nel  685,  Gio- 
vanni V  pel  primo  si  fece  consa- 
grare senza  l' imperiai  assenso,  dap- 
poiché troppo  gravoso  riusciva  al 
clero  romano,  il  dover  aspettare 
da  Costantinopoli  la  licenza  di  con- 
sagrare il  nuovo  Papa,  restando 
cosi  per  più  mesi  vacante  la  cat- 
tedra romana,  sebbene  l' eletto  e- 
sercitasse  ancora  in  quel  tempo  non 
lieve  autorità  nel  governo  della 
Chiesa.  Ed  è  perciò,  che  il  lodato 
principe  spedi  una  bella  patente 
al  venerabile  clero,  al  popolo,  e  al 
felicissimo  esercito  romano,  con  cui 
concedeva,  che  il  nuovo  Papa  si 
potesse  immediatamente  consagrare, 
senza  dover  aspettare  l'imperiale 
conferma.  11  Novaes,  nella  vita  di 
Benedetto  II,  dice  che  Costantino, 
in  grazia  del  Papa  Agatone,  aveva 
tolto  agli  esarchi  di  Ravenna  il 
preteso  diritto  di  confermare  l'ele- 
zione, riserbandolo  tuttavia  a  se 
stesso;  e  che  ancor  questa  riserva 
condonò  a  Benedetto  li,  lasciando 
in  piena  libertà  il  clero  della  Chie- 
sa romana  di  procedere  all'elezione 
pontificia,  ciocché  da  gran  tempo 
da'  Papi  medesimi  erasi  con  somma 
sollecitudine  ricercato,  e  non  mai 
ottenuto.  Ma  all'imperatore  Co- 
stantino succeduto  essendo  Giusti- 
niano II,  rivocò  questi  la  concessio- 
ne paterna,  ristabih  non  senza  con- 
trasto la  pregiudizievole  costuman- 


ELE 

za,  di  non  consagrarsi  Telelto  Pon- 
tefice senza  il  consenso  dell'  impe- 
ratore, o  almeno,  per  non  aspettar 
tanto  tempo,  senza  quello  dell'esarca 
di  Ravenna,  il  quale  fiancheggiato 
dalle  sue  truppe,  tentava  di  porre 
sul  trono  quel  Papa  che  più  gli 
era  a  grado,  per  cui  nascevano 
non  pochi  sconcerti,  ai  quali  tutta- 
via resisteva  il  clero  romano. 

Il  medesimo  JXovaes  narra,  nella 
elezione  di  Conone,  che  dovette  a- 
spettare  la  conferma  dell'esarca  Teo- 
doro, secondo  il  prescritto  da  Giu- 
stiniano II,  il  quale,  al  dire  di  que- 
sto autore,  sebbene  lasciasse  libera  la 
chiesa  Romana  di  sborsare  il  tributo 
dei  tre  mila  soldi  d'oro  (soliti  pa- 
garsi dalla  santa  Sede  agl'impera- 
tori in  tal  circostanza ,  per  l'abuso 
introdotto  sotto  Giovanni  II  dal 
re  Atalarico ,  e  continuato  sotto 
gl'imperatori  eziandio  d'occidente, 
con  grave  discapito  dell'ecclesiastica 
autorità)  come  anche  dall' obbligo 
di  trasmettere  a  Costantinopoli  il 
decreto  dell'elezione  de' Pontefici; 
per  altro  annullò  in  parte  l'editto 
del  padre,  ed  assoggettò  di  nuovo 
il  clero  romano  all'esarca  di  Ra- 
venna, senza  il  cui  consenso  non 
poteva  essere  consagrato.  Di  fatti 
s.  Gregorio  IH,  attendendo  tal  con- 
ferma, si  consagrò  un  mese  dopo 
dacché  era  stato  eletto.  Sì  osserva, 
che  gli  esarchi  procuravano  di  far 
esaltare  al  trono  pontificio  i  greci, 
i  quali  però  divenuti  Pontefici,  e- 
reditarono  lo  spirito  apostolico,  e 
giammai  acconsentirono  alle  trame 
degl'  imperatori,  e  vescovi  orientali 
contrarie  alla  costante  illibatezza 
della  Chiesa  Romana.  I  Pontefici 
ancora  non  lasciarono  di  protestare 
contro  r  intrusione  de'  sovrani  nel- 
la loro  canonica  elezione  ;  ma  le 
turbolenze  eccitate  nelle  loro   con- 


ELE 

sngrazioni,  li  costrinsero  a  ricorrere 
air  autorità  degli  stessi  principi,  col- 
la forza  de'  quali  veniva  ratFrenato 
l'orgoglio  de' sediziosi.  Trovasi  in 
Graziano^  nel  cap.  Quia  Sancta, 
iSj  dist.  63,  un  decreto  col  nome 
di  Stefano,  in  cui  viene  ordinalo, 
che  l'eletto  Papa  sia  consagialo 
alla  presenza  degl'imperiali  legati, 
o  Ambasciatori  (Vedi);  ma  gli 
eruditi  non  poterono  stabilirne  l'au- 
tore. Solo  alcuni  lo  attribuiscono 
a  Giovanni  IX,  e  fatto  nel  concilio 
da  lui  tenuto  in  Roma  neU'898,  se 
pure  non  fu  la  conferma  di  quel 
decreto  prima  promulgato  da  altri. 
Certo  è,  che  dall'autorità  impe- 
riale, ed  a  richiesta  de'  Papi,  ven- 
ne stabilita  l'assistenza  degli  am- 
basciatori, ed  avendo  Lodovico  I, 
secondo  imperatore  del  rinnovalo 
impero  d'occidente,  inviato  neir824 
a  Roma  1'  augusto  suo  figlio  Loia- 
rio  I,  per  r  elezione  di  Eugenio  li, 
contro  il  quale  era  insorto  il  pseu- 
do  Pontefice  Zizinio,  il  principe  a- 
vanti  di  partire  dalla  città,  rese 
pubblica  una  costituzione  sul!'  ele- 
zione de'  Ponlefìci,  parte  della  qua- 
le si  legge  in  Baronio,  a  detto  an- 
no num.  4>  e  tutta  intera,  e  divi- 
sa in  nove  capi  nel  Cointe  ad  egual 
anno  num.  12,  come  nel  Pagi  al  n. 
3.  Il  Sigonio,  parlandone  de  re- 
gno ital.  lib.  IV,  an.  825,  pag. 
179,  dice  che,  affine  di  scansare 
tutti  i  tumulti  de' tempi  passati  per 
le  dissensioni  de' sagri  comizi,  si 
prese  la  provvidenza,  che  l'  amba- 
sciatore del  re,  e  i4  re  slesso,  se  vi 
fosse  in  Roma,  assistesse  alla  con- 
sagrazione  del  nuovo  Pontefice  ; 
aggiungendo  il  Pagi,  annal.  eccl.  j 
an.  825,  num.  29,  avere  Eugenio 
II  decretato,  mentre  Lotario  I  si 
trovava  in  Roma,  che  gli  amba- 
sciatori di    Cesare    assistessero    alla 


ELE  2o5 

consagrazione  del  romano  Pontefice, 
per  evitare  nell'  avvenire  i  tumulti 
de'sagiù  comizii,  e  le  fazioni  di 
quelli,  i  quali  quanto  più  erano 
potenti,  tanto  più  si  credevano  di 
poter  essere  gli  arbitri  assoluti  del- 
l' elezione  de'  Papi.  Ne  per  questo 
solo  motivo  si  mosse  Eugenio  II  a 
ricorrere  all'  assistenza  degli  amba- 
sciatori imperiali;  Io  fece  ancora, 
come  osserva  il  Pagi  giuniore,  nel 
Brevìar.  RR.  PP.  in  vita  Eugenil 
llf  num.  6,  per  timore,  che  Lo- 
tario I  si  arrogasse  l'autorità,  cui 
prima  avevansi  usurpalo  gì'  impe- 
ratori greci^  gli  onori  de' quali  egli 
cercava  di  affettare.  Qui  va  notato, 
che  sotto  r  imperatore  d'  oriente 
Leone,  V  Jsaurico,  Roma  e  il  suo 
ducato,  essendosi  sottratti  dal  suo 
dominio,  spontaneamente  eransi  da- 
ti al  sovrano  dominio  de'  Papi,  nel 
pontificato  di  s.  Gregorio  11,  e  do- 
po l'anno  726.  Laonde  era  termi- 
nata del  tutto  la  soggezione  all'im- 
pero orientale.  Si  trovava  ancora 
in  vigore  nella  Chiesa  romana  la 
consuetudine,  che  il  popolo  suppli- 
casse, ed  il  clero  romano  eleggesse 
il  Pontefice,  come  dimostra  il  Ba- 
ronio all'anno  827,  num.  11^  ed 
in  tal  guisa  venne  eletto  in  quel- 
l'anno Gregorio  IV.  Ma  la  sua 
consagrazione  fu  prorogata ,  finché 
gli  ambasciatori  non  esaminarono, 
se  fosse  stato  eletto  canonicamente. 
S.  Leone  IV  fu  consagrato  nel- 
r  847,  dopo  due  mesij  e  quindici 
giorni  dacché  era  slato  eletto,  ma 
senza  attendere  gli  ambasciatori, 
temendosi  un'  invasione  de'  sarace- 
ni. Tuttavia  l'annalista  Pagi  crede, 
che  confermasse  il  decreto  di  Eu- 
genio IL  Gli  successe,  nell'  855,  Be- 
nedetto 111,  che  pel  primo  mandò 
il  decreto  di  sua  elezione  agli  au- 
gusti di  occidente,  com' erasi    pia- 


ao6  ELE 

ticato  con  quelli  d' oriente,  o  cogli 
esarchi,  forse  per  provare  la  sua 
legittimità  contro  l'antipapa  Ana- 
stasio. Dipoi,  nell'Sgy,  Stefano  VI, 
detto  VII,  al  dire  de)  Pagi,  ratifi- 
cò il  decreto  di  Eugenio  II,  seb- 
bene Stefano  V,  detto  VI,  neir885, 
si  fece  consagrare  senza  il  consenso 
di  Carlo  //  Grasso,  e  ciò  forse  per- 
chè Adriano  III  nell'  anno  prece- 
dente avea  decretato:  «  ut  Ponti- 
i>  fex  designatus  consecrari  sine 
5'  praesentia  regis  aut  legatoruin 
"  ejus  possit,'*  rivocando  cosi  la 
concessione  di  Eugenio  II.  Tutta- 
volta  Giovanni  IX,  come  dicemmo, 
nel  concilio  celebrato  nell'  898, 
considerando  quanto  necessaria  fos- 
se questa  assistenza,  contro  gli  sci- 
smi, e  le  differenze,  che  nell'ele- 
zione insorgevano  tra  i  giudici,  i 
primati  dell'esercito,  ed  il  popolo 
seguaci  d'  un  partito,  mentre  il  cle- 
ro ne  seguiva  un  altro,  e  talvolta 
era  diviso  anche  in  due  parti  ;  ed 
eziandio  per  far  eseguire  la  proi- 
bizione da  lui  fatta,  che  nella  mor- 
te de'  Pontefici  fossero  rubati  i  lo- 
ro palazzi,  prese  tale  misura,  come 
la  più  valevole  difesa  contro  le  sol- 
levazioni ,  benché  tollerata  sempre 
di  mala  voglia  dalla  santa  Sede, 
siccome  ripugnante  agli  antichi  ca- 
noni. Annullato  quindi  il  decreto 
di  Adriano  III,  col  summentovato 
decreto  Quia  sancla  Romana  Ec- 
clesìa etc,  ristabilì  quello  di  Euge- 
nio II per  evitarle  brighe,  con  som- 
mo discapito  della  santa  Chiesa.  Sui 
decreti  di  Eugenio  II,  e  di  Giovan- 
ni IX,  molti  sono  i  commenti  de- 
gli scrittori.  Osserva  il  Ga rampi, 
ile  nummo  argenteo  Benedici.  lìl^ 
p-  22,  e  scg. ,  che  questa  disposi- 
zione era  il  privilegio  Advocatiae, 
dai  Pontefici  dato  soltanto  a' Ca- 
rolingi,   ed    era    in    sostanza  a  la- 


ELE 

vore  della  chiesa  romana  per  e- 
vitare  gli  scismi,  comechè  da  par- 
te dell'eletto  Pontefice  si  dovesse- 
ro confermare  i  privilegi  agl'impe- 
ratori. Si  osserva  inoltre,  che  l'e- 
spressione del  decreto  di  Gregorio 
IX,  canonico  rìlu,  et  consuetudine, 
nata  senza  dubbio  dall'  ignoranza 
del  secolo  decimo,  non  solo  non 
sembrò  giusta  nel  seguente,  ma  fu 
anzi  emendata  nel  concilio  romano 
di  Nicolò  II,  nel  quale  questi  lo 
dichiarò  privilegio  apostolico,  e  pri- 
vilegio personale,  secondo  che  ve- 
ramente era  stato  in  Lodovico  I, 
ed  in  Lotario  I  un  tal  consenso 
imperiale,  che  non  fu  esercitato  da 
altri  imperatori  d'  occidente,  fuor- 
ché da  que'  due  nello  spazio  di 
treni'  anni,  e  nel  confermar  solo 
cinque  Papi,  comprendendovi  anche 
s.  Leone  IV.  Toltine  dunque  i  cin- 
que Pontefici,  che  furono  il  medesi- 
mo s.  Leone  IV,  Benedetto  III,  s. 
Nicolò  I,  Adriano  II,  e  Giovanni 
Vili,  non  si  trova  in  tutto  il  ri- 
manente del  secolo  IX  altro  Papa, 
pel  quale  dopo  l'elezione  siasi  a- 
speltato  l'imperiai  consenso  j  assen- 
so, che  non  poteva  essere  diritto 
dell'  imperatore,  come  in  seguito  si 
dirà,  ma  solo  usurpazione,  com'era 
stato  nei  goti,  negli  imperatori  di 
oriente,  o  privilegio  apostolico  per- 
sonale, come  lo  fu  ne'  mentovati 
augusti  Carolini. 

Non  deve  recar  meraviglia,  se  in 
quei  tempi,  nei  quali  i  sagri  comizi 
non  potendo  goder  la  libertà  di 
cui  i  sagri  canoni  doveano  garan- 
tirli, si  abbiano  i  romani  Ponte- 
fici, tratti  dalla  necessità,  procac- 
ciata dai  sovrani  la  sicurezza  del- 
le loro  elezioni  ,  senza  compro- 
mettere la  loro  autorità,  né  c|uella 
degli  elettori,  mentre  1'  elezione 
pontificia  non  può  mai  appartenere 


ELE 

per  veriin  diritto  ai  laici,  di  qua- 
lunque grado  eglino  siansi,  come  di- 
cemmo, e  come  dimostrano  i  dottis- 
simi domenicani,  Camarda,rfe  elect. 
Pontif.  dìssert.  II,  p.  99,  e  Passeri- 
ni de  elect.  Ponti/,  qu.  V,  p.  18.  E 
perciò  dall' accennato  decreto  di 
Giovanni  IX  quattro  importanti  e 
gravi  riflessioni  ricava  in  difesa  del- 
la pontifìcia  elezione,  e  sua  indi- 
pendenza da  qualunque  laica  influen- 
za, ilTomassinOj^cveA  etnov.eccles. 
discipl.  par.  II,  lib.  II,  cap.  26,  §. 
6;  riflessioni  che  noi  riportammo 
al  volume  I,  p.  299  del  Diziona- 
rio. Ma  gì'  imperatori  tedeschi  non 
furono  contenti  della  sola  assisten- 
za degli  ambasciatori  ai  sagri  co- 
luizii,  anzi  prima  gli  Ottoni,  po- 
scia gli  Arrighi  o  Enrici  non  so- 
lo si  usurparono  ancora  l' inter- 
venzione nella  stessa  elezione,  o 
la  deposizione  dell'eletto  Ponte- 
fice ,  come  narra  il  Baronio  al- 
l' anno  900,  num.  4  '»  ^^  bisognò, 
che  i  romani,  al  dire  del  medesi- 
mo anaalisla  all'anno  964,  num. 
17,  e  18,  e  del  suo  critico  Pagi,  al- 
l' anno  964,  num.  3,  e  seg.  ,  col 
giuramento  si  obbligassero  di  at- 
tendere l'imperiale  assenso,  prima 
di  venire  alla  consagrazione  del 
novello  Papa.  Ottone  I,  il  primo 
tedesco  fregiato  cogli  ornamenti 
imperiali,  essendo  chiamato  in  Ita- 
lia da  Giovanni  Xll,  per  ribattere 
r  orgoglio  di  Berengario,  fattosi  re 
d' Italia,  e  di  suo  figlio  Adalberto, 
i  quali  molto  aveano  travaglialo 
quel  Pontefice,  dopo  avere  represso 
i  due  tiranni,  entrò  in  Roma,  e 
dal  Papa  venne  incoronato  impe- 
ratore nell'anno  962.  In  quest'oc- 
casione non  solo  Ottone  I  restituì 
con  decreto  le  terre,  che  dai  li- 
ranni  erano  state  tolte  alla  Chie- 
sa   romana  ,    ratificò    le    douazio^ 


ELE  207 

ni  fatte  alla  stessa  da  Carlo  Ma- 
gno, e  da  Pipino,  ma  volle  ezian- 
dio, come  riportano  a  detto  anno 
gli  stessi  Baronio,  e  Pagi  »>  ut  om- 
*»  nis  clerus,  et  universa  populi 
»  multitudo  ....  sacramento  se 
>i  obligent,  quatenus  futura  Ponti- 
»i  ficum  electio  canonice  et  juste 
j»  fiat,  ut  et  ille,  qui  ad  hoc  san- 
>i  ctum ,  atque  apostolicum  regi- 
w  men  eligitur  ,  nemine  consen- 
«  tiente  consecratus  sit  Ponti fex 
w  priusquam  lalem  in  praesentia 
«  missorum  nostrorum ,  vel  filli 
«  nostri,  seu  universae  generalita- 
>i  tis  faciat  promissionem  (ecco  la 
»  ragione  per  cui  solo  richiedevasi 
>»  dagli  imperatori,  che  alla  con- 
»  sagrazione  dovessero  intervenir  i 
>i  loro  legati)  prò  omnium  satisfa- 
«  ctione,  atque  futura  conserva tio- 
>i  ne  qualera  (viene  la  concessio- 
ni ne  di  Leone  IV  di  cui  sopra 
«  parlammo)  Dominus,  et  vene- 
y>  randus  spiritualis  Pater  noster 
>'  Leo  sponte  fecisse  dignoscitur  ". 
Non  andò  guari  però  che,  ab- 
bandonato l'imperatore  da  Giovan- 
ni XII,  il  quale  si  appigliò  al  cou^ 
trarlo  partito  di  Berengario,  Otto- 
ne I  ritornando  a  Roma  con  1'  e- 
sercito,  il  Papa  ne  uscì,  ed  i  ro- 
mani impauriti  furono  costretti  dal- 
l'imperatore  a  giurare  di  non  e- 
leggere  per  1'  avvenire  il  Pontefice, 
senza  il  consenso  imperiale.  Anzi 
egli  stesso  fece  raunare  in  Roma 
un  conciliabolo,  in  cui  fatto  depor- 
re dal  pontificato  Giovanni  XII, 
gli  sostituì  l'antipapa  Leone  Ylll. 
Partito  poscia  Ottone  I  da  Roma, 
Giovanni  XII  vi  ritornò,  e  per 
sua  morte  i  romani,  che  lo  ave- 
vano richiamato,  nel  964,  elessero 
il  Pontefice  Benedetto  V,  senza  dar- 
ne veruna  conte/za  all'  imperatore, 
e  senza  avere  avuto    riguardo    al- 


ao8  ELE 

cuno  al  giuramento,  datogli  poco 
prima,  che  anzi  fecero  nuovo  giu- 
ramento di  non  abbandonare  il 
nuovo  Papa  Benedetto  V,  e  di  sos- 
tenerlo contro  la  potenza  imperia- 
le. Sdegnato   sommamente    Ottone 

1  per  tuttociò,  che  i  Romani  ave- 
vano opera tOj  e  presa  la  città  col- 
la fame,  vi  rientrò  vittorioso^  ed 
obbligò  gli  stessi  romani  a  ristabi- 
lire nella  usurpata  sede  Leone 
Vili,  da  essi  prima  cacciato.  Leone 
in  un  conciliabolo  depose  il  legit- 
timo Benedetto  V,  che  venne  rile- 
gato in  Amburgo.  In  Graziano  si 
legge  un  decreto,  cap.  In    synodo 

2  3,  dist.  63,  in  cui  si  dice  che 
Leone  Vili,  ad  esempio  di  Adria- 
no I,  in  cap.  liadrìanus  11,  dist. 
63,  abbia  conceduto  allo  stesso 
Ottone  I  la  facoltà  di  eleggere  il 
Papa.  Di  questo  sentimento  era 
stato  il  Bellarmino  nella  prima 
edizione  delle  sue  opere,  sedotto  da 
Graziano;  ma  nella  ristampa  di 
queste,  In  Recognit.  t.  I,  de  Summ, 
Pont.  t.  II,  lib.  I,  de  clevicis  cap. 
9,  confessò  di  aver  poi  osservato, 
non  essere  veri  questi  due  canoni 
dal  Graziano  addotti.  Il  Baronio, 
agli  anni  ^n^^  555y  774,  964?  ^^- 
mostra,  che  quello  di  Leone  VIII 
sia  supposto  e  finto,  nulla  meno 
che  l'altro  in  cui  si  dice  aver  A- 
driano  I  conceduto  all'  imperatore 
Carlo  Magno  il  diritto  di  eleggere 
il  Pontefice.  Né  basta  a  crederlo 
Tero  che  alcuni,  presso  il  Barbosa, 
in  cap.  Hadrianus  num.  3,  affer- 
mino, essere  stata  la  bolla  di  A- 
driano  I  conservata  in  Parigi  fra 
i  principali  tesori  del  regno  di 
Francia.  Il  Tomassino,  loc.  cit.  cap. 
26;  il  Gretsero  Oper.  t.  VI,  in 
j^polog.  Baron.  cap.  I,  et  2  ;  e 
molti  altri  presso  il  Ferrari,  Bì- 
llioth.   Canon.,   toni.  VI,  verb.  Pa^ 


ELE 

pa  num.  17,  che  dimostrano  la 
falsità  di  detti  canoni,  stimano  che 
Sigiberto  monaco  scismatico,  fauto- 
re dell'  imperatore  Enrico,  ne  sia 
stato  r  autore,  e  da  lui  lo  abbia 
ricopiato  il  Graziano.  11  Sandini 
sopra  sì  gravissimo  argomento  scris- 
se una  parlicolar  dissertazione  Di-^ 
sput.  XIX  ad  vit.  PP.  RR.  De 
falsa  synodo   sub.    Hadr.    I,   pag. 

2  2  5. 

L'esempio  di  Ottone  I  fu  tosto 
seguilo  da' suoi  successori  Ottone 
li,  ed  Ottone  III.  Non  cos'i  fece 
però  Enrico  I,  che  anzi,  ad  imita- 
zione de' buoni  imperatori  franchi, 
ridonò  alla  Chiesa  una  piena  li- 
bertà nell'  elezione  pontifìcia,  man- 
tenuta eziandio  dal  successore  Cor- 
rado II  il  Salico.  A  lui  segui  En- 
rico II,  detto  il  I,  il  quale  tornò 
a  mettere  mano  nell'  elezione  dei 
Papi,  oltrepassando  ancora  i  con- 
fini da'  predecessori  osservati,  dopo 
che  avea  restituito  a  Roma  Bene- 
detto Vili,  dacché  n'era  fuggito  per 
la  potenza  dell'  antipapa  Gregorio 
insorto  nel  io  12,  che  Enrico  l  pose 
in  fuga  nell'avvicinarsi  alla  città.  Es- 
sendo egli  coronato  imperatore  da 
Benedetto  Vili  nel  ioi4jCon  diplo- 
ma presso  il  Labbé,  Condì,  tom.  IX 
81 3,  e  Baronio,  all'anno  ioi4, 
num.  7,  ratificò  alla  Chiesa  roma- 
na i  diritti,  che  le  concedettero  Pi- 
pino, Carlo  Magno,  Lodovico  I, 
Ottone  1  ed  Ottone  II,  ma  volle 
che  il  Papa  fosse  consagralo  colla 
assistenza  dell'  ambasciatore  impe- 
riale, secondo  i  decreti  di  Eugenio 
li,  e  di  s.  Leone  IV,  sebbene  al 
clero,  e  popolo  romano  ne  lasciasse 
libera  1'  elezione,  giacché  dal  clero, 
colla  presenza  del  popolo  romano 
(secondo  V  uso  praticato  sino  a  tal 
tempo)  fu  eletto  il  Papa  inclusi- 
vamenle  a  Nicolò  li  nel  io58.  Anzi 


ELE 

quando  Enrico  III  nel  1049,  de- 
stinò al  pontificato  s.  Leone  IX, 
questi  vi  acconsentì  col  patto,  che 
venisse  dal  clero  e  popolo  romano 
confermato,  ne  l'elezione  dell'im- 
peratore fosse  stimata  più  che  una 
semplice  raccomandazione.  Laonde, 
entrato  in  Roma,  fu  eletto  con  ge- 
neral consenso  di  tutti,  e  solamen- 
te benedetto,  per  essere  già  vesco- 
vo, fu  quindi  intronizzato.  Su  tal 
benedizione  si  possono  leggere  i 
volumi  V,  p.  62^  Vili  p.  169,6 
XVI,  p.  3i3  del  Dizionario.  Sulla 
elezione  di  Vittore  II,  di  Stefano 
X,  e  di  Nicolò  II,  nel  io58,  van- 
no consultate  le  loro  biografie.  Ma 
dopo  un  anno  questo  Papa  Nicolò 
II,  nel  concilio  lateranense,  privò 
il  clero  ed  il  popolo  romano  del- 
la sopraddetta  prerogativa,  e  ne 
investi  i  soli  Cardinali  di  santa 
Romana  Chiesa  (P'edi),  al  quale 
articolo,  massime  al  §.  Ili,  si  trat- 
ta dei  Cardinali  come  elettori  del 
Papa.  F.  il  Pagi,  Breviar.  t.  I, 
praef.  n.  i4)  e  in  Fit.  Nicol.  II, 
n.  7.  Si  legge  il  decreto,  cap.  In 
nomine  Domini ,  I,  dist.  2  3,  presso 
il  Labbé  loc.  cit.  col.  ioi3,  come 
ancora  presso  il  Lunig.  Cod.  Diplom. 
Jtid.  tom.  IV,  p.  4j  ed  il  Baroiiio 
all'anno  loSg,  num.  25.  Ecco  il 
decreto  : 

«  Spetterà  il  diritto  di  eleggere 
«  il  Pontefice  in  primo  luogo  ai 
M  Cardinali  vescovi,  che  godono  le 
M  prerogative  de'  metropolitani,  poi 
«  a'  Cardinali  preti  e  diaconi,  indi 
«  il  clero  ed  il  popolo  ne  daranno 
»  il  consenso,  in  tal  guisa  che  i 
«  Cardinali  ne  saranno  i  promo- 
«  tori,  ed  il  clero,  ed  il  popolo  ne 
«  saranno  seguaci  ".  Tanto  si  ha 
pure  dal  contemporaneo  san  Pier 
Damiani,  lib.  I,  epist.  20,  pag.  ^5 
edit.  Romae  1606,  scrivendo  egli  di 

VOL.     XXI. 


ELE  209 

Alessandro  II,  successore  nel  io6i 
di  Nicolò  II  :  »  Cum  electio  illa 
«»  per  episcoporum  Cardinalium 
w  fieri  debeat  principale  judicium, 
•»  secundo  loco  jure  praebeat  clerus 
M  assensura,  tertio  popularis  favor 
«  attoUat  applausum  ;  sicque  su- 
M  spendenda  est  causa  usque  dum 
«  regiae  celsitudinis  consulatur  au- 
»  ctoritas,  nisi,  sicut  nuper  contigit, 
*»  periculum  fortassisimmineat,quod 
«  rem  quantocius  accelerare  com- 
«  pellai."  Nello  stesso  decreto  sta- 
bilì Nicolò  II,  M  che  il  Papa  si 
y»  dovesse  eleggere  nel  grembo  del- 
>»  la  Chiesa  romana,  vale  a  dire 
»  dal  sagro  Collegio  (su  di  che  va 
M  letto  il  voi.  XV  del  Dizionario^ 
«  a  p.  264),  trovandosene  idoneo, 
w  e  quando  tale  non  fosse  trova- 
**  to,  da  qualunque  altra  chiesa  : 
w  che  se  mai  non  potesse  eleg- 
»  gersi  in  Roma  per  qualche  im- 
»j  pedimento,  si  potrebbe  fare  al- 
«  trove  r  elezione  da'Cardinali,  an- 
«  corchè  pochi  (di  ciò  e  del  luogo 
fi  dell'  elezione  del  Papa,  si  tratta 
w  al  medesimo  voi.  ed  alle  pag. 
»  259,  e  seg.  e  274  e  §eg.),  ed 
»)  in  tal  caso  :  Si  bellica  tempestas, 
»t  vel  qualiscumque  hominum  co- 
»»  natus  malignitalis  studio  reslite- 
»  rit,  ut  is,  qui  electus  esset  ia 
«  apostolica  sede  juxta  consuetudi- 
M  nem  intronizari  non  valeat,  ele- 
>i  ctus  tamen ,  sicut  verus  Papa 
«  obtineat  auctoritatem  regendi  ro- 
»  manam  Ecclesiam,  et  disponendi 
»>  omnes  facultates  illius".  Dell'  in- 
tronizzazione del  Pontefice,  si  di- 
scorre al  voi.  XVI,  pag.  3o6,  e 
se^.  del  Dizionario ,  dichiarando 
che  l'eletto  contro  la  prescritta 
forma  in  questo  decreto  dovesse 
soggiacere  co'  suoi  seguaci  alla  sco- 
munica, e  privazione  di  tutte  le 
dignità.    Dicendosi    da    molti,    che 

>4 


aro  ELE 

JNicolò  II  in  questo  decreto  abbia 
concesso  ad  Enrico  IV  re  de' ro- 
mani, la  stessa  autorità  suH*  elezio- 
ne pontifìcia  che  godeva  il  suo  pa- 
dre Enrico  III,  a  precisar  meglio 
il  vigore  di  questo  supposto  pri- 
vilegio, riporteremo  le  stesse  se- 
guenti parole,  che  si  leggono  negli 
Annal.  eccl.  del  Baronio,  all'anno 
io59  n.  24. 

M  Ut  ipsius  privilegi!  concessio- 
*»  nem  factam  in  hoc  concilio  a 
*i  Nicolao  summo  Pontifice  Henri- 
a»  co  regi  exactissime  disquiramus; 
>»  haec  accipe.  Non  ita  quidem  ap- 
j»  paret  concessisse  illi  Ponti ficem, 
»  atque  concilium  jus  eligendi  Ro- 
K>  manum  Pontificem,  ut  eo  priva- 
ci ri  voluerit  romanum  clerum 
«  imo  ad  S.  E..  E,  Cardinales  epi- 
*i  scopos  voluit  id  potissimum  per- 
5j  tinere,  inde  ad  caeteros,  quos 
M  si  ve  jura,  si  ve  consuetudo  hacte- 
**  nus  admisissent,  nec  cuicquam 
>y  judicium  inferretur.  Nec  quidem 
»»  quis  dixerit,  plura  modo  esse 
»i  Henrico  regi  concessa,  quam  ejus 
n  patri  Henrico  imperatori  data 
M  fuerant  a  praedecessoribus  Ro- 
**  manis  Pontificibus,  nimirum  qiiod 
*»  hactenus  factum  vidimus,  ut  il- 
»  lum  eligeret  imperator,  in  quem 
*>  primo,  si  per  pacem  licuisset,  su& 
M  fragia  romanorum  concurrerent; 
*>  sicque  primum  clerus  eligeref,  et 
w  cleri  electioni  imperator  ipse  fa- 
»  veret;  si  minus  di  clero  facere 
*•  licuisset  ,  ipsemet  clerus  refun- 
»  deret  tunc  liberam  in  imperato- 
«  rem  eletionem  ut  quem  vellet, 
«  eligeret,  nomine  tamen  romani 
»»  cleri.  In  hoc  autem  concilio  de 
•>  romanorum  Pontifìcum  electìone 
*>  constitutio  edita  est  pernecessa- 
>»  ria  temporibus  islis,  quibus  vis 
•*  tyrannica  vigeret".  Non  conces- 
ìie  dunque  Nicolò  li  al    re  Enrico 


ELE 

IV  il  diritto  di  eleggere  di  propria 
autorità  il  Pontefice,  perchè,  come 
si  è  detto,  essendo  l'elezione  pon- 
tifìcia una  facoltà  spirituale,  ed  ec- 
clesiastica, di  questa  non  potrebbe 
essere  capace  un  principe  secolare  ; 
ma  bensì  gli  permise  di  conferma- 
re l'elezione  fatta  dal  clero  roma- 
no, ovvero  di  nominare  il  Ponte- 
fice, a  richiesta  però  ed  a  nome 
soltanto  dello  stesso  clero,  a  cui 
apparteneva  la  medesima  elezione. 
Nondimeno  s.  Anselmo  di  Lucca, 
scrivendo  contro  l'antipapa  Guiber- 
to,  o  Clemente  III,  Biblioth.  pp. 
tom.  XVIII,  pag.  609,  ed.  Lug- 
duni  1677,  ^'ce:  »'  che  il  mento- 
«  vato  decreto  non  era  di  momen- 
«  to  alcuno,  ne  in  verun  tempo 
*»  ebbe  origine.  Conciossiachè  uo- 
»>  mo  fu  Nicolò  li,  e  come  tale 
«  poteva  essere  sorpreso  a  deter- 
M  minare  ciò  che  non  era  lecito  ". 
Anzi  s.  Pier  Damiani,  Discep.  Synod. 
inter  regis  advoc.  et  rom.  eccl.  de- 
fens.  p.  29,  ci  assicura  che  lo  stesso 
Enrico  IV,  ed  i  giandi  del  regno, 
lo  resero  di  ni  un  valore.  Era  esso 
sì  conti-ario  alla  ragione,  che  De- 
siderio Cardinale  abbate  di  Mon- 
tecassino,  poscia  Vittore  III,  par- 
lando all' imperatore  Enrico  IV,  al 
quale  fu  inviato  per  comporre  le 
differenze  tra  lui,  e  s.  Gregorio  VII, 
gli  disse  con  apostolica  franche/za 
sul  sopraddetto  preteso  diritto  : 
fi  Ne  il  Papa,  ne  vescovo  alcuno, 
»  ne  Cardinale,  uè  uomo  veruno 
*»  poteva  dare  questo  diritto;  im- 
»»  perocché  la  Sede  apostolica  è  no- 
»j  stia  padrona,  non  già  ancella  ; 
«  non  è  soggetta  ad  alcuno,  ma 
w  SI  a  tutti  superiore.  Se  ciò  fa 
«  fatto  da  Papa  Nicolò  II,  fu  sen- 
f>  za  dubbio  fatto  ingiustamente, 
»  e  stoltamente;  né  per  la  sloltez- 
«  za  umana  può,  e  dee  la  Chiesa 


E  LE 
«  pèrdere  la  sua  dignità.  Non  mai 
>5  da  noi  si  dovrà  acconsentire,  ne 
»»  in  tenripo  veruno  per  la  Dio 
«  mercè  succederà,  che  il  re  degli 
V  alemanni  elegga  il  Papa  de'  ro- 
»  mani  ".  Quindi  argomenta  il  p. 
della  Noce,  AdnoL  iitChron.  Cassiti. 
p.  34 r,  edit.  Paris.  1608,  che  se 
gl'imperatori  hanno  avuto  qualche 
concessione,  o  privilegio  sull'elezio- 
ne de'  Papi,  ciò  fu  o  per  rintuzzare 
gli  scismi,  o  per  difendere  la  san- 
ta Chiesa.  Nascendo  dunque  nuove 
vicende,  e  cessando  le  antiche,  ben 
poteva  annullaisi  quella  concessione 
o  privilegio  ,  come  appunto  fece- 
ro s.  Gregorio  VII  nel  concilio 
di  Laterano,  e  Vittore  III  in  quel 
di  Benevento. 

Successe  a  Nicolò  II  nel  1061 
il  Pontefice  Alessandro  II,  il  qua- 
le, come  scrive  Leone  ostiense  in 
Chron.  Cass.  lib.  Ili,  presso  il 
Muratori  Script,  rer.  itali  e.  tom. 
IV,  p.  4^1,  venne  dichiarato  Papa, 
senza  che  ne  fosse  data  contez- 
za ad  Enrico  IV,  che  perciò  sde- 
gnato fece  eleggere  l' antipapa  Ca- 
daloo  vescovo  di  Parma,  col  nome 
di  Onorio  li.  Quindi,  col  consenso 
del  clero,  e  del  popolo,  a  norma 
del  decreto  di  Nicolò  II,  ed  al 
modo  che  si  disse  in  principio  di 
questo  articolo,  da' soli  Cardinali 
Tenne  surrogato  nel  107 3  ad  Ales- 
sandro li,  il  Pontefice  s.  Gregorio 
VII,  il  quale,  per  evitare  i  passati 
disordini  e  scismi,  diede  tosto  l'av- 
tìso  della  sua  elezione  ad  Enrico 
IV,  che  prontamente  l' approvò,  e 
spedì  a  Roma  Gregorio  vescovo  di 
Vercelli  per  assistere  alla  di  lui 
consagrazione.  Questi  però  fu  l'ul- 
timo, che  diede  l'avviso  all'im- 
peratore di  sua  elezione,  come  as- 
sicura il  Pagi,  Critic.  in  annal. 
all'anno    T073   num.  6. 


ELE  5IT 

Fu  dunque  dopo  s.  Gregorio 
VII,  che  ricuperarono  i  romani  la 
intera  loro  libertà  di  non  aspettare 
l'assenso  abusivo  dagli  augusti  per 
la  consagrazione  ;  indipendenza  man- 
tenuta sino  a' nostri  giorni,  quandi 
per  tanti  secoli  addietro  sotto  i  re 
d'  Italia,  e  degl'  imperatori  greci, 
franchi,  e  tedeschi  era  durato  l'a- 
buso, che  l'elezione  restasse  libera 
al  clero,  coll'assistenza  del  popolo 
romano,  non  divenendosi  alla  con- 
sagrazione, senza  la  loro  approva- 
zione. Anzi  riflette  il  Novaes,  nelle 
vite  di  Alessandro  II,  e  di  s.  Gre- 
gorio VII,  che  nell'elezione  del  pri- 
mo terminò  onninamente  l'abuso  di 
aspettar  l'imperiale  consenso,  e  che 
l'avviso  cui  diede  il  secondo  di  sua 
esaltazione  ad  Enrico  IV,  noi  fa- 
ceva per  attenderne  conferma,  ma 
piuttosto  perchè  si  adoperasse  di 
farlo  esimere  da  tanto  peso,  di  che 
Io  pregò  caldamente.  Laonde  con- 
chiude, che  s.  Gregorio  VII  fu  l'ul- 
timo Papa,  alla  cui  consagrazione 
prestarono  assistenza  ì  legati,  od 
ambasciatori  cesarei.  Resta  bensì 
oggi  la  connivenza  della  pacifica 
avvertenza  dell'  Esclusiva  (Vedi)^ 
che  godono  tre  sovrani,  e  al  mo- 
do che  dicesi  a  quell'  articolo,  ed 
originata  da  quegli  abusi  sin  qui 
descritti.  La  Chiesa  tuttavolta,  che, 
a  seconda  delle  sue  leggi,  avrebbe 
dovuto  essere  al  coperto  d'ogni  per- 
turbazione nell'eleggere  il  venerabile 
ed  augusto  suo  capo,  da  Alessan- 
dro li,  eletto  nel  1061,  sino  a 
Celestino  II  eletto  pacificamente  nel 
I  143,  non  potè  godere,  a  cagione 
principalmente  delle  fazioni,  in  quel 
corso  di  tempo  una  stabile  tran- 
quillità. Di  fatti  volendosi  il  ven. 
Pietro  di  Clugny  rallegrare  con 
Celestino  II,  per  essere  in  lui  co- 
minciata    la     calma,     nel    lib.     IV 


412  TLE 

Epist.  X,  Bìhlìoth.  pp.  tom.  XXII, 
p.  921  gli  disse:  »  Quis  hoc  non 
f»  miietur,  a  tempore  Alexandri  li 
»  Papae,  per  Gregoriura  VII,  Ur- 
M  banum  II,  Paschalem  II,  Gela- 
w  sium  li,  Callixtum  II,  Honorium 
w  II,  Innocentium  II  summos  ec- 
w  clesiae  Dei,  ac  praeclaros  Ponti- 
»  fices,  quanto  ad  eorum  promo- 
»  tionem  pertinet ,  ecclesiastica m 
«  pacem  perti'ansisse,  sed  in  nullo 
M  eorum  piaeter  vos  quievisse  "  ? 
Schiari  dunque  la  pace  tanto  bra- 
mata, e  venne  eletto  concordemen- 
te da' Cardinali,  coli' acclamazione 
del  popolo  romano,  ch'era  il  suffra- 
gio solito,  che  dava  nell'  elezione,  il 
Pontefice  Celestino  II,  come  pur 
dice  egli  stesso  YieW  epist.  ad  Clu- 
niac.y  presso  il  Labbé  Condì,  t.  X, 
col.    io3i. 

Celestino  II  fu  dunque  il  primo 
Papa  eletto  senza  l' intervento  del 
popolo,  come  osserva  anche  il  Pan- 
\inio,  Adiwt.  ad  Plalinani,  p.  i5i, 
giacche,  com'  egli  scrive,  e  lo  dice 
pure  il  Sigonio  de  regno  Ital.  lib. 
X,  an.  1143,  Innocenzo  II,  ante- 
cessore «  Populum  Pontificiorum 
*»  jure  comitiorum,  cujus  a  primis 
*»  temporibus  ad  eam  usque  diem 
M  particeps  fuerat,  spoliaverat."  Il 
Pagi,  Brtviar.  t.  I,  p.  669,  n.  43 
vuole,  che  il  medesimo  Innocenzo 
lì  fosse  già  stato  eletto  da' Cardi- 
nali soltanto,  senza  l'assistenza  del 
clero,  e  popolo  romano  ;  ma  il  p. 
della  Noce  citato,  lib.  IV,  cap.  2, 
p.  4^0,  seguendo  il  sentimento  di 
Panvinio,  crede  che  essendo  stato 
il  popolo  ribelle  ad  Innocenzo  II, 
prendessero  motivo  i  Cardinali  per 
non  ammetterlo  ad  assistere  per  te- 
stimonio all'elezione  di  Celestino 
li.  Comunque  sia,  dopo  la  morte 
d'Innocenzo  11,  dice  il  Pagi,  che 
il  popolo  riprose    le   armi,    perchè 


ELE 

gli  fos.<e  restituito  Y  antico  diritto 
di  assistere  all'  elezione  de'  Pontefi- 
ci, onde  fu  duopo  rimetterlo  per 
allora  nel  passato  possesso,  come 
ricavasi  da  Ottone  di  Frisigna,  il 
quale  attesta  nel  suo  Cronico,  che 
Eugenio  HI  nel  11 45  fu  «  com- 
»  muni  voto  cleri ,  et  populi  ele- 
«  ctus  ;  e  che  1 1 54  clerici  et  laici 
»  pariter  conclamantes  introniza- 
«  runt  Hadrianum  IV."  Non  passò 
per  altro  molto  tempo,  che  il  clero, 
e  il  popolo  romano  si  trovassero  in- 
teramente spogliati  del  diritto,  il 
che  per  forza  si  voleva  mantenere, 
come  dice  il  Mabillon,  Mus.  Ital. 
t.  II,  cap.  17,  p.  ii5;  dappoiché 
il  Cardinal  Gualtiero,  nell'  elezione 
di  Alessandro  III,  procurò  che  né 
il  clero,  né  il  popolo  v'intervenissero, 
ma  i  soli  Cardinali  vi  contribuisse- 
ro col  loro  suffragio,  onde  nacque 
che  alcuni  Cardinali  malcontenti, 
uniti  al  clero,  ed  al  popolo,  elessero 
l'antipapa  Vittore  IV,  ed  uniti 
ai  giudici,  agli  scrinarii,  ai  sena- 
tori, condussero  1'  eletto  al  palazzo, 
acclamando  secondo  il  solito:  Papa 
Vittore  s.  Pietro  V  elegge.  Questo 
scisma  venne  sostenuto  da  quattro 
antipapi  ;  ma  estinto  che  fu,  Ales- 
sandro III,  nel  1179,  celebrò  il 
concilio  generale  lateranense  111,  in 
cui  tra  le  altre  santissime  leggi, 
stabili  col  cap.  Licet.  6  de  eie  et. 
»  che  essendo  discordia  tra'  Cardi- 
M  nali  nella  elezione  pontificia,  fos- 
"  se  riconosciuto  per  legittimo  Pon* 
"  tefice  quegli,  nel  quale  concor- 
«  ressero  i  suffragi  delle  due  parli 
»  di  essi  Cardinali  elettori,  e  sot- 
»  toposto  alla  scomunica,  e  priva- 
ci zione  dell'  esercizio  degli  ordini, 
»  chiunque  si  trattasse  per  Ponte- 
»  fice  con  minor  numero  delle  due 
»  parti  de*  Cardinali".  Così  con 
legge  ferma    ed   invariabile    venne 


ELE 

«labillto  nel  concilio,  che  V  elezione 
de'  Pontefici  appartenesse  solamente 
a' Cardinali,  rimossi  affatto  dalla 
medesima  il  clero,  e  popolo  roma- 
no, per  ischivare  l'occasione  degli 
scismi,  essendo  questa  la  maniera 
fra  tutte  la  migliore,  come  dimo- 
stra il  Bellarmino,  de  clerìcis^  tom. 
II,  lib.  I,  cap.  9. 

All'articolo  Costanza  {Fedì),  nel 
cui  celebre  concilio  fu  eletto  Mar- 
tino V  nel  i4'7>  si  dice  che  per 
r  estinzione  dello  scisma,  oltre  i 
Cardinali  dei  tre  collegi  cardinalizii 
di  Gregorio  Xll,  Giovanni  XXIII, 
e  Benedetto  XIII  antipapa,  con- 
corsero neir  elezione  altri  trenta 
prelati,  cioè  sei  per  ciascuna  delle 
cinque  nazioni,  che  formavano  quel- 
r  augusta  assemblea. 

Cancellieri  dice,  nelle  Notizie  isto- 
riclie  de'  Conclavi y  p.  i4,  che  il  p. 
Daniele  Papebrochio  nel  PropylaeOj 
p.  2  58,  descrive  la  contesa  pro- 
mossa da  alcuni  baroni  romani, 
i  quali  nel  i447  pi'etendevano  di 
essere  ammessi  nel  conclave  per 
morte  di  Eugenio  IV,  per  aver 
luogo  nell'elezione  del  nuovo  Pon- 
tefice, e  la  ripulsa  avutane  dal  sa- 
gro Collegio,  che  si  oppose,  parti- 
colarmente a  Gio.  Battista  Savelli, 
benché  di  provetta  età,  il  quale 
più  di  tutti  insisteva  a  tale  ogget- 
to, per  r  antico  diritto,  che  vanta- 
va essere  slato  concesso  alla  sua 
famiglia  da  Innocenzo  VI  nell'anno 
io35,  e  da  Martino  V  a'  3  giu- 
gno del  i33o.  Ognuno  però  cono- 
sce, che  Innocenzo  VI  venne  eletto 
nel  i352,  e  Martino  V  fu  creato 
Papa  nel  i^ij.  Laonde  tali  ana- 
cronismi sono  troppo  manifesti  di 
errore.  Riscontrato  il  Papebrochio, 
in  Propylaeuni  ad  acta  sanctoriini 
Mail,  parte  secunda,  non  a  p.  2^8, 
ma  a  p.   121,  racconta  le    preten- 


ELE  ai3 

sioni  dei  baroni  romani,  e  quel- 
le dei  Savelli,  ma  non  fa  veruna 
parola  d*  Innocenzo  VI,  e  di  Mar- 
tino Y.  Il  Burcardo  racconta  al- 
trettanto a  pag.  49  de  conclavi  dei 
Pontefici,  testimonio  oculare  come 
chierico  della  cerimonie  pontificie, 
dicendo  pure  delle  pretensioni  del 
Savelli,  il  quale  con  grande  ani- 
mosità diceva,  che  pel  jus  antico 
gli  toccava  e  competeva  quell'ono- 
re, e  ch'era  obbligato  a  ponervi 
la  vita.  Inoltre  aggiunge,  che  in 
tale  occasione  i  romani  furono  li- 
berati di  molti  carichi,  che  da  tem- 
po antico  sopportavano. 

Essendo  la  dignità  pontificia  la 
suprema  tra  quante  riconosce  il 
mondo  cattolico,  giusto  dovere  era 
perciò,  che  conferita  fosse  soltanto 
da  un  ceto  di  personaggi,  che  nella 
dignità  ecclesiastica  non  riconosces- 
sero l'eguale.  Per  conferire  la  dignità 
imperiale,  fu  stabilito  il  collegio 
degli  Elettori  del  sagro  romano  im- 
pero (Fedi),  che  nell' impero  furo- 
no i  più  cospicui  principi.  Così  an- 
cora per  conferire  la  dignità  pon- 
tifìcia, conveniva  che  questa  auto- 
rità fosse  ristretta  ad  un  collegio, 
che  nella  gerarchia  ecclesiastica  go- 
desse il  primo  posto.  Questo  col- 
legio si  forma  di  elettori  eleggibili, 
come  sono  i  Cardinali,  ne'  quali  si 
sostiene,  regge  e  gira  lo  stato  uni- 
versale della  Chiesa,  e  però  dalla 
voce  cardine,  al  dire  di  molti, 
prendono  il  nome.  Chi  dunque  più 
giustamente  di  loro  doveva  elegge- 
re il  Papa,  che  appunto  è  la  porta 
della  casa  di  Dfo,  cioè  della  Chie- 
sa santa,  la  quale  si  sostiene  nei 
consigli  principalmente  de'  Cardina- 
li, che  di  cardini  fanno  l'uffizio? 
A  Mosè  assistevano  settanta  anzia- 
ni del^  popolo  israelitico,  secondo  il 
comando  divino,  riportato  nel   lib. 


1,4  KLE 

CiQ  Numeri,  cap.  II,  v.    16.  A  que- 
sto esempio  stabiri  Sisto  V    a  get- 
lanta    il     numero    de'  Cardinali,    i 
quali  dovessero    assistere    al    Papa 
nel  governo  della  Chiesa  universa- 
le. Dovendo  adunque    i    Cardinali 
assistere  co'  consigli  il  romano  Pon- 
tefice, tanto  più  conveniva  loro  il 
diritto  di  eleggerlo.  Sulla  disciplina 
osservata  su  questo  grave  argomen- 
to; sugli  ammessi  alla  elezione  e  sugli 
esclusi  dalla  medesima  ;  sugli  eletti 
Pontefici,  sebbene  assenti  dal  luogo 
ove  si  faceva  l'elezione;  su  quelli  che 
furono  creati  Papi  senza  essere  fregia- 
ti della  dignità  cardinalizia,  e  se  sia 
lecito    eleggere    chi    non    è  di    tal 
grado,  si  tratta  con  qualche  diffu- 
sione agli  articoli    Cardinali,    Cojv^ 
CLAVE,  e  Porpora  Cardinalizia.  Che 
la  patria,  1'  età,  la  bassa  origine,  e 
r  oscura  condizione  non  sieno    im- 
pedimenti   alla    elezione    pontificia, 
«ono  punti  sviluppati  agli    articoli, 
Patria,  e  Pontificato.    Oltre    poi 
quanto  dicemmo   all'articolo    Con- 
sacrazione, ED  ORDINAZIONE  DEL   SOM- 
MO Pontefice,  cioè  se  dall'  elezione, 
ovvero  dalla  consagrazione,   ed  or- 
dinazione abbia  incominciamento  la 
suprema  autorità  del  Papa,  o  dalla 
sua  intronizzazione,  che  facevasi  pri- 
ma della  consagrazione,    aggiunge- 
remo la  seguente  breve  digressione. 
-    Il  Marangoni,  Clironol  RR.  PP. 
€c.,  contro  la  regola  del   Pagi,  di- 
mostra, che    la    pontifìcia    podestà 
non   dall'  ordinazione    e    consagra- 
zione dipende,  ma  da  Dio  solo,    il 
quale,  come  egli  dice,    al    Papa  la 
comparte  immediatamente  dopo  se- 
guita la  elezione.  In  oltre    confer- 
ma   ed    illustra    1*  argomento    con 
due    sentenze    del    ven.    Cardinal 
Bellarmino,  de  Rom.  Pont,  lib.  II, 
cap.   22,  e    17,  il    quale    sostiene: 
i^t  qui  eligitur  Roinanus   Pontifea:, 


E  LE 
eo  ìpao  sit  Ponti f ex    sununus    Ec- 
desiati  todus,  etsi  forte  id  non  ex* 
priniant  dectores,  e   poi  lo  ralfernia 
ancora  con  alcuni  esempi    de'  Papi 
soltanto  eletti,  che    esercitarono    la 
loro  potestà,  come  appunto  da   al- 
tro questa  non  dipendesse,  se   non 
che    dalla    loro    elezione.    Secondo 
però  il   Zaccaria,  Storia  Letter.    di 
Italia,  t.   V,  lib.   II,  cap.  8,  n.   3, 
ed  il    JXovaes,    Dissert.    storico-crit. 
diss.  IV,  §.  XXXI,  non  sembra  do- 
versi in  simile  modo  parlare  delle 
elezioni  dei  Papi  sino  a  s.   Grego- 
rio II,  eletto  nel   71 5,  e  di  quelle 
seguite  poi,  cioè  dopo  che  ai  latini 
d'  occidente  passò  l' impero.  Le  ele- 
zioni, che  facevansi  prima  sotto  gli 
imperatori  greci,  non  erano  perfet- 
te, e  compite  senza  l'  approvazione 
imperiale,  di  cui  tanto  si  disse,  ma 
veramente  condizionate,  osia  dipen- 
denti per     essere    vere  e    compite, 
da    detta     imperiai    conferma,    che 
sebbene   abusiva    entrava    in    quei 
tempi  a  parte  delle    cose   richieste 
per  r  elezione  ;    o    questo    uso    sia 
nato  per   connivenza    del    clero,   o 
per  usurpazione,  o  per  altro  qual- 
sivoglia titolo.  Di  tal  sentenza    era 
s.   Gregorio  I,  il  quale,    già    eletto 
nel   590,    validamente   si    adoperò 
presso    la  corte    di    Costantinopoli, 
a  cui  era  stato  mandato  il  decreto 
dell'  elezione  da   Germano  prefetto 
di  Roma,  perchè  non  fosse  appro- 
vata la  sua   elezione.    In    sostanza, 
col    clero,    col    popolo,    co'  primati 
dell'  esercito,  l' imperatore  anch'egli 
sebbene  lontano,  eleggeva   allora  il 
Pontefice,  ed    il    suo    voto    era    la 
conferma    dell'elezione  fatta  a  Ro- 
ma. Quindi  avveniva,  che  non  con- 
siderandosi ancora  l'elezione  del  tutto 
compita,   ed  assicurata,  l'eletto  noa 
riguardavasi  dai  romani  come  Pa- 
pa. Che  se  alcuno  fece  in  que'tempi' 


ELE 

qualclie  alto  di  giurisdizione  asso- 
luta, come  Benedetto  II,  il  quale 
creato  Pontefice  nel  684,  alcuni 
negozi  commise  ancor  non  consa- 
grato a  Pietro  notaro  regionario, 
che  Leone  li  suo  predecessore  ave- 
va mandato  nella  Spagna  co'  decreti 
del  VI  concilio,  intitolandosi:  Bene- 
dìctus  presbyter  et  in  Dei  nomine  ele- 
ctuSj  sanctae  sedis  apostolicae,  Pelro 
notarlo  regionario,  presso  il  Labbè, 
Condì,  t.  Vljcol.  1278  ;  come  fecero 
altresì  s.  Sergio  I,  ed  altri  dal  Ma- 
rangoni citati,  e  dal  Garampi  nella 
dissert.  de  nummo  argenteo  Benedicci 
III,  p.  20,  80,  e  seg.;  è  da  dirsi 
col  Garnier  IVot.  ad  lib.  Diurn. 
RR.  PP.  cap.  XI,  tit.  I,  che  a  taU 
fatti  avesse  1'  eletto  speciale  facoltà 
dal  clero  romano,  che  talvolta  con- 
cesse eguali  autorizzazioni,  prima 
che  i  novelli  Pontefici  fossero  ordina- 
ti. Dall'operato  di  Benedetto  II  alcuni 
argomentano,  che  nella  sua  elezione, 
o  poco  prima,  abbia  cessato  1*  an- 
tico costume  della  Chiesa  Romana, 
il  quale  nella  Sede  Vacante  (Vedi), 
o  neir  assenza  del  Pontefice,  e  nella 
elezione  di  questo  prima  della  con- 
sagrazione,  risiedeva  presso  V  Ar- 
ciprete,  V  Arcidiacono,  ed  il  Pri' 
micerio  (Vedi),  capo  delle  dignità 
palatine.  Si  osserva  ancora,  che 
nel  752  venne  eletto  Stefano  li, 
e  siccome  morì  dopo  due  giorni 
senza  essere  consagrato,  da  quelli  che 
nei  primi  XI l  secoli  della  Chiesa 
facevano  derivare  dalla  consagra- 
zione  la  pienezza  dell'autorità  pon- 
tificia ,  non  fu  enumerato ,  cioc- 
ché produsse  nella  cronologia  una 
differenza  nei  Papi  di  tal  nome. 
V.  Giovatìui  Garnier  Disserlatio  de 
ordinatone  Romani  Pontificis,  ncl- 
r  Append.  ad  libr.   Diurn. 

Per  conferma  di  ciò  che  riguar- 
da all'  autorità  pontificia,    dopo    la 


ELE  ii5 

elezione  ne'  secoli  posteriori,  dac- 
ché r  impero  de'  greci  passò  nel- 
r  occidente,  è  indubitato  che  dal 
tempo  di  Adriano  V,  eletto  Pon» 
tefice  nel  1276,  già  l'elezione,  co* 
me  avverte  il  Papebrochio  in  con- 
st.  ad  Hadrian.  Vy  num.  I,  pag« 
38 1,  costituiva  pienamente  il  Pon- 
tefice nella  sua  autorità,  tostochè 
r  elezione  era  terminata,  e  dall'  e- 
letto  accettata.  Così  aftermò  Ni- 
colò IV  scrivendo  da  Rieti  ad  un 
abbate  de' cistcrciensi  in  Inghilterra 
a' 2  r  agosto  1289,  nell'anno  se- 
condo del  suo  pontificato,  presso  il 
Bull.  Magn.  tora.  IX,  const.  4* 
Anzi  Clemente  V,  nel  i3o6,  fui* 
minò  la  scomunica  contro  coloro, 
i  quali  non  avevano  stimate  di 
valore  le  lettere  eh'  egli  aveva  spe- 
dite prima  della  sua  coronazione, 
extrav.  ult.  commun.  cap.  4-  "  Quia 

»   non  nulli asserere  non  ve- 

w  rentur,  quod  Sumraus  PontifeX 
M  ante  suae  coronationis  insignia 
>y  se  non  debet  intromittere  de 
»  provisionibus,  reservationibu»,  di- 
M  spensationibus,  et  aliis  gratiis  fa- 
«  ciendis,  nec  se  in  litteris  episco- 
»  pum  simpliciter,  sed  electum  e- 
M  piscopum  scribere  ,  nec  etiam  uti 
«  bulla,  in  qua  nomen  exprima- 
«  tur  ipsius;  JVos  talium  temerita- 
»»  tes  coropescere  cupientes,  singu- 
»  los,  qui  occasione  hujusmodi  a- 
»  liquas  litteras  nostras  super  ne- 
>»  gotiis  quibuscumque  confectas, 
«  quae  a  nobis  ante  coronationi* 
«  ncjtrae  insignia  emanarunt,  ausi 
«  fuerint  impugnare,  excommunica- 
»>  tionis  sententia  inodaraus."  V» 
il  Rinaldi  Annal.  eccles.  all'  anno 
io36  num.  27^  dove  riporta  que- 
sto pontificio  diploma.  Noteremo 
ancor  qui,  che  eletto  nel  i522  A- 
driano  VI  mentre  era  in  Ispagna, 
nella  lettera  responsiva  cui   di  ressa 


2i6  ELE 

a'  Cardinali,  ti  sottoscrisse  :  reven- 
dissimorum  doni,  veslrarum  amiciis, 
et  confrater ,  et  electus  Ponlìfex 
Roniamis.  Finalmente  fra  le  leggi 
risguardanti  l'elezione  Pontificia, 
vanno  qui  rammentate  quelle  fatte 
nel  1274  da  Gregorio  X,  che  fissò 
in  modo  stabile  il  conclave,  nel 
quale  i  Cardinali  si  rinchiudono, 
per  compiere  la  grand' opera  della 
elezione  :  le  quali  leggi,  insieme  a 
quelle  emanate  da  altri  Pontefici,  ed 
a  tuttociò  che  precede,  accompagna, 
e  segue  l'elezione  del  Papa,  si  ripor- 
tano all'articolo   Conclave  [Vedi). 

Qui  però  noteremo,  che  al  termine 
delle  esequie  novendiali,  cioè  nell'ul- 
timo giorno,  viene  pronunziata  l'ora- 
zione funebre  a|  defonto  Pontefice,  e 
nel  seguente,  ch'è  il  giorno  dell'  in- 
gresso de'  Cardinali  in  conclave,  do- 
po la  messa  dello  Spirito  Santo  ce- 
lebrata dal  Cardinal  decano,  viene 
pronunziata  l' orazione  de  eligendo 
per  r  ottima,  e  pronta  elezione  del 
nuovo  Pontefice.  All'  articolo  Ora- 
zioni per  V  elezione  de*  Pontefici 
(Vedi),  si  tratta  di  tale  argomento. 
Nel  detto  tempo  delle  esequie  no- 
vendiali, come  si  avverti  altrove,  i 
maestri  delle  cerimonie  dispensano 
ad  ogni  Cardinale  il  libro  Caerenio- 
niale  coutinens  ritas electionis  Roma- 
ni Ponti ficis  Grcgorii  PapaeXVjus- 
su  editnni,  cui  praefiguntur  constitu- 
tiones  Pontificiae,  et  conciliorum  de- 
creta ad  cum  non  perii nentia,  Romae 
ec.  Si  ristampa  in  ogni  sede  vacan- 
te dalla  tipografia  camerale. 

Modo  col  quale  al  presente  dai 
Cardinali  si  elegge  il  Papa  j  ed 
esempii  di  quelli  eletti  per  ispi- 
razioue^  acclamazione,  adorazio- 
ne, e  compromesso. 

Oltre  quanto  di  sopra  si  è  detta 
sulla  pontificia  elezione,    aggiunge- 


ELE 
remo,  che  diciotto  maniere,  usate 
in  vari  tempi  per  eleggere  il  som- 
mo Pontefice,  ci  ricorda  il  Panvi- 
nio  ne'  dieci  libri,  cui  dedicò  ai 
Cardinal  Borromei,  come  si  legge 
nel  p.  Mabillon,  il  quale  tuttavia 
le  restringe  a  sei  solamente  nel 
Commentar,  in  Ordin.  Rom.  Mus. 
Ital.  tora.  II,  cap.  17,  p.  119; 
cioè  :  la  prima  maniera  praticata 
da  s.  Pietro  a  Costantino  magno, 
che  diede  pace  alla  Chiesa  nell'an- 
no 3 1 3  ;  la  seconda  da  Costantino 
a  Giustiniano  I,  che  incominciò  a 
regnare  nel  527  ;  la  terza  da  Giu- 
stiniano I  a  Carlo  Magno,  su  di 
cui  s.  Leone  111  nell'  800  rinnovò 
l'impero  di  occidente;  la  quarta 
da  Carlo  Magno  alla  creazione  di 
Formoso  assunto  al  pontificato  l'an- 
no 891  ;  la  quinta  da  Papa  For- 
moso ad  Ottone  I,  che  divenne  im- 
peratore nel  936  ;  la  sesta  da  Ot- 
tone I  a  Federico  I  Barbarossa 
imperatore  del  ii52,  ovvero  al 
Pontefice  Alessandro  III  eletto  nel 
II 59,  da  cui  vetme  devoluta  sta- 
bilmente, ed  esclusivamente  a'Car- 
dinali  r  elezione  Pontificia.  11  Ca- 
talani, nel  Commentar,  ad  can.  I 
concil.  lateran.  Ili,  dice,  che  un 
numero  maggiore  di  queste  ma- 
niere di  eleggere  i  Pontefici  si  rin- 
viene negli  scrittori  delle  loro  vite. 
Cosi  ancora  il  gesuita  Plettemberg, 
Notitia  congregalionum  et  tribuna- 
lium  Curiae  Romanae,  cap.  11,  de 
conclavi  et  electìone  summi  Ponti- 
ficiSj  pag.  60  e  seg. ,  appoggiato 
all'autorità  di  molti  autori,  scrive, 
che  fra  lo  spazio  di  ir 59  anni, 
sino  all'elezione  di  Alessandro  III, 
furono  usate  diciassette  mutazio- 
ni nella  elezione  de'  Pontefici.  In 
queste  però,  riflette  eruditamente 
il  Borgia,  poi  Cardinale,  la  polizia 
tenuta  dal  secolo  terzo  (della  quale 


ELE 

fa  menzione  il  vescovo  Cipriano) 
fino  al  principio  del  secolo  XI,  fu 
presso  a  poco  la  medesima.  Il  cle- 
ro, ed  il  popolo  romano,  come  ab- 
biamo detto  di  sopra,  vi  avevano 
parte,  e  da  questi  dovevasi  per 
segreto  scrutinio  fare  V  elezione,  co- 
me in  fatti  leggiamo  essere  quasi 
sempre  avvenuto,  se  alcun  caso 
particolare  si  eccettui,  nel  quale  a 
maggior  vantaggio  della  Chiesa,  de- 
viossi  dalla  solita  economia  nella 
elezione  medesima.  Oggi  però  è 
questa  elezione  ridotta  a  tre  ma- 
niere soltanto,  che  andiamo  a  ri- 
ferire. 

I  tre  modi  in  uso,  con  cui  i 
Cardinali  di  santa  romana  Chiesa 
eleggono  nel  conclave  il  sommo 
Pontefice,  sono  :  primo  per  ^iiasi 
ispirazione  j  o  acclamazione,  che 
pur  dicesi  adorazione;  secondo  per 
compromesso;  terzo  per  iscrutinìo 
ed  accesso j  eh'  è  il  modo  ordina- 
rio Queste  tre  maniere  furono  già 
prescritte  da  Innocenzo  IH,  eietto 
nel  I  1 98 ,  col  cap.  Quia  propler 
de  electìone,  ma  più  strettamente 
stabilite  da  Gregorio  XV  a'  19  no- 
vembre 1621,  mediante  il  conte- 
nuto della  bolla  Acterni  Patn's  Fi- 
lius  etc,  che  si  legge  nel  Bidl.  Roni. 
tom.  V,  par.  IV,  pag.  4oo  ;  e  da 
Urbano  YIII,  a'  28  gennaio  1625, 
coir  autorità  della  bolla  Ad  Roma- 
ni etc,  che  riportasi  loc.  cit.,  tom. 
V,  par.  V,  pag.  897.  La  prima 
forma  di  eleggere  il  Pontefice  è  per 
quasi  ispirazione,  o  acclamazione, 
allorché  i  Cardinali,  ispirati  dallo 
Spirito  Santo,  acclamano  concorde- 
mente ,  e  con  viva  voce  qualcuno 
per  sommo  Pontefice.  Le  storie  an- 
coja  de'  gentili  riferiscono  questa 
maniera  di  elezione,  per  istinto  dei 
loro  falsi  dei,  nella  persona  dell'im- 
peratore Probo ,  perchè    nell'  anno 


ELE  217 

276  della  nostra  era,  mentre  i  ca- 
pi dell'esercito  esortavano  i  soldati 
quod   eligercnt    viruni    prudentem  ^ 
sanctum,  justum,    prohum,    questi 
non  considerando,  che  l'esortazione 
de'  loro  capi  fosse  per  la  scella  di 
un  uomo  di  probità,  anzi    creden- 
do, che  volessero  intendere  Probo^ 
il  quale    era    uno    de'  comandanti, 
lo    acclamarono    imperatore,    e  fu 
creduto  per    ispirazione    de'  numi , 
come  osserva  d.    Andrea    Catalani, 
Ristretto  dell'origine  dell'impero  ro- 
mano, cap.   2  3,  pag.  63.  Su   que- 
sta forma  d' ispirazione,    prescrisse 
Gregorio  XV  tre  cautele  :     i .  Che 
possa  praticarsi    soltanto    nel    con- 
clave chiuso  ;  2.    Per  tutti    e    cia- 
scuno de'  Cardinali  presenti  nel  con- 
clave ;     3.    Non    esservi    preceduto 
particolar  trattato   sopra    (jualcuno 
per    la    parola    Ellgo ,  pronunciata 
con  voce  intelligibile,  o  pure  espres- 
sa in  iscritto,  quando  non    si    po- 
tesse   proferire.    Per    esempio  :     se 
qualcuno  de'  sagri  elettori,  racchiu- 
so   nel    conclave ,    senza   precedere 
trattato     veruno  speciale,     dicesse: 
Reverendissimi    Domini;    Perspecla 
singulari    i>irtute    et   probitate   Rev, 
D.  N.   judicarem    illuni  eligenduui 
esse  in  summum  Pontificem,  et  ex 
nunc  ego  ipsum  eligo  in  Papani,  e 
poi  gli  altri,  senza  eccezione  di  ve- 
runo, seguitando  il  parere  del  pri- 
mo, concordemente  cospirassero  nel 
medesimo,  e  sul    quale    non    fosse 
stato  preceduto  particolar    trattato 
colla  parola  Elìgo,  palesata  in  vo- 
ce percettibile,  o  in  iscritto,  questo 
tale    sarebbe   canonicamente    eletto 
in  vero  Pontefice,  secondo    la  ma- 
niera di    eleggere    per    ispirazione. 
Su    questo    argomento    monsignor 
Camarda,  de  elect.    Pontif.    dissert. 
XIII,  pag.    147,    spiana  varie  dilli- 
coltà  teologiche.  E  pure  a  consul- 


^i8  ELE 

tarsi  Girolamo  Ghetto,  che  sì  degli 
«Itri  modi  dell'elezione,  come  au- 
che  di  questo,  tratta  diffusamente 
ili  un  suo  manoscritto  esistente  in 
Roma  nella  biblioteca  Angelica,  sub 
formis  divers.  ellg.  Ponti/. 

Nei  tempi  antichi  più  volte  si 
faceva  l' elezione  de'  Pontefici  per 
ispirazione j  o  acclamazione.  Sì  leg- 
ge in  Leone  Ostiense,  Chron.  Cas- 
sia, lib.  li,  cap.  79,  p.  497>  che 
i  romani  uno  omnes  Consilio  ac  vo- 
luntale  concordi  Federicuni  violen- 
ter  a  Pallaria  (  cioè  dal  moni  stero 
de'  ss.  Sebastiano  ,  e  Zotico  situato 
nel  luogo  dell'antico  tempio  di  Ve- 
sta, fra  l'arco  di  Tito,  e  quello  di 
Costantino,  detto  Pallariuni,  o  Pal- 
ladiani dal  simulacro    di    Minerva 

0  Pallade,  tolto  da  Ulisse,  e  Dio- 
mede nella  guerra  di  Troja,  e  por- 
lato  in  Calabria,  poscia  in  Roma 
dove  dalle  vestali  si  custodiva,  in- 
torno a  che  è  a  leggersi  il  volume 
XIII,  pag.  37  del  Dizionario)  ex- 
trahentes  ad  electionem  faciendam^ 
ad  beati  Pelri,  quae  ad  F incula 
nuncupatur ,  basiUcam  perducunt , 
ubi  ejus  vocationem  de  consuetudi- 
ne facienteSj  Stephanuni  IX  (  anno 

1  o57  ),  quoniani  festuni  s.  Steplia- 
ni  Papae  eo  die  celebrabatur,  ap- 
pellari  decernunt.  Dove  il  Sandini, 
l^it.  Pont.  i.  II,  p.  4^93  spiegando 
le  parole  vocationem  de  consuetu- 
dine facientes ,  dice  in  prova  di 
ciò  che  si  è  detto  :  Tunc  electio 
Pontìjicis  fieri  consueverat  per  vo- 
cationem, et  acclamationem  non  per 
secretum  scrutiniuni.  Fra  i  Ponte- 
fici eletti  per  acclamazione,  ci  li- 
miteremo a  nominare  i  seguenti. 
Nell'anno  288  a  s.  Fabiano  si  fer- 
mò sul  capo  una  colomba,  la  qua- 
le, essendo  simbolo  dello  Spirilo 
Sf^nto,  il  clero  col  popolo  romano, 
in  un  a  sedici  vescovi,  come   atle^ 


ELE 

stano  Eusebio,  histor.  eccl.  lib.  VI, 
cap.  29,  e  Baroni©  a  tale  annonum. 
6 ,  immantinente  lo  acclamò  Pon- 
tefice. Ildebrando,  arcidiacono  Car- 
dinale, trovandosi  tutto  intento  a 
celebrare  nella  basilica  lateranense 
le  esequie  del  defonto  Alessandro 
II ,  col  nome  di  Gregorio  VII  ne 
venne  eletto  per  successore,  in  gra- 
zia della  generale  acclamazione,  con 
cui  il  clero  e  popolo  romano  gri- 
dava :  San  Pietro  elegge  Ildebran- 
do, onde  i  Cardinali ,  e  i  chierici 
romani  in  un  tratto  prestarono  il 
loro  consentimento ,  e  lo  afferma 
Raronio  all'anno  1073  num.  10. 
Pasquale  II,  nel  1099,  vedendo  che 
si  trattava  di  eleggerlo,  fuggi  a  na- 
scondersi, ma  ritrovatosi  per  divi- 
na disposizione,  venne  ricondotto  ai 
sagri  comizi,  dove  fu  acclamato  su- 
premo pastore,  gridando  tutti  :  San 
Pietro  lo  vuole  suo  successore. 

Colla  medesima  forma  di  accla- 
mazione furono  eletti  nel  i55o 
Giulio  III  alle  tre  ore  di  notte; 
nel  I S5S  Marcello  II  ;  e  nel  me- 
desimo anno  Paolo  IV,  al  dire  di 
Panvinio  in  Adnot.  ad  Platinani, 
nella  vita  di  Gregorio  X,  e  di  Cle- 
mente V.  Il  p.  Catalani  in  Coni- 
inent.  caereni.  S.  R.  E.  pag.  63 
num.  6,  vi  aggiunge  Clemente  VII 
nel  i523;  Paolo  III  nel  i534; 
Pio  IV  nel  1559;  e  s.  Pio  V  nel 
1 566.  Veramente  dalle  vite  de' Pon- 
tefici rilevo,  che  tali  elezioni  nou 
tutte  si  possono  dire  fatte  per  ac- 
clamazionCj  ma  piuttosto  per  ado- 
razione. Per  conto  di  quelle  di  Cle- 
mente VII,  e  Paolo  HI,  oltre  quan- 
to poi  diremo,  si  può  leggere  ciò 
che  analogamente  si  disse  al  voi. 
XV,  pag.  286  del  Dizionario.  Di 
Marcello  II  abbiamo ,  eh'  essendo 
giunto  a  notizia  del  Cardinal  Ca- 
jafa,  decano,  che  si  maneggiava  h 


E  LE  E  LE                   219 

di   lui  esaltazione,  sulle  ore  24  dei  ranense    V,    confermò  il  decretalo 
9  aprile  si  recò  dal  medesimo,    e  dal  predecessore  Giulio  II,  col  di- 
postosi in  ginocchio  Io  venerò  Pon-  chiarare  irrita,  e  nulla  la  simonia- 
tefice,  esortando    il  sagro    Collegio  ca  elezione  del  Papa.  Della  proibi- 
a  fare  lo  stesso  ;    indi    passando    i  zione  delle  scommesse  sull'elezione, 
Cardinali  alla  cappella  Paolina  del  e  di  alcune  di  esse,  può  leggersi  la 
VaticcHio,  dove  celebra  vasi    il  con-  pag.   265,    e  la  pag.    288  del  me- 
clave,    tulli    i    voti    concorsero    su  desimo  volume;   dove    a  pag.    170 
Marcello    II  ,    che  nel  dì  seguente  si  riporta  la  costituzione  di  Pio  IV, 
venne  pubblicato.   Racconta  il  La-  Prudends,  colla  quale  dichiarò,   che 
tini,  che  a'  9  aprile    dopo    le    ore  i  soli   Cardinali  dovessero    eleggere 
undici   si  era  creato  Papa    Marcel-  il  Pontefice,  escluso  ogni    altro,  co- 
lo li  con  voti  non  occulti,  ma  col-  me  rinnovò   pure  il  divieto,  che  il 
la  voce  degli  elettori  :  che  in  quel-  Papa  si  elegga  il  successore,  o  Coa- 
l'ora  non  si  soleva  fare    lo    scruti-  diiitore  [Fedi). 
nio,  ma  che  più  volte    a   benepla-  Questo  Pio    IV ,    nella    notte  di 
cito  de'  Cardinali  si  era  proceduto  Natale    iSog,  ad  ore  sette  non  per 
in   tal  forma  nelle  elezioni,  com'è-  iscrutinio,   ma  per  acclamazione  u- 
rasi   praticato  per  Paolo  III,  e  con  riversale     nella     cappella    Paolina  , 
Giulio  III.  venne  assunto  al  Pontificalo  ;  quin- 
Di  Paolo  IV  si  legge ,  che  riu-  di  nella  seguente  mattina   i  Cardi- 
niti  gli  animi  de'  Cardinali    in   suo  nali  si  recarono  al  luogo  dello  scru- 
favore,  corsero  alla  sua  Ctlla  [Fé-  tinio,  e  sebbene  dichiarassero  nulla 
di)j  e  portatolo  alla  cappella  Pao-  mancare  all'elezione  già    fatta    per 
lina,  vedine  posto  su  di  una  sedia  acclamazione,   tuttavolta    la  confbr- 
per  adorarlo;  ma  il  Papa  volendo  marono  colle    schedule   sottoscritte, 
alzarsi  perchè  anteponeva    a    se    il  Nel    i585  entrali  i  Cardinali  in 
Cardinal  Nobili ,    fu  ivi    per    forza  cappella,  andarono  ad  abbracciare, 
tenuto  fermo  dai  Cardinali,  e  restò  e  ad  adorare  il  Cardinal  Montalto, 
eletto  per  adorazione  a'  28  maggio  dicendo  :  Papa  Papa.    Ma  tornati 
i555.    Paolo    IV    emanò    la   bolla  tutti  ai  rispettivi  luoghi  per  invito 
Cum  secundanij  contro  coloro  che  del  Cardinal  Farnese    decano ,    la- 
ambiscono  il    pontificato,    la    quale  sciato  lo  scrutinio  segreto ,    con  a- 
fu  in  tanta  stima  presso  il  s.  Car-  perii  voti,  tutti  in  numero  di  qua- 
dinal  Carlo  Borromeo,  che  doven-  rantuno  lo  elessero  Papa  coucorde- 
do  per  la  malattia  dello  zio  Pio  IV  mente,  mancando  il  solo  suo  voto, 
recarsi  in  Pioma,  non  volle  parlare  che  non  potendo   dare  a  sé  stesso, 
dell'elezione   del    futuro    Pontefice,  Io  diede  al  Cardinal  decano,  e  pre- 
nè    col    duca    di    Firenze,    né  con  se  il  nome  di  Sisto  V. 
Marc' Antonio  Colonna,    che    a   ciò  Nella  succitata  storia  de'  Concia- 
lo sollecitavano,  come  narra  il  Vii-  vi  de' Pontefici  Romani,  descriveu- 
torelli,  in  Ciacconio  t.  Ili,  col.  818.  dosi    l'elezione    seguita   per  adora- 
Della  bolla  contro  la  simoniaca  e-  zione  di  Sisto  V,    a    pag.    3oo    si 
lezione,    si    parla  al  citato  volume  legge:  «   Questo  modo  di  eleggere 
p.  266.  Soltanto  qui  aggiungeremo,  ^^   il    Papa    per    via    d'  improvvisa 
che  Leone  X  nel  compire  la  cele-  »>   adorazione,  sebbene  da  molti  an- 
hi:AÙouG  del  concilio  generale  late-  «   ni  in  qua  è  chiamata  da  alcuni. 


Qfio  ELE 

»»  la  vera  via  della  ispirazione  di- 
>»  vina,  è  tenuto  nondimeno  per 
»»  violento,  e  pericoloso,  perchè  tre 
>,  o  quattro  Cardinali  soli ,  spesse 
»  volte  i  più  giovani ,  sono  quelli 
*>  che  per  potenza,  o  per  aderenza 
«  facendo  li  capi  degli  altri ,  gui- 
»  dano,  e  reggono  il  conclave  se- 
>»  condo  la  volontà,  e  l' ambizione 
»  loro.  Però  i  Papi  provvidero  già 
w  per  santissime  leggi ,  che  l' ele- 
«  zìone  del  Papa  si  facesse  per  so- 
9»  lo  scrutinio,  acciocché  ciascun 
»>  Cardinale  fosse  libero  nel  dare  il 
M  voto  secondo  la  coscienza  pro- 
M  pria,  e  non  secondo  l'altrui  pas- 
M  sione.  Fatta  dunque  la  detta  a- 
»  dorazione  si  chiuse  la  cappella, 
M  e  il  maestro  di  cerimonie,  ed  il 
M  sagrista  vestirono  il  Papa  con  le 
y»  vesti  pontificali  già  preparate,  e 
»  dopo  si  fece  lo  scrutinio  pubbli- 
«  co,  senza  pregiudizio  dell'  adora- 
^»  zione,  e  così  fu  da  ciascun  Car- 
»  dinaie  eletto  sommo  Pontefice , 
«  ed  annunziato  al  popolo  alla  so- 
p>  lita  loggia  ,  e  colle  consuete  ce- 
M  rimonie  ad  ore  quindici  dei  i4 
«   aprile  ". 

Urbano  VII,  nel  1^90  a'  i5 
settembre,  venne  eletto  a  viva  voce 
Papa,  e  poi  nello  scrutinio  circa  le 
ore  quindici.  Dopo  la  sua  morte  , 
a'  5  dicembre  dello  stesso  anno, 
tutti  i  Cardinali  cospirarono  nello 
scrutìnio  con  voti  aperti  nella  per- 
sona del  Cardinal  Sfondrati,  il  qua- 
le all'improvviso,  vedendosi  eletto 
Papa,  proruppe  in  dirotto  pianto. 
Sì  diede  poi  il  nome  di  Gregorio 
XIV.  Sul  principio  del  conclave 
del  iS^i,  poco  mancò  che  non  re- 
stasse eletto  per  adorazione  il  Car- 
dinale Sanlorio  detto  Santa  Seve- 
rina ,  se  alcuni  Cardinali  non  si 
fossero  opposti,  costringendo  i  fauto- 
ri a  fare  io  scrutinio;  laonde  il  San- 


ELE 

torio  non  ebbe  più  di  trenta  voti, 
venendo  anche  escluso  dal  pontifi- 
cato, per  interno  impulso  del  Car- 
dinal Marc'Antonio  Colonna,  che  ad 
alta  voce  disse:  Ascanio  Colonna 
(suo  fratello)  non  vuol  S.  Severi- 
na  Papa,  perchè  non  e  dato  da 
Dio,  come  pur  dicesi  al  voi.  XI, 
pag.  68  del  Dizionario^  per  cui  con 
general  consenso  venne  in  vece  crea- 
to Clemente  VIII.  Nel  1621,  e  nel 
primo  giorno  di  conclave ,  in  cui 
era  intervenuto  il  Cardinal  Ludo- 
visi,  questi  venne  creato  Pontefice 
per  adorazione,  nella  sala  regia  del 
Vaticano ,  e  poi  nella  cappella  fu 
vestito  cogli  abiti  pontificii,  e  pre- 
se il  nome  di  Gregorio  XV.  Nella 
notte  dormì  nella  bella  del  Cardi- 
nal Borghese,  e  nella  seguente  mat- 
tina ,  avendo  celebrato  prima  la 
messa ,  venne  portato  colle  solite 
cerimonie  nella  basilica  di  s.  Pie- 
tro. Durando  pertanto  sino  a  Gre- 
gorio XV  l' uso  di  creare  i  Papi 
per  acclamazione,  ispirazione,  o  a^ 
dorazione,  come  si  nota  nel  discor- 
so preliminare  A^W Histoire  des  con' 
claves,  questo  Pontefice  consideran- 
do ,  ch'esso  qualche  volta  potes- 
se diventar  tumultuario,  provvide 
agli  abusi  con  due  costituzioni;  e 
d'allora  in  poi  non  si  è  più  pra- 
ticata la  forma  di  eleggere  il  Pa- 
pa per  ispirazione.  Non  va  taciu- 
to, che,  raccontando  il  Novaes  l'e- 
lezione d' Innocenzo  XI,  dice  che 
nelle  ore  pomeridiane  del  20  set- 
tembre 1676,  i  Cardinali  si  reca- 
rono in  cappella  a  baciargli  la  ma- 
no, ciò  che  basta,  al  dire  del  No- 
vaes, per  compiere  la  legittima  ele- 
zione del  capo  della  Chiesa.  Nello 
scrutinio  del  giorno  seguente  ebbe 
diciannove  voti ,  e  nell'accesso  gli 
ebbe  tutti.  Il  bacio  della  mano,  che 
in    cappella    fanno    i    Cardinali    at 


ELE 

Papa,  vestiti  colla  cappa,  o  co'  pa- 
ramenti sagri,  chiamasi  pure  Ub- 
bidienza (Fedi). 

La  seconda  maniera  di  fare  l'e- 
lezione del  romano  Pontefice ,  la 
quale  però  di  rado  fu  posta  in  ope- 
ra ,  è  per  compromesso^  \ale  a  di- 
re, allorché  i  Cardinali  fra  loro 
discordi,  o  divergenti  nella  scelta 
de'  soggetti  per  esaltarli  ài  pontifi- 
cato ,  di  comune  accordo  si  rimet- 
tono ad  uno  o  più  soggetti  di  gra- 
ve senno  e  di  piena  loro  fiducia, 
ad  arbitrio  de'  quali  sia  devoluta 
l'elezione  canonica,  obbligandosi  tut- 
ti, per  la  costituzione  ^eterni  Pa- 
tris  di  Gregorio  XV,  a  riconoscere 
per  legittimo ,  e  vero  Pontefice , 
chiunque  venisse  nominato  da  essi 
deputati  ed  autorizzali.  Per  que- 
sta foima  di  compromesso,  prescris- 
se Gregorio  XV,  che  tutti  i  Car- 
dinali racchiusi  nel  conclave,  senza 
discordanza  di  veruno,  e  di  pieno 
consenso,  debbansi  compromettere 
in  alcuno  degli  elettori,  con  questo 
metodo,  e  formola:  >3  In  nomine 
9y  Domini  amen.  Anno  ab  ejusdem 

M   mense die Nos 

«  episcopi  ,  presbyteri ,  et  diaconi 
«  S.  R.  E.  Cardinales ,  omnes  et 
*♦  singuli  in  conclave  existentes,  vi- 
>>  delicet  N.  W.  (e  qui  si  nomina- 
w  no  tutti),  eligimus  per  viam  pro- 
«  cedere  compromissi,  et  unanimi- 
«  ter  et  concordi  ter  nemine  discre- 
«  pante,  eligimus  compromissarios 
«  N.  N.,  et  N.  (  qui  si  nominano  i 
»  Cardinali,  ne'  quali  si  sono  com- 
«  promessi  )  Cardinales  etc.  quibus 
w  damus  plenariam  facultatem  pro- 
«  videndi  S.  R.  E.  de  Pastore,  sub 
»  hac  forma  etc.  ".  Qui  debbono 
i  Cardinali  compromittenti  esprime- 
re la  maniera,  e  forma  onde  i  com- 
promissari debbono  eleggere,  e  l'e- 
letto dee  essere    riconosciuto    legit- 


ELE  221 

timo  Pontefice.  Per  esempio  :  se  gli 
eletti  compromissari  sono  tre,  si  de- 
ve dichiarare,  se  per  essere  valida 
r  elezione,  debbano  prima  propor- 
re al  sagro  Collegio  il  soggetto  od 
i  soggetti,  che  da  essi  verranno  no- 
minati al  pontificato  ;  oppure  se  ba- 
sterà, che  due  dei  tre  compromis- 
sari concordino  in  un  soggetto,  per 
essere  con  due  soli  voti  legittima- 
mente eletto  ;  come  ancora  se  deb- 
bano eleggere  uno  del  sagro  Col- 
legio, o  fuori  di  esso ,  ed  altre  si- 
mili cose,  le  quali  espresse  e  pale- 
sate, sogliono  i  compromittenti  pre- 
scrivere il  tempo  che  concedono 
di  facoltà  ai  compromissari  per  con- 
chiudere dentro  di  esso  1'  addossa- 
ta, e  commessa  elezione,  e  poi  sog- 
giungono :  >y  et  promittimus  nos 
>»  illum  prò  Romano  Pontifice  ha- 
s#  bituros,  quem  Domini  compro- 
M  missarii  secundum  form-om  prae- 
«   diclam   duxerint  eligendum  ". 

Tale  appunto  è  la  formola  di 
compromesso  stabilita  da  Gregorio 
XV,  e  tale  ancora  ritrovasi  già  da 
lungo  tempo  innanzi  prescritta  nel- 
l'Ordine Romano  del  Cardinal  Gia- 
como Gaetani  Stefaneschi ,  die  dal 
Mnbillon  fu  pubblicato  nel  Miiss. 
lìalìc.  tom.  II,  pag.  i^^.  Termi- 
nato questo  compromesso ,  i  com- 
promissari si  ritirano  in  disparte 
per  trattare  della  pontificia  elezio- 
ne ad  essi  soli  affidata,  e  fra  di 
loro  sogliono  protestare  ,  che  non 
intendono  punto  di  dare  il  loro  con- 
senso per  veruna  pronunziazione  di 
parole,  se  queste  non  sieno  espres- 
se in  iscritto;  essendo  necessaria 
una  sì  fatta  protesta  fra  essi ,  per 
meglio  potere  usare  fra  loro  stessi 
di  parole  riverenziali ,  ed  urbane , 
senza  verun  discapito,  o  nocumen- 
to. Stabilita  finalmente  l'elezione 
de'  compromissari,  sulla  forma  pre- 


scritta  da  Gregorio  XV,  reietto  per 
tal  compromesso  è  vero  e  legitti- 
mo Pontefice.  Su  questa  forma  di 
elezione  molte  cose  esamina  mon- 
signor Camarda,  per  ciò  che  spelta 
alla  materia  teologica,  de  elect.  Rorn. 
Pont,  dissert  t.  XIV,  p.  1 34-  Ri- 
porteremo qui  appresso  i  Pontefici 
eletti  per  compromesso. 

Per  \ia  di  compromesso  fu  elet- 
to Pontefice  Clemente  IV  in  Peru- 
gia, a*  5  febbraio  1265,  dopo  cin- 
que mesi  e  sei  giorni  di  sede  va- 
ca n  fé,  sebbene  assente  dal  luogo 
dell'elezione.  Tanto  asseriscono  il 
Barbosa,  jur.  eccl.  iinìv.  lib.  i,  cap. 
I,  num.  96;  il  Lavorio,  Variar, 
liicubrat.  tract.  IV,  cap.  i,  num. 
96,  ed  altri.  Ma  scrivendo  di  lui 
il  Sandini,  Fit.  Pont.  tom.  II,  in 
vit.  Clem.  IF,  pag.  5 17,  concordi 
suffragatìone  ahsens  subrogatur,  se 
ciò  è  vero,  sembrerebbe  eh'  egli, 
non  per  compromesso,  ma  per 
iscrutinio,  con  unanime  consenso 
del  sagro  Collegio  fosse  asceso  al 
pontificato,  di  cui  era  ben  degno. 
In  sua  morte  la  sede  vacò  due  an- 
ni, nove  mesi,  e  due  giorni,  a  ca- 
gione della  discordia  de'  Cardinali, 
i  quali  rinchiusi  in  Viterbo  ebbero 
discoperto  il  tetto  da  Raniero  Gat- 
ti, perchè  si  determinassero  su  di 
ìin  soggetto.  Laonde  costretti  dal- 
l' inclemenza  dell'aria,  a  persuasio- 
ne principalmente  di  s.  Bonaventu- 
ra non  ancora  Cardinale,  si  com- 
promisero i  quindici  Cardinali  da 
cui  formavasi  il  sagro  Collegio,  in 
sei  di  loro,  e  questi  prontamente 
il  primo  settembre  i-xy!  elessero 
Teobaldo  Visconti  di  Piacenza  non 
Cardinale,  ma  solo  arcidiacono  di 
Liegi,  e  legato  della  Sede  aposto- 
lica in  Soria,  terminando  così  la 
più  lunga  delle  sedi  vacanti.  In  So- 
ria gH  fu    mandato    il    decreto    di 


ELE 
elezione,  prese  il  nome  di  Ciego- 
rio  X,  e  ai  a  febbraio  si  recò  in 
Viterbo,  facendosi  in  Roma  ordi- 
nare prete,  consagrare,  e  coronare. 
Ad  evitare  la  lunghezza  delle  sedi 
vacanti,  ed  a  regolare  la  sollecita 
e  canonica  elezione  pontificia,  Gre- 
gorio X  diede  forma  stabile  al  con- 
clave, ed  emanò  quelle  leggi,  che 
portiamo  al  volume  XV,  p.  259, 
e  seg.  del  Dizionario,  ed  ivi  pur 
dicesi  ove  precedentemente,  e  co- 
me eransi  per  l'elezione  rinchiusi  i 
Cardinali.  Delle  preghiere,  che  si 
fanno  a  Dio  in  sede  vacante  per 
r  ottima  e  pronta  elezione  del  Pa- 
pa, si  tratta  a  p.  266;  delle  leggi 
riguardanti  la  medesima  di  Pio  IV, 
di  Gregorio  XV  col  cerimoniale, 
di  Urbano  Vili,  e  di  Clemente  XII, 
si  fa  parola  a  pag.  267,  e  seg., 
mentre  a  p.  278  sono  narrate  le 
disposizioni  di  Benedetto  XIII,  e 
di  Pio  VI  sul  luogo  di  far  l'ele- 
zione, nel  caso  ch'essi  fossero  mor- 
ti fuori  di  Roma. 

Altri  due  esempi  di  elezioni  fat- 
te per  compromesso,  sono  quelle 
di  Clemente  V,  e  del  successore 
Giovanni  XXII.  Ecco  il  modo  co- 
me seguì  l'elezione  del  primo,  del- 
la quale  pure  discorre  il  Pagi, 
Breviar.  gcst.  PP.  RR.  in  vota 
Clem.  F,  num.  i.  Dopo  la  morte 
di  Benedetto  XI  vacò  la  sede  ro- 
mana dieci  mesi  e  ventotto  giorni, 
perchè  i  Cardinali  rinchiusi  nel 
conclave  di  Perugia  erano  divisi 
in  due  parti;  di  una  erano  capi 
i  Cardinali  Napoleone  Orsini,  e 
Nicolò  Albertini  o  Martini  di  Pra- 
to, dell'altra  i  Cardinali  Matteo 
Orsini,  e  Francesco  Gaetani  nipo- 
ti di  Bonifacio  Vili,  la  cui  memo- 
ria volevano  onorare  con  un  Papa, 
che  fosse  loro  favorevole,  come  rac- 
conta il  Villani,  lib.  Vili,  cap.  80, 


ELE 

mentre  gli  altri  bramavano  un 
Pontefice  contrario,  il  quale  stabi- 
lisse i  Colonnesi  umiliati  da  Bo- 
nifacio Vili,  e  si  mostrasse  favo- 
revole al  re  di  Francia  Filippo  IV. 
Quindi  seguì  un  congresso  tra  il 
Cardinal  Gaetani,  ed  il  Cardinal 
di  Prato,  sui  quali  il  sagro  Colle- 
gio erasi  compromesso.  Il  primo 
propose  di  creare  Papa  uno  dei 
Ire  arcivescovi  creati  da  Bonifacio 
Vili,  tra'quali  quello  di  Bordeaux 
de  Got,  ed  il  secondo,  come  saga- 
cissimo, accettò,  domandando  una 
proroga  di  tempo  per  pubblicar 
l'elezione;  ed  intanto  assicurandosi 
del  favore  del  de  Got,  conchiuse 
in  lui  l'elezione  a' 5  giugno  i3o5. 
11  nuovo  Papa  prese  il  nome  di 
Clemente  V,  e  chiamando  i  Car- 
dinali in  Francia,  stabilì  la  sua  re- 
sidenza in  Avignone  per  compiace- 
re Filippo  IV.  Dal  suddetto  Car- 
dinal Albertini  di  Prato  abbiamo 
De  ratìone  Ponliftcalìiim  comitio- 
riim  hahendoriim.  Dopo  la  morte 
di  Clemente  V,  la  santa  Chiesa 
vacò  due  anni,  cinque  mesi,  e  di- 
ciassette giorni,  interregno  che  ven- 
ne prodotto  dalle  discordie  de' Car- 
dinali,  massime  dei  guascogni,  e 
dei  parenti  del  Papa  defonto,  per 
cui  si  adunarono  in  due  conclavi, 
cioè  in  Carpentrasso,  ed  in  Lione; 
ove,  a'  7  agosto  1 3  1 6,  concorde- 
mente venne  eletto,  col  nome  di 
Giovanni  XXII,  il  Cardinal  Jaco- 
po d' Euse.  Siccome  alcuni  credo- 
no, ch'essendo  i  Cardinali  conve- 
nuti in  compromettersi  nel  Cardi- 
nal d'Euse,  di  riconoscere  per  le- 
gittimo Papa  quello,  il  quale  da 
lui  venisse  nominato,  e  eh'  egli  dices- 
se: Ego  siim  Papa^  così  raccontere- 
mo quanto  narrano  gli  storici.  Par- 
lando di  Giovanni  XXII  Enrico  Reb- 
dorf,  e  Giovanni  Villani,  presso  il 


ELE  5^5 

Pagi,  loc.  cit.  tom.  II,  p.  44»  <^''" 
cono  ch'essendo  convenuti  i  Car- 
dinali, dopo  tanto  indugio,  nel  com- 
promettersi di  riconoscere  per  veio 
e  legittimo  Pontefice  quello,  cui  il 
Cardinale  d'Euse  vescovo  di  Porlo 
dotato  di  vasta  scienza,  e  di  acuto 
e  profondo  ingegno,  avesse  nomi- 
nato per  Papa,  aggiungono  ch'egli 
nominò  se  stesso,  per  compiacere 
il  Cardinal  Napoleone  Orsini,  pri- 
mo dell'ordine  de'diaconi,  che  glie- 
lo aveva  suggerito.  Il  Novaes  nelle 
sue  dissertazioni  storico-critiche  , 
dissert.  Ili,  §  XLVII  non  ci  con- 
viene per  tre  ragioni  :  i.**  Perchè 
ne  Lodovico  di  Baviera^  acerrimo 
nemico  di  Giovanni  XXII  (  pei 
motivi  che  dicemmo  agli  articoli 
Bavieraj  Elettori  del  sagro  romano 
imperOj  ed  altrove),  né  gli  aderen- 
ti di  quel  principe,  niente  meno 
nemici  dello  stesso  Pontefice,  non 
mai  gli  rinfacciarono  un'  ambizione 
sì  straordinaria  di  essersi  eletto 
Papa  da  per  sé  m edesi moj^^jò  che 
sarebbe  stato  per  loro  un  trionfo; 
2.°  Perchè  lo  stesso  Giovanni  XXII 
non  avrebbe  avuto  coraggio  di  scri- 
vere al  re  Roberto  di  Sicilia,  chia- 
mato il  Saggio^  con  lettera  presso 
il  Rinaldi  all'anno  i3i6,  nnm.  8, 
Se  concorditer  nemine  discrepante 
in  summuni  Pontificein  electum^  su 
di  che  avrebbero  potuto  smentirlo 
i  Cardinali  stessi  ;  e  di  soggiugnere: 
che  bilanciando  le  sue  forze  col 
peso  del  pontificato,  timore ,  ac  tre- 
more concussuni  vehementer  haesi- 
tasse,  se  per  avventura  dovesse,  o 
no  sottomettere  le  sue  spalle  a  sì 
pesante  carico;  3.°  Perchè  monsi- 
gnor Alvaro  Pelagio,  vescovo  di 
Silves  in  Portogallo,  scrivendo  di 
questo  Pontefice  suo  coetaneo,  de 
planctu  ecclesiae,  lib.  i,  cap.  i,  di- 
ce:   Certum  et  notorìum  tali  mundo 


11^  ELE 

est,  quod  dictus  Joannes  Dominus 
Papa  electus  fuil  concordiler  a 
Cardlnalibus  Oìimibus. 

Qui  però  noteremo,  che  il  Ber- 
goinense  lib.  i4,  ed  il  Lenglet, 
loco.  VII,  par.  i,  dei  principii  del- 
la Storia,  narrando  l'elezione  di 
Giovanni  XXIII  fatta  in  Bologna 
a*  17  maggio  i4io>  dicono  essersi 
egli  stesso  dichiarato  Pontefice ,  e 
che  i  quindici  Cardinali  elettori, 
essendo  gli  altri  sette  assenti  dal 
conclave,  per  paura  non  osarono  di 
opporvisi.  Ma  non  avendolo  di  ciò 
accusato  Teodorico  Niemo  suo  ne- 
mico nella  sua  Storia,  nella  quale 
solo  disse,  ch'egli  venne  eletto  ad 
istanza  di  Lodovico  d'  Angiò  pre- 
tendente al  regno  di  Napoli,  e  non 
essendo  questa  fra  le  gravissime 
accuse,  che  di  lui  si  fecero  nel  con- 
cilio di  Costanza  ove  fu  deposto, 
viene  stimata  favola  la  opinione, 
ch'egli  da  se  medesimo  siasi  elet- 
to. Suir  elezione  però  nel  concilio 
gli  fu  rimproverato  di  avere  gene- 
ricamente brogliato  in  maniera,  che 
venisse  eletto  Pontefice,  come  pure 
si  legge  nello  Spondano  a  detto 
anno  num.  2,  procacciandosi  il  tri- 
regno a  forza  di  preghiere,  sebbe- 
ne fosse  disposto  con  gente  armata 
a  farsi  eleggere,  se  a  tanto  non 
valessero  le  sue  istanze.  /^.  Gio- 
vanni XXllI. 

Si  legge  poi  nelle  Notizie  bio- 
grajìclie  del  Cardinale  Stefano  Bor- 
già,  del  eh.  Costantino  Borgia,  e 
stampate  nel  i843,  a  pag.  i5,  che 
nel  conclave  di  Venezia,  in  cui 
venne  eletto  Pio  VII,  già  volgeva 
il  lei'zo  mese  di  conclave,  e  pone- 
vasi  ancora  indugio  alla  elezione 
del  Papa.  Cadde  quindi  in  pensie- 
ro a'  Cardinali  di  scegliere  dieci 
tra  loro,  dal  cui  numero  trar  si 
dovesse  il  nuovo  successore  di   san 


ELE 

Pietro,  e  di  questi  dieci  uno  fu  il 
Cardinal  Borgia;  ma  per  un  mi- 
rabile ed  improvviso  consentimento 
d'animi  e  di  sufrragi_,  fu  innalzato 
al  pontificato  il  detto  Pio  VII.  Da 
tal  racconto  sembra,  che  il  sacro 
Collegio  volesse  in  questa  elezione 
servirsi  del  compromesso.  Il  lodato 
biografo  nota  inoltre,  che  tra  le 
opere  dell'  eruditissimo  Cardinal 
Borgia,  va  ricordata  quella  mss. 
intitolata  :  Monita  eligendo  suninio 
Pontifici  exhihenda  ad  spiritualem 
totias  Ecclesiae  adniinistrationeni  re- 
cte  etfeliciter  obeitndani.  Con  que- 
sta operetta,  scritta  nel  1799,  il 
detto  Cardinale  per  lo  zelo  arden- 
te da  cui  era  animato  per  la  glo- 
ria della  santa  Sede,  volle  dettare 
alcuni  rispettosi  avvertimenti  ,  con 
cui  indicava  al  Pontefice,  che  do- 
vevasi eleggere,  la  maniera  onde 
governar  dovesse  la  navicella  di 
Pietro  allora  sbattuta  da  fiera  tem- 
pesta. Le  notizie  sui  piìi  celebri 
conclavi,'  ed  altre  leggi  sul  medesi- 
mo, si  possono  leggere  a  pag.  278 
e  seg.  del  citato  voi.  XV. 

La  terza  ed  ordinaria  maniera 
finalmente  di  eleggere  il  sommo 
Pontefice,  anzi  la  sola,  che  a'  tem- 
pi nostri  sia  in  uso,  è  per  iscru- 
linio,  ed  accesso,  cioè  per  mezzo 
di  una  raccolta  di  voti,  o  voci,  e 
d' un  esame  di  suffragi  che  si  dan- 
no nei  viglielti  chiamati  cedole,  e 
più  comunemente  schedole,  o  sche- 
dule. Questa  si  pratica  in  conclave 
due  volte  al  giorno,  cioè  la  mat- 
tina dopo  la  messa,  e  nelle  ore 
pomeridiane,  dopo  la  recita  del- 
l'inno F^eni  creator  Spirìtus,  non 
eccettuato  qualunque  giorno,  ne  le 
feste  di  Natale,  e  Pasqua  ;  essendo 
obbligati  tutti  i  Cardinali,  per  bol- 
la di  Gregorio  XV,  e  sotto  pena 
di  scomunica,  a  concorrervi,  se  non 


ELE 

sono  leglltimamenle    impediti.    In- 
nanzi allo  scrutinio  della    mattina, 
monsignor    sagrista    alla    presenza 
de' Cardinali  celebra  la  messa    vo- 
tiva dello  Spirito  Santo  nella  cap- 
pella ove  si  fa  lo  scrutinio,  assistito 
dai    maestri     delle   cerimonie,    che 
portano  a    baciar    la    pace   ai    tre 
Cardinali   capi  degli  ordini    de'  ve- 
scovi, de'preti  e  de' diaconi,  cbe  la 
passano  a  quelli  del  proprio    ordi- 
ne. Finita  la  messa,  e  recitalo  dal- 
lo stesso  celebrante  l'inno  suddetto, 
cominciano  i  sagri  elettori    a    por- 
te cbiuse  lo   scrutinio.    A    comodo 
de'  lettori  qui  aggiungeremo,  che  al 
sopraddetto  voi.  XV,   ossia    all'ar- 
ticolo   Conclave,    alle    pagine    che 
diremo,  si  trattano  i  punti  risguar- 
danti  l'elezione.  A  pag.   agS,  si  fa 
la  descrizione  del  conclave  ;  a  pag. 
298,  si  parla  del  modo  col  quale  si 
celebra    l' ingresso     nel    medesimo, 
e  del   discorso,  che  pronunzia  a'suoi 
colleghi    il    Cardinal    decano    sulla 
ottima  e  sollecita   elezione  del  nuo- 
vo Pontefice;  a  pag.   3o2,    si    de- 
scrive la  cappella  degli  scrutinii  con 
tutlociò  che  vi  liguarda,  come  an- 
che la  sfumata^  prodotta  dal  brucia- 
mento delle  schedole,    dalla    quale 
il  popolo  rileva  non  essere  compita 
la  bramata  elezione  ;  a    pag.    3o3, 
si  riportano  le  notizie  risguardanli 
la  durata  del  conclave;  a  p.   Bog, 
si  descrive  r  ingresso    de' Cardinali 
forestieri  in  conclave  ;   a    p.    3 1  o  , 
si  racconta  il  modo  onde  i  Cardi- 
nali infermieri  si  recano    a    pren- 
dere i  voti  nelle  celle  de'Cardinali 
infermi;    ed  a    pag.    3  io,    si    dice 
degli  ambasciatori,  che  si  recano  al 
conclave. 

Descrizione  di  ciò  che  riguarda  gli 
scrutinii,  ed  accessi,  non  che  le 
schedole,  con  altre  erudizioni  re- 

voi-.     XXI. 


ELE  a5k5 

lative  alla  definitiva  elezione  del 
Papa. 

Lo  scrutinio,  a  tenore  della  bol- 
la di  Gregorio  XV,  dev'essere  se- 
greto, e  contiene  tre  atti,  od  azioni, 
cioè  a  mise  ri  Iti  ni  Oj  scrutinio,  e  post' 
scrutinio.   Gli  alti  dciranliscrulinio, 
sono:    i.°   preparazione  delle    sche- 
dole   dello  scrutinio,  e    dell'  acces- 
so ;  2."  estrazione  a  sorte    dei    tre 
Cardinali  scrutatori   (dei  tre  Cardi- 
nali ricognitori    poi   T  estrazione    si 
fa  dopo   lo  scrutinio,  se  in    esso    è 
conchiusa  l'  elezione,    e  dopo    1'  ac- 
cesso, come  meglio    si    dichiarerà), 
e  dei  tre  Cardinali  detti  infermieri 
deputati  a  ricevere  nelle  rispettive 
celle    i    voti    de'  Cardinali    malati, 
quando  ve  ne  sono,  altrimenti    gli 
infermieri     non     si     deputano;    3.* 
scrittura  delle  schedole  dello    scru- 
tinio; 4-*'    piegatura,    e    sigillatura 
delle  medesime.   Le  schedole,  i   fo- 
gli per  segnare  i  voti,  quelli   per  i 
ricognitori  afiìne  di  notare  i  sigilli, 
e  i  segni    delle    schedole,    sì    delio 
scrutinio  che  dell'  accesso,    e    tutto 
l'occorrente  per  siniili  alti,  trovansi 
nel  tavolino  grande,   che  sta    nella 
cappella    dello    scrutinio,    come    si 
descrisse  alla    pag.     3o2    citata.    A 
pag.    II     del  voi.  XVI  si  dice    del 
voto,  che    scrivono  gli    ecclesiastici 
conclavisti    ai  Cardinali    impolenti. 
A  cagione    degli    sbagli    di    alcune 
schedole  nell'elezione  di  Pio  Vili, 
^  venne  rinnovato,  come  diremo,    lo 
scrutinio,    e    siccome     il     Cardinal 
Naro  facevasi  segnare   il    voto    dal 
proprio  conclavista,  questi  perciò  fu 
latto    entrare    dai    Cardinali    ne!|a 
cappella  degli  scrutinii,  per    rinno- 
var la  schedola  pel    secondo    scru- 
tinio. I  sigilli,  che  adoperano  i  Car- 
dinali per    porre    i    quattro    sigilli 
con  cera  lacca  alla   schedola,   sono 
i5 


^^6  TILE 

del  diametro  d' uu  mezzo  grosso 
d'argento,  con  piccolo  manico.  Essi 
esprimono  un  animale,  un  frutto, 
un  fregio,  od  altro,  e  si  debbono 
custodire  con  gelosia,  acciò  non 
.vengano  riconosciuti  dagli  scruta- 
tori, e  ricognitori  delle  schedole,  è 
così  rimanga  incognito  il  nome 
-dell'elettore.  La  forma  della  sche- 
dola  dello  scrutinio  è  come  quella 
dell'accesso,  meno  quelle  diversità 
di  cose,  che  noteremo. 

La  schedola  è  lunga  circa  otto 
pollici,  e  larga  sei.  Nella  faccia  an- 
teriore da  capo  alla  lunghezza   ha 

queste  parole  stampate:  Ego  

Card con  tanta  distanza  fra 

loro,  che  in  mezzo,  e  dopo  1'  Ego 
si  possa  scrivere  dall'elettore  il  no- 
me proprio,  e  dopo  Card,  scriver- 
vi il  cognome.  Poco  sotto  ai  due 
Iati  della  schedola  sono    due   fre»i 

o 

o  piccoli  cerchi  per  indicare  il  luo- 
go, ove  si  debbono  apporre  i  due 
sigilli,  allorché  sono  ripiegate  le 
due  estremità  della  schedola.  In 
mezzo  alla  schedola  sono  stampate 
queste  parole  :  Eligo  in  Summuni 
Poiitificeiii  R.  D.  meiim  D.  Card... 
restando  luogo  all'  elettore  per  i- 
scri vervi  il  cognome  del  Cardinale, 
a  cui  dà  il  voto.  Tal  cognome 
dev'  essere  scritto  con  carattere  al- 
terato, e  per  quanto  è  possibile  in 
modo,  che  non  si  conosca  la  mano 
che  lo  scrisse,  perchè  dicono  i  teo- 
logi, che  il  voto  non  deve  manife- 
starsi, e  mostrarsi  agli  altri  Car- 
dinali, secondo  la  costituzione  di 
Urbano  VIIL  Al  di  sotto  sono  due 
altri  piccoli  fregi  o  cerchi,  i  quali 
parimenti  indicano  il  luogo  degli 
altri  due  sigilli  da  apporsi  come  i 
precedenti  (juando  si  chiude  la  sche- 
dola. In  fine  poi  della  schedola 
r  elettore  deve  scrivere  un  numero 
dn^bo,  ed  un  motto  sagro,   come: 


ELE 
20:  Salvum  me  Jac,Deiis.  In  tut- 
to è  eguale  la  schedola  per  T  ac- 
cesso, fuorché  ove  è  stampato  nel- 
l'altra Eligo  in  Summwn  ec,  in 
questa  è  stampato  Accedo  Reveren* 

diss.  D.  meo    D.   Card e 

qui  l'elettore  scrive  il  cognome  di 
quello  a  cui  vuole  accedere.  Se  poi 
non  vuole  accedere  a  niuno  d^ 
nominati,  allora  nel  sito  ove  dove- 
va scrivere  il  cognome,  scrive  Ne- 
mini.  Così  ancora  il  numero  ed  il 
motto  scritturale,  che  si  pongono 
nella  schedola  dello  scrutinio,  de- 
vono essere  scritti  in  quella  dell'ac- 
cesso. Nella  parte  opposta,  o  sia  a 
tergo  delle  schedole  sì  dello  scru- 
tinio, che  dell*  accesso,  dal  lato  cor- 
rispondente al  nome  dell'  elettore, 
tra  alcuni  fregi  è  stampalo  Nomen, 
che  appunto  accenna  a  quello  che 
vi  è  di  dietro,  ossia  di  dentro,  ri- 
piegandosi la  carta  nel  suggellarla. 
Dal  lato  poi  corrispondente  al  se- 
gno, ossia  numero  e  motto  scrit- 
turale, tra  alcuni  fregi  è  stampato 
Signa,  che  appunto  denota  ciò,  che 
vi  è  scritto  di  dietro,  ovvero  al  di 
dentro,  piegandosi  l'estremità  della 
carta  nell'apporvi  i  sigilli.  I  fregi,  che 
sono  ai  lati  delle  parole  Nomen, 
e  Signa  furono  stabiliti  per  impe- 
dire che,  trasparendosi  al  lume  la 
schedola  sigillata,  non  si  possano 
riconoscere,  e  leggere  i  nomi,  i  nu- 
meri, e  i  motti  degli  elettori,  tan- 
to nello  scrutinio,  che  nell'accesso, 
perchè  non  debbono  affatto  cono- 
scersi da  veruno,  secondo  il  saggio 
rigore  delle  leggi  pontificie. 

A  maggiore  intelligenza  qui  ri- 
porteremo due  fac-simili  delle  sche- 
dole, tanto  per  lo  scrutinio,  eh© 
per  l'accesso  al  modo  come  si  di- 
spensano dai  maestri  di  cerimonie 
ai  sagri  elettori,  ovvero  si  prepa- 
rano nel  luogo  dello  scrutinio,  la- 


ELE 
di,  perchè  si  conosca  meglio  il 
modo  di  piegare  le  schedole  per 
ambedue  gli  atti,  ed  il  modo  come 
debbono  rimanere  dopo  che  sono 
sigillate,  acciò  si  veda  soltanto  il 
cognome  di  chi  si  elegge  nelle 
schedole  dello  scrutinio,  ed  il  solo 
cognome  di  quello,  che  tuoI  no- 
minarsi neir  accesso,  ovvero  il  Ne- 
mini,  riporteremo  anche  altro  fac- 
simile d'  una  schedola  cioè  piegata, 
ma  della  sola  schedola  dello  scru- 


ELE  227 

tinio,  essendo  V  altra  ad  essa  egua- 
le. Questi  tre  facsimili  sono  eguali 
alle  schedole,  le  quali  si  usano  og- 
gidì, e  tali  e  quali  in  tutto  sono 
riportate  nella  bolla  di  Urbano 
Vili,  Ad  Romani  Vonlificis  prò- 
i'identianij  data  quinto  kal.  februa- 
rii  1625.  In  forma  più  piccola  del- 
le vere,  riporta  tali  schede  anche 
il  citalo  p.  Plettemberg  nella  sua 
Notiliay  a  pag.   io5,  e  seguenti. 


!2a8 


Ego                                Card. 

o 

0 

Eligo    in    Summum    Pontificem    R."     D. 
meum    D.    Card. 

o 

0 

^^9 


Ego                               Card. 

o 

0 

Accedo    Reverendiss.    D.    meo 
D.  Card. 


o 


o 


^3è 


vffi-    4   «jS*   v^ 


^s^^ 


♦cr    '®'   liT   '0» 


•••••••••• 

Nomen. 


'tir   '^  '^ 


Eligo    in    Summum    Pontificem    R.™     D. 
meum    D.    Card. 


i(SA 


^^^^^>i«^^ 


Signa, 


^#^^#S--J#^<l#f- 


ELI-: 

Quest'ultima  è  la  forma  delia 
scbedola  già  sigillata,  avanti  di 
mettersi  nel  calice,  e  deve  ripiegar- 
si in  due  punti,  cioè  nei  due  spazi 
ove  sono  i  fregi,  ed  ove  è  scritto 
Nomen^  e  Signay  i  quali  vanno  ri- 
piegati in  modo,  che  ambedue  in 
doppia  maniera  cuopiano  lo  spazio 
ov'è  V  Eligo  ec,  e  resti  la  sche- 
dola  alta  circa  un  pollice  e  mezzo. 
Il  primo  atto  dell' anti-scrutinio,  è 
la  preparazione  delle  schedole,  al 
modo  detto,  sebbene  molti  Cardi- 
nali facciano  questa  preparazione 
nelle  proprie  celle  avanti  di  recar- 
si al  luogo  dello  scrutinio,  massime 
quei  Cardinali  impotenti,  che  deb- 
bono ciò  fare  a  mezzo  del  con- 
clavista. Solo  il  cognome  per  la 
scbedola  dell'  accesso,  o  il  Nemini, 
sogliono  scriverlo  nel  luogo  dello 
scrutinio,  benché  si  possa  fare  an- 
che prima.  Queste  schedole,  ed  il 
foglio  dove  registrano  i  voti,  di  cui 
si  parlerà,  e  i  sigilli  sono  dai  Car- 
dinali tenuti  gelosamente  racchiusi 
con  chiavetta  in  un  portafoglio  o 
cassetta,  che  aprono  nel  luogo  del- 
lo scrutinio,  ove  non  può  stare  ve- 
runa persona,  all'  infuori  dei  Car- 
dinali elettori,  ancorché  non  pos- 
sano votare.  Quelli,  che  non  pos- 
sono votare,  sono  quei  Cardinali 
a  cui  è  spirato  l' indulto  di  pro- 
crastinare l'ordinazione  al  diaco- 
nato, concesso  loro  dal  Pontefice 
defunto.  Laonde  per  votare  deb- 
bono farsi  ordinare ,  tanto  prescri- 
vendo le  bolle  apostoliche  sulla  pon- 
tificia elezione.  Nel  conclave  per 
l'elezione  del  regnante  Pontefice,  il 
Cardinal  de  Simone,  dell'  ordine 
de' diaconi,  non  essendo  ancora  or- 
dinato, incominciò  a  votare  soltan- 
to nella  mattina  del  quarto  giorno 
del  conclave,  in  cui  avea  ricevuto 
il  sagro  ordine  del  diaconato.  Qui 


ELE  a3f 

noteremo^  che  l'atto  dello  scruti- 
nio prese  tal  nome  dallo  sci'utina- 
re,  e  con  diligenza  cercare  gli  al- 
trui sentimenti  suU'  importante  ne- 
gozio della  elezione  pontificia;  ed 
il  luogo,  ove  ciò  si  fa,  prese  quello 
di  scrutinio,   Scrulinium. 

Il  secondo  atto  dell'anti-scrutinio 
è  r  estrazione  a  sorte  dei  Cardinali 
scrutatori,  e  dei  Cardinali  infer- 
mieri o  deputati  a  prendere  i  voti 
dai  colleghi  malati,  la  quale  estra- 
zione si  fa  prima  di  cominciare  lo 
scrutinio.  Dentro  ad  una  borsa  di 
damasco  paonazzo,  i  Cardinali  met- 
tono alla  vista  di  tutto  il  sagro 
Collegio  tante  palle  di  legno,  quanti 
sono  i  Cardinali  presenti  in  con- 
clave, e  nello  scrutinio,  co'  loro 
nomi  scritti  sulle  palle.  Dall'ultimo 
Cardinale  diacono  si  estraggono  pri- 
mieramente i  tre  Cardinali  scruta- 
tori dello  scrutinio,  ed  in  appresso, 
se  vi  sono  Cardinali  infermi,  i  tre 
Cardinali  deputati  vanno  a  pren- 
dere da  essi  i  voti.  Se  nell'  estra- 
zione degli  scrutatori,  o  degl'  infer- 
mieri uscissero  alcuni  Cardinali,  che 
per  malattia,  o  qualche  altro  im- 
pedimento non  potessero  adempiere 
r  incarico  a  cui  erano  stati  eletti, 
in  vece  loro  si  estraggono  altri  che 
non  sieno  impediti.  Terminata  la 
estrazione,  si  ripongono  le  palle 
nella  stessa  borsa  donde  eransi  ca- 
vatC;,  ed  i  Cardinali  estratti  co- 
minciano ad  esercitare  la  deputa- 
zione ed  ufBzio,  che  loro  toccò  in 
sorte.  Noteremo  qui  appresso  al- 
cune differenze  su  tali  estrazioni, 
negli  antichi  tempi. 

ì^eW Ordine  Romano  del  Cardinal 
Giacomo  Gaetani,  eh'  è  il  XIV  pub- 
blicato da  Mabillon,  Mus.  Ital.  t.  H, 
p.  247,  ecco  come  veniva  prescrit- 
ta r  elezione  degli  scrutatori,  e  re- 
visori di   questi:  •»   Si    in  electioue 


33a  ELE 

>»   Romani  Pontifìcis    velini   Cardi- 
>»   nales  per    viam  scrutinii    proce- 
«   dere,  solent  eligi  (non  estrazione 
«  a  sorte  come    al    presente)    tres 
»  scrutatores  collegii,    et    alii    tres 
»  scrutalores    scrutatorum.    Modus 
»  autem  scrii  ti  nandi,  et  deponendi 
»   votuin  in  scrutinio  in  porta  ta- 
)»  lis  est.   Nos  eligimus    tres    scru- 
y>   tatores  Collegii  ,  prout  Cardina- 
w   les    concorda verint,     puta  :     Fr. 
*»   ISicolaus  Osliensis  episcopus:  Fr. 
»   N.  titilli  s.   Eusebii  ])resbyter;  et 
«   Neapoleo     s.     Adriani    diaconus, 
»   Cardiuales:  et  eligimtiu'    imme- 
M   diate   tres  alii    scrutatores    scru- 
»   tatorum,  puta:  Dominus  Beren- 
»  gjirius   1  usculanus  episcopus;  Ar- 
tt   naldus  ti  tuli    s.    Priscae    presby- 
»   ter,  et    N.  s.  Nicolai  in    carcere 
»   Tulliana    diaconus,  Cardinales  ". 
Intorno  poi  ai    revisori  degli    seni» 
latori f  che  ora  si  chiamano  ricogni- 
tori, ecco  come  prosegue  lo  stesso 
Cardinal  Gaetani:  *»  Primo  praedi- 
M  eli    scrutatores    scrutatorum    re- 
w   manent  in  consistono,  et  sedentes 
»>   scrutanlur  secreto,  et  singillatim 
w   votum  scrutatorum  Collegii,  et  in 
»»  scriptis  redigunt  :  primo  videlicet 
w   episcopi,  secundo  presbyleri,  ter- 
»)   tio    diaconi    scrutatorum,     quae 
w   vota  diaconus  scribere  consuevit. 
«   Scruta tis   volis  scrutatorum  Col- 
w   legii.  ut  praedictum  est,  recedunt 
f>  de   consistorio    scrutatores    scru- 
M   tatorum,  porlanles  secum  scerete 
w    deposi ti<;nes  scrutatorum  Collegii 
»   praediclas,  et   remanent  in    con- 
»   sislorio    soli  scrutatores    Collegii, 
«   V.  gr.  Ostiensis  Nicolaus,   et  Nea- 
*»   poleo  supradicli  :  et   consequun- 
»»   tur  celeri    Cardiuales    in    ordine 
*»   anlif|uilalis,  quantum  ad  statum 
«   cardinalatus  :  primo  episcopi,  se- 
»  cundo  presbyteri,    tertio    diaconi 
«   scerete,  et  singillatim     sua    vota 


ELE 

M  deponunl;  et  ipsi  etiam  scruta- 
»*  tores  scrutatorum,  ut  alii  suo 
«  ordine  et  loco  deponunt  :  quae 
M  nota  Cardinalium,  diaconus  Car- 
*>  dinalis  unus  ex  scrutatoribus  Col- 
«  legii,  puta  dominus  Neapoleo,  scri- 
»  bere  consuevit.  Notandum  quod 
M  scrutatores  tam  Collegii,  quam 
X»  scrutatorum,  et  Cardinales  sua 
M  vota  deponunt,  cum  sedent,  et 
»  tenent  biretum  si  volimi,  uisi 
>»  forte  ex  devotione,  vel  reverentia 
«  aliqnis  Cardinalis  stare  vellet  bi- 
»  reto  deposito  dum  deponit".  Co- 
me però  i  Cardinali  depongano  al 
presente  i  loro  voti,  lo  diremo  in 
appresso. 

Diversamente  ancora  era  scrìtta 
la  scheclola  dello  scrutinio  nel  se- 
colo XIV,  come  si  legge  nel  men- 
tovato Ordine  Romano  del  Cardinal 
Gaetani,  ed  eccone  l'esemplare:  Ego 
Jacobus  s.  Georgii  ad  veluni  au- 
re.uni  diac.  Cardinalis  nomino  et 
elìgo  venerabileni  patrem  doniinuni 
Malthaeum  s.  Mariae  in  Porticu 
dia  conimi  Cardinaleni  in  summurn 
Pontificeni.  Dopo  ciò  segue  a  dire 
lo  stesso  Cardinal  Gaetani  :  »»  Et 
»  notandum,  quod  cautelae  est,  et 
w  decentiae  ,  quod  scrutntor  o- 
>♦  mnem  dat  depositionem  scriptam 
»  ipsi  deponenti,  ne  per  incuriam 
«  in  aliquo  sit  erratum.  Et  quia 
f»  unusquisque  potest  in  scrutinio 
«  nominare  unum  vel  plures,  po- 
«  test  sic  dicere  :"  Ego  Jacobus  s. 
Georgii  ad  velimi  aureuni  diac, 
Cardinalis  nomino  et  eligo  domi- 
mini  Matlhaeum  etc.  et  dominimi 
Nicolauni  Oslienseni  episcopiini  in 
siunmiim  Poniificem.  Vel  sic:  Elgo 
Jacobus  sancii  Georgii  ad  velimi 
aureimi  diac.  eligo  dominimi  Mat- 
thaeuni  etc.  et  do  minuta  Ostienseni 
de  intusj  de  extra  venerabileni 
patrem  dominuni  Pampiniarum  e^ 


ELE 

ptscopum  Parmensem.  »  Et  sic  unum 
w  vel  plures  si  ve  de  intus  (sacri 
M  Collegiij,  sive  de  extra,  sive  par- 
y>  lem  deinluSjSive  parfem  de  extra, 
fi  prout  et  quot  voluerit,  deponens 
«  poterit  nominare.  Decentiae  tamen 
»  est,  et  fortassis  expedientiae,  quod 
f*  non  multi  ab  uno  in  scrutinio  no- 
»  minentur,  licet  hodie  ab  aliquibus 
«  conlrarium  observetur;  cuni  in 
«  scrutinio  nominent  valde  mul- 
M  los".  Ciò  che  a'  giorni  nostri  non 
si  può  fare,  come  si  dirà. 

Qui  però  ricorderemo,  che  al- 
l' articolo  Conclave,  parlando  delle 
schedole  ove  dai  Cardinali  si  segna- 
rono più  soggetti,  notammo  che  in 
quello  per  l'elezione  di  Pio  li,  in 
alcune  schedole  furono  nominati 
due  o  tre  soggetti  colla  tacita  con- 
dizione che  fosse  preferito  il  primo 
nominato,  e  non  avendo  voti  ba- 
stanti alla  elezione,  succedesse  l'al- 
tro, acciocché  più  facilmente  i  Car- 
dinali si  accordassero  per  alcuno. 
Un  Cardinale  nella  sua  schedola  ne 
nominò  sette.  Nell'elezione  di  Adriano 
VI  poi  si  trovò  una  cedola  o  sche- 
dola che  nominava  tredici  soggetti, 
per  cui  si  sdegnarono  molti  Car- 
dinali, e  volevano  aprirla  ma  non 
fu  fatto  ;  nelle  altre  schedole  erano 
notate  le  nomine  da  uno  sino  a 
cinque. 

Il  terzo  atto  dell' antiscrutinio  è 
la  scrittura  delle  schedole  per  lo 
scrutinio,  che  si  fa  in  quella  ma- 
niera, che  descrivemmo  di  sopra 
parlando  delie  schedole.  Tutti  i 
Cardinali  debbono  dare  il  proprio 
voto  ad  un  solo  soggetto  determi- 
nato, dappoiché  per  la  costituzione 
di  Gregcjrio  XV,  il  voto  sarebbe  di 
niun  valore,  quando  nella  schedola 
venisse  nominato  più  di  uno.  Lo 
sbagliare  le  schedole  importa  ritar- 
do a    terminare    lo    scrutinio,    per 


ELE  333 

riconoscere  gli  errori  :    se   poi    tali 
sbagli  sono  gravi  non  si    estraggo- 
no   i    ricognitori,    perchè    bisogna 
rinnovare  lo  scrutinio.  A  darne  una 
chiara    idea,  racconteremo     quanto 
avvenne  nello  scrutinio  della    mat- 
tina, in  cui  fu  eletto  Pio  Vili.   A- 
vendo  questi,  allora    Cardinal    Ca- 
stiglioni,  avuto  ventotlo  voti   nello 
scrutinio,   e  sette  nell'accesso,  men- 
tre il  Cardinal  de  Gregorio  ne  avea 
avuti   venti,    ed    il    Cardinal    Cap- 
pella ri  dodici  ;  ed    essendovi  perciò 
l' inclusiva  pel  Castiglioni  per  l'ele- 
zione, per  essersi    superato    le    due 
terze  parti  de'  voti   volute  dalle  co- 
stituzioni apostoliche  per  la  canonica 
elezione  del  Pontefice,  furono  nume- 
rate,  ed  aperte  le    schedole    coni'  è 
di   regola.   Si  trovarono    due    sche- 
dule sbagliate,  una    dello    scrutinio, 
col  motto  diverso  da  quella  deirac- 
cesso,     r  altra    colla    parola    eligo, 
mentre  era  per  l' accesso,  e  si  cre- 
dettero   appartenenti     ai    Cardinali 
Naro,  e  Bussi.  Essendo  questi  pre- 
senti nello  scrutinio,  si  sarebbe  po- 
tuto a  voce    far    valere    l'emenda- 
zione dell'  errore,  tanto    più    che    i 
sigilli  e  i  numeri  delle  schedole  del- 
lo scrutinio,    e  dell'accesso    si  con- 
frontavano giusta  il    prescritto    dal 
cerimoniale.  Oltre  a  ciò  la  schedola 
per  l'accesso  del  Cardinal  Clermont 
infermo,  era  interamente  in  bianco. 
Allora  si  alzò  in  piedi    il   Cardinal 
Marco,  e  disse,  che  a  tenore    delle 
costituzioni  de'Pontefici  quando  era- 
vi  sbaglio    nelle  schedole,  si    dove- 
va annullare  lo  scrutinio,^   e   rinno- 
varlo.  Il   virtuoso     Cardinal     Casti- 
glioni, ed   altri  Cardinali,    approva- 
rono    il    sentimento    del     Cardinal 
Marco.  Quindi  insorse  il  dubbio  se  lo 
scrutinio  dovesse  farsi  subilo,  o    nel- 
le   ore  pomeridiane  alla  solita  ora. 
I  Cardinali  più  zelanti  della  pionla 


334  ^LE 

elezione  del  degno   Cardinal    Casti - 
glioni,  opinarono  doversi  tosto  rin- 
novare, e  la  titubanza  fu  vinta  dalle 
persuasioni  del  Cardinal  de  Gregorio, 
assicurando  che  coU'assistenza  di  Dio 
avrebbe  avuto  il  rinnovamento  dello 
scrutinio  felice  riuscita.  Tutto  il  sagro 
Collegio  annuì  con  pieno  consenso, 
fu  annullato  l'anteriore  scrutinio,  e 
Tenne  deciso  di  far  V  altro  inaraedia- 
tamente.   Numerati  i   voti  si   trovò 
che   il    Cardinal  Castiglioni    ne    a- 
vea  avuti  quarantasette,   ed    in  tal 
modo    si    vide  manifesta  la    volon- 
tà di  Dio,  nel  destinare    a   suo  vi- 
cario  SI    ottimo    personaggio.    Con 
questo  pieno,  ed  esuberante  nume- 
ro di  voti,  non  si  aprirono  le  sche- 
dule, perchè  non  ve  n'  era  bisogno, 
e  ciò  si  pratica  soltanto  quando  vi 
è  qualche  sbaglio,   o  vi    è    appena 
r  inclusiva  delle  due  terze  parti  dei 
voti  che  si  richiedono.  Si  aprì  bensì 
la  schedula  del  Cardinal  Castiglioni 
per  vedere  se  aveva  dato  il  voto  a 
se  medesimo,  ed  inoltre  a   seconda 
delle  pontificie    prescrizioni,  dovette 
dare  il  numero,   e  il  motto  che  a- 
veva    scritto    nella    schedula   dello 
scrutinio,  e  trovatisi    tali,    restò    in 
lui  conchiusa  la   canonica    elezione, 
e  prese  il  nome  di  Pio  Vili. 

Il  quarto  atto  dell' anti-scrutinio 
è  la  piegatura  delle  schedole,  se 
pure  non  è  già  stata  fatta,  la  quale 
per  divenir  più  facile  a'sagri  eletto- 
ri, si  sogliono  prima  porre  dai  ceri- 
monieri le  schedole  piegale  sul  ta- 
volino grande  del  luogo  dello  scruli- 


ELE 

nio.  Di  ciascuna  parte  della  schedo» 
la  si  fanno  due  pieghe  in  maniera^ 
che  il  nome  dell'elettore,  i  numeri, 
e  i  motti  restino  coperti  dall'  una 
e  dall'altra  parte,  e  nascosti  coi 
fregi,  restando  piegata  la  schedola 
in  guisa  da  rimanere  alta  circa  un 
pollice  e  mezzo,  ed  in  tutto  al  mo- 
do suddesciitto. 

Il  quinto  ed  ultimo  atto  dell'an- 
tiscrutinio,  è  il  sigillare  le  schedole, 
qualora  ciò  non  siasi  fatto  in  cella, 
e  che  si  fa  da  ciascun  Cardinale 
nel  luogo  dei  piccoli  cerchi  o  fregi 
ovali ,  con  quattro  sigilli  mentiti , 
rappresentanti  un  animale,  un  fiore 
ec. ,  ovvero  con  cifre  di  tre  lettere, 
o  di  tre  numeri,  o  di  una  figura, 
affinchè  si  possano  registrare  quan- 
do abbia  luogo  il  confronto,  per 
vedere  se  accordano  i  numeri,  i 
motti,  e  i  sigilli  d'un  elettore  nelle 
due  schedole  dello  scrutinio,  e  dello 
accesso,  nel  foglio  di  cui  diamo  qui 
un  esemplare.  Quando  i  Cardinali  si 
solevano  chiamare  dal  titolo,  o  dal- 
la diaconia,  che  avevano,  o  dal  ve- 
scovato suburbicario  che  governa- 
vano, nelle  schedole  dello  scrutinio, 
e  dell'  accesso,  in  vece  del  cognome 
che  pongono  ora  gli  elettori,  nel 
nominare  chi  volevano  eleggere,  scri- 
vevano :  Card.  s.  Easehii,  Card.  s. 
Angeli,  Card.  ep.  Tusculanus.  Ed 
è  perciò,  che  tali  erano  i  nomi,  i 
quali  si  registravano  nella  terza  co- 
lonna, appresso  a  Cardinales  no- 
minati in  scriU.nio. 


235^ 


Sigilla,  et  signa 
Accessuum. 


Sigilla,  et  signa 

Scrulinii  Accessi  bus 

respondentia. 


Cardinales  nominati 
in  Scrutinio. 


Ape.  20.  Salvum  me 
fac  Deus. 

BRE.  3a.  Bonitas. 

MDX,  ii.Fiatvolun- 
ias  Deu 


Ape.   20.  Salvum  me 

fac  Deus. 
BRE.  Zi.  Bonitas. 
MDX.  22.  Fìat  voluti- 
tas  Dei. 


Card.  Maurus  Cap- 

pellari. 
Card.  F.  X.    Casti- 
glioni. 


Questi  sono  gli  atti  dell'anliscru- 
tinio,  allo  scrutinio  cioè  precedenti, 
sui  quali  il  Camarda  de  elect.  Pont. 
dissert.  XX,  p.  i25;  il  Passerino, 
de  elect.  Papae^  quaest.  XXVIII,  p. 
1 22;  ed  il  Bonaccina  de  legit.  Sumni. 
Pont.,  elect.,  punct.  I,  pag.  i33, 
sciolgono  in  rigore  teologico  molle 
difficoltà,  che  da  essi  potrebbero 
nascere. 

La  seconda  azione  dello  scruti- 
nio per  l'elezione  del  Papa,  è  lo 
scrutinio  slesso,  che  contiene  otto 
alti:  i."  portare  la  schedola  ;  2." 
dare  il  giuramento;  3.°  mettere  la 
schedola  nel  calice  ;  4'"  mischiare 
tutte  le  schedole  dentro  di  questo; 
5.°  numerare  le  schedole;  6.**  pub- 
blicare io  scrutinio  a  tutti  i  Car- 
dinali presenti  nel  sito  ove  si  fa; 
7,°  infilzare  le  schedole;  8.°  ri- 
porle  separatamente;  ed  il  tutto 
come  andiamo  brevemente  a  spie- 
gare. 

Il  primo  atto  dello  scrutinio  è 
il  portare  la  schedola.  Ogni  Cardi- 
nale vestito  colla  Croccia  (Vedi), 
cominciando  dal  Cardinal  decano, 
dopo  aver  scritto,  piegato,  e  sigilla- 
to e  liipiegato  la  propria  schedola 
nella  forma  che  si  è  detto,  la  pren- 


de col  pollice  e  coli' indice,  e  par- 
tendo dal  suo  stallo  a  mano  alzata 
la  porta  all'  altare,  sulla  mensa  del 
quale  sta  preparato  un  gran  calice 
di  argento,   per    riporvi    dentro    le 
schedole,  essendo  coperto  con  pate- 
na corrispondente.  Arrivato  il  sagro 
elettore  allo   scalino   dell'  altare,    fa 
genuflesso    breve    orazione,    indi   si 
alza,  e  con   sonora    ed    intelligibile 
voce  presta  il  seguente  giuramento 
scritto  su  di  una  tavoletta,  che  tro- 
vasi sulla  mensa  dell'aliare,  e  che 
è  di    questo  tenore  :    Testor    Chri- 
stum  Doniìnum,  qui  me  judicaturus 
est,    me    eligere,    quem    secundum 
Deum  judico  eligi  debere ,  et   quod 
in  accessu  praestabo.  Indi  mette  la 
schedola  sulla  patena,  e  con  questa 
la  manda   dentro    al    calice;    dopo 
di  che  fa  un  inchino  alla  croce  del- 
l' altare,  e  ritorna  al  suo  luogo.  Con 
questo  che  abbiamo  narrato,  hanno 
avuto  luogo  tre  alti,  della  seconda 
azione  dello  scrulinio. 

Se  uno,  o  più  Cardinali  di  quelli 
presenti  nella  cappella  dello  scruti- 
nio, non  potessero  per  qualche  mo- 
tivo andare  all'  altare,  l'ultimo  dei 
Cardinali  scrutatori  gli  presenta  al 
suo  stallo  il  bacile    colle    schedule, 


3  36  E  LE 

qualora  non  l' avesse  preparata    in 
ceìla,  dal  quale  V  impedito  ne  pren- 
de una,  vi  scrive  ciò  che  di  sopra 
si  è  detto,  indi    fatto    nello    stesso 
suo  luogo  il  mentovato  giuramen- 
to,   consegna    la  schedola    piegata, 
sigillata  e  ripiegata   al  detto    terzo 
scrutatore,  il  quale  palesemente  la 
poita  all'altare,  la  pone  sulla   pa- 
tena, e  con  essa  la  tramanda  den- 
tro il  calice.  Coi  Cardinali  poi,  che 
si  trovano  infermi  nelle  loro  celle, 
si  fa  diversamente.  I  tre  Cardinali 
infermieri,  che  a  questo    effetto    si 
sono  estratti,  subito  dopo  il   Cardi- 
nal decano  sogliono  scrivere  le  loro 
schedule,    e    dopo   di    lui    portarle 
nel  calice,  acciocché  mentre  vanno 
a  prendere  quelle    degP  infermi,    si 
prosegua  lo  scrutinio  senza  incomo- 
do   dei     Cardinali    ivi    presenti,    il 
quale  non  si  può  pubblicare  finché 
gì'  infermieri   non  abbiano  portati  i 
voti  dei  maiali.    Poste    dagl'  infer- 
mieri le    loro  schedola    nel    calice, 
prendono  una  cassetta  con  sua    a- 
pertura  nella  parte  superiore,  la  cui 
grandezza  sia  capace  di  ricevere  le 
schedoie  piegale  ;  indi  l'aprono  pub- 
blicamente, acciò  tutti  i    Cardinali 
veggano  eh' è  vuota,  e  poi  la  chiu- 
dono con  una  chiave,  eh' è  da  essi 
posta  suir  altare.  Con    questa    cas- 
setta, e  con  un  bacile,  che  contie- 
ne tante   schedoie,    quanti    sono    i 
Cardinali    malati^    i    tre    CardinaH 
infeimieri  si  recano    alle  loro  celle 
aprendo  altro    Cardinale    la    porta 
della  cappella  degli  scrutimi,  e  par- 
titi che  sieno,  la  chiude  di   nuovo 
con  catenaccio.  Gl'infermi  prendo- 
no dal  bacile  le  schedoie,    le  scri- 
vono segretamente,    le    piegano,    le 
sigillano,  e  prestando  il  giuramento 
le  pongono  nell' apertura  della  cas- 
setta.  Se  i  malati  non  possono  scri- 
vere, eleggono  un  altro  a  loro  ar- 


ELE 

bitrio    per    supplirvi,   il    quale   far' 
nelle  mani  degl*  infermieri    il  giu- 
ramento di  osservare  il  segreto  sot- 
to   pena   di   scomunica    latae   seti' 
tentìae.  Ciò  fatto,  ritornano   gl'in- 
fermieri alla  cappella,  ed  ivi  i  Car- 
dinali scrutatori  pubblicamente    a- 
prono  le  cassette,  e  trovate  in  essa 
le  schedoie  del  numero  quanti  sono 
gì'  infermi,  le  mettono  una  per  vol- 
ta sulla  patena,  e  con  questa  tutte 
insieme  nel  calice.  Qui  va  avverti- 
to, che  il    deputato    dai    Cardinali 
inferrai  a    scrivere    le   schedoie,    è 
uno  de'  loro  conclavisti,    cioè  l' ec- 
clesiastico. Ed    è    perciò  necessario 
che  i  Conclavisti  (Vedi)  sieno  ido- 
nei soggetti,  che  debbono  approva- 
re   tutti    i    Cardinali    a    mezzo    di 
quelh  a  ciò  deputati.  Nel  conclave 
del    1823,  ne  furono    scartati    due 
dai    Cardinali    deputati    all'appro- 
vazione   dei   medesimi.    Siccome    i 
Cardinali  non  possono    portare   in 
conclave  i    loro    parenti    per   con- 
clavisti, talvolta    a  qualche    Cardi- 
nale cagionevole  per  essere    meglio 
assistito,  si  é  ciò  tacitamente  permes- 
so, con  questo  però,  che  altio  Car- 
dinale nominò  a  suo    conclavista  il 
parente  del  collega,  e  questo   quello 
dell'altro:  in  conclave  poi  ognuno 
si  fa  assistere  dal  proprio.  Ciò  pu- 
re dai  Cardinali  si  pratica  coi  ba- 
juli,  ossia  scopatori,  od    inservienti 
del    conclave,    che    sogliono    essere 
tutti    loro    servi.    Anticamente   per 
non  ledere  il  divieto  delle  costitu- 
zioni apostoliche,  che  proibiscono  ai 
Cardinali  di  condurre  in    conclave 
un  terzo  famigliare,  licenziavano  dal 
servizio  quello,  che  poi  nominavano 
per   bajulo.    Ma  di    ciò,    come  del 
terzo  conclavista  che  dal  sagro  Col- 
legio si  accorda  ai  Cardinali  infer- 
mi,   si    tratta    al    citato  articolo. 
Solo  qui  ancora  aggiungeremo,  cl>e 


ELE 

quando  diversi  Cardinali  erano  mi- 
nistri o  ambasciatori  presso  la  san- 
ta Sede  di  qualche  sovrano,  si  con- 
cedeva loro  il  terzo  conclavista  per 
ajuto  nei  loro  affari,  ed  ancorché 
godessero  perfetta  salute,  lo  do- 
mandavano per  motivi  d'infermità, 
a  seconda  del  prescritto  dalle  costi- 
tuzioni. 

Il  quarto  allo  dello  scrutinio  è 
il  mescolare  dentro  il  calice  coper- 
to colla  patena,  ciò  che  si  fa  dal 
primo  Cardinale  scrutatore.  L'alto 
quinto  è  il  numerare  le  schedole, 
per  vedere  se  corrispondano  al  nu- 
mero de'  Cardinali  racchiusi  in 
conclave.  Questo  lo  fa  il  terzo  Car- 
dinale scrutatore ,  cavandole  una 
per  volta  dal  calice,  e  rimettendo- 
le nella  stessa  maniera  in  un  al- 
tro calice.  Se  il  numero  delle  sche- 
dole non  corrisponde  a  quello  dei 
Cardinali ,  che  sono  in  conclave, 
tutte  si  abbruciano,  e  si  torna  di 
bel  nuovo  a  replicare  1'  atto  di 
dare  il  voto.  L'atto  sesto  dello 
scrutinio  è  la  pubblicazione  dello 
scrutinio  medesimo,  la  quale  si  fa 
dagli  scrutatori  ,  posti  a  sedere 
avanti  il  tavolino  grande,  colle 
spalle  rivolte  all'altare,  acciò  sieno 
in  vista  di  tutti,  e  nella  seguente 
maniera.  Jl  primo  scrutatore  pren- 
de una  schedola,  e  lasciando  in- 
tatti i  sigilli,  apre  le  due  ripiega- 
ture per  leggere  il  nome  dell'elet- 
to che  sta  nel  mezzo,  indi  la  con- 
segna al  secondo  scrutatore,  che 
avendo  anch'  esso  osservalo  il  no- 
me dell'  eletto,  la  passa  al  terzo 
scrutatore,  il  quale  la  pubblica  in 
ciò  che  riguarda  l'eletto  in  essa, 
con  sonora  voce  pronunciandone  il 
nome,  affinchè  tutti  i  Cardinali 
presenti  possano  notare  il  voto  nel 
grande  foglio  stampato,  che  ognu- 
no tiene  innanzi,  col  nome  di  tut- 


ELE  237 

ti  i  Cardinali  viventi,  benché  as- 
senti dal  conclave.  Il  qual  voto 
segnano  subito  accanto  al  nome 
del  Cardinale  nominato  con  una 
lineetta  attraverso  della  riga  che 
corre  lungo  il  nome,  dalla  parte 
cioè  dove  è  stampato  vota  sera- 
tiniì ,  giacché  dovendo  lo  stesso 
fòglio  servire  per  segnare  i  voli 
dell'  accesso,  dalla  parte  ov'é  slam- 
palo  accessusj  si  fanno  nello  stesso 
modo  le  linee.  Questi  fogli,  che  di- 
spensano i  cerimonieri,  o  preparano 
nei  tavolini  di  cadaun  Cardinale, 
sono  colla  data  in  bianco  del  gior- 
no, nel  quale  si  fa  lo  scrutinio,  che 
si  deve  porre  colla  penna.  Neil'  e- 
stremità  vi  sono  cinque  spazi  :  nel 
primo  è  stampato  scnilatores,  e  qui 
vanno  scritti  i  nomi  di  quelli  che  vi 
uscirono  eletti:  altrettanto  dicasi  ne- 
gli spazii  secondo,  e  terzo,  ove  è 
stampato  Itifirmarii  e  Recognilores. 
Nel  quarto  spazio  è  stampato  : 
Praesenlesin  conclavi  nuni.,  e  qui 
si  deve  scrivere  il  numero  de'Car- 
dinali  che  vi  sono;  Aegroli  absen- 
tes  a  scrutinio  num.  :  ivi  si  segna  il 
numero  dei  malati  ;  Absentes  a 
curia  num. ,  dove  si  scrive  il  nu- 
mero de'  Cardinali  assenti  :  Omnes 
sunt  num.,  dove  si  appone  il  nu- 
mero di  tutti  i  Cardinali  viventi. 
Nel  quinto  ed  ultimo  spazio,  ap- 
presso lo  stampato  ISemini,  vi  sono 
due  righe  per  segnare  ad  ogni 
Neniìni  che  si  legge  una  linea.  Il 
foglio  della  mattina  ha  T  intesta- 
zione Mane  die,  ed  appresso  si 
scrive  il  giorno  corrente,  quello 
delle  ore  pomeridiane  ha  l'intesta- 
zione Vespere  die,  ed  appresso  si 
pone  il  giorno  corrente;  non  aven- 
do tra  di  loro  altra  differenza.  A 
migliore  intelligenza  ne  riporteremo 
qui  un  esempio,  e  precisamente  ri- 
produrremo un   foglio  de' voli    del 


i38  ELE 

conclave  del  1800,  eguale  in  tutto 
a  quelli  degli  anteriori,  e  posteriori 
conclavi.  Siccome  tali  fogli  sono 
stampati  con  inchiostro  rosso,  e  ne- 


ELE 

ro,  indicheremo  col  carattere  cor* 
sivo  ciò  che  andrebbe  in  inchiostro 
rosso,  del  quale  sono  pure  le  righe 
per  segnare  le  linee. 


Mane  die  .  .  .  mensis  januarti 

Accessus  Vota  Scrutinii         Accessus 


Anno   1800 

Vota  Scrutinii 


Episcopi  IV. 


R.  Albanus  - 


R.  Dux  Eboracensis. 

R.  Antonellus 

R.  Valenti : 


Presbyteri  XXXV. 

R.  Migazzi 

R,  Cara  fa 

R.  Zelada— 

R.  Calcagniniis 

R.  Honoratus 

R.  Joanneltus 

R.  Gerdil 


R.  Ruperfucaldius  — 

R.  Francheberg 

R.  Martiniana 

R.  Rohan 


— _;-»  R.  Matthejus- 

R.  Herzan 

R.  Zurlo 

R.  Archettus  — 


R.  Joseph  Doria- 

R.  Ranutius 

R.  Bellisomius- — 


R.  Chiaramonti- 

R.  Gallo 

R.  Livizzani 

R.  Mendoza 

R.  Sentmanat  — 
R.  Lorenzana.— 
R.  Busca 


R.  Montmorency- 
R.  Borgia- 


R.  Caprara 

R.  Dugnanì 

R.    Vincenti — 

R.    Maury- 


R.  De   Pretis.— 

R.  Pignatellus— 

R.   Roverella 

R.  de  Somaha- 


DiAcojri  VI. 

R.  Antonius  Doria- 
R.  Braschius 


R.  Carandini- 

R.  Flangini 

R.  Ruffus- 

R.  Rinuccinus 


Scrutatores 

ludrmarii 

Recognitores 

Praesentes  in  conclavi 

num. 
Aegroti     absentes     a 

scrutinio  num. 
Absentes  a  Curia  num. 
Omnes     sunt     num. 

XLV. 

Nemici 

ELK 

Se  dopo  la  pubblicazione  dello 
SCI uliiiio,  che  si  fa  dagli  sciulalori 
nel  modo  detto,  essi  trovaDo  due 
schedole  in  tal  guisa  piegate,  che 
sembrino  poste  nel  calice  per  una 
soltanto,  nelle  quali  venga  nomi- 
nalo un  medesimo  soggetto,  que- 
ste si  stimano  per  un  sol  voto;  se 
però  sono  diversi  nominati,  ninno 
di  questi  voti  ha  valore  alcuno  ; 
come  altresì  quando  nella  stessa 
schedola  verranno  due  nominati; 
ma  lo  scrutinio  in  nessuno  di  questi 
casi  lascia  di  avere  il  suo  vigore.  Ter- 
minata la  pubblicazione  dello  scru- 
tinio, i  voti  segnati  nel  riportato 
foglio  si  riducono  da  ciascuno  che 
li  notò  ad  una  precisa  somma.  Or- 
dinariamente ogni  tre  linee,  equi- 
valenti ognuna  ad  un  voto,  si  di- 
vidono con  una  virgola,  affine  di 
agevolare  il  calcolo.  Ma  gli  scruta- 
tori in  foglio  a  parte  sommano  il 
numero  dei  voli,  specificandoli  in 
questo  modo:  Revei endìssimus  Car- 
dinalis  N.  N.  habuit  siffragia  12. 
Reverendissimus  Cardinalis  N.  N. 
habuit  suffragìa  8. 

II  settimo  atto  dello  scrutinio  è 
]'  infilzamento  delle  schedole  in  un 
filo,  che  fa  1'  ultimo  scrutatore,  do- 
po che  sono  pubblicate,  infilzando 
ciascuna  dov'  è  la  parola  Eligo. 
L'ottavo,  ed  ultimo  atto  dello  scru- 
tinio, è  riporre  le  schedole  separa- 
tamente, ciò  che  far  deve  Io  stesso 
ultimo  scrutatore,  il  quale  dopo 
legati  insieme  i  due  capi  del  filo, 
in  cui  le  ha  infilzate,  le  ripone  di- 
vise nel  tavolino  grande^  che  gli 
sta  innanzi. 

La  terza,  ed  ultima  azione  dello 
scrutinio  chiamasi  post-scrutinio , 
ed  ha  tre  atti  qualora  sia  conchiu- 
sa l'elezione  del  sommo  Pontefice, 
cioè  I."  numerare  le  schedole;  2." 
riconoscere    i    voti  ;    3.°    abbrucia- 


ELE  otSg 

re  le  schedole:  ma  se  nello  scru»- 
tinio  non  fu  conchiusa  1'  elezione, 
allora  il  post-scrutinio  ha  sette  at- 
ti, che  sono.  i.°  accesso;  2."  apri- 
re i  sigilli  ;  3."  aprire  la  schedola 
ove  sono  i  segni,  cioè  il  numero, 
ed  il  motto;  4°  notare  i  medesi- 
mi nel  foglio,  che  abbiamo  prodot- 
to di  sopra  con  tre  divisioni  ;  5.* 
esaminare  i  voti;  6."  riconoscerli  ; 
7."  ed  abbruciare  le    schedole. 

L' atto  primo  del  post-scrutinio 
è  r  accesso,  il  quale  si  fa  imme- 
diatamente dopo  lo  scrutinio,  cioè 
dopo  aver  messe  separate  le  sche- 
dole, nel  caso,  che  in  esso  non  fosse 
conchiusa  l'elezione  del  Papa,  per- 
chè essendo  conchiusa  non  si  fa  più 
r  accesso.  In  questo  si  opera  tutto 
quello  che  fu  fatto  nello  scrutinio, 
fuorché  le  seguenti  cose.  1.°  I  Car- 
dinali,, se  non  hanno  pronte  le  sche- 
dole per  r  accesso,  prendono  da  al- 
tro bacile  le  schedole  proprie  del- 
l' accesso,  che  sono,  come  superior- 
mente dimostrammo,  nella  descri- 
zione, e  nell'esemplare.  2.°  Se  qual- 
che Cardinale  non  vuole  accedere 
col  suo  voto  a  verun  altro  de'  no- 
minati nello  scrutinio,  deve  scrive- 
re nel  luogo,  dove  si  scrive  il  no- 
me dell'eletto,  la  parola  Nemini. 
Noteremo  qui  che  la  schedula  del- 
l' accesso  deve  essere  scritta  col- 
lo stesso  numero  e  motto,  e  sigil- 
lata cogli  stessi  sigilli,  che  quella 
dello  scrutinio,  dappoiché  altrimen- 
ti sarebbe  nullo  il  voto  dell'acces- 
so; e  che  deve  ripiegarsi  come  di- 
cemmo della  schedola  dello  scruti- 
nio. 3."  Che  non  si  può  dare  il 
voto  dell'accesso  a  chi  non  abbia 
ricevuto  almeno  un  voto  nello  scru- 
tinio ;  né  a  colui,  che  dal  medesi- 
mo votante  fu  nominato  nel  pre- 
cedente scrutinio,  altrimenti  sareb- 
bero due  voti.  4'"  Benché  neli'ae- 


24o  ELE 

cesso  non  possa  T  elettore  nominar 
.più  d'  uno,  come  non  lo  può  fare 
nello  scrutinio,  può  tuttavia  accede- 
re ad  uno  di  quelli,  che  invalida- 
< mente  avesse  nominato  nello  scru- 
tinio stesso,  purché  esso  abbia  avu- 
to almeno  un  voto  di  valore.  5." 
JNeir  accesso  non  si  presta  il  giu- 
ramento, poiché,  come  si  è  detto, 
fu  già  prestalo  nello  scrutinio,  cioè 
neir  atto  di  porre  Ja  schedola  nel 
calice,  colle  parole  :  et  quod  idem 
in  accessit  praestabo .  6°  Final- 
mente, che  gì' infermieri  debbono 
portare  agl'infermi  le  schedole  del- 
l' accesso,  ed  un  foglio  stampato  in 
cui  furono,  come  si  narrò,  notati 
i  voti,  che  ciascuno  ebbe  nello  scru- 
tinio, il  qual  foglio  sarà  prima  ri- 
conosciuto pubblicamente  dai  Car- 
dinali. 

Il  nome  di  Accesso  è  derivalo 
dall' accostarsi  al  sentimento  degli 
altri,  e  dare  il  suo  voto  ad  alcuno 
già  nominalo,  per  supplire  nell'ac- 
cesso ai  voti,  che  gli  mancarono 
nello  scrutinio.  Questo  si  praticava 
nel  senato  romano,  in  cui  il  sena- 
tore, eh'  era  del  medesimo  voto  di 
altri  nell'affire  da  deliberarsi,  si  al- 
zava dal  suo  luogo  per  avvicinarsi 
agli  altri  del  suo  sentimento,  e  non 
volendo  lasciare  il  luogo  ove  sede- 
va, da  questo  ad  alta  voce  diceva: 
Jcce'do  od  idem.  La  prima  volta 
che  fu  adottato  tal  sistema  nell'e- 
lezione pontificia,  coi  voti  dell'ac- 
cesso, sembra  essere  slato  nel  1 4^5 
nell'elezione  di  Calisto  HI,  secondo 
la  Storia  de'  conclavi  de\Pontefici 
Boniani.  Ivi  a  pag.  6o  si  legge, 
clic  avendo  il  Cardinal  Gelivo  stor- 
nata l'elezione  del  Cardinal  Bessa- 
rione,  perchè  neofito,  tuttavolta  »  la 
"  parte  dei  Cardinali  aderenti ,  e 
*'  di  lui  amici,  desiderandone  l' e- 
»»   lezione,  tentarono  la  via  di  eleg- 


ELE 

>*  gerlo  per  accesso,  che  fino  allo- 
>»  ra  non  era  stato  in  uso  ;  ma  fì- 
»»  nalmente  le  due  parti  de'  Car- 
M  dinali  elessero  quello,  del  qua- 
>i  le  manco  si  pensava ,  e  questo 
M  fu  ...  .  Calisto  III  in  età  di  set- 
y*  tantasette  anni  ".  A  pag.  poi  63, 
ove  narrasi  l'elezione  di  Pio  li  se- 
guita nel  i4^8,  si  legge:  «  Sono  so- 
«  liti  i  Cardinali  presenti,  fatto  e 
«  pubblicato  lo  scrutinio,  di  met- 
«  tersi  a  sedere  insieme,  e  parlare 
«  tra  di  loro ,  se  per  avventura 
«  fosse  alcuno,  che  si  volesse  mu- 
>i  tare  di  proposito,  e  la  voce  che 
«  già  aveva  dato  a  uno,  darla  ad 
«  un  altro,  il  qual  modo  di  eleg- 
«  gere  si  chiamava  per  accesso,  e 
«  così  poi  facilmente  si  accorda- 
»>  vano";  ma  essendo  il  primo  scru- 
tinio si  lasciò  di  praticare  l'acces- 
so. Che  con  questo  fosse  poi  eletto 
Pio  II,  lo  si  dice  al  più  volte  ci- 
tato voi.  XV  del  Dizionario,  a 
pag.  284,  ove  si  riporta  pur  an- 
che la  formola  per  ciò  usata  da 
alcuni  Cardinali. 

Il  secondo,  terzo,  e  quarto  at- 
to del  post-scrutinio,  è  l'aprire  i 
sigilli,  ed  i  segni  del  numero,  e 
motto  ;  la  numerazione  ossia  regi- 
stro d'essi  ;  e  l'esame  de*  voti ,  ciò 
che  però  si  fa  solamente  quando  si 
conchiude  l' elezione  per  iscrutinio 
ed  accesso. 

Il  quinto  atto  del  post-scrutinio, 
è  la  numerazione  de'  voti,  e  dello 
scrutinio  soltanto ,  o  di  questo ,  o 
dell'accesso,  la  quale  sempre  si  dee 
fare  dagli  scrutatori,  o  sia  conchiu- 
sa, o  non  lo  sia,  la  bramata  elezio- 
ne. Se  non  fu  conchiusa ,  per  sa- 
persi, che  in  quello  scrutinio  non 
restò  eletto  il  Pontefice;  se  poi  fu 
conchiusa,  per  mostrare  che  sia 
canonica  l'elezione.  Questa  numera- 
zione ecco  come  si  fa..  Gli    scruta- 


ELE 

tori  riducono  ad  una  somma  totale 
i  voti,  che  ciascuno  ebbe  nello  scru- 
tinio, o  nell'accesso.  Se  niuno  ar- 
rivò ad  avere  il  numero  de'  due 
terzi  di  tutti  i  sagri  elettori,  la 
elezione  non  fu  conchiusa;  ma  se 
taluno  n'  ebbe  almeno  i  due  ter- 
zi de'  voti  f  allora  scuopresi  la 
schedola  dell'eletto  in  quella  parte 
ov'  è  il  nome  dell'elettore ,  e  tro- 
vandosi in  essa,  eh'  egli  diede  il 
suo  voto  ad  un  altro,  l'elezione  è  ca- 
nonica ;  s'  egli  poi  nominava  se  stes- 
so, l'elezione,  per  la  bolla  di  Gre- 
gorio XV,  è  di  niun  vigore,  per 
la  mancanza  di  un  voto,  per  se 
nullo,  a  compire  i  due  terzi  neces- 
sari. Se  finalmente  alcuni  giunsero 
ad  avere  i  due  terzi  de'  voti,  o  an- 
che più,  allora  nell'eguaglianza  dei 
voti  niuno  resta  eletto  ;  nella  ine- 
guaglianza de'  voti,  resta  eletto  co- 
lui, il  quale  vinse  e  superò  l'altro 
di  un  voto.  Se  coi  voti  dello  scru- 
tinio, ed  accesso  vi  avesse  l' intero 
numero  necessario  per  l'elezione, 
allora  il  primo  scrutatore,  alla  vi- 
sta degli  altri  due,  esamina  la  va- 
lidità delle  schedole  dell'accesso, 
prende  la  filza  di  quella  dello  scru- 
tinio, confronta  il  sigillo,  il  motto, 
e  numero  delle  schedole,  con  quel- 
le dell'  accesso,  e  se  concordano  in- 
sieme le  mostra  al  secondo,  e  ter- 
zo scrutatore.  Quand'essi  abbiano 
bene  considerata  l' identità  de'  si- 
gilli e  de'  segni  d'ambedue  le  sche- 
dole, cioè  dell'accesso,  e  dello  scru- 
tinio, allora  il  terzo  scrutatore  pub- 
blica con  voce  alta  il  nome  dell'e- 
letto, i  sigilli  ed  i  segni  della  sche- 
dola. 

Prima  di  narrare  del  sesto,  e  set- 
timo atto  del  postscrutinio,  ripor- 
teremo alcuni  aneddoti  di  scruti- 
nii  rifatti  dopo  seguila  l' elezione. 
E  primieramente,  Clemente  VII  re- 


ELE  1^1 

sto  eletto  Papa  per  adorazione  ai 
i8  novembre  iSaS,  nella  quale  ac- 
cettando la  dignità  pontificia,  volle 
tuttavia  che  si  facesse  lo  scrutinio, 
per  la  cui  libertà  protestò  di  ce- 
dere a  qualunque  ragione,  che  per 
la  seguita  adorazione  avesse  acqui- 
stato. Fattosi  adunque  lo  scrutinio, 
nel  quale  correva  rischio  di  non  es- 
sere eletto,  fu  concordemente  con- 
fermato. Gli  successe  nel  i534  Pao- 
lo III,  eletto  nel  primo  giorno  di 
conclave  per  ispirazione,  ma  fattosi 
Io  scrutinio,  con  nuovo  esempio,  le 
schedole  messe  nel  calice  si  rinven- 
nero non  sigillate  ma  aperte ,  vo- 
lendo così  gli  elettori  dimostrargli 
la  costanza  nell' approvar  co'  voti 
l'elezione  già  fatta  per  adorazione. 
Indi  nel  i55o  nel  conclave  tenuto 
per  di  lui  morte,  in  uno  scrutinio 
mancavano  due  voti  al  celebre  Car- 
dinal Reginaldo  Polo  per  divenire 
Pontefice,  allorché  volendo  i  Car- 
dinali eleggerlo  per  adorazione,  men- 
tre già  era  entrata  la  notte,  egli 
immobile  in  volto,  opponendo  la 
forza  della  sua  virtti  alla  sua  ele- 
zione, li  pregò,  ch'essendo  Dio  l'au- 
tore della  luce,  si  contentassero  di 
dififerire  pel  giorno  seguente  la  scel- 
ta, che  di  lui  volevano  fare,  ma  i 
contrari  ne  stornarono  l'effetto,  e 
nella  mattina  appresso  ebbe  soltan- 
to ventisei  suffragi  tra  lo  scrutinio, 
e  l'accesso  dei  trentatre  eh'  erano 
necessari,  come  raccontasi  nella  sto- 
ria de'  Conclavi^  a  pag.  174,  ove 
si  dicono  i  motivi  di  tal  fatto.  Fi- 
nalmente va  rammentato,  che  a' 6 
agosto  1623,  il  Cardinal  Barberini, 
da  cinquanta  voti  dei  cinquanta- 
cinque elettori  fu  eletto  Papa,  cioè 
ventisei  di  scrutinio,  e  il  resto  del- 
l'accesso. Il  Cardinal  Berghese  in- 
fermo, in  udire  i  voti  dello  scni- 
tinio,  si  alzò  dal  letto,  e  si  recò 
16 


242  E  LE 

in  cappella  al  suo  posto  presso  il 
Barberini ,  clic  voleva  adorare,  se 
egli  non  glielo  impediva.  Però,  esa- 
minate le  schedole  dello  accesso, 
come  prescrisse  il  defonto  Gregorio 
XV,  se  ne  trovò  una  smarrita.  In 
■virtù  del  gran  numero  de'  voti,  il 
Barberini  era  slato  eletto  Papa,  ma 
egli  ricusò  di  accettare,  se  prima 
non  si  rinnovava  l'atto  a  norma 
della  legge  gregoriana,  la  quale  co- 
manda, che  in  simile  caso  si  fac- 
cia di  nuovo  l'accesso.  Il  Cardinale 
restò  costante  nel  suo  virtuoso  pro- 
ponimento quantunque  si  volesse 
persuaderlo  che  il  numero  de'  voti 
era  esuberante,  sebbene  lo  smarrito 
fosse  calcolato  come  contrario,  e  del 
rischio  in  cui  ponevasi,  che  gli  elet- 
tori cangiassero  di  sentimento.  Al- 
lora il  Cardinal  Farnese  non  riu- 
scendo a  persuadere  l'eletto,  accon- 
sentì cogli  altri  alla  rinnovazione 
deiraccesso,  e  ad  alta  voce  disse  : 
ripigliamo  l'accesso,  che  reiezione 
si  farà  con  tanto  maggior  gloria. 
Sì  presero  quindi  provvedimenti  ad 
impedire  il  precedente  disordine , 
essendo  stato  incolpato  un  Cardi- 
nale scrutatore  di  avere  involato  la 
schedola  smarrita ,  e  riposta  nella 
manica  della  sottana,  per  impedire 
per  quella  mattina  l'elezione.  R.in- 
novato  l'atto  dell'accesso,  ebbe  ven- 
tiquattro voti,  che  aggiunti  ai  ven- 
tisei avuti  nello  scrutinio,  forma- 
rono il  numero  di  cinquanta,  coi 
quali  restò  confermato  Pontefice , 
e  prese  il  nome  di  Urbano  Vili. 
Tanto  abbiamo  dal  Novaes,  nella 
di  lui  vita,  e  nella  Storia  de' con- 
clavi a  pag.  669  e  seg. 

Il  sesto  atto  del  post-scrutinio , 
e  la  revisione  che  fanno  i  revisori, 
o  ricognitori  dei  voti,  sia  o  no  se- 
guita l'elezione.  Questi  Cardinali 
ricognitori  rivedono  le  schedole  del- 


ELE 

lo  scrutìnio  ,  e  dell'  accesso,  come 
ancora  la  nota  dei  voti  fatta  dai 
Cardinali  scrutatori,  acciocché  con 
tal  revisione  venga  a  constare,  che 
essi  osservano  fedelmente  il  loro 
dovere.  Sono  i  Cardinali  revisori,  o 
ricognitori  dall'  ultimo  Cardinale 
diacono  cavati  per  sorte  dopo  lo 
scrutinio,  se  in  questo  è  fatta  l'e- 
lezione, perchè  non  essendo  con- 
chiusa in  queir  azione ,  allora  si 
estraggono  dopo  l'accesso,  e  questa 
estrazione  sempre  viene  eseguita,  o 
l'elezione  sia  conchiusa,  o  no  nello 
scrutinio,  ed  accesso. 

Finalmente  il  settimo,  ed  ultimo 
atto  del  post-scrutinio  è  l' abbru- 
ciare tutte  le  schedole,  ciò  che  si 
fa  sempre  pubblicamente  dagli  scru- 
tatori subito  dopo  la  revisione  dei 
ricognitori,  sia  o  no  conchiusa  l'e- 
lezione del  sommo  Pontefice.  Sic- 
come sino  alla  elezione  di  Pio  VI 
i  conclavi  si  celebrarono  nel  palazzo 
vaticano,  e  gli  scrutini  nella  cappella 
Sistina,  le  pitluie  celebri  di  questa, 
sia  pel  fumo  delle  candele  che  in 
essa  ardevano  nelle  pontificie  fun- 
zioni, sia  pel  grande  fumo  cagio- 
nato dall'abbruciamento  delle  sche- 
dole, restavano  annerite;  perciò  af- 
finchè non  si  accrescesse  questo  dan- 
no, negli  ultimi  del  secolo  passato 
si  riparò  conducendo  il  fumo  delle 
schedole  che  si  abbruciano ,  den- 
tro un  tubo  di  latta  ,  che  lo  con- 
duce fuori  in  modo  che  il  popolo 
si  avveda  dal  fumo,  non  essere  com- 
pita l'elezione.  Questa  è  la  maniera 
colla  quale,  sulla  scorta  delle  leggi 
pontificie ,  si  conchiude  dentro  il 
conclave  l'elezione  del  sommo  Pon- 
tefice. 

Conchiusa  e  terminata  nella  siid- 
detta  maniera  la  canonica  elezione 
del  Papa,  si  domanda  all'eletto  il 
consenso,    il    quale   è  onninamente 


ELE 
necessario,  e  poserà  prende  il  nome 
con  cui  gli  piace  chiamarsi.  Agli  arti- 
coli Rinunzia  al  Pontificato,  e  Pa- 
pi   RENITENTI    AD    ACCETTABLO,    e    No- 

ME  de'Pontefici,  vì  soho  le  analoghe 
notizie.  Al  voi.  XV  del  Dizionario 
vengono  riportate  quelle  che  sono 
spettanti  alla  seguita  elezione,  cioè 
a  pag.  3 1 5  del  consenso,  a  p.  3 1 6 
della  pubblicazione  al  popolo ,  ed 
Jdorazione  del  Papa  (Vedi),  ed  a 
pag.  3i8  della  partecipazione,  che 
fa  di  sua  esaltazione  1'  eletto  ai 
Cardinali  che  non  intervennero  al 
conclave,  e  delle  lettere  ubbiden- 
ziali  eh'  essi  gli  scrivono  in  rispo- 
sta, confermando  anco  col  loro  pie- 
no piacimento  la  determinazione  del 
sagro  Collegio,  nella  canonica  ele- 
zione fatta,  per  la  quale  poi  il  nuo- 
vo Pontefice  lo  ringrazia  nel  primo 
concistoro.  Daremo  per  ultimo  al- 
cuni opinamenti  d'  un  teologo  sulla 
durata  del  conclave,  ed  esperimenti 
sulla  elezione,  che  si  fanno  sopra 
vafi  soggetti. 

Siccome  accade  in  conclave  che 
si  facciano  per  giorni,  e  taloi'a  per 
mesi  degli  scrutini  di  mero  tenta- 
tivo, i  quali  né  giovano,  né  nuoco- 
no  a  quello  a  cui  si  dà  il  voto  in 
questi  scrutini  previi,  inefficaci,  e 
preparatori  alla  vera  elezione ,  na- 
sce il  dubbio  se  in  questi,  quando 
è  certo  che  non  concluderanno  l'e- 
lezione,  sia  lecito  dare  il  voto  a 
persona,  che  non  si  giudica  seciin- 
dum  Deuni  eligi  debere.  Vi  sono 
autori,  che  stimano  essere  lecito.  Il 
nostro  teologo  stima  falsa  questa 
opinione  perchè  il  giuramento  di 
eleggere  quello  il  quale  si  giudica 
secundum  Deiim  elìgi  debere,  ri- 
guarda l'atto,  lo  scrutinio,  e  l'ele- 
zione presente,  non  la  futura.  Quin- 
di, soggiunge  il  nostro  teologo,  nep- 
pure ardirei  di  passare  per  proba- 


bile  tale  opinione.  Che  dovrà  dun- 
que farsi,  poiché  dando  in  <juesti 
primi  scrutini  il  voto  a  quello, 
che  si  pensa  ó'i  eleggere,  si  viene 
a  pregiudicargli,  e  impedirne  l'ele- 
zione ?  Nello  sceltissimo  numero  dei 
Cardinali,  ve  ne  sono  sempre  molti 
egualmente  degni,  attese  tutte  le  ra- 
gioni, e  circostanze.  Fra  questi  è 
lecito  dar  il  voto  a  chi  si  vuole. 
Pertanto  negli  scrutini  previi  si  dia 
il  voto  ad  alcuno  di  questi  egual- 
mente degni,  riserbandosi  di  darlo 
nell'elezione  concludente  a  quello 
che  si  ha  in  animo  di  eleggere. 
Che  se  un  solo  tra  tutti  si  stimasse 
secundum  Deum  elìgi  debere,  sareb- 
be meglio  dare  a  quello  il  voto  in 
tutti  gli  scrutinii  ;  ma  il  caso  è  im- 
possibile. Quando  poi  concorresse 
numero  di  voti  bastante  per  l'ele- 
zione in  persona  che  non  si  stimas- 
se secundum  Deum  elìgi  debere^ 
tuttavia  in  tale  circostanza  è  leci- 
to dargli  il  voto,  sì  perchè  in  que- 
sto caso  gli  altri  non  sono  eleggibili, 
sì  perchè  appartiene  alla  buona  e- 
lezione,  e  giova  al  buon  governo, 
che  l'elezione  si  faccia  con  pace  e 
concordia,  e  il  persistere  a  negare 
il  voto  a  chi  ha  l' inclusiva ,  par- 
torirebbe discordie  e  scismi.  Sin 
qui  il  nostro  teologo.  Riguardo  al 
voto,  che  suol  dare  il  Cardinale , 
che  si  vede  nella  probabilità  di  re- 
stare eletto,  si  è  osservato,  che  alcuno 
lo  diede  in  segno  di  onore  al  decano 
del  sagro  Collegio,  o  al  capo  di  quei 
Cardinali  che  promossero  la  pro- 
pria esaltazione,  o  ad  uno  de'  Car- 
dinali che  papeggiò  pel  copioso  nu- 
mero de'  voti  cui  ricevette,  o  al 
più  anziano  de'  Cardinali  di  quel 
Papa,  che  lo  promosse  alla  porpo- 
ra, ovvero  senza  verun  riguardo  di 
consuetudine  a  chi  crede  degno 
secundum  Deum  elìgi  debere. 


544  ^LE 

Il  Cardinal  Valerio  nel  suo  li- 
ìsro  Cardinalis,  ecco  come  si  espres- 
se nella  grande  opera  della  elezio- 
ne del  Papa:  «  l'elezione  del  som- 
»  mo  Pontefice  è  il  massimo  di 
M  tutti  i  trattali,  imperocché  si  trat- 
M  ta  di  un  uomo  da  innalzarsi  al 
M  pili  alto  grado,  d'un  uomo  divi- 
M  no  da  scegliersi  tra  molti,  e  trat- 
«  tasi  insieme  di  procurare  la  glo- 
M  ria  di  Dio,  e  la  salute  del  po- 
»  polo  cristiano.  Nel  che  qual'im- 
w  portanza  siavi,  lo  attestano  le  sto- 
«  rie,  avendo  di  mollo  avvantag- 
9}  giato  la  Chiesa  di  Dio  coU'esem» 
»  pio,  e  coir  opera  di  Pontefici 
5>  santissimi,  ed  essendo  nati  non 
»  pochi  scandali  nel  popolo  di  Dio 
5#  a  cagione  di  alcuni  Papi  non 
»  ottimi,  e  troppo  indulgenti ,  in 
f)  guisa  che  con  tutta  ragione  un 
»  buon  Pontefice  si  può  chiamare 
s>»  la  salvezza  del  popolo  cristiano  ". 
Lungo  finalmente  sarebbe  il  nove- 
ro degli  scrittori  sulla  Pontificia 
elezione,  laonde  ci  limiteremo  a 
notare  i  seguenti.  Pegli  altri,  e  pei 
decreti ,  e  costituzioni  fatte  dagli 
stessi  Papi  per  questo  importante 
argomento,  si  possono  leggere  il 
dottissimo  can.  Giuseppe  de  Novaes 
neir  Introduzione  alle  vite  de"  som- 
mi Pontefici,  ossìano  Dissertazioni 
storico-crìtiche 3  ec.  Roma  1822,  se- 
conda edizione ,  opera  che  princi- 
palmente ci  servai  alla  compilazione 
di  quest'articolo.  In  essa  sono  nel 
volume  I  alla  pag.  121  ,  e  i33, 
due  appendici  òe' Pontefici  scrittori 
sulla  pontificia  eiezione,  e  degli 
scrittori  sulla  medesima. 

Alberico  Cardinale  monaco  di 
Monte  Cassino,  fiorito  verso  l'anno 
io5o:  De  electione  Romani  Pon- 
tificis  liber;  Martino  Bonacina,  Tra- 
ctatus  de  legitima  summi  Pontificis 
electione^  juxta  sunimorum    Ponti- 


ELE 

Jicunij  praeserlini  Gregorìi  XV j  et 
Urbani  FUI  constit.  ,  et  de 
censuris  occasione  ipsius  electionìs 
a  summis  Pontificibus  ad  hanc 
usque  dieni  impositisy  Lugduni 
1637,  eccellente  trattato;  Giovanni 
Cabassuzio,  Dissertatio  de  electione 
summorum  Pontificum,  et  de  Car- 
dinalibusy  nell'  applaudita  sua  ope- 
ra :  Not.  Eccl.  hist.  condì,  et  ca- 
nonum,  della  quale  abbiamo  mol- 
te edizioni  di  Lione,  e  di  altrove; 
Antonio  Serafino  Camarda,  già  con- 
fessore del  conclave,  in  cui  fu  elet- 
to Benedetto  XIII:  Constilutionum 
Apostolicarum,  una  cum  caeremo- 
niali  Gregoriano,  de  pertinentibus 
ad  electionem  Papae  Synopsis  ac- 
curata,  et  plana,  nec  non  elucida'^ 
tio  omnium  fere  difflcultatum^  quae 
evenire  possunt  circa  pertinentìa  ad 
electionem  Romani  Pontificis,  Reati 
1732  ad  1737.  Quest'opera  cas- 
sai utile,  massime  pei  sagri  elettori, 
dappoiché  può  ad  essi  sciogliere 
qualunque  dubbio,  che  possono  a- 
vere  sulla  materia  dell'elezione  pon- 
tifìcia. Martino  de  Ebulo,  vicecan- 
celliere di  Gregorio  X,  De  electio- 
ne Romani  Pontificis,  presso  il  p. 
Giacobbe  Bìblioth.  Pont.  p.  SgS; 
Giovanni  Garnier,  Liber  diurnus 
Romanorum  Ponlificum  ex  anti- 
quissimo  codice  mss.  nunc  prinium 
in  lucem  editus,  cum  notis  ac  dis- 
sertationibus.  Parisi is,  1680;  Idem 
liber  cum  supplemento ,  presso  il 
Mabillon;  Idem  liber  presso  l'Hoff- 
mann  ,  Nova  scriptor.  ac  Monu- 
mentor.  Collectio  t.  II,  pag.  i  ad 
268,  Lipsiae  i733;  Ottaviano  Gen- 
tili, Istoria  del  conclave,  cioè  la 
maniera  con  cui  debbesi  dai  Car- 
dinali eleggere  il  Papa,  cavata 
dalla  storia  ecclesiastica,  e  dalle 
bolle  pontificie;  Girolamo  Ghetti, 
autoie  del  succitato  mss.  e  dell'  al- 


ELE 

tro  intitolalo:  Considerazioni  sopra 
il  modo  che  si  è  tenuto  in  diversi 
tempi  neW  elezione  de*  sommi  Pon- 
tefici. Questo  mss.  dalla  libreria 
Capponi,  passò  alla  biblioteca  vati- 
cana; Giulio  Lavorio,  Lucubratio- 
nes  .  ,  .  de  conclavi^  conclavisti s ^ 
et  eorum  privilegiis^  et  de  his,  quae 
fiunt  sede  vacante^  Romae  1628. 
In  questa  opera  si  contengono 
quattro  trattati  :  De  comitiis  prò- 
phanis  antiquis  et  ecclesiasticis  re- 
cenlibus  in  novendiali  parentadone 
Romanorum  Pontificum.  De  prisco 
et  recenti  funerandi  more.  De  con- 
clavij  et  conclavistis.  De  electione 
Romani  Pontìficis;  Giovanni  Mabil- 
lon,  Antiqui  libri  rituales  ecclesiae 
cum  Commentario  praevìo  in  or- 
dinem  Romanum  ^  nel  tom.  II  del 
suo  Mus.  Jtalicum,  seu  collectio 
veterum  scrìptorum  ex  bibliothecis 
Ilalicis  erutunij  Parisiis  1687;  Idem 
Libri  Diurni  ec.'j  Marcello  Cristofo- 
ro maestro  di  cerimonie  di  Leone 
X,  arciv.  eletto  di  Corfìi,  Rituuni 
ecclesiastico  rum,  sive  sacrarum  cae- 
remoniarum  S.  R.  E.  libri  tres  non 
ante  impressi,  Venetiis  Gregorii  de 
Gregoriis  excusere  Leonardo  Lau- 
redano  principe  optimo  die  21  no- 
vembr.  i5i6;  Idem  Caeremoniale 
Romanum,  sive  libri  tres  de  sacris 
caeremoniis  S.  R.  E.  in  eligendo  et 
colendo  Pontifice,  in  excipiendis  Car- 
dinalibus  y  et  externis  principibusj 
eorumque  legatis  ec. ,  Romae  1 5 1 6. 
Questo  cerimoniale  non  solo  in 
Roma,  ma  in  Venezia,  Colonia, 
Firenze  ed  altrove,  fu  più  volte 
ristampato.  Dal  medesimo  Marcel- 
lo abbiamo  :  De  electione  et  coro- 
natione  Ponti ficis  Romani  excer- 
pta ....  libro  sacrarum  caeremo- 
niarum  edito,  Venetiis  i5i6,  nel 
libro  Inauguratio,  coronatìo,  et  eie- 
ctio  aliquot  imperaiorum,  Hanove- 


ELE  245 

rae    161 3;  Gio.    Federico    Mayer, 
Commentarium  de  Pontificis  Roma» 
ni  electione,  Lipsiae   1670;  ne   ab- 
biamo di  diverse  edizioni;    Eadeni 
commentatio  auctior.  Nel  Candida- 
tus  Papalis    dignitatis   ejusdemque 
promotor  probe  instructus,  fioc   est 
eminentiss.   Cardinalis  AzzoUni    A- 
phorismi  politici,  quae    in  conclavi 
observanda  habeat  Cardinalis  Pon» 
tificìuni  axioma  ambiens,  hujusque 
desideriis  favens.   Opus  ex   Italico 
in    latino    translatum,     Osnabrugi 
1691;    Gio.    Gerardo    Menschenio: 
Caeremonialia  electionis,  et  corona» 
tionis  Pontificis  Romani,  et   caere- 
monialia   episcoporum,  juxta   pri- 
ma genuina,    ac    rarissima    exem- 
plaria    romana,    veneta    ac    tauri- 
nentia,  cum  figuris  necessariis,  una 
cum  curioso  anecdota  de  creatione 
Papae   Pii  II,    et   Leonis  Aretini 
perraro  exque  mss.    codice   emen- 
dato opusculo    de   temporibus  suis, 
nec  non  Augustini  Oldoini  catalo- 
go auctorum,  qui  de  Romanis  Pon- 
tificibus  scripserunt,  collecta,  edita 
et  praefationibus  illustrata.  Franco- 
furti 1782;  Onofrio  Panvinio,  Quin- 
que  libri   de    creationibus   summo- 
rum  Pontificum,  Deque  morte  ipso- 
runi,  interregno,   legìbus   ea   de  re 
sanctìs   a  D.  Petro  usque  ad  Pium 
IF:    Rimasto  mss.;    Pietro    Maria 
Passerini,     Tractatus    de    electione 
summi    Ponti fi,cis,    Romae     1670. 
Quest'  opera,    che  tutta  si  restrin- 
ge al  gius  dell'  elezione   Pontificia, 
è  molto  dotta,  e  in    questo    argo- 
mento compita,  e  meritò  di  essere 
ristampata;  Francesco  Gusta,  Della 
condotta  della  Chiesa  cattolica  nel- 
V  elezione  del  suo   capo    visibile    il 
Romano  Pontefice,  Venezia    1799. 
ELFEAGO  (s.).  Da  illustre  pro- 
sapia nacque  Elfeago,  e   corrispose 
assai  bene  alle  cure  de*  suoi    geni- 


246  ELK 

tori,  che  lo  educarono  nella  pietà. 
Ancor  giovanetto  si  consacrò  vo- 
lontario al  servizio  del  Signore,  si 
ritirò  in  un  monistero,  e  dopo  al- 
quanti anni  si  nascose  in  un  deser- 
to per  sempre  più  perfezionarsi 
nello  spirito  di  penitenza.  Quanto 
più  egli  cercava  occultarsi  per  u- 
miltà  agli  occhi  del  mondo,  tanto 
maggiore  era  la  fama,  che  di  lui 
si  formava,  a  grado  che  diven- 
ne superiore  della  grande  ab- 
bazia di  Bath.  Morto  neil'  anno 
984  s.  Etelwolfo,  vescovo  di  Yin- 
chester,  Elfeago  fu  chiamato  in  sua 
vece  a  reggere  quella  diocesi.  Le 
cure  dell'episcopato  non  lo  distol- 
sero punto  dai  soliti  esercizii  di 
fervorosa  preghiera,  e  di  lunghe 
contemplazioni.  Dedito  alla  pietà, 
divideva  coi  poverelli  il  prodotto 
della  sua  mensa  vescovile.  Governò 
per  ventidue  anni  Winchester,  e 
contando  il  cinquantesimo  secondo 
di  età,  fu  da  quella  sede  trasferito 
alla  cattedra  arcivescovile  di  Can- 
torbery.  Recatosi  a  Pvoma  per  rice- 
vere il  sacro  pallio,  si  diresse  tosto 
alla  sua  nuova  residenza  affine  di 
attendere  ai  bisogni  spirituali  di 
quella  chiesa.  Convocò  subito  un 
concilio  ad  Oenham,  per  regolare 
e  ristabilire  la  disciplina  nel  clero, 
e  correggere  gli  abusi,  ed  errori  ivi 
introdotti.  Turbata  da  li  a  non 
molto  la  pace  dell'  Inghilterra  da 
una  scorreria  danese,  vide  porta- 
to l'assedio  dinanzi  a  Cantorbery. 
Egli  da  buon  pastore  cercò  di  ani- 
mare gli  abitanti  ad  armarsi  di  co- 
raggio, ed  a  mantenere  ferma  in  essi 
la  fede,  da'  loro  maggiori  traman- 
data, e  tutto  confidare  nella  Prov- 
videnza divina.  Resi  vani  gli  sforzi 
dei  cittadini,  la  città  divenne  preda 
dell'  inimico,  e  messi  a  fil  di  spada 
gli    abitanti,    il    santo    arcivescovo 


ELG 
pieno  di  zelo  si  recò  in  mezzo  ai 
nemici,  e  cosi  loro  parlò  :  ^  Sal- 
>»  vate  la  vita  a  questi  innocenti, 
»  e  se  avete  sete  di  sangue,  spar- 
*»  gete  il  mio.  Se  siete  contro  loro 
i>  indignati  per  avervi  stancato  nel- 
"  l'assedio,  io  ne  sono  slato  l'au- 
M  tore."  Irritati  da  un  sì  franco 
parlare  i  Danesi,  presero  il  santo 
prelato,  e  per  sette  mesi  il  tenne- 
ro prigione.  Esigevano  intanto  quei 
barbari  pel  suo  riscatto  tre  mila 
marchi  d' oro,  e  non  potendoli  con- 
seguire, si  vendicarono  col  santo 
arcivescovo,  coprendolo  di  sassate, 
e  per  ultimo  mozzandogli  il  capo. 
La  sua  morte  avvenne  il  di  19 
aprile  io  12,  ed  in  questo  giorno 
è  ricordato  nel  maitirologio  ro- 
mano. 

ELGIN.  Città  vescovile  della 
Scozia  settentrionale,  capo  luogo 
della  contea  di  Murray,  e  sede  di 
presbiterio.  Sorge  in  una  pianura 
presso  la  riva  destra  della  Lossia. 
Nella  parte  occidentale  di  Elgin  si 
vedono  gli  avanzi  di  un  antico  ca- 
stello, nel  quale  Edoardo  Bruce 
sorprese  una  guarnigione  inglese, 
al  principio  del  XIV  secolo.  Elgin, 
unitamente  a  Banff,  Cuilen,  Rin- 
tore,  ed  Iniverary,  manda  un  mem- 
bro al  parlamento.  Questa  città, 
che  conta  circa  sei  mila  abitanti,  è 
antichissima,  e  la  sua  origine  si  fa 
risalire  all'anno  927.  Al  dire  di 
Commanville,  nell'anno  1086,  fu 
eretta  in  seggio  episcopale,  detto 
anche  di  Murray,  Moravia,  e  resa 
suffraganea  del  metropolitano  di  s. 
Andrea.  La  sua  grande,  e  bella 
chiesa,  che  cedeva  appena  alle  più 
vaste,  e  magninche  d'Europa,  ven- 
ne distrutta  nel  i3oo,  quindi  fu 
riedificata  nel  i4'4j  uia,  dal  171 1, 
più  non  oflre  che  rovine. 

ELIA  (s.).   Questo   santo,  unita- 


ELI 
niente  ad  allri  quattro  suoi  com- 
pagni, nel  ritorno  che  fece  dal- 
l'aver  visitati  dei  valorosi  confesso- 
ri della  fede  condannati  al  lavoro 
delle  miniere  in  Cilicia,  presentato- 
si in  Cesarea  di  Palestina,  fu  im- 
niedialamente  arrestato.  Condotto 
dinanzi  a  quel  governatore,  per 
nome  Firmiano,  fu  interrogato  chi 
egli  fosse,  di  qual  patria,  e  di  qual 
culto.  Il  santo  uomo  francamente 
rispose,  che  Elia  era  il  suo  nome, 
la  sua  patria  Gerusalemme,  e  che 
era  cristiano  di  religione.  A  tale 
concisa  risposta  fremette  Firmiano, 
ed  ordinò,  che  tosto  fosse  tormen- 
tato con  verghe.  Non  si  turbò  per 
questo  il  magnanimo  atleta  di  Ge- 
sù Cristo,  a  grado,  che  persistendo 
nella  sua  credenza,  e  lodando  ad 
alta  voce  il  Signore,  che  gli  dava 
motivo  di  soffrire  per  lui,  ebbe  da 
quel  tiraimo  la  condanna  di  essere 
decapitato,  il  che  avvenne  l'anno 
809.  La  sua  festa  ricorre  ai  16 
febbraio. 

ELIA.  Città  vescovile  della  pro- 
vincia Bizacena,  sotto  la  metropoli 
di  Adramito.  Costantino,  uno  dei 
suoi  vescovi,  si  trova  sottoscritto 
alla  lettera  dei  vescovi  della  no- 
minata provincia,  ad  un  altro  Co- 
stantino, il  quale  era  intervenuto 
V  anno  649  al  concilio  celebrato 
nel  Laterano  dal  Papa  s.  Marti- 
no I. 

ELIA  od  AELIA.  F.  Gerusa- 
LEMME.  Commanville  parla  di  Ae- 
lia,  Jelaso,  AUdy  città  vescovile 
della  terza  provincia  di  Palestina, 
o  prima  di  Arabia,  nel  patriarcato 
di  Gerusalemme;  la  dice  eretta  nel 
sesto  secolo,  sotto  la  metropoli  di 
Petra,  ed  asserisce  che  divenne  ar- 
civescovato onorario  nel  decimo  se- 
condo secolo.  Si  crede,  che  ora  sia 
il  villaggio  El-Tor,  abitalo  dai  cri- 


ELI  247 

stiani,  dagli  ebrei,  e  dagli  arabi, 
sulla  riva  del  mare  rosso,  il  quale 
serve  di  scalo  alle  carovane,  che 
si  recano  alla  Mecca.  11  Terzi,  nel- 
la Siria  Sa^ra,  pag.  276,  dice,  che 
questa  città  probabilmente  fu  edi- 
ficata dal  re  Ozia,  che  Erode  la 
cinse  di  mura  e  di  torri,  e  che 
al  sinodo  gerosolimitano  del  5i3, 
intervenne   Teotisso  diacono. 

ELIFIO  (s.).  Nacque  in  Lorena 
nel  quarto  secolo  da  una  famiglia 
di  santi.  Elifio,  pieno  anch' egli  di 
zelo  per  la  religione  di  Gesù  Cri- 
sto, si  tirò  addosso  il  furore  dei 
giudei  e  de'pagani.  Messo  in  pri- 
gione a  Toul,  sofferse  vari  tormen- 
ti, ma  il  suo  coraggio  non  venne 
mai  meno,  e  quindi  si  rese  vittima 
della  persecuzione,  e  fu  condannato 
al  martirio,  circa  l'anno  262.  Mol- 
li furono  i  miracoli  operati  alla 
sua  tomba.  La  sua  festa  ricorre 
il  (\i    16  ottobre. 

ELIGIO  (s.).  Circa  l'  anno  588, 
discendente  da  ricca  e  religiosa  fa- 
miglia, nacque  a  Chatelac  presso 
Limoges.  Quanto  più  cresceva  ne- 
gli anni,  tanto  più  si  distingueva 
per  la  sua  religione  e  pietà.  Mo- 
strando egli  grande  attitudine  nei 
lavori  di  arte,  fu  da' suoi  collocato 
presso  il  direttore  della  zecca  di 
Limoges.  Corrispose  ivi  assai  bene, 
e  fattosi  in  breve  conoscere  eccellen- 
te in  quello  stabilimento,  ebbe  con 
ciò  agio  di  procacciarsi  la  stima  dei 
re  Dagoberto  I,  e  Clodoveo  li.  La 
fama  acquistatasi  presso  que'  prin- 
cipi, lo  chiamava  spesso  alla  corte, 
ed  in  mezzo  a  quella,  non  mai 
invanendo,  si  mantenne  sempre  pu- 
ro nel  suo  cuore,  e  con  tutti  u- 
mile,  e  sommesso.  La  sua  carità 
verso  i  poveri  era  sì  ardente,  che 
il  più  delle  volte  restava  persino 
senza  il  necessario  alimento.  Dimes* 


248  ELI 

sosi  in  progresso  di  tempo  dal  pri- 
mitivo suo  impiego,  si  consacrò  in- 
lieiamente  al  Signore,  per  sempre 
più  perfezionarsi  nell'  esercizio  delle 
cristiane  virtù.  Morto  s.  Acario 
nell'anno  689,  fu  chiamato  Eligio 
a  succedergli  nell'episcopato,  e  l'an- 
no susseguente  venne  consacrato 
vescovo  di  Noyon.  Appena  ebbe  egli 
prese  le  redini  di  quella  diocesi, 
con  zelo  instancabile  si  diede  a 
pascere  il  suo  gregge,  e  condurlo 
nelle  vie  di  salute.  Dove  eravi  dis- 
ordine pronto  accorreva,  e  lo  to- 
glieva sul  fatto;  facea  udire  giornal- 
mente la  sua  voce  dal  pergamo,  e 
guadagnò  molte  anime  al  Signore. 
Coi  poveri  liberale  ,  cogl'  infermi 
consolatore,  compassionevole  coi  pec- 
catori, era  di  tutti  il  padre,  l'ami- 
co, il  consigliere.  Pel  corso  di  qua- 
si vent'anni  governò  la  sua  chiesa, 
quando  il  Signore  gli  fece  conosce- 
re, che  si  avvicinava  1'  ora  di 
sua  morte,  ed  egli  pieno  di  santo 
tripudio  vi  si  preparò.  Colpito  da 
febbre,  visse  sei  giorni  ammalato, 
e  reficiato  dal  santo  viatico,  spirò 
placidamente  recitando  il  cantico 
Nane  dimittis^  il  d\  primo  dicembre 
689,  nel  settantesimo  anno  di  età. 
La  sua  morte  fu  seguita  da  molti 
miracoli,  e  la  sua  festa  ricorre  al 
primo  dicembre. 

ELlGIO(s.)  Monache.  Verso  Tan- 
no 65o,  s.  Aurea,  o  Aura,  di  na- 
zione sira,  di  stirpe  nobile  ed  illu- 
stre, bramosa  di  vivere  celibe,  fug- 
gV  dalla  patria,  e  si  recò  in  Fran- 
cia. Fu  accolta  paternamente  da  s. 
Eligio,  vescovo  di  JVoyon  e  di  Tour- 
nay,  che  per  contentare  la  santa, 
desiderosa  di  menare  vita  romita, 
e  lontana  da  ogni  umano  com- 
mercio, le  fabbricò  un  monistero 
nella  propria  casa.  Questa  casa  le 
era  stata  donata  dal  re  Dagoberto 


ELI 

I,  il  quale  la  fece  supciiora  delle 
trecento  vergini,  ivi  a  poco  a  poco 
adunate  dall'  esempio,  e  dalle  virtù 
di  lei,  che  avea  adottata  la  rego- 
la di  san  Colombano  {Vedi).  La 
santa  visse  sette  anni  rinchiusa  in 
una  piccola  cella,  ove  si  cibava  di 
pane,  e  di  acqua  fatta  prima  pas- 
sare per  la  cenere.  Nella  Francia 
si  fondarono  diversi  monisteri  par- 
te per  opera  di  s.  Eligio,  e  parte 
da  altri  con  l'istituto  da  lui  pre- 
scritto, per  cui  le  monache  ne  pre- 
sero il  nome.  La  memoria  di  s. 
Aurea  si  legge  nel  martirologio 
gallicano  a*  4  ottobre;  ma  il  vesco- 
vo Andrea  Saussay  la  riferisce  al 
primo  dicembre.  Queste  monache 
vestivano  di  nero,  e  sulla  veste 
ponevano  il  mantello  bianco,  co- 
me riporta  il  padre  Bonanni  a 
pag.  XLIX,  Monache  di  s.  Eli- 
gio  in  Francia,  nella  parte  secon- 
da delle  veigini  a  Dio  dedica- 
te, del  suo  Catalogo  degli  Ordì' 
ni  religiosi.  Il  monistero  di  Parigi 
fu  poscia  occupato  dai  chierici  re- 
golari Barnabiti. 

ELIOPOLL  Città  vescovile  nella 
Siria  secondo  Tolomeo,  ovvero  nel- 
la Celisiria,  fra  Laodicea  ed  Abila, 
all'  oriente  del  monte  Libano,  in 
vicinanza  alla  città  di  Biblos,  ed 
alla  sorgente  del  fiume  Leonles. 
Credesi,  che  corrisponda  all'odierna 
città  di  Balbek  nella  Turchia  asiati- 
ca, la  quale  è  pascialatico,  e  capo- 
luogo del  paese  dei  mutuali.  Essa  è 
piccola,  difesa  da  muraglie  rovino- 
se, e  fiancheggiata  da  torri  qua- 
drate. Siccome  in  Eliopoli  eravi 
un  celebre  tempio  consagrato  al 
sole,  divinità  protettrice  della  cit- 
tà, che  perciò  si  chiama  Helìopolis 
o  città  del  sole ,  Balbek  dir  si  può 
interessante  pegli  avanzi  de'  monu- 
menti di  Hcliopolis^    dappoiché    vi 


ELI 

si  vedono  le  rovine  del  magnifico 
tempio,  il  quale  si  pretende  costrut- 
to sotto  r  impero  di  Antonino  Pio. 
Si  vede  pur  anco  una  porzione 
del  bel  colonnato  di  questo  tempio, 
e  si  osservano  in  oltre  altri  orna- 
menti di  architettura,  e  di  scultu- 
ra. Sotto  Costantino  se  ne  fece  una 
chiesa  cristiana,  la  quale  sussistette 
sino  alla  irruzione  degli  arabi,  e 
poscia  cadde  rapidamente  in  rovi- 
na. Ancora  si  scorgono  le  vestigia 
di  due  altri  templi,  l'uno  dedicato 
a  Giove,  e  l' altro  di  forma  circo- 
lare. Balbek  fu  presa  da  Abou- 
Obeidah,  capitano  generale  del  ca- 
littb  Omar.  JVel  i^oi^  Tamerlano 
se  ne  impadronì,  e,  nel  17^9,  sog- 
giacque ad  un  terremoto,  che  quasi 
interamente  la  distrusse. 

Dopo  che  Costantino  fece  abbat- 
tere il  tempio  del  .sole,  e  quello  di 
Venere,  esortò  gli  abitanti  ad  ab- 
bracciare al  pili  presto  il  culto  del 
vero  Dio.    Vi    fu    eretta  la  chiesa, 
venne  istituito  il  vescovo,  e  si  sagri- 
fìcò  al  solo  Dio  del  cielo,  e  della  ter- 
ra. Coloro,  che  non  vollero  lasciare 
il  culto  de'falsi  dei,  se  ne  vendicaro- 
no sotto  Giuliano  l'apostata,    vio- 
lando le  vergini  consagrate  a  Gesù 
Cristo,  ed  esponendole   nude    sulla 
pubblica   piazza,    in     vendetta    che 
non  si  prostituivano  più  nel  tempio 
di  Venere.  Comma n ville  dice,    che 
la  sede  vescovile  venne  eretta    nel 
quinto  secolo,  nella  seconda  provincia 
di  Fenicia,  sotto  il  patriarcato  d'An- 
tiochia, e  che  nel  secolo  XII  divenne 
arcivescovato.   Il  p.  Le  Quien,  nel- 
r  Orìens  Chnst.   t.  II,    p.  84^,  ne 
riporta  le  notizie  insieme  a    quelle 
di  sei  suoi    vescovi,    cioè    Teodato, 
Giuseppe,  Pietro,  Antonino,  essendo 
gli  altri    due    innominati.    Al    pre- 
sente Eliopoli    è  un  titolo    arcive- 
scovile in  jjurtibus  infidelium^  seu- 


ELI  249 

za  sufFraganeì,  che  conferisce  la 
santa  Sede.  Rimasto  vacante  per 
morte  di  monsignor  Francesco  Pal- 
lu,  il  regnante  Pontefice,  nel  con- 
cistoro del  17  dicembre  1840,  io 
conferì  a  monsignor  Francesco  dei 
conti  Pichi  ,  già  vescovo  di  Ti- 
voli. 

ELIOPOLI.  Città  vescovile  d'E- 
gitto situata  sulla  destra  del  Nilo, 
chiamata  On  nella  Scrittura,  e  se- 
condo lo  storico  Giuseppe,  luogo 
del  primo  stabilimento  degli  ebrei. 
Si  pretende  da  alcuni,  che  presso 
questa  città  dimorasse  la  b.  Ver- 
gine col  divin  Figlio,  e  s.  Giuseppe 
quando  si  recò  in  Egitto.  E  pre- 
sentemente una  città  in  rovina  a 
due  leghe  e  mezzo  dal  Cairo,  pres- 
so il  villaggio  di  Matarieh,  o  Ma- 
tarea,  così  detto  dal  pozzo,  che  ser- 
ve a  coltivarvi  la  menta.  I  francesi, 
sotto  il  comando  del  general  Rle- 
ber,  vi  riportarono  una  brillante 
vittoria  sui  turchi,  il  giorno  19 
mai-zo   1800. 

Va  avvertito,  che  in  Egitto  vi 
furono  due  altre  città  di  Eliopoli, 
una  fuori  del  Delta,  ed  in  vicinan- 
za di  Babilonia,  l'altra,  secondo  E- 
rodoto,  situata  fra  il  canale  Seben- 
nytico,  ed  il  canale  Canopico,  in 
vicinanza  della  punta  del  Delta, 
che  però  al  tempo  di  Strabone  era 
già  deserta.  Anzi,  secondo  la  noti- 
zia di  Leone  il  Saggio,  vi  fu  altra 
Eliopoli,  città  episcopale  della  Ga- 
lazia.  Ma  la  nostra  Eliopoli,  o  cit- 
tà del  Sole,  appartenne  alla  secon- 
da provincia  Augustamuica,  al  pa- 
triarcato Alessandrino,  e  sotto  la 
metropoli  di  Leontopoli.  Dice  Com- 
manville,  che  Eliopoli  venne  eretta 
nel  quinto  secolo  in  sede  vescovile, 
e  che  altra  volta  ebbe  un  vescovo 
copto,  ed  un  vescovo  latino,  cioè 
al    tempo   delle   crociale.    Neil'  O- 


230  ELI  ELI 

t'iens  Christ.  t.  Il,  pag.  ^62,  so-  eretta  nel  quinto  secolo,  e  che  ora 
no  registrati  quattro  vescovi,  Eie-  chiamasi  Belvedere,  essendo  soltan- 
no,  Melas  meleziano,  Marino,  ed  to  un  villaggio  sulla  costa  occiden- 
altro  fatto  vescovo  da  Apollinare  tale  della  Morea.  Vuoisi,  che  poi 
arcivescovo  Alessandrino.  Attuai-  divenisse  arcivescovato  onorario,  e 
mente  Eliopoli  è  un  titolo  vesco  che  Dionisio  suo  vescovo  siasi  re- 
vile in  partibuSy  il  quale  si  con-  cato  al  concilio  Sardicense.  Sotto  il 
ferisce  dai  sommi  Pontefici,  sotto  medesimo  esarcato,  nella  quinta 
il  patriarcato  di  Alessandria  egual-  provincia  Achea,  e  sotto  la  metro- 
mente  in  pariibus.  11  Papa  che  re-  poli  di  Napoli  di  Malvasia,  avvi 
gna,  Gregorio  XVI,  a'  i5  marzo  altra  setle  episcopale  chiamata  Elis 
1839,  lo  diede  a  monsignor  En-  seu  Elos,  la  cui  erezione  rimonta 
rico  Hughes  de' minori  riformati  di  al  duodecimo  secolo, 
san  Francesco,  in  pari  tempo  a  ELISABETTA  d'Ungheria  (s.). 
mezzo  della  congregazione  di  prò-  Nel  1207  nacque  Elisabetta  da 
paganda  fide,  nominato  in  vicario  Andrea  II  re  di  Ungheria.  Sin  dal- 
apostolico  di  Gibilterra.  la    sua    infanzia    diede    a  divedere 

ELI P ANDO,  spagnuolo  di  nazio-  quanta  pietà  nudrisse  in  cuore,  e 
ne,  ed  arcivescovo  di  Toledo,  uni-  quanto  dispregio  ella  sentisse  per 
tamente  a  Felice  vescovo  di  Urgel,  le  cose  terrene.  Educata  religiosa- 
sosteneva,  che  Gesù  Cristo  secondo  mente,  s' infiammò  tanto  di  amor 
la  natura  umana  non  fu  figliuolo  divino,  che  ad  altro  non  attendeva, 
naturale  di  Dio,  ma  solamente  a-  se  non  ad  attuarsi  in  Dio  colla  pre- 
doltivo,  o  nuncupativo,  cioè  di  solo  ghiera,  ed  a  sovvenire  ai  bisogni 
nome.  Questo  errore  insorse  circa  dei  poveri,  coi  mezzi  che  la  Prov- 
l'anno  78G.  Elipando  sparse  questa  videnza  aveale  posti  in  mano.  Di- 
eretica dottrina  nelle  Asturie,  e  nel-  venula  in  progresso  sposa  di  Lo- 
la Galizia,  e  trasse  al  suo  partito  do  vico,  langravio  di  Turingia  ,  fu 
Ascarico  arcivescovo  di  Braga,  ed  da  questo  buon  principe  secondata 
alcuni  altri  di  Cordova.  I  suoi  er-  in  tutto  quello  che  apparteneva  alla 
rori  vennero  condannati  più  volte  pietà  ,  e  diretta  nello  spirito  da  un 
ed  in  Darbona  nell'anno  788,  in  dotto  e  virtuoso  sacerdote,  chiama - 
Ratisbona,  in  Francfort,  e  fìnalmen-  to  Corrado  di  Marpurgo.  Questo 
te  due  volte  in  Roma  sotto  Adria-  valente  ecclesiastico,  conoscendo  le 
no  I,  e  sotto  s.  Leone  III.  Sembra  felici  disposizioni  di  Elisabetta,  ten- 
che,  dopo  avere  lungamente  resisti-  denti  alla  perfezione  cristiana,  si  ve- 
to alla  verità,  siasi  sottomesso  alla  deva  obbligato  di  spesso  a  mode- 
definizione  della  Chiesa  romana,  e  rarle,  affinchè  le  austerità  da  lei 
morto  quindi  nella  comunione  del-  praticate  non  avessero  a  recar  no- 
ia stessa  Chiesa  (Nat.  Alex.  t.  12,  cumento  alla  sua  salute.  La  pietà 
sec.  8,  e.  2,  a.  3,  §  I  ).  di  questa  santa  verso  i  poveri  non 

ELIS.  Sede  episcopale  della  quar-  avea  limite.  Rimasta  vedova,  diven- 
ta provincia  Achea  od  Eliade,  nel-  ne  subito  il  bersaglio  dell'  invidia, 
la  diocesi  dell' llliria  orientale  od  e  dell'odio  dei  grandi.  Fu  calun- 
esarcato  di  Macedonia,  sotto  la  me-  niata  presso  il  popolo  di  avere  colle 
tropoli  di  Patrasso,  al  dire  di  Com-  sue  limosine  rovinato  1*  erario  ;  e 
manvillc,  il  quale  aggiunge,  che  fu  quindi  scacciata  dalla  reggia,  le  fu 


ELI 

d'  uopo  rifui'larsi  anche  fuori  del- 
ia città.  Sostenne  con  eroica  pa- 
zienza i  mali  trattanienli  a  lei  pra- 
ticati,  e  quantuncjue  in  progresso 
fosse  slata  richiamata,  volle  riiinn- 
ziare  a  tutto,  e  vestì  l'abito  fran- 
cescano, obbligandosi  con  voto  di 
osservare  le  regole  del  terzo  Ordi- 
ne. Tre  anni  ella  visse  ancora  tutti 
impiegati  negli  esercizi  di  pietà,  e 
quando  si  avvide  esser  già  prossi- 
mo il  suo  fine,  raddoppiò  il  fer- 
vore, e  premesssa  una  confessione 
generale,  e  ricevuto  il  ss.  Viatico, 
spirò  nel  bacio  del  Signore  il  di 
19  novembre  dell'anno  1 23  i,  nel- 
la fresca  età  di  ventiquattro  anni. 
I  molli  miracoli  operati  per  inter- 
cessione di  lei,  determinarono  il  Pon- 
tefice Gregorio  IX  a  canonizzarla 
il  giorno  della  Pentecoste  nell'anno 
J235.  La  sua  festa  però  fu  asse- 
gnata pel  giorno  19  novembre,  an- 
niversario della  sua  morte. 

ELISABETTA  (s.).  Elisabetta  an- 
cor giovanetta  si  consacrò  in  un 
monistero  di  monache  cistcrciensi, 
le  quali  seguivano  la  regola  di  s. 
Benedetto.  Esisteva  ad  un  tempo 
questo  sacro  ritiro  nella  diocesi  di 
Tre  veri,  e  la  regolarità  che  vi  fio- 
riva ,  perfezionò  talmente  questa 
santa,  che  dell'età  di  soli  ventitre 
anni  ebbe  il  dono  di  celesti  visio- 
ni. Fu  dalla  comunità  chiamata  ad 
essere  badessa,  e  mori  santamente 
in  età  d'anni  trentasei  li  18  giugno 
I  i65.  In  tal  giorno  il  martirologio 
romano  ne  celebra   la  memoria. 

ELISABETTA  (s.).  Da  Pietro 
III  re  di  Aragona,  e  da  Costanza 
figlia  di  Manfredi  re  di  Sicilia,  E- 
lisabetta  sortì  i  natali  nell'  anno 
1271.  Fu  educata  con  religiosa  cu- 
ra, ed  in  età  di  soli  anni  otto  pra- 
ticava la  mortificazione  ,  e  si  eser- 
citava   nella    umiltà,    e  nella  pre- 


ELI 


23 


ghiera  così,  che  seppe  con  l'acqui- 
sto di  queste  viriti  rintuzzare  e  del 
tutto  estinguere  in  se  le  carnali  di- 
lettazioni. Di  dodici  anni  fu  impal- 
mata a  Dionigi  re  di  Portogallo,  ed 
il  suo  sposo,  ammirando  la  esimia 
pietà  di  lei,  non  la  volle  minima- 
mente distogliere  dall' esercitarla  in 
progresso.  I  regali  suoi  apparta- 
menti non  presentavano  altra  idea  da 
quella  in  fuori  di  un  sacro  recinto. 
Ogni  giorno  recitava  l'officio  della 
B.  Vergine,  e  quello  de'  morti  ;  col 
lavoro  delle  sue  mani  provvedeva  le 
chiese  di  sagri  arredi,  ed  i  poveri 
di  vestimento  .  I  domestici  suoi 
ammaestrati  da  sì  religiosa  princi- 
pessa, si  esercitavano  anch'  essi  in 
opere  di  pietà ,  e  quindi  in  tutti 
spirava  la  vera  angelica  perfeziojie. 
Morto  il  re  Dionigi,  si  ritirò  Eli- 
sabetta nel  convento  delle  Clarisse, 
da  lei  fatto  fabbricare  vivente  an- 
cora il  marito,  ed  avrebbe  anche 
professato,  se  non  l'avesse  distolta 
la  sua  carità  verso  i  poveri.  In- 
dossò però  l'abito  del  terzo  Ordi- 
ne di  s.  Francesco,  e  visse  con  quel- 
le religiose  in  perfetta  tranquillità 
di  spirilo.  Colla  da  grave  febbre, 
sentì  avvicinarsi  il  suo  fine,  e  re- 
ficiata  col  divino  Viatico,  e  ricevuto 
con  grande  divozione  l'olio  san- 
to, spirò  placidamente  il  dì  4  ^^^' 
glio  i336,  contando  l'età  di  ses- 
santacinque anni.  Molli  furono  i 
miracoli  operati  alla  sua  tomba,  ed 
il  Pontefice  Urbano  Vili  nel  1625 
la  canonizzò,  assegnando  la  sua  fe- 
sta li  8   luglio. 

ELISABETTA  la  Buona  (b.). 
Nella  diocesi  di  Costanza  in  un 
borgo  chiamato  VValdsech  ,  1'  anno 
i366,  nacque  Elisabetta.  Da'saggi 
genitori  allevata  nella  cristiana  re- 
ligione, corrispose  ella  perfettamen- 
te   con    docilità    e    purità.    Il  suo 


252  ELI 

confessore,  scorgendo  in  questa  san- 
ta fanciulla  un'anima  angelica  ,  la 
consigliò  a  ricoverarsi  nel  terzo  Or- 
dine di  s.  Francesco,  ed  ella  si  consa- 
crò nel  monistero  diLeuthe.  Rimasta 
vedova,  la  madre  sua  si  unì  a  lei,  e 
morì  seguendo  gli  esempi  di  santi- 
tà, che  riceveva  dalla  figlia.  Ador- 
na di  tutte  le  virtù,  che  costitui- 
scono il  perfetto  cristiano,  si  man- 
tenne tale  in  tutto  il  corso  di  sua 
vita.  Fervorosa  nella  preghiera,  me- 
ditava di  spesso  i  tormenti  e  la 
morte  del  divino  nostro  Riparato- 
re, e  si  cruciava  temendo  di  non 
avervi  abbastanza  pensato  nella  sua 
gioventù.  Giunta  agli  anni  cinquan- 
taqualtro,  sentì  la  voce  del  Signo- 
re ,  che  la  chiamava ,  ed  assistita 
dal  suo  confessore^  munita  dei  ss. 
sacramenti,  facendosi  nelle  sue  ago- 
nie leggere  la  passione  di  nostro 
Signore ,  alle  parole  :  Ei  rese  lo 
spirito^  salì  al  cielo  li  5  dicembre 
1420.  Appena  morta  fu  onorata  di 
culto  pubblico,  che  di  poi  venne 
approvato  dal  Pontefice  Clemente 
XIII. 

ELISABETTA  (s.)  Ordine  eque- 
stre. L'origine  di  quest'  Ordine  si 
deve  alla  vedova  dell'  imperatore 
Carlo  VI,  Elisabetta  Cristina  di 
Brunswich-Wolfenbiittel,  per  venti 
ufliziali  distinti,  dal  grado  di  colon- 
nello a  quello  di  generale  inclusive, 
che  avessero  servito  fedelmente  per 
lo  spazio  di  trenta  anni  la  casa 
d'Austria.  Rinnovò  poscia  1' Ordine 
Maria  Teresa,  figlia  de'  mentovati 
imperiali  coniugi,  per  premiare  quei 
valorosi,  che  Taveano  sostenuta  nel 
trono,  da  molte  parti  preso  di  mira, 
nel  che  si  erano  distinti  principal- 
mente gli  ungheresi.  Ciò  ebbe  ef- 
fetto a'  16  novembre  1771.  L'im- 
peratrice regina  fissò  il  numero  dei 
cavalieri  a  ventuno,  di  cui  sei  go- 


ELI 

drebbono  l'annua  pensione  di  mille 
fiorini,  otto  di  fiorini  ottocento,  e 
sette  di  fiorini  cinquecento.  Da  Ma- 
ria Teresa  l'Ordine  prese  il  nome 
di  Elisah ellino-Tere siano ^  ovvero  di 
Elisabetta- Teresa.  Il  consiglio  auli- 
co di  guerra  suole  proporre  i  can- 
didati al  cavalierato,  facendone  la 
scelta  r  imperatore.  La  decorazione 
consiste  in  una  stella  d'oro  ad  otto 
punte  smaltate  di  rosso  e  bianco: 
nel  centro  sono  le  lettere  E.  G.  M.  T., 
vale  a  dire  Elisabetta  Cristina,  e 
Maria  Teresa.  D'intorno  avvi  l'epi- 
grafe :    M.  THERESIA  PARENTIS  GRAHAM 

PERENNEM  voLviT.  La  detta  stella 
dai  cavaUeri  di  questo  Ordine  è 
portata  con  un  nodo  di  nastro  di 
seta  nera  appesa  al  petto. 

ELISABETTA  (s.)  Ordine  eque- 
stre di  cavalieresse.  Nell'anno  1776, 
l'elettrice  di  Baviera  Elisabetta  Au- 
gusta, sposa  di  Carlo  Teodoro,  sic- 
come d'animo  compassionevole  ver- 
so r^^overi,  ad  aiuto  e  sollievo  di 
questi  istituì  un  Ordine  equestre. 
Il  suo  scopo  era,  che  le  cavalie- 
resse accorressero  in  vantaggio  dei. 
poveri,  al  qual  fine  diede  ad  esse 
per  patrona  s.  Elisabetta  figlia  del 
re  d'Ungheria  Andrea  II,  e  moglie 
del  langravio  di  Turingia ,  come 
quella  che  tanto  caritatevole  era 
stata  co'  poverelli.  L'Ordine  venne 
composto  di  una  gran  maestra ,  e 
di  dodici  dame  appartenenti  a  fa- 
miglie principesche  regnanti ,  oltre 
ad  altre  trentadue  nobili  dame. 
Consiste  la  decorazione  in  un  na- 
stro, o  fascia  di  seta  di  colore  bian- 
co ondato,  con  hste  negli  orli  nere 
e  bianche. 

ELISSUS,  o  LISSUS.  Sede  epi- 
scopale del  nuovo  Epiro,  nell'esar- 
cato di  Macedonia  in  Albania ,  e- 
retta  nel  nono  secolo,  lo  stesso  che 
Alessio  (P^edi). 


ELL 

ELLADE  (Ilellas).  Questo  nome 
qualche  volta  si  piglia  per  tutta  la 
Grecia,  della  quale  è  soltanto  una 
parte  detta  Acaja,  che  comprende 
l'Attica,  la  Megaride,  la  Beozia,  la 
Focide,  la  Locride,  l'Etolia,  e  la 
Doride.  Essa  aveva  per  confine  al 
settentrione  la  Macedonia,  e  la  Tes- 
saglia ;  all'  oriente  il  mare  Egeo  ; 
air  occidente  il  mare  Ionio;  ed  al 
mezzodì  i  golfi  di  Corinto,  e  di 
Saron.  Eliade  si  chiamò  ancora  Li- 
vadia. Corinto  ne  fu  la  sola  me- 
tropoli, anche  dappoiché  le  fu  ag- 
giunto il  Peloponneso.  Oltre  di  que- 
sto successivamente  le  vennero  ag- 
gregate altre  metropoli ,  cioè  Ate- 
ne nel  secolo  nono,  cui  furono  at- 
tribuite alcune  chiese  suffraganee,  e 
Tebe  senza  sedi  suffraganee  nel  Pe- 
loponneso, oltre  alcune  altre  nei 
secoli  nono,  decimoprimo,  e  deci- 
moterzo. 

ELLADIO  (s.)  Da  quanto  sta 
scritto  nella  vita  di  s.  Amatro,  El- 
ladio  fu  successore  di  s.  Valeriano 
nella  sede  vescovile  di  Auxerre. 
Prima  di  passare  allo  stato  eccle- 
siastico era  egli  legato  in  matrimo- 
nio, con  voto  però  di  continenza. 
Di  consenso  colla  moglie,  si  fece 
chierico,  e  con  la  sua  condotta,  e 
dottrina  ben  presto  venne  da  tutti 
stimato  e  venerato.  Colla  morte  del 
santo  vescovo  Valeriano  fatta  ve- 
dova la  sede  di  Auxerre,  fu  Ella- 
dio  chiamato  ad  occuparla,  ed  egli 
governò  quella  diocesi  con  zelo  ve- 
ramente apostolico,  istruendo  il  po- 
polo co' suoi  sermoni,  ed  edificando 
il  suo  gregge  nell'esercizio  delle 
cristiane  virtù.  S'ignora  precisa- 
mente l'epoca  di  sua  morte,  ma  la 
più  comune  opinione  è,  che  sia 
avvenuta  circa  l'anno  385.  Egli  è 
sepolto  nel  cimitero  di  Mont-Atre, 
unito  ai  suoi  predecessori,  e  la  sua 


ELL  2^3 

festa  in  Auxerre  viene  celebrala  li 
8  maggio. 

ELLENISTI.  Cosi  furono  chia- 
mati gli  ebrei  greci,  che  gbitavano 
l'Egitto,  e  gli  altri  luoghi  ove  si 
parlava  la  lingua  greca,  a  differen- 
za degli  altri  ebrei,  i  quali  usava- 
no la  lingua  ebraica.  Dagli  elleni- 
sti venne  la  versione  greca  dell'an- 
tico testamento  chiamata  la  versio- 
ne o  Bibbia  dei  settanta  interpre- 
ti. Il  p.  Calmet  dice,  che  talvolta 
gli  ellenisti  sono  appellati  elleno- 
greci.  V.  Egitto,  ed  Ebrei.  Elle- 
nico, ossia  greco,  fu  anco  sinonimo 
di  gentile^  ossia  di  persona  ignara 
della  religione  cristiana,  e  addetta 
al  culto  de' simulacri,  quali  furono 
un  tempo  i  greci.  Ellenico  è  pur 
sinonimo  di  educazione,  erudizione 
etnica,  secolare,  ed  erronea,  ossia 
di  lettere  profane,  cui  si  oppone 
l'evangelio,  e  dicesi  pur  anco  elle- 
nizzare. 

ELLESPONTO  (  Hellespontus  ). 
Provincia  dell'Asia  minore,  nella 
divisione  dell'impero,  e  forse  la 
Misia  nella  Proponlide,  una  delle 
dieci  Provincie  della  diocesi  del- 
l'Asia. La  notizia  di  Jerocle  asse- 
gna l'Ellesponto  alla  ventunesima 
provincia  dell'impero  di  oriente;  di- 
ce eh'  era  governata  da  un  conso- 
le, e  ne  annovera  trentaquattro  cit- 
tà; altri  ne  assegnano  soltanto  tre- 
dici. Col  nome  di  Ellesponto  ab- 
biamo il  famoso  canale,  o  stretto, 
che  separa  l'Asia  dall'Europa,  o, 
per  meglio  dire,  stabiliva  la  comu- 
nicazione del  mare  Egeo  o  del- 
l'Arcipelago colla  Propontide,  o 
mare  di  Marmara.  Successivamen- 
te fu  chiamato  braccio  s.  Giorgio, 
bocche  di  Costantinopoli,  stretto 
di  Gallipoli,  o  stretto  o  canale  dei 
Dardanelli,  di  che  si  tratta  all'  ar- 
ticolo Costantinopoli  (Vedi). 


L'Ellesponto  ,  come  provincia 
ecclesiastica,  ha  le  seguenti  noti- 
zie. Essendo  caduto  il  vescovo  di 
Efeso  nell'eresia  di  Ario,  e  perciò 
deposto  dal  concilio  sardicense,  la 
città  di  Cizico  fu  allora  assegnata 
per  metropoli  alle  provincie  d'Asia_, 
di  Caria,  e  di  Lidia.  Nel  concilio 
detto  di  Trullo  fu  ordinato ,  clie 
Cizico,  e  tutto  l'Ellesponto  ricono- 
scessero per  patriarca  il  vescovo  di 
Costanza  nell'  isola  di  Cipro  ;  ciò 
però  non  venne  eseguito,  od  alme- 
no per  poco  tempo.  Verso  l'anno 
869  in  questa  provincia  si  eresse- 
ro in  arcivescovati  le  città  di  Pre- 
eonnesa,  di  Marmora,  e  di  Para; 
anzi  quest'ultima  fu  elevata  al  gra- 
do metropolitico,  come  Abido,  la 
quale  però  ritornò  al  primiero  stato. 

ELMO    (s.)    F.  Pietro    Gonza- 

LEZ    (s.). 

ELNA,  ELNE,  o  ELENA.  Città 
vescovile  di  Francia,  del  Rossiglio- 
ne, nel  dipartimento  de' Pirenei  o- 
rientali,  situata  sulla  riva  sinistra 
del  Tech,  sopra  un'altura.  Era  una 
città  assai  bene  fabbricata  prima 
che  fosse  rovinata  da  Filippo  X Ar- 
dito nel  1285,  poi  sotto  il  regno 
di  Luigi  XI  nel  i474>  ^  quindi 
nel  i64r  dal  principe  di  Condè. 
E  pur  celebre  pegli  assedii,  che  sos- 
tenne in  diverse  epoche.  Vi  si  ve- 
de un'  antica  cattedrale.  Di  questa 
antica  città  della  Gallia  Narbonese, 
in  cui  accampò  Annibale,  s' ignora 
l'epoca  precisa  della  fondazione.  Fu 
chiamata  lUihcrìSj  o  Eliheris  allor- 
ché, secondo  alcuni,  l'imperatrice  s. 
Elena  madre  di  Costantino,  o  se- 
condo altri  quest'  imperatore  stesso 
la  fece  rifabbricare,  v'innalzò  un 
castello,  e  la  chiamò  Helena  dal 
nome  di  sua  madre.  Costante  I, 
terzo  figlio  di  Costantino,  essendovisi 
lifiigiato,  fu  quivi  assassinalo  l'an- 


ELN 

no  330  per  ordine  del  tiranno  JVTa- 
genzio. 

I  re  goti  procurarono  a  questa 
città  r  onore  di  una  sede  episcopa- 
le nel  quarto  secolo.  Com  man  ville 
dice,  che  il  vescovato  fu  prima  isti- 
tuito a  Caucoliheris,  che  si  crede 
sia  Colioure,  e  che  nel  detto  secolo 
venne  trasferito  a  lUiberis,  ch'è  lo 
stesso  di  Elna.  In  principio  fu  sot- 
to la  metropoli  di  Narbona,  ma  il 
re  di  Spagna,  alla  quale  apparten- 
ne, la  fece  sottomettere  a  quella  di 
Tarragona,  donde  poi  ritornò  alla 
prima  metropoli.  Il  primo  vescovo 
di  Elna  fu  Donno,  illustre  per  la 
santità  della  sua  vita,  per  la  sua 
dottrina,  e  per  lo  zelo  nell' estirpare 
le  eresie.  Governò  egli  questa  chiesa 
verso  il  568.  Furono  suoi  succes- 
sori ;  Benedetto  che  assistette,  e  sot- 
toscrisse il  terzo  concilio  di  Tole- 
do, agli  8  maggio  589;  Acutolo, 
che  si  ti*ovò  al  quarto  concilio  di 
Toledo,  incominciato  a' 5  dicembre 
633,  ed  al  sesto  degli  8  gennaio 
638  ec.  Giulio  II  nel  i5ii  esentò 
Elna  dalla  dipendenza  di  Narbona, 
e  la  soggettò  alla  santa  Sede;  ma 
Leone  X  nel  i5i7  derogò  a  tal 
disposizione.  Fu  nell'anno  1602,  e 
nel  vescovato  di  Onofrio  Reart,  che 
il  Papa  Clemente  Vili,  cedendo 
alle  istanze  del  re  di  Spagna  Fi- 
lippo III,  trasferì  la  sede  episcopa- 
le di  Elna,  nella  collegiata  di  s. 
Giovanni  di  Perpìgnano  (Fedi),  i 
di  cui  canonici  formarono  un  solo 
capitolo  con  quelli  di  Elna.  Dipoi 
il  Pontefice  Clemente  IX  ne  conferì 
la  nomina  al  re  di  Fi*ancia. 

Concila   di  Elna. 

II  primo  fu  adunato  nell'  anno 
9445  sopra  i  vescovi  di  Girona,  e 
di   Urgel.  Aguirre  toni.  IH. 


ELP 

Il  secondo  ebbe  luogo  nell'anno 
1027,  per  alcune  provvidenze  sulla 
disciplina  ecclesiastica.  Labbé  tom. 
IX,   Arduino  tom.  VI. 

Il  terzo  si  celebrò  nel  io65  per 
la  confermazione  della  pace.  Labbé 
tom.  IX,  Arduino  t.  VI. 

Il  quarto  adunossi  l'anno  iii4 
sopra  la  differenza  che  passava  tra 
le  due  abbazie  di  s.  Michele  di  Cu- 
xa,  e  di  Arles.  Marlene  in  The- 
salir,  tom.   IV. 

ELPHIN  (Elpìùnen.).  Città  con 
residenza  vescovile  nel!'  Irlanda,  pro- 
vincia di  Connaught,  contea,  e  ba- 
ronia, ad  undici  leghe  da  Roscom- 
mon.  La  cattedrale  serve  oggi  di 
chiesa  parrocchiale.  Vi  si  tengono 
fiere  nei  giorni  3  maggio,  e  io 
dicembre.  Fu  patria  di  alcuni  uo- 
mini illustri,  fra' quali  nomineremo 
Goldsmith.  Nell'anno  4^5,  allor- 
quando s.  Patrizio  apostolo  dell'Ir- 
landa fondò  i  vescovati  di  questo 
regno,  eresse  anche  la  sede  di  El- 
phin,  Elfiniunij  che  fu  sottoposta 
all'  arcivescovo  di  Tuam,  di  cui  è 
tuttora  suffraganea.  Il  vescovo,  sic- 
come risiede  a  Sligo,  città  d'Irlan- 
da, nella  medesima  provincia  di 
Connaught,  ne  daremo  qui  un  cen- 
no. Va  però  avvertito,  che  il  ve- 
scovo ha* risieduto  pure  a  Roscom- 
mon. 

Sligo  è  capoluogo  della  contea 
del  suo  nome,  baronia  di  Carbury, 
alla  foce  del  Garwoag  nella  baja 
di  Sligo.  E  assai  ben  fabbricata, 
ed  ha  varii  stabilimenti  benefici, 
e  manda  un  membro  al  parlamen- 
te.  Deve  Sligo  la  sua  origine  ad 
un  castello,  e  ad  un'  abbazia  che 
nel  1262  vi  eresse  Maurizio  Filz- 
Gerald,  capo  della  giustizia  del- 
l'Irlanda. Il  castello  fu  distrutto 
nel  1277,6  fu  ricostruito  nel  i  3  f  o  : 
le  sue    rovine    dimostrano  l' antico 


ELU  255 

suo  splendore.  Sligo  è  stata  spes- 
so nelle  guerre  civili  distrutta,  e 
saccheggiata. 

Elphin  appartiene  alla  delta  pro- 
vincia, che  nelle  notizie  ecclesiasti- 
che chiamasi  Connacia.  Il  vescovo 
attuale  é  monsignor  Patiizio  Durk, 
da  Pio  VII  creato  vescovo  di  Au- 
gustopoli  in  partibus  li  12  gennaio 
1819;  ^  "^^  '8^75  succeduto  per 
coadjutoria  a  monsignor  Plunchet. 
11  clero  vive  delle  pie  oblazioni 
nonché  dei  proventi  parrocchiali  ; 
ed  è  composto  dei  parrochi,  e  di 
cinquantacinque  vicari.  I  preti  in 
lutto  sono  più  di  cento,  e  le  par- 
rocchie quarantatre,  oltre  molte 
cappelle.  Gli  agostiniani  hanno  una 
casa  :  i  cattolici  ascendono  nella 
diocesi  a  duecento  novanta  mila. 

ELUSA.  Città  vescovile  della  ter- 
za provincia  di  Palestina,  nella  dio- 
cesi di  Gerusalemme,  sotto  la  me- 
tropoli di  Petra,  la  cui  erezione 
da  Commanville  si  fa  rimontare  al 
secolo  nono.  Tolomeo  la  enumera 
tra  le  città  dell'  Idumea  all'occi- 
dente del  Giordano.  Ne  furono 
vescovi  Teodolo  sive  Abdellas,  A- 
reta,  Pietro,  e  Zenobio,  non  cono- 
scendosi il  nome  del  predecessore 
del  primo.  Secondo  l'OnV/i?  Clirist. 
tom.  Ili,  p.  736,  sembra  che  questa 
sede  già   esistesse  nel  quarto  secolo, 

ELUSA,  ELUSAE.  Città  della 
Gallia,  che  teneva  il  -grado  di  me- 
tropoli nella  Novempopudonia,  e  che 
essa  conservò  sino  all'  ottavo  seco- 
lo ;  ma  essendo  stata  distrutta  dai 
normanni,  il  vescovo  d'Auch  salì 
alla  dignità  di  metropolitano.  Si 
crede  che  corrisponda  ad  Eauzo 
nell'Armagnac,  capitale  del  piccolo 
paese  chiamato  V  Ausan,  che  dai 
romani  passò  sotto  il  dominio  dei 
goti,  e  che  fu  indi  conquistata  da 
Clodoveo,  e  rovinata    dai  norman- 


45i6  ELV 

ni,  e  dai  saraceni.  Fu  patria  del 
fòmoso  Rufino,  che  fu  console,  pa- 
trizio, prefetto  del  pretorio,  e  che 
aspirò  air  imperio.  Elusa  fu  capi- 
tale del  paese  degli  Elusati,  nella 
Novempopulonia,  o  terza  parte  del- 
l' Aquitania,  e  poscia  di  tutta  la 
Novempopulonia.  Tal  paese  corri- 
sponde alla  maggior  parte  della 
Guascogna  ,  ed  alla  parte  occi- 
dentale della  contea  di  Armagnac. 
Commanville  dice,  che  Elusa  ebbe 
dei  vescovi  dall'  anno  3i4  sino 
verso  l'anno  SyS;  e  che  la  dignità 
metropolitica  fu  trasferita  ad  Auch, 
probabilmente  nel  pontificato  di 
Giovanni  YIII. 

ELVAS  {Elven).  Città  con  resi- 
denza vescovile  nel  regno  di  Por- 
togallo, nella  provincia  di  Alentejo, 
capoluogo  di  comarca,  poco  distan- 
te dalle  frontiere  occidentali  di 
Spagna.  E  situata  sopra  una  col- 
lina scoscesa,  presso  la  riva  destra 
della  Guadiana,  ed  è  considerata 
per  una  delle  piazze  più  munite 
del  Portogallo,  perchè,  oltre  le  for- 
tificazioni che  la  cingono,  ha  ancora 
per  difesa  due  forti  importanti. 
Elvas  o  Elva,  Heh'a^  è  città  anti- 
ca, i  cui  edifizi  più  notabili  sono 
la  cattedrale,  l' arsenale,  e  il  ma- 
gnifico acquedotto  che  conduce  l'ac- 
qua per  lo  spazio  d'  una  lega  cir- 
ca dalle  vicine  montagne,  acque- 
dotto, che  in  vicinanza  alla  città 
sta  eretto  sopra  tre  archi,  sormon- 
tati l'uno  dall'altro.  Sonovi  chie- 
se, conventi,  collegio,  ospedale,  ca- 
sa di  carità ,  fonderia  di  cannoni, 
vasto  lazzaretto,  teatro,  caserme  ec, 
per  la  numerosa  guarnigione.  I 
dintorni  irrigati  dalla  Caya  sono 
deliziosi,  e  fertilissimi.  Qualche  sto- 
rico ha  creduto  autori  di  questa 
città  i  gaulesi  elvii,  popoli  della 
Gallia  narbonese,  abitanti  presso  il 


ELV 

Rodano,  la  cui  capitale  essendo 
Alba,  imposero  a  questo  il  nome 
di  Elva  0  Alba.  I  mori  la  forti- 
ficarono, e  v'  innalzarono  una  bella 
moschea,  che  credesi  essere  la  chie- 
sa cattedrale.  Invano  gli  spagnuoli 
assediarono  Elvas  nel  1659,  anzi 
presso  di  essa  furono  battuti  dai 
portoghesi.  Nel  1666  fu  pure  eoa 
poco  successo  bombardata  dai  gal- 
lo-ispani. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  nel 
i555,  sotto  il  Pontefice  Paolo  IV, 
ovvero  nel  1570  da  s.  Pio  V,  suf- 
fraganea  della  metropoli  di  Evora, 
di  cui  lo  è  tuttora.  La  chiesa  cat- 
tedrale è  dedicata  ali'  Assunzione 
di  Maria  Vergine  in  cielo ,  ed  è 
un  buon  edificio,  con  l' episcopio 
vicino.  11  capitolo  si  compone  di 
cinque  dignità,  la  prima  delle  qua- 
li è  il  decano,  di  tredici  canonici, 
comprese  le  prebende  del  teologo, 
e  del  penitenziere,  di  sei  porzio- 
narii,  di  dodici  beneficiati,  e  di  al- 
tri chierici  addetti  alla  sagra  uffi- 
ziatura.  Nella  cattedrale,  munita  di 
battisterio,  si  esercitano  le  funzioni 
parrocchiali  per  la  cura  delle  ani- 
me, da  un  canonico  rettore  deputa- 
to, insieme  a  due  preti  nominati  dal 
vescovo.  Vi  sono  molte  insigni  re- 
liquie, che  si  custodiscono  in  un 
decoroso  sacrario.  Nella  città  vi  han- 
no tre  altre  chiese  parrocchiali,  con 
il  fonte  battesimale,  e  con  benefiziati 
che  ufficiano  regolarmente  nel  coro. 
Eziandio  sonovi  tre  conventi  di  re- 
ligiosi, e  due  monisteri  di  mona- 
che, due  ospedali,  cioè  uno  pei  mi- 
litari, l'altro  pubblico  pegli  indi- 
genti ec.  Ogni  nuovo  vescovo,  in 
proporzione  delle  rendite  della  men- 
sa episcopale,  è  tassato  ne'  libri 
della  camera  apostolica  in  fiorini 
mille. 

ELVIDIO.  Elvidio  fu  discepolo 


ELV  ELV  25:7 
di   Auscenzio    Ariano,  il    quale   da  provincia   Betica,  assai  antica,  e  un 
Costanzo    imperatore     fu     intruso  tempo  considerabile.  Il  p.  Arduino 
nel  vescovado  di  Milano.    San  Gi-  dice,    che    fosse    situata    sopra    un 
rolamo  chiama  Elvidio,  homo  tur-  monte,  la   quale  prese  il    nome  di 
biilentus     sibi    laicus  et  sacerdos .  Sierra  d' Elvira,  due  o    tre    leghe 
Sembra  per  altro  che  non  fosse  sa-  distante  da  Granata  al  dire  di  Com- 
cerdote,  mentre,  come  parla  Natale  manville,  il    quale  inoltre  dice,  che 
Alessandro,  fu    un    povero    villano  alcuni  opinarono  essere  la  medesima 
ignorante,  appena  istruito  nelle  pri-  Granata,  dicendola  eretta    in    sede 
me  lettere.  Neil'  anno  882,  comin-  vescovile  nel  quarto  secolo,  indi  u- 
ciò  a  spargere  la  sua  eresia  ;  soste-  nila    a  Granata,    che    nel  decimo- 
neva    che    Maria    santissima    dopo  quinto  divenne    metropoli.    Questa 
Gesù  Cristo  ebbe  con  s.    Giuseppe  celebre  città,  ora   rovinata,    va  di- 
altri figli    (Nat.  Aless.  tom.    8,    e.  stinta  da  quella  pur   chiamala    II- 
3,    art.     18).     Citava    Tertulliano  liberis,    od    Elna    nella    provincia 
quale  autore  di  tale  empietà  ;    ma  Tarragonese.  Essendo  tra    gli    sto- 
s.  Girolamo  lo  difese.   A  sostenere  rici    differenti    opinioni    sulle    due 
la  sua  eresia  adduceva    vari    passi  città  del  medesimo  nome,  e  relali- 
della  Scrittura,  e  fra  gli  altri  quello  ve  all'  epoca  del  rinomato   concilio 
di  s.  Matteo  (i.    18),  ove  dice:  an-  Eliberitanum,     ó.' Illiberis,   o  d'jEZ- 
tequam  convenirenty  inventa  est   in  vira  (eh'  ebbe  luogo  in  questa  cit- 
ntero    habens    de  Spiritu    Sanato:  tà,  ed  il  primo  che  si  conosca  es- 
quindi   argomentava:  si    antequam  sersi  adunato  nella  Spagna),  quella 
convenirent,    ergo   postea    convene-  che  asserisce  l'anno  3oo,  o  3oi  per 
runt.  Alla  quale    falsa    argomenta-  epoca  della  celebrazione  del  conci- 
sione   egregiamente    rispose     il    d.  lio,   sembra    la    più    probabile.    Si 
s.  Girolamo  dicendo  :  qiiod    autem  riporta    per    ragione,    non    potersi 
dìcilur,  antequam  convenirent,  non  risalire  più  indietro,    dappoiché    s. 
sequilur,  ut  postea  convenerint,  sed  Valerio  vescovo  di  Saragozza,    che 
Scripiura  quod  non  factum  sit   o-  vi  assistette,  non    occupava  più    la 
stendìt.  Cosi  dall'  altre  parole  di  s.  sua  sede  nell'  anno    3o3,    o    3o4 , 
Matteo  (r.  7.5):  peperit  filium  suum  essendone  stato  espulso  in  tal  tem- 
primogenitum\òy\w(\ue,  dicea,  Maria  pò  da  Baciano,  quindi  martirizzato 
ha  generati  altri  figli.  Ma  il  mede-  nel  3o5,  nella    persecuzione,    forse 
Simo     s.    dottore    appoggiato    alla  T  ultima  della  Spagna.  Va    notato 
stessa  sacra  Scrittura  (Num.  18,  v.  che  il  Lenglet,  seguitando  il    Car- 
i5,    16)  riflette,  che  per   primoge-  dinal    d*  Aguirre,    ed    il  p.    Ardui- 
nilo  intendesi  anche    Unigenito^  os-  no,    registra    il    concilio   di    Elvira 
sia     quidquid  prinnim    erumpit   e  all'  anno  3 1 3  ;  anzi    aggiunge    che 
vulva,   Elvidio   metteva   ancora    di  questo    concilio    è    un    compendio 
più  a  parità  la   verginità  ed  il  ma-  o    raccolta    di    canoni    penitenzia- 
trimonio,  dicendo  ejusdem  esse  glo-  li  delle  chiese  di   Spagna,  e  d'Afri- 
riae  virgines,  ac  maritatae    (Hier.  ca,  non  che  tratti  da  molti  autori, 
contr.  Helvid.),  contra    la  dottrina  piuttosto  che  un  concilio,  e  che  la 
di  s.  Paolo  (1.   Corint.   7).  di    lui    disciplina    è    rigida    contro 
ELVIRA,  Eliberis  seu    Illiberis.  quelli  ch'erano  caduti  nelle  perse- 
Città    vescovile   di    Spagna ,    nella  cuzioni.  Contiene    ottantuno    cano- 
vor,.   XXI.                                                                           17 


258  ELV  ELV 

ni,  e  sì  trova  con  molli  commenti,  le   offeite   agi*  idoli  ,    ed  accordar 

ed  annotazioni  nell'edizione  del  p.  loro    la    comunione   in    punto    di 

.Labbé  t.  I,  Regia,   ed   Arduino  t.  morie,    purché    si    sieno    dati    alla 

I,  Aguirre  in  Concil.  Hisp.  Tutta-  penitenza.  La  parola  Jlamine,   che 

volta  questo  concilio  è  celebralissi-  questo  canone  usa,  si    deve    inten- 

mo  e  pei    diversi    giudizii,    che    si  dere    di    coloro    che    offrivano    dei 

sono  fatti    della   severità    e    rigore  doni  agl'idoli,  da  cui  4  flamini,    o 

di  sua  disciplina,  e    pel    tempo  in  sacrificatori    non    erano    esenti,   e 

cui  è  stalo  tenuto.  non  di  quelli  che  facevano  rappre- 

11  concilio  fu  composto  di  die-  sentare  spettacoli  profani,  come  lo 
cinove  vescovi,  dei  quali  si  trova-  inlesero  vari  commentatori, 
no  i  nomi  al  testo  del  concilio  H  seslo,  ed  il  settimo  privano 
stesso  presso  i  suoi  scrittori.  11  fa-  dell'  assoluzione,  anche  in  punto  di 
migerato  Osio  di  Cordova  vi  tenne  morte,  coloro  che  fanno  morire 
il  secondo  luogo,  ventisei  preti  vi  altri  per  malefizìo,  e  gli  adulteri, 
sedettero  insieme  coi  vescovi,  stan-  che  ricadono  dopo  di  aver  fatto 
do  i  diaconi  in  piedi,  e  il  popolo  penitenza.  Ma  il  dottissimo  Cardi- 
presente,  che  assistette  alla  pubbli-  nal  Orsi  vittoriosamente  dimostrò 
cazione  dei  decreti.  Altri  attribui-  contro  tali,  sesto,  e  settimo  canoni, 
rono  al  concilio  novantuno  cano-  e  contro  i  francesi  Marlene,  Pela- 
ni  dei  penitenziali,  che  cominciano  vio,  Aubespine  ed  altri,  che  per 
dall'idolatria,  come  il  più  enorme  nulla  €ssi  si  accordano  colla  uni- 
di  tutti  i  delitti;  i  canoni  sono  versale  disciplina  della  Chiesa,  e 
tutti  degnissimi  dell'antichità,  im-  molto  meno  coli' indole  tutta  pie- 
portantissimi  per  la  disciplina  ec-  tosa,  e  benigna  della  medesima, 
clesiastica,  e  nulla  non  contengono,  Il  decimo  permette  di  batlezza- 
che  non  sia  utile,  e  santo.  Sono  re  i  mariti,  che  hanno  abbandona- 
stati  spiegati  anche  dal  Menc^oza  to  le  loro  mogli,  e  le  mogli  che 
vescovo  spagnuolo,  e  da  monsignor  hanno  abbandonato  i  mariti,  nel 
d'  Aubespine ,  vescovo  d'  Oi Jeans,  tempo  del  loro  catecumenato,  quan- 
nella  collezione  del  citato  p.  Labbé.  tuiique  siansi  poscia  maritati  con 
Sebbene  ai  relativi  articoli  del  Di-  allii. 

zionario  si  parli  dei  canoni  di  que-  Il  decimo  secondo,  e  decimoter- 
sto  concilio,  tuttavia  in  riflesso  del-  zo  privano  della  comunione  in 
la  sua  notorietà,  qui  riporteremo  i  punto  di  morte  le  donne,  che  pro- 
più  importanti.  F.  Canoni  Peni-  stituiscono  le  figlie,  e  le  vergini, 
TENZiAir.  che  dopo    essersi    dedicate    a    Dio, 

Il  primo  canone  priva  della  co-  passano    la    loro    vita    nel    liberti- 

munione,  cioè  dell'assoluzione,  an-  naggio. 

che   nel    punto    di    morte,  coloro  ,         Il  ventesimo  fulmina  la    degra- 

i  quali  dopo  di    avere    ricevuto    il  dazione  contro    gli    ecclesiastici    u- 

battesimo,     volontariamente    hanno  surai. 

sagrificato  agl'idoli:  e  questo  chia-  Il    ventesimo    terzo    ordina    che 

masi  peccato  capitale.  ni  ogni   mese  si  osservino  i  digiuni 

Il  terzo  vuole  però  che  si  miti-  doppii,    eccettuali    i    due    mesi    di 

ghi    questa    pena    per    riguardo    a  luglio,  e  di  agosto.    Questi    doppii 

quellij  che  hanno  fatto  soltanto  del-  digiuni,  o  straordinari,  erano  di  due 


ELY 

giorni  (li  seguito,  dimodoché  non 
si  mangiaTa  nulla  nel  primo  di 
questi  due  giorni. 

11  ventesimo  quarto  proibisce 
l'accendere  torcie  in  pieno  giorno 
nei  cimiterii,  al  modo  dei  pagani. 

Il  ventesimo  sesto  comanda  che 
si  osservi  il  doppio  digiuno  tutti  i 
sabbati. 

11  cinquantesimo  secondo  pronun- 
cia anatema  contro  quelli,  che  pub- 
blicano de'  libelli  di^amatorii. 

Il  cinquantesimo  settimo  prescri- 
ve che  le  donne  od  i  loro  mariti 
che  prestano  i  loro  abiti  per  una 
pompa  profana,  per  tre  anni  si  a- 
sleugano  dall'entrare  in  chiesa. 

Il  settantesimo  terzo,  ed  il  set- 
tantesimo quarto  privano  della  co- 
munione anche  in  punto  di  morte 
le  donne  adultere,  che  Fanno  morire 
i  loro  figli,  o  che  perseverano  nel 
peccato  fino  all'  ultima  malattìa. 

il  settantesimo  quinto  priva  del- 
la comunione,  anche  in  punto  di 
morte,  quelli  che  hanno  accusato 
di  falsi  delitti  un  vescovo,  un  pre- 
te, od  un  diacono. 

Il  settantesimo  nono  ordina,  che 
si  separino  dalla  comunione  quei 
fedeli  che  fanno  professione  dei  gi- 
uochi d'  azzardo. 

L' ottantesimo  proibisce  alle  mo- 
gli fedeli  di  scrivere  ai  laici  in  loro 
nome,  ne  di  ricevere  lettere  pure 
in  loro  nome,  senza  quello  dei  loro 
mariti. 

ELY  od  ELIS,  seu  ELIA.  Città 
vescovile  d'  Inghilterra^  contea  esi- 
stente in  un  luogo  paludoso  sul- 
r  Ouse,  formato  dai  molti  riga- 
gnoli eh'  escono  da  quel  fiume.  Vi 
si  osserva  la  cattedrale,  la  cui  ar- 
chitettura offre  un  miscuglio  dello 
stile  anglo-normanno,  e  dell'inglese, 
da  un  lato  della  quale  è  una  tor- 
^re.  alla    2^0    piedi.    Questa    città, 


E  ME  259 

unitamente  a  Cambridge,  manda 
due  membri  al  parlamento.  In  que- 
sto luogOj  nel  settimo  secolo,  fu 
eretta  un'  abbazia  di  benedettini, 
che  nel  1 1 09  il  Papa  Pasquale  II 
eresse  in  vescovato,  distaccandolo 
da  Licolne,  e  facendolo  suffraganeo 
di  Cantorbery,  e  ciò  ad  istanza 
del  re  Enrico  I.  Il  vescovo  diven- 
ne uno  de' più  ricchi  d'Inghilterra, 
aveva  il  titolo  di  conte  palatino,  e 
giurisdizione  civile  dell'isola  del 
suo  nome,  per  cui  nominava  un 
giudice  pegli  afifari  sì  civili,  che  cri- 
minali. 

EMARD  Carlo,  Cardinale.  Car- 
lo Emard,  nobile  francese,  de'  si- 
gnori di  Denoville,  nacque  Tanno 
1493  inBeausse.  Nel  i53i  fu  elet- 
to a  vescovo  di  Magon,  ed  amba- 
sciatore di  Francesco  I  a  Paolo  III. 
Ad  istanza  di  questo  principe,  il 
Papa,  nel  concistoro  de'22  dicembre 
1 536,  lo  creò  prete  Cardinale  di  s. 
Matteo  in  Merulana;  ma  poco  as- 
sai visse  alle  comuni  speranze,  che 
prematura  morte  Io  tolse  al  bene 
de' prossimi  nell'anno  i54o.  Allo- 
ra egli  era  vescovo  in  Amiens,  do- 
ve era  stato  trasferito  dalla  sede  di 
Ma^on.  Egli  era  degno  di  lunga 
vita. 

EMBRONIACO  Giovanni,  Car- 
dinale. V.  Armet. 

EMERENZIANA  (s.).  Dagli  atti 
di  questa  santa  rilevasi,  ch'ella  sos- 
tenne il  martirio  nell'anno  3o4, 
che  ancora  catecumena,  visitava  di 
spesso-  e  pregava  con  fervore  sulla 
tomba  di  s.  Agnese,  e  che  lasciò 
la  vita  per  Gesù  Cristo  sotto  ai 
colpi  delle  sassate.  La  sua  festa  è 
ricordata  il  dì   2  3  gennaio. 

EMESA  o  EMESSA.  Città  me- 
tropolitana onoraria  della  seconda 
Fenicia,  della  diocesi  di  Antiochia, 
iiulto    la    metropoli    di    Damasco. 


a6o  EME 

Questa  città  della  Turchia  Asiatica, 
pascialatico,  ora  si  chiama  Hems 
o  Homs,  ed  è  capoluogo  del  saii- 
giacato  di  Tadmor.  E  in  una  val- 
le sopra  un  terreno  elevato,  ad 
una  lega  dalla  riva  destra  dell'  O- 
ronte,  le  cui  acque,  col  mezzo  di 
canali,  vanno  a  fertilizzare  i  giar- 
dini che  la  cingono.  Questa  cit- 
tà è  grande,  murata,  e  difesa  da 
una  vasta  fortezza  assai  antica , 
e  mezzo  rovinosa,  nella  quale  si 
conserva  un  Alcorano,  che  i  mus- 
sulmani pretendono  scritto  dalla 
mano  di  Omar.  Vi  si  contano 
molte  moschee,  con  altri  minareti, 
chiese  greche,  e  siriache,  ed  altri 
edifizi.  Ne]  dintorni  si  osserva  un 
cimiterio  vasto,  che  rinchiude  i  se- 
polcri di  trenta  profeti  mussulma- 
ni. L'  antica  Emesa,  di  cui  la  nuo- 
va occupa  il  luogo,  era  considera- 
bilissima sotto  r  impero  romano, 
e  vide  nascere  Eliogabalo.  Si  vedo- 
no ancora  alcuni  avanzi  di  an- 
tichi monumenti,  uno  de'quali  vuoi- 
si eretto  a  Cajo  Cesare,  mentre  da 
alcune  medaglie  si  apprende,  che 
i  romani  vi  stabilirono  una  colo- 
nia. Dai  vari  avanzi  poi  di  colonne, 
di  torri,  e  di  muraglie,  si  rileva  che 
fu  pure  soggiorno  dei  greci.  A'tem- 
pi  dell'  imperatore  Costanzo  vi  ven- 
ne edificata  una  magnifica  chiesa 
in  onore  di  Gesù  Cristo.  Ebbe  an- 
che il  nome  di  Hemisends,  ed  Eme- 
senos. 

La  sede  vescovile,  al  dire  di  Com- 
manville,  fu  eretta  nel  quinto  se- 
colo, indi  nel  nono  divenne  arci- 
vescovile. Aggiunge,  che  i  greci  vi 
ebbero  un  arcivescovato  onorario, 
che  la  cattedrale  era  dedicata  ai 
ss.  Quaranta  martiri  di  Sebaste,  e 
che  qualche  notizia  ecclesiastica  dei 
latini  le  diede  tre  o  quattro  suf- 
fraganei.  Nella  Siria   Sagra^   a   p. 


EMI 

i38,  si  leggono  importanti  notizie 
di  questa  città,  e  di  alcuni  suoi  re, 
e  si  celebra  per  primo  vescovo  s.  Sil- 
vano martire,  non  che  si  fa  menzione 
di  altri  campioni  della  fede,  che  spar- 
sero per  essa  il  sangue.  Eliodoro  suo 
vescovo,  per  eretiche  dottrine  fu  de- 
posto, e  gli  successe  Epifanio,   che 
intervenne  al  concilio  di    Calcedo- 
nia,  ed  Uranio,  che    scrisse    la    ri- 
nomata epistola.  Nella  stessa    Siria 
Sagra  si  dice  che    Argeti,   Marco- 
poli,     Benchali,    ed    Ermenia,    già 
città  del  Libano,    furono   suffraga- 
nee  di  Emessa,  e  che    cinque    sa- 
gri templi  decorarono   questa  illu- 
stre ed  antica  città,  cui    si  dà  re- 
motissima origine.  Altre  notizie    si 
possono  leggere  nel  p.    Le    Quien, 
Oriens     Chrislianus,    nel    tom.    II, 
alla  pag.  887,  e   1 424-  Al  presen- 
te Eniesen.  è  un   arcivescovato    iti 
partibus,    che    conferisce    la    santa 
Sede,  senza  chiese  suffraganee. 

EMETERO  (s.)F.  CHELrooNio(s.). 

EMILIANA  (s.).  Nipote  dal  lato 
paterno  al  s.  Pontefice  Gregorio 
Magno.  Consecratasi  di  buon'  ora 
ad  una  vita  ascetica,  e  con  voto 
di  virginità,  si  mantenne  ella  sem- 
pre fedele  al  suo  Signore,  perfezio- 
nandosi ogni  dì  più  nella  vita  spi- 
rituale. La  perseveranza  ne'  suoi 
santi  propositi  le  meritò  da  Dio  la 
corona  di  gloria.  Emiliana  segui 
fedelmente  l'evangelico  precetto,  e 
santamente  spirò  il  di  5  gennaio, 
nel  qual  giorno  il  martirologio  ro- 
mano assegna  la  di  lei  festività. 

EMILIANO  DALLA  Cocolla  (s.). 
Da  poveri  genitori  a  Vergeja  nel- 
l'Aragonese nacque  Emiliano,  e  sino 
ai  vent'anni  si  esercitò  nell'umile  uffi- 
cio di  pastore.  Inclinato  il  suo  spirito 
alla  vita  contemplativa,  si  pose  sotto 
la  direzione  di  un  santo  romito,  e  da 
questo  molto  beae  ammaestrato,  si 


EMI 

ritirb  di  poi  nelle  montagne  di  Di- 
fterces,  e  auivi  si  mise  a  praticare 
le  più  acerbe  austerità.  Intesa  dal 
vescovo  di  Tarragona  la  buona  fa- 
ma, che  di  se  dava  questo  novello 
anacoreta,  lo  chiamò  a  sé,  l'ordi- 
nò sacerdote,  e  gli  affidò  la  cura 
parrocchiale  della  sua  patria.  Ob- 
bedì contro  voglia  all'  episcopale 
volontà,  ma  vi  corrispose  però  con 
quel  calore  eh' è  proprio  di  un 
vero  ministro  del  Signore.  La  sua 
carità  verso  i  poveri,  e  l'esattezza, 
eh*  egli  usava  nell'  adempiere  a  tut- 
ti i  doveri  del  suo  pastorale  mini- 
stero, indussero  non  pochi  de'suoi  per 
invidia  a  calunniarlo  presso  il  vesco- 
vo, il  quale  tratto  in  inganno  Io  al- 
lontanò dalla  cura.  Sofferse  egli  con 
evangelica  rassegnazione  il  torto 
fattogli^  e  si  recò  di  nuovo  al  suo 
romitaggio,  lieto  di  riprendere  la 
primitiva  sua  maniera  di  vivere. 
Visse  una  lunga  età  nel  suo  ere- 
mo, beneficando,  come  più  poteva, 
i  poveri,  ed  accogliendo  con  soavi- 
tà tutti  quelli,  che  a  lui  facevano 
ricorso  per  consigli.  Favorito  an- 
cor vivente  del  dono  dei  miracoli, 
celebre  in  quei  dintorni  si  fece  il 
suo  nome.  Giunto  finalmente  il 
tempo,  in  cui  Iddio  a  sé  il  chia- 
mava, si  dispose  alla  morte  con 
ardentissimo  desiderio  dì  congiun- 
gersi al  suo  Creatore,  e  soavemen- 
te spirò  il  giorno  12  novembre  del 
574.  I  suoi  discepoli  lo  riposero 
nel  tumulo  nella  cappella  del  suo 
romitaggio.  Neil'  undecimo  secolo  le 
sue  reliquie  furono  trasportate  nel- 
la valle,  ove  era  l' infermeria  dei 
religiosi,  nella  quale  si  fabbricò  un 
altro  monistero,  e  dove  tuttora  ri- 
posa il  suo  corpo.  I  Benedettini 
annoverano  Emiliano  fra  i  santi 
del  loro  Ordine,  e  celebrano  la  sua 
festa  il  giorno   12  novembre. 


EMI  i6t 

EMILIANO  (s).  Nell'anno  484, 
banditi  i  cristiani  in  Africa  da  Une- 
rico  re  dei  Vandah,  anche  Emilia- 
no ebbe  a  sentire  gli  effetti  di  que- 
sta persecuzione.  Non  atterritosi 
però  il  vero  seguace  di  Gesù  Cri- 
sto, resistette  a  tutte  le  torture,  a 
cui  la  barbarie  il  volle  esposto, 
stancando  persino  i  carnefici,  che 
Io  perseguitavano.  Condannato  quin- 
di a  morte,  egli  la  incontrò  con 
tutta  placidezza,  e  volò  al  cielo  il 
dì  6  dicembre,  giorno  in  cui  dal 
martirologio  romano  é  segnata  la 
di  lui  festa. 

EMILIO  (s.).   r.  Casto  (s.).    . 

EMILY  (Lnilìcen.) .  Città,  già 
con  residenza  vescovile  in  Irlanda 
nella  provincia  di  Munster,  contea 
di  Tipperary,  baronia  di  Clanwil- 
lian,  sei  leghe  e  mezzo  lungi  da 
Cashel.  Vi  si  tengono  fiere  nei 
giorni  22  maggio,  e  22  settembre. 
Fu  chiamata  anche  Emly  ed  Em- 
mely,  Emelia.  Le  si  dà  s.  Albana 
per  primo  vescovo,  verso  l'anno 
540,  nella  provincia  ecclesiastica  di 
Momoniaj  ma  è  noto  che  s.  Pa- 
trizio, dopo  l'anno  435,  fondò  tut- 
te le  sedi  episcopali  d' Irlanda.  Que- 
sta sede  venne  sottoposta  alla  me- 
tropolitana di  Cashel,  a  cui  fu  riu- 
nita nel  secolo  XIII.  Al  presente 
r  arcivescovo  di  Cashel  è  ammini- 
stratore perpetuo  della  diocesi  di 
Emily.  Alle  notizie,  che  riportam- 
mo a  Cashel  [Vedi)^  di  questa  ar- 
cidiocesi,  qui  aggiungeremo,  secon- 
do le  più  recenti  notizie:  Che  il 
clero  si  compone  di  cento  preti  ;  e 
che  il  capitolo  con  cinque  dignità, 
ed  altrettanti  canonici,  non  ha  ren- 
dite. In  Thurles,  residenza  dell'ar- 
civescovo, avvi  il  seminario,  ed  una 
casa  pei  fratelli  delle  scuole  cri- 
stiane. Inoltre  nella  diocesi  vi  so- 
no quattro   case   di    monache,    gli 


262  EMI 

agostiniani  hanno  due  conventi,  ed 
i  francescani  uno.  Al  presente  le 
diocesi  di  Casliel,  e  di  Emily  sono 
governate  da  monsignor  Michele 
Stattery,  fatto  arcivescovo  dal  Pa- 
pa che  regna  a'22  dicembre  i833. 

EMIMONTE.  Provincia  di  Tra- 
cia, così  chiamata  dal  monte  Emo, 
il  quale  la  termina  a  settentrione. 
Emimonte  è  la  parte  settentriona- 
le della  Tracia  verso  la  Mesia  in- 
feriore. Essa  ha  il  Ponto  Eussino 
a  levante,  e  TEbro  a  mezzodì. 
Questa  provincia  aveva  Adrianopo- 
li  per  metropoli  sino  dal  quinto 
secolo,  la  quale  nel  decimo  quinto 
divenne  esarcato  d' Emimonte  con 
le  seguenti  sedi  per  sufFraganee,  le 
prime  tre  delle  quali  in  progresso 
di  tempo  furono  erette  in  arcive- 
scovati: Sisopoli,  o  Sozopoli,  Mesem- 
bria,  Anchialo,  Agatopoli,  Brysis 
che  nel  IX  secolo  divenne  arcive- 
scovato onorario,  Zagoria,  Platino- 
poli,  Tsoida,  Scopelus,  Anastasiopo- 
li,  Trabysia,  Carabi,  Bucelli,  Pro- 
bati,  e  Bulgaropighi. 

EMINENTISSIMO,  ed  EMINEN- 
ZA (Eminentìssinms,  Eminentia).  F. 
Eminenza. 

EMINENZA.  Titolo  onorifico  dei 
Cardinali  di  santa  Romana  Chiesa, 
dei  tre  arcivescovi  elettori  del  sagro 
romano  impero,  e  del  gran  maestro 
del  sagro  militare  Ordine  gerosoli- 
mitano, detto  di  Malta.  Questo  vo- 
cabolo di  eminenza,  e/ninentiaj  è  un 
astratto  di  eminente,  etnìnens,  che 
apparisce  sopra  gli  altri,  come  chi 
direbbe  sopravvanzantCjeccelso,  gran- 
dissimo. Da  eminenza,  o  eminente, 
provenne  il  superlativo  di  Enii/ien- 
tissìmOy  ancor  esso  perciò  titolo  dei 
Cardinali  ed  altri  principi  suddetti. 
Prima  di  parlare  dell'  origine  del 
titolo  di  Eminenza^  e  di  Eniiiien- 
ùssinio,  dato  da    Urbano    Vili    ai 


EMI 

Cardinali  e  agli  altri  nominali,  di- 
remo in  quali  epoche,  e  con  chi 
fu  usato  il  titolo,  cui  non  dubitò 
di  chiamare  sinonimo  di  Altezza 
(Fedi),  il  p.  Tamagna,  Origini  e 
prerogative  dei  Cardinali  della  S. 
R.  C.  t.  I,  p.  225,  F.  l'articolo 
Cardinali  dì  santa  Romana  Chie- 
sa. Rilevasi  da  un  decreto  della 
congregazione  cerimoniale  dell'anno 
iji5,  approvato  da  Clemente  XI, 
che  il  titolo  di  Eniinentissimo  è 
più  dignitoso  del  Serenissimo  [Fe- 
di). 

Abbiamo  dal  Macri ,  Not.  dei 
vocab.  eccles.  p.  108,  e  299,  che 
questo  titolo  fu  usato  dal  Papa  s. 
Gregorio  I  nel  suo  Registro,  dan- 
dolo al  Prefetto  dì  Roma  (Fedi), 
ed  ai  proconsoli  delle  provincie, 
laonde  usava  cogli  uni  e  coli'  altro 
r  Eminentia  Pestra.  Il  Zaccaria, 
nella  Storia  letteraria  d' Italia,  t. 
Ili,  p.  443»  parlando  dell'  illustra- 
zione d' un  antico  calendario  della 
chiesa  napolitana,  opera  .del  cano- 
nico Mazzocchi,  dice,  che  questi  a 
p.  319  spiega  la  lapida  del  Gru- 
tero  su  li.  Petronio  Tauro  Volu- 
siano,  prefetto  del  pretorio  Em.  F. 
in  questo  modo:  praefecto  praeto- 
rio  Eniinentissimo  Firo.  Qiuimque 
ea  inscriptio  salleni  tertium  seculum 
spire t;  ex  eo  Eminentissiniatiis  an- 
tiquitateni  facile  intelliges.  Soggiun- 
ge il  medesimo  Zaccaria,  che  sul- 
V EminentissiniatOj  oltre  gli  autori 
citati  dal  canonico  Mazzocchi,  può 
vedersi  il  tom.  II  de' supplementi 
al  Giornale  de'  letterati  //'  Italia, 
a  p.  4^7-  Dall'epistole  ^9,  60,  e 
67  del  codice  Carolino,  ricavasi  che 
Teodoro,  nipote  di  Adriano  I  Papa 
nel  secolo  Vili,  avea  il  titolo  di 
Eminentissimo  Console  j  e  sotto 
Martino  Papa,  si  trova  un  breve 
di  ricordanza  fatto  dentro  la    casa 


EMI 

ileir  Eniinentissimo  uomo,  e  glorio- 
so duca  Benedetto^  avanti  di  esso, 
e  suoi  sudditi  ordinari.  Il  Galletti, 
del  Primicero,  pag.    i8,  nel  parla- 
re di  questa  dignità,  e  di  altri  uf- 
fizi primari  palatini,  che  il  Baronio 
intese  per  primates  i  Cardinali  pre- 
ti,  e    diaconi,    dice    che   vi   erano 
oltre  i  mentovati  anche   i    primati 
laici,  com'  erano  i  duchi,  ed  i  con- 
soli, i  quali  aveano  il  titolo    di  e- 
mìnentissimij  i  maestri  de'  militi  ec. 
Il  libro  pontificale  di  s.  Leone  IV 
dell' 855    fa  menzione  di    Grazia- 
no eniinentissimo  maestro  de'niilili, 
e  del   romano  palagio  egregio  sii- 
perista,  e  consigliere.    Il    superista, 
secondo  il  continuatore  di  Luitpran- 
do,  era  il  primo    tra' magnati    se- 
colari.  11  Garampi    nell'  illustrazio- 
ne del  sigillo  della  Garfagnana   a 
Pj  69  dice,  che  il  titolo  di  eminen- 
tissimo  fu  adoperato  nei  più  rinio- 
li  tempi,  massimamente  in  Roma, 
dove  nel  secolo  decimo,  come  nel 
seguente,   lo  si  vede  ancora  in  ispe- 
cial  modo  attribuito  ai    consoli,    e 
duchi,  dappoiché  in  uno  strumento 
dell'anno    938,    presso    il    Giorgi, 
nelle  note  al  citato  Baronio  t.  XVI, 
p.  9,  leggesi:  Boso   eininentissinius 
consul  et  dux  ;  in  altro   del  962, 
ivi  a  p.  88:   Theophilactus  eminen- 
tissinius   consul  j    e    in    altro    del- 
l'anno  ioi3,  presso  il    mentovato 
Galletti,    nell'altro    suo    libro    del 
Veslerario  di  s.   Chiesa,  p.  i^:  Al- 
bericus  eniinentissinius  consul  et  dux. 
Che  il  titolo    di    Eniinentissimo    si 
desse  al    prefetto    del    pretorio,    lo 
abbiamo    pure    dal     Salmasio,    de 
Priniatu  Papae  p.    i55,  e  dal  Sel- 
deno  detitulis  honorum,  II,  p.  668. 
Il  Baluzio,  nelle   note    ad    Lupum 
Ferrariensem  p.  46^5  ^80' ^"8^  ^^'^ 
il  titolo  di    Eniinentia   dignitatis  si 
dava  ai  vescovi.   F.  Beemanum  in 


EMI  263 

notit.    dignìldt.    illuslrium,   dissert. 
VII,  e.    I. 

Si   legge    nel     Parisi,    Istruzioni 
per  la  Segretaria,  t.  Ili,  §.   XVI, 
dell'  Eniinentissimo  titolo  onorifico, 
che  r  Eniinentissimo y  e  Magnificen.' 
tissinio  era  il  prefetto  del  pretorio, 
ed  il  questore  del  sagro  palazzo.  Tale 
titolo  si  trova  ancora  in  più  luoghi 
del   Codice,  e  delle  Novelle  di  Giu- 
stiniano I,  imperatore  del  sesto   se- 
colo. Inoltre  osserva,  che  il  JMabil- 
lon    dice  come  s.  Gregorio  I  trattò 
di  Eminenza  i  vescovi  d' Italia,  ma 
i   suoi  confratelli    maurìnì,    editori 
delle  opere  di  questo  santo  dottore, 
vi  hanno  che  opporre,  annot.  alla 
lettera     12    alias    20    del    lib.    io. 
Però  è  certo,  che  lo  diede  ai  con- 
soli,   esarchi,    e    duchi.     Aggiunge 
trovarsi  nel  987    Joannes    eminen- 
tissimus  consul,  et    dux,    presso    il 
Muratori,  Antich.  Ital.  t.  I,  dissert. 
quinta,  tomo    IV,    dissert.    4^5    e 
presso  Giovanni  Vincenzo  Gravina, 
nel  lib.  mss.  del   governo   civile  di 
Roma,  in  bibl.  Frangip.,  citati  dal 
Neiiui  de  tempio  et  coenoh.  s.  Ale- 
xii  etc,  pag.   878.  In  oltre  leggesi 
Vir  Eminentissime  nelle  lettere    di 
s.   Pier  Damiani  al    duca,    e    mar- 
chese di  Toscana,  chiamato    anche 
Eccellentissimo  (Fedi),  e   ad    Ade- 
laide   duchessa,    e    marchesa    delle 
Alpi  Cozie.  All'articolo   Curia  Ro- 
mana (Fedi),  riportammo  il   ceri- 
moniale e  la    formola,  colla    quale 
a'  tempi  di  Gregorio  IX  quei  della 
curia  trattavano    i    Cardinali,    cioè 
di  venerande  pater  domine.  In  ap- 
presso si  comunicò  loro  anche  quel- 
lo di  Reverendi  (Fedi),  che  prima 
non  aveano  difficoltà  di  ricevere  gli 
stessi  Papi,  laonde  ne' libri  de'conli 
del  sagro  Collegio,    dal    pontificato 
di  Bonifacio   Vili  a  quello  di  Gre- 
gorio XI,  i  Cardinali  vengono  ap- 


!i64  EMI 

pellati  Reverendi  patres  et  Domini. 
Indi  venne  stabilito  il  Reverendis- 
simus  pater,  et  dominus,  che  si 
continuò  ne' seguenti  secoli  XV,  e 
XVI.  Ma  siccome  ai  principi,  e 
gran  signori  laici  si  dava  il  titolo 
d'Illustri,  e  d' Illustrissimi  (Pedi)^ 
cosi  a  poco  a  poco  si  attribuì  il 
medesimo  titolo  anche  ai  Cardinali, 
ed  il  citato  Garampi  ne  vide  esempi 
fino  dal  principio  del  secolo  XV J, 
nel  cui  decorso  per  Illustrissimi  e 
reverendissimi  monsignori,  s'inten- 
devano, senz'altro  aggiunto,  i  Car- 
dinali di  s.  Chiesa.  Ma  finalmente 
Urbano  Vili  tolse  loro  questo  ti- 
tolo d' Illustrissimi,  e  sostituì  quel- 
lo nuovo  di  Eminentìssimi. 

Diciamo  col  Garampi  titolo  nuo- 
vo questo  di  Eminentissimi,  poiché 
ne' secoli  a  quello  di  Urbano  Vili 
vicini  fu  pressoché  inaudito,  o  al- 
meno dato  a  capriccio,  per  espres- 
sione di  merito,  e  di  virtù,  non 
già  per  titolo  proprio  ed  annesso 
a  dignità,  o  condizione.  Poggio,  in- 
signe letterato  fiorentino,  in  uno 
strumento  del  i45i3,  viene  detto 
probus^  et  eminentis simus  vir  d. 
Poggius  olìm  Gutii  de  Terranova 
civis  florentìnus  ;  istrumento  che 
trovasi  inserito  nel  tom.  XLIV  del 
registro  delle  bolle  di  Nicolò  V  a 
p.  4o.  Onde  causale  reputar  con- 
viene r  espressione  di  F.  Leandro 
Alberti,  che  al  Cardinal  Giulio  de 
Medici  diede  il  titolo  di  preside 
reverendissimo i  ed  eminentissinio  an- 
tistite, come  si  legge  nel  Lami^ 
Bibl.  Riccardiana,  p.  12.  Silvio 
Antoniano,  poi  Cardinale,  diede  il 
titolo  di  EminentissimOj  e  di  vostra 
Eminenza  al  principe  dell'accade- 
mia vaticana,  nelle  Nòtti  Faticane 
stampate  in  un  volume,  che  si  rap- 
presentavano, come  dicesi  all'  arti- 
cqlo  Accademia  (Fedi),  nel    Vatj- 


EMI 

cano  presso  il  Cardinal  s.  Carlo 
Borromeo,  nipote  e  segretario  di 
«tato  di  Pio  IV.  Altri  dicono,  che 
in  quelle  adunanze  si  dava  agli 
accademici  il  titolo  di  Eminenza, 
e  di  Eminentissimo,  fra' quali  era 
Silvio  Antoniano.  1  soggetti  della 
accademia  erano  prima  profani,  poi 
divennero  sagri,  ed  ecclesiastici.  Nel 
tom.  I,  pag.  373  della  Menagiana, 
si  legge,  che  avendo  Luca  Olstenio 
dato  il  titolo  di  Emìnentissinio  in 
una  pubblica  occasione  al  Cardinal 
Barberini  nipote  di  Urbano  Vili, 
piacque  a  tutti  i  Cardinali,  per  cui 
Urbano  Vili  lo  attribuì  a  loro, come 
leggesi  nel  Parisi,  t.  Ili,  p.  27.  Sog- 
giunge egli  però,  esser  piuttosto  cre- 
dibile, che  essendosi  reso  comune  a 
molti  prelati  il  titolo  d'illustrissimo, 
e  reverendissimo,  fosse  il  vero  moti- 
vo di  contraddistinguere  da  questi 
i  Cardinali  con  aggiunto  particolare, 
giacché  sino  dai  tempi  di  Clemente 
Vili,  i  monsignori  Pietro  A Idobran- 
dini,  ed  Ippolito  Aldobrandini  nipoti 
di  quel  Pontefice,  molti  anni  dopo,  co- 
me prelati  di  casa  principesca,  e  pon- 
tificia, avevano  il  titolo  d' Illustris- 
simo, e  Reverendissimo. 

Avendo  adunque  Urbano  Vili  in 
gran  cale  il  maggior  decoro  della 
sublime  dignità  cardinalizia,  nel  con- 
cistoro secreto  de'  io  giugno  i63o, 
pubblicò  un  decreto,  col  quale  ac- 
crescendo le  preeminenze  de'  Car- 
dinali, dei  tre  arcivescovi  ed  eletto- 
ri ecclesiastici  del  sagro  romano 
impero,  cioè  di  Magonza,  di  Colo- 
nia, e  di  Treveri,  non  che  del  gran 
maestro  del  sagro  militare  Ordi- 
ne gerosolimitano,  li  condecorò  col 
titolo  perpetuo  di  Eminenza,  e  di 
EminentissimOjìn  luogo  di  quello  che 
prima  avevano  i  Cardinali  di  SignO' 
ria  Illustrissima.  Nello  stesso  tem- 
po   Urbano    Vili    vietò    agli    altri 


EMI 

ecclesiastici  di  qualunque  grndo  e 
dignità  l'u30  del  titolo  di  Einintii- 
za,  e  di  Eminentissiino,  proibendo  ai 
Cardinali  di  non  ricevere  altro  titolo, 
se  non  che  dalle  teste  coronate.  Questo 
pontifìcio  decreto  è  registrato  negli 
atti  concistoriali,  e  riferito  anche 
da  Paolo  Alaleona^  celebre  mae- 
stro di  cerimonie  ne'  suoi  Diari. 
Narra  il  contemporaneo  diarista 
Giacinto  GigU  :  »  I  Cardinali  alla 
»  loro  antica  pompa  aggiunsero  un 
*>  altro  segno  di  nuovo,  ponendo 
«  alla  testa  de'  cavalli  della  car- 
>»  rozza  li  fiocchi  rossi,  dove  che 
«  prima  li  usavano  negri,  ed  il 
«  primo  che  ciò  abbia  incomincia- 
>»  to,  fu  il  Cardinal  Magalotto,  fra- 
»  tello  della  cognata  del  Papa  Ur- 
«  bano  Vili,  ai  io  giugno  del 
«  i63o.  Lunedi  mattina  nel  con- 
»  cistoro  il  Papa  ordinò,  che  ai 
M  Cardinali  si  desse  il  titolo  di  E- 
>»  minentissimi,  dove  che  prima  era- 
»  no  chiamati  Illustrissimi ^  e  ciò 
M  fece,  perchè  questo  titolo  d'  II- 
>y  lustrissimo  era  venuto  a  tale, 
»>  che  ogni  prelato  minore  lo  vo- 
*»  leva,  ed  anco  ogni  signore,  e  se- 
»>  colare,  e  gentiluomo  un  poco 
M  nobile".  Però  i  Pontefici  conti- 
nuarono a  chiamare  i  Cardinali  col 
titolo  di  signor  Cardinale,  e  scriven- 
do ad  alcuno  di  loro,  gli  danno  il  ti- 
tolo di  Reverendissimo  signor  Cardi- 
nale. L'autore  delle  Ménioires  poiir 
V  histoire  universel  de  l'Europe,  an. 
i63o,  osserva  che  il  signor  Clerc 
nella  vita  del  Cardinal  de  Hiche- 
heu,  pretende  che  questo  Cardinale 
primo  ministro  di  Francia,  avesse 
avuto  gran  parte  nell'invenzione 
di  questo  titolo  di  Eminentissimo 
reso  ora  privativo  ai  Cardinali,  non 
essendovi  più  gli  elettori  del  sagro 
romano  impero.  Essendo  ora  va- 
cante la  dignità   di    gran    maestro 


EMI  265 

dell'Ordine  gerosolimitano,  ne  fa 
le  veci  un  bali  luogotenente  del 
magistero. 

11  titolo  di  Eminenza  non  fu 
gradito  dai  principi  sovrani,  spe- 
cialmente d' Italia,  quindi  ne  na- 
cquero diverse  pretensioni,  e  con- 
troversie tra  di  loro,  che  tennero 
occupali  i  lettori  delle  gazzette,  ciò 
che  può  vedersi  nelle  Memorie  del 
Siri,  e  nella  Storia  del  Nani  all'an- 
no 1637.  L'Amelot,  nelle  note  al- 
le Lettere  di  d'  Ossat  t.  I,  p.  1 6, 
ediz.  d'  Amsterdam,  riferisce  un 
passo  di  una  lettera  scritta  da  li- 
berto Lanquet,  il  quale  deride  gli 
italiani,  che  intraprendono  nugacis- 
sima  certamina,  et  ainhiunt  reguni 
titulosj  cioè  i  titoli  di  Serenissimo , 
e  di  Altezza,  mentre  prima  altri 
non  ne  avevano,  che  quelli  d*  Illu- 
strissimo j  e  di  Eccellenza  (^Fe- 
di). Di  fatti  si  legge  nella  vita  di 
Urbano  Vili,  scritta  da  JXovaes, 
che  mentre  sembrava  il  suo  de- 
creto non  dover  fare  cambiamento 
che  nella  qualità  e  titolo  de' prin- 
cipi della  Chiesa  Romana,  lo  fece 
tuttavia  nel  doge  di  Venezia,  e  nel 
duca  di  Savoja,  i  quali  pretesero 
essere  trattati  a  guisa  dei  re  in 
vigore  delle  loro  pretensioni  sopra 
il  regno  di  Cipro,  per  mantenerci 
nel  possesso  dell'anteriore  cerimo- 
niale, di  non  dare  ai  Cardinali  al- 
tro titolo  che  r  antico  di  Signoria 
Illustrissima,  come  da  Urbano  Vili 
era  slato  stabilito,  e  di  procedere 
con  ciò  al  pari  di  tulli  gli  altri 
sovrani.  Quindi  il  successore  di  lui 
Innocenzo  X  decretò,  che  i  Cardi- 
nali di  qualunque  dignità,  e  lignag- 
gio, non  potessero  usare  altri  titoli 
che  di  Cardinale,  e  di  Eminentis- 
simo, né  ornare  i  loro  stemmi  che 
col  cappello  cardinalizio.  Osserva 
perciò  il  Palisi,    che    nella    lettela 


i66  EMI 

ottava  di  Gian  Vittorio  Rossi  ad 
Tynhennmj  fu  molto  commenda- 
ta la  modestia  del  Cardinal  de  Me- 
dici dei  gran  duchi  di  Toscana,  il 
quale,  avendo  intesa  la  prescrizione 
d' Innocenzo  X,  lasciò  il  titolo  di 
y4ltezza^  e  comando  ai  suoi  famigliari 
di  non  chiamarlo  con  altri  titoli, 
che  con  quelli  comuni  a  tutti  gli 
altri  Cardinali,  e  fece  cassare  dalle 
sue  arme  la  corona  ducale.  Tutta- 
volta  in  seguito  il  titolo  di  Altezza^ 
con  la  giunta  di  rcale^  si  diede  a  tutti 
i  fratelli  e  figliuoli  di  re,  ancorché 
ecclesiastici.  Nel  presente  secolo  al 
Cardinal  di  Yorch  si  davano  i  ti- 
toli di  duca,  e  serenissimo,  non  che 
quelli  di  altezza  reale  eininenlis si- 
ma j  ed  all' ultimo  Cardinal  arcive- 
scovo di  Olmiitz,  si  davano  i  titoli  di 
arciduca  d  Austria,  e  di  altezza  im- 
periale, reale  eminentissima,  anche 
da  tutto  il  sagro  Collegio.  Sul  trat- 
tamento degli  Elettori  del  S.  R. 
Impero,  cioè  degli  ecclesiastici,  f^. 
queir  articolo,  come  si  può  fare 
cogli  articoli  Osservandissimo,  e 
Colendissimo,  che  in  uno  a  questo 
di  Eminenza,  e  di  Eniinentissimo, 
sono  titoli,  i  quali  si  danno  tra  loro 
i  Cardinali.  Gli  altri  danno  ai  Car- 
dinali i  titoli  di  Eminenza  Reve- 
rendissima, o  di  Eniinentissimo  e 
Reverendissimo  Principe. 

Su  questo  argomento,  oltre  i  ci- 
tali autori,  si  possono  consultare  i 
seguenti:  Andrea  Barbatia,  de  prae- 
stantia  Cardinaliuni  ad  Cardina- 
Icm  Bessarioncni  ;  Cardi nalis  Vale- 
rii,  de  Cardia.  ;  il  padre  Santinelli, 
della  dignità  del  cardinalato,  so- 
pra alcune  parole  della  costituzio- 
ne d' Innocenzo  X,  Pileo  de  pretio- 
so  dir  isti  Sanguine  ruhente  insigni- 
ti, et  decorati,  nel  t.  26  degli  o- 
puscoli  del  Calogeri  p.  SqS  ;  Jo. 
Fi-,  Budaeus  de  Origine   Cardina- 


EMM 

litìae  dignitatis  schedi  asma  hist.  ^ 
Jenae  iGgS;  Muratori,  Dissert.- 
LXI  (\e\V  origine,  e  istituzione  dei 
Cardinali;  Dom.  Giorgi  de  Liturg. 
Rom.  Pontifici sj  Tomassino,  de  be- 
ne/, p.  1,  lib,  2,  pag.  ii4;  il  ci- 
tato Tamagna,  nel  tom.  1,  pag. 
216,  e  2 1 7  ;  ed  il  trattato  del  p. 
Girolamo  Plato,  ristampato  in  Ro- 
ma nel  i836,  de  Cardi  nalis  digni- 
tate,  et  officio,  ove  a  pag.  i,  e.  2 
si  tratta  della  concessione  di  Ur- 
bano Vili,  ed  a  pag.  260  delle 
disposizioni  d' Innocenzo  X,  ed  ana- 
loga costituzione,  Militantis  Eccle- 
siae  regimini.  Finalmente  abbiamo 
da  M.  Ricaut  nelle  Remarques  lib. 
I  de  r  empire  Ottoman ,  Rouen 
1677,  ove  dice  che  ivi  ancora 
questo  titolo  era  in  tanta  venera- 
zione, che  non  avendone  sapulo 
trovare  uno  più  grande,  si  usava 
per  onorare  i  discendenti  del  gran 
profeta. 

EMMA  (s.).  Fu  Emma  stretta- 
mente  congiunta  in  parentela  coi- 
r  imperatore  s.  Enrico.  Coli'  esem- 
pio delle  proprie  virtù  santificò  la 
famiglia  in  cui  entrò  come  sposa. 
Rimasta  vedova  piantò  subito  un 
doppio  monistero  in  Gurk,  nella 
Carinlia,  e  preso  il  velo  di  religio- 
sa in  quello,  rese  l' anima  al  Si- 
gnore con  una  morte  preziosa  l'an- 
no 1045.  Nel  di  29  giugno  se  ne 
celebra   la  memoria. 

EMMAUS.  Città  episcopale  della 
prima  provincia  di  Paleslrina,  sotto 
il  patriarcato  di  Gerusalemme,  ses- 
santa stadi,  o  due  leghe,  distante 
da  tale  città.  Fu  chiamata  anche 
Animaus,  o  Ammaum,  secondo  s. 
Girolamo,  ed  era  posta  nella  tri- 
bù di  Giuda,  sull'  eminenza  d'  un 
colle.  Venne  appellata  Amniaus  dal 
nome  di  Aqua  calida,  che  prese 
da  uua  sorgcutc  minerale  di  acqua  • 


MEM  EMS  ^^67 
calda ,     ma    venendo    dislrutla    da  dal  titolo  episcopale  di  Emausn,  fu 
Qiiintilio  Varo,  prese  (jiicllo  di  Ni-  trasferito  a  quello  di   Acanto, 
cupoii    dopo    la    sua    riedifìcay.ione.          EMMERANO  (s.).  Trasse  i  na- 
Un  terremoto  la  distrusse,  ma  nel-  tali  da  nobile  casato  nel  Poitou.  Si- 
r  impero  d'Antonino,  e  per  le  sol-  no  dalla  sua  giovinezza  disprezzan- 
lecitudini  di  Giulio  Africano,  veii-  do  le  lusinghe  e    gli    allettamenti, 
ne  rifabbricata ,    sinché   le  vicende  che  presenta  il  mondo  a  chi  lo  se- 
de' tempi  fecero  sparire  la  sua  im-  gue,  consacrò  a  Dio  il  suo    spirilo 
portanza.  La  visita,  che  meritò  da  nel    ministero    degli    altari.    Dotato 
Gesìi  Cristo,  e  il   mistero    ivi  cele-  di   un  profondo  sapere,  e  di  spec- 
brato  da  lui  dopo    la  risurrezione,  chiata  purità   di  costumi,  ben  pre- 
manifestandosi ai  due  discepoli  Cleo-  sto  fu  insignito  dell'episcopale    di- 
fa,  ed  Emmaus,  come  lo  chiama  s.  gnilà.  Con  zelo  veramente    aposlo- 
Ambrogio,  nel  dividere  il  pane,  la  lieo  predicava  la    divina    parola  al 
resero  degna  della    sede   episcopale  suo  popolo,    e    con    ardente    carità 
che  vi  fu  eretta,    suifraganea    alla  traeva  dal  vizio,    e  dal  disordine  i 
metropoli   di   Cesarea    di  Palestina,  più  indurati   peccatori,  guadagnan- 
al  dire  di   Commanville,  nel  quinto  doli  al  Signore,    e    spendendo  coi 
secolo.   Ma  nella  Siria  sagra  si  leg-  poveri  quanto  avea  di  proprio.  Do- 
ge, che  la  sua  fondazione  risale  ad  pò  molti  anni  di  cos'i  incessante  sol- 
epoca    anteriore,   giacche    Longino  lecitudine,    Emmerano    si    recò    in 
suo  vescovo  intervenne    al    concilio  Baviera,    in    allora    infetta    da  un 
di   Nicea,  Rufo  altro  vescovo    assi-  gran  numero  d'infedeli  ed  idolatri, 
slè  al  concilio  primo    di    Costanti-  e  per  le  sue  cure  apostoliche  riportò 
nopoli,  e  Zenobio    fu    a    quello  di  innumerevoli  conversioni.  Dopo  tre 
Gerusalemme    tenuto    sotto    il    pa-  anni  si  condusse  a  Roma  a  venerare 
triarca  Pietro.  La  pia  tradizione  as-  le  reliquie  dei  santi  apostoli,  ed  a 
serisce,  che  il  luogo,  ove  il  Reden-  consultare  il  supremo  Gerarca  sopra 
tore  apparve  ai  due  discepoli ,  già  alcune  difficoltà.    Nel  ritorno   eh'  ei 
atrio  della  casa  di  Cleofa,  da  s.  E-  fece    dalla    santa    città  ,    giunto   ai 
lena  venne  convertito  in  chiesa,   la  confini    della    diocesi    di    Frisinga, 
quale  fu  assai  frequentata,   massime  una  infame  donna,  che    avea    giu- 
nel  lunedì  di  Pasqua.  Ivi  eravi  un  rato  la  sua  perdita,  lo  fece  assalire 
fonte  prodigioso,  che  per  virtù  di-  da  una  masnada  di  ribaldi,  i  quali 
vina  operava  guarigioni,  perchè,  a  lo  trucidarono,  e  il  lasciarono  estin- 
testimonianza  di   Sozomeno  lib.  3,  to  sul   terreno,    nuotante   nel  pro- 
c.    20 ,   il    R.edentore  ivi  si  lavò  i  prio  sangue.   Il  suo    corpo    fu    se- 
piedi.  Al  presente  è  un  titolo  epi-  pollo  ad  Aschaim    presso    Monaco, 
scopale  in  parlibits,   che    conferisce  La  festa  di  lui    è    ricordata    il   dì 
la  santa  Sede,  chiamato  EmaOy  E-  11  settembre,  nel  qual  giorno  nel- 
niausen.3  sotto  la  metropoli  di  Ce-  l'anno  652  fu  martirizzato.  In  R.a- 
sarea  pure  in  parlibiis.    Da  ultimo  tisbona  egli  è  onorato  qual    marti- 
ne    fu    insignito    monsignor    Pietro     re  patrono. 

R.etord,  alunno  del  seminario  delle  EMS.  Città  del  ducato    di  Nas- 

missioni  straniere  di  Parigi,  prima  sau,  nella   Germania,    appartenente 

coadiutore,  ed  ora    vicario    aposto-  all'  Austria     superiore     presso    Co- 
hco  del  Tuuckiuo  occidentale,    che     bleutza,  sulla  riva  destra  della  Lahn: 


268  EMS 

Ha  molte  sorgenti  termali,  i  cui 
bagni  sono  assai  frequentati  ;  le 
grotte  però  d' onde  scaturiscono  le 
acque,  emanano  tali  esalazioni,  che 
rendono  asfisiaci  gli  uomini  e  gli 
animali.  Vuoisi,  che  Ems  fosse  già 
feudo  della  nobile  famiglia  romana 
dei  duchi  d'Alteraps,  ed  il  celebre 
Cardinal  Sittico  Altemps,  nipote  di 
Papa  Pio  IV,  per  canto  materno, 
de'  baroni  di  Hohenembs  ,  nacque 
in  questo  suo  feudo  di  Ems ,  o 
Emps.  Divenne  celebre  nel  secolo 
passato  pel  congresso,  o  conciliabo- 
lo ivi  tenuto,  come  a  luogo,  in  cui 
ogni  esercizio  della  religione  catto- 
lica era  proscritto,  ed  in  uso  solo 
la  luterana,  dai  deputati  dei  tre  e- 
lettori,  ed  arcivescovi  di  Magonza, 
Colonia ,  e  Treveri ,  non  che  dal- 
l'arcivescovo di  Salisburgo,  assem- 
blea che  i  vescovi  della  Germania 
riguardarono  come  direttamente  op- 
posta non  solo  alla  consuetudine 
della  Chiesa,  ma  a  tutte  le  leggi 
canoniche,  siccome  più  atta  a  for- 
mare lo  scisma ,  che  a  rendere  la 
pace  alla  Chiesa  per  le  differenze 
insorte,  pei  motivi  che  andiamo  a 
narrare,  fra  i  loro  committenti,  ed 
il  sommo  Pontefice  Pio  VI. 

A  cagione  del  gravissimo  argo- 
mento, è  indispensabile  una  digres- 
sione sulle  circostanze,  e  sugli  av- 
venimenti che  precedettero,  ed  ac- 
compagnarono questo  conciliabolo, 
non  che  le  sue  conseguenze;  di- 
gressione, che  risparmiandoci  di  ri- 
petere altrove ,  ed  ai  vari  relativi 
articoli  del  Dizionario,  non  riusci- 
rà forse  discaro,  che  qui  da  noi  si 
riporti.  Di  questo  congresso  parla 
il  Bercaslel,  Storia  del  cristianesi- 
mo, t.  XXXV,  pag,  1 44  e  seg.  del- 
l'edizione veneta  deirAntonelli.  Os- 
serva il  Cardinal  Pacca  nelle  sue 
importanti,  e  dotte    Memorie    sto- 


EMS 
riche,  sul  suo  soggiorno  in  Germa- 
nia, come  nunzio  apostolico  al  trat- 
to del  Reno  dimorante  in  Colo- 
nia, che  molte  opere  confutarono 
magistralmente  le  calunnie,  le  fal- 
sità, e  gli  assurdi  dell'indigesta 
compilazione  di  quanto  fu  conchiu- 
so al  congresso  di  Ems,  ed  a  pag. 
33  e  seg.  ne  riporta  i  brani  di  al- 
cune sulle  determinazioni  prese  nel 
congresso  tanto  screditato  nella  sto- 
ria della  chiesa  Germanica. 

Congresso  dì  Ems. 

Nella  Germania  eranvi  nel  pon- 
tificato di  Pio  VI  due  nunziature 
ordinarie,  una  presso  l'imperiai  cor- 
te di  Vienna,  che  stendeva  la  sua 
giurisdizione  anche  in  parte  della 
Baviera  ;  l'altra  in  Colonia  pei  tre 
elettori  ecclesiastici  del  sagro  ro- 
mano impero,  ed  arcivescovi  di 
Magonza,  di  Treveri,  e  di  Colonia. 
I  diritti,  che  il  nunzio  di  Colonia 
esercitava  nella  sua  giurisdizione, 
cioè  nel  resto  delia  Germania  com- 
presi il  Palatinato,  e  i  ducati  di 
Berg  e  Giuliers  (  mentre  alla  nun- 
ziatura di  Lucerna  presso  gli  sviz- 
zeri era  parimenti  assegnata  una 
porzione  del  territorio  ba varo), erano 
uniformi  alla  disciplina  della  Chie- 
sa, ed  ai  decreti  del  sagro  concilio 
di  Trento,  essendo  in  possesso  di 
accordare  le  dispense  de'  matrimo- 
ni, che  in  altri  luoghi  si  domanda- 
vano immediatamente  alla  santa  Se- 
de. Mentre  che  il  nunzio  pacifica- 
mente godeva  di  questo  privilegio, 
senza  verun  contrasto  de'  rispettivi 
vescovi,  la  manìa  delle  riforme,  che 
pure  in  Germania  a  quel  tempo 
teneva  agitati  gli  animi ,  fece  im- 
maginare che  questa  giurisdizione 
fosse  una  usurpazione  sui  primitivi 
diritti    dei    vescovi   dell'  Alemagna. 


EMS 
À  quest'  epoca  il  duca  palatino  Car- 
lo Teodoro  duca  di  Baviera,  il  qua- 
le avea  in  sé  riunito  i  due  eletto- 
rati del  Palatinato ,  e  di  Baviera , 
domandò  a  Pio  VI  un  nunzio  apo- 
stolico residente  in  Monaco,  capitale 
de' suoi  stati.  Il  Papa  secondò  i  suoi 
desiderii,  e  formò  la  nunziatura  con 
parte  di  quella  di  Vienna ,  con 
parte  di  quella  di  Lucerna  ,  e 
con  parte  di  quella  di  Colonia, 
cioè  di  que*  luoghi,  che  sottoposti 
al  dominio  bavaro-palalini  di  detto 
principe,  per  mancanza  di  proprio 
nunzio  erano  stali  prima  assegnati 
alle  due  nunziature.  Subito  la  nuo- 
va nunziatura  fu  contestata  da  al- 
cuni vescovi  di  Germania,  e  prin- 
cipalmente dall'arcivescovo  ed  elet- 
tore di  Magonza  Erthal,  da  Massi- 
miliano d'Austria  fratello  dell'impe- 
ratore Giuseppe  II,  dell'elettore  ed 
arcivescovo  di  Colonia,  e  da  Col- 
loredo  arcivescovo  di  Salisburgo,  i 
quali  stendevano  la  loro  episcopale 
giurisdizione  nei  dominii  bavaro- 
palatini.  Or  questi  fecero  ricorso 
all'  imperatore  per  essere  sostenuti 
nelle  lor  pretensioni  di  lesa  giu- 
risdizione ,  ed  egli  non  solo  sop- 
presse la  giurisdizione  de' suddetti 
nunzi ,  con  editto  de'  1 2  ottobre 
1785,  ma  scrisse  ai  tre  elettori  ec- 
clesiastici una  lettera,  che  si  legge 
nel  Ta vanti,  Fasti  di  Pio  FI,  t.  I, 
pag.  217,6  nel  Bercastel  citato  a 
pag.  i45>>  per  animarli  a  conser- 
varsi nelle  loro  prerogative,  ch'egli 
pure  avrebbe  difese,  avvisando  in 
pari  tempo  l' elettore  palatino  di 
Baviera,  che  se  voleva  tener  nella 
sua  corte  un  nunzio  quale  inviato 
del  Papa,  non  avea  che  ridire,  ma 
se  tal  prelato  si  arrogasse  alcuna 
facoltà  contraria  ai  privilegi  de'  ve- 
scovi di  Germania ,  si  sarebbe  op- 
posto con    tutto  il  potere,    per    la 


EMS  269 

qualità  di  capo  dell'  impero.  Lo 
stesso  fece  sapere  al  Pontefice,  per 
mezzo  del  Cardinal  Herzan  suo 
ministro  in  Boma.  Allora  Pio  VI 
prudentemente  sospese  per  qualche 
mese  la  partenza  da  Boma  di  mon- 
signor Giulio  Cesare  Zolio  di  Bi- 
mini  arcivescovo  d'Atene,  per  Mo- 
naco, come  nunzio  di  Baviera,  fin- 
che avesse  informato  l'imperatore 
delle  sue  rette  intenzioni ,  e  non 
l'avesse  persuaso,  ch'egli  non  po- 
teva rinunziare  con  pregiudizio  dei 
suoi  successori  all'  autorità  fin  ora 
esercitata  dalla  santa  Sede,  di  spe- 
dire nunzi  apostolici  ove  credeva  a 
proposito ,  pel  bene  spirituale  dei 
cattolici;  il  perchè  Pio  VI  trasmi- 
se a  Giuseppe  II  le  opportune  ri- 
mostranze, appoggiate  ai  più  au- 
tentici ,  ed  incontrastabili  docu- 
menti. 

Tutta  volta  le  ragioni  del  Papa  non 
convinsero  l'animo  dell'imperatore, 
per  quelle  disposizioni, ch'emanò  ver- 
so lo  stesso  nunzio  di  Vienna.  Dall'al- 
tra parte  i  tre  elettori  ecclesiastici, 
e  particolarmente  quel  di  Colonia, 
risolvettero  di  non  riconoscere  i 
nunzi  pontificii,  che  puramente  qua- 
li semplici  ministri  delle  corte  di 
Boma ,  eguali  nelle  prerogative  ai 
ministri  de'  sovrani  secolari.  L'elet- 
tore però  di  Magonza,  che  seguiva 
presso  a  poco  le  pedate  di  quel 
di  Colonia,  creò  ne*  suoi  stati  un 
tribunale,  composto  di  sette  eccle- 
siastici, disponendo  che  ad  essi  sol- 
tanto si  dovrebbono  portare  le  cau- 
se di  appellazione ,  le  quali  prima 
di  questi  dispiacevoli  avvenimenti, 
si  portavano  al  prelato  nunzio  di 
Colonia,  venendo  in  tal  modo  a 
sopprimere  il  tribunale  della  nun- 
ziatura. A  fronte  però  della  disap- 
provazione di  Cesare,  e  de'  tre  elet- 
tori ecclesiastici,  l' elettore    di    Ba- 


a7o  EMS 

viera  raddoppiò  le  sue  istanze  al 
santo  Padre,  perchè  gli  fosse  man- 
dato il  nuovo  nunzio,  che  infatti 
gli  spedì,  e  da  lui  venne  accolto  a 
Monaco  con  somma  distinzione.  A 
ciò  seguì  un  editto  pubblico  di  quel- 
l'elettore ,  nel  quale  si  notificava , 
che  avendo  sua  Santità  inviato  pres- 
so quella  corte  monsignor  Zolio 
per  risiedervi  in  qualità  di  nunzio 
ordinario,  e  di  legato  apostolico, 
ne  rendeva  inteso  il  pubblico ,  af- 
finchè tutti  i  sudditi  di  sua  altez- 
za serenissima  elettorale,  ed  abitanti 
ne'  suoi  stati,  potessero  indirizzarsi 
per  l'avvenire  alla  nunziatura  apo- 
stolica, stabilita  in  Monaco,  per  tut- 
ti gli  affari,  che  per  V  innanzi  pas- 
savano alle  nunziature  di  Vienna , 
di  Colonia ,  e  di  Lucerna. 

Nel  tempo,  che  cresceva  il  fer- 
mento nella  Germania,  a  cagione 
del  nuovo  nunzio  di  Baviera ,  un 
nuovo  accidente  accrebbe  in  quelle 
parti  il  disgusto  colla  corte  di  Ro- 
ma. Monsignor  Bartolommeo  Pacca, 
arcivescovo  di  Damiata,  allora  nun- 
zio di  Colonia,  ed  oggi  amplissimo 
Cardinale  decano  del  sagro  Colle- 
gio, diresse  per  ordine  del  Papa 
una  sua  circolare  in  data  dei  3o 
novembre  1786  ai  curati,  e  prelati 
subalterni  delle  diocesi  de'  tre  elet- 
tori, nelle  quali  soleva  esercitare  la 
sua  giurisdizione.  In  quella  circola- 
re si  chiamavano  nulle  le  dispense 
accordate  da  alcuni  arcivescovi  in 
differenti  gradi  di  parentela,  come 
che  non  comprese  nelle  facoltà  ot- 
tenute dalla  santa  Sede,  alla  quale 
da  tempo  immemorabile  solevano 
i  tre  elettori  domandar  ogni  cin- 
que anni  la  facoltà  di  dispensare  i 
loro  diocesani  in  (juesti  impedimenti 
del  matrimonio,  che  per  ciò  si  chia- 
mavano IndulU  Quinquennali.  La 
circolare  di  monsignor  Pacca  si  leg- 


EMS 
gè  presso  il  lodalo  Tavanti  a  pag. 
212,  e  da  essa  si  conosce  bene, 
che  non  meritava  per  cosa  alcuna 
di  essere  chiamala  dagli  elettori  uno 
scritto  sedizioso,  ed  allarmante,  né 
di  essere  con  tante  ingiurie  attacca- 
ta da  loro  stessi,  che  certamente 
non  avevano  l'autorità  di  concede- 
re quelle  dispense  senza  ottenerle 
dalla  santa  Sede  ogni  cinque  anni,  a 
norma  de'  concordati,  e  dell'uso  me- 
desimo, per  cui  finora  le  domanda- 
vano, spirati  i  cin(|ue  anni  dell'in- 
dulto ottenuto,  come  con  diversi 
esempi  dimostrava  lo  stesso  nunzio 
nella  sua  circolare. 

In  seguito  di  detta  circolare,  si 
videro  le  proteste  de'  tre  elettori 
di  Colonia  in  data  de'  19  dicem- 
bre 1786,  e  nuovamente  un'altra 
de'  4  febbraio  1787,  dell'elettore 
di  Magonza  a'  1 1  dicembre,  e  del- 
l'elettore di  Tre  veri  Clemente  Wen- 
ceslao  a'  20  di  detto  mese  ed  an- 
no 1787.  Tutte  queste  proteste 
degli  elettori  si  leggono  nel  Tavan- 
ti, loc.  cit.  pag.  209.  E  qui  da  no- 
tarsi la  contraddizione  in  cui  erano 
fra  sé  medesimi  i  tre  elettori  nel- 
l'anteriore loro  condotta.  Quello  di 
Colonia,  con  lettera  de'  28  dicem- 
bre 1785  diretta  a  monsignor  nun- 
zio Bellisomi ,  presso  il  Tavanti  t. 
Il,  pag.  27,  protesta  di  sé  stesso, 
che  uh  io,  ne  V  elettore  di  Tre  veri, 
non  volemmo  entrare  neW  opposi- 
zione alla  nunziatura  di  Monaco, 
ed  egli  fu  invece  il  primo  a  pre- 
sentare al  trono  imperiale  le  sue 
doglianze  per  la  circolare  di  mon- 
signor Pacca.  L'elettore  di  Treve- 
ri,  con  lettera  de'  18  gennaio  1786 
al  medesimo  nunzio  Bellisomi  di 
Colonia,  e  poi  di  Lisbona  ,  gli  at- 
tcsta, cìi  egli  per  la  singoiar  sua 
divozione  alla  santa  Sede 3  non  a- 
vova  voluto  accedere  alle   richiesLe 


EMS 

degli  arcivescovi  di  3Iagonza,  e  di 
Salisburgo^  e  degli  altri  coepìseopi 
della  Germania,  contro  la  nunzia- 
tura di  Monaco,  ed  ora  invece  si 
vedeva  unito  ad  essi  nella  citata 
protesta  de*  20  dicembre  1787.  L'e- 
lettore di  Magonza  in  una  sua  cir- 
colare aveva  detto,  che  fjuclli  i 
quali  implorano  la  foì^za  secolare, 
si  servono  di  un  mezzo  illecito,  e 
non  canonico;  indi  non  molto  do- 
po, abbracciando  il  partito  degli  al- 
tri contro  la  santa  Sede,  implorò 
egli  pure  il  braccio  cesareo. 

Fra  gli  elettori,  che  protestaro- 
no, fece  maggior  meraviglia  questo 
di  Treveri,  principe  di  Sassonia, 
essendo  egli  quel  desso  che  nel 
1778  avea  tanto  consolato  Pio  VI, 
coir  avviso  datogli  delia  ritrattazio- 
ne del  Febronio,  e  che  nel  1782 
avea  scritto  una  lettera  pastorale  al 
suo  gregge,  che  edificò  tutto  il  mon- 
do cattolico,  la  quale  tradotta  in 
lingua  italiana,  ed  arricchita  di 
annotazioni  da  Francesco  Serra, 
comparve  in  Roma,  colle  stampe 
del  Cannetti  nel  1791.  In  questa 
pastorale  dell'elettore  di  Treveri, 
che  fu  ancora  tradotta  dal  tedesco 
in  francese,  e  pubbhcata  a  Parigi, 
cosi  si  esprime:  »*  I  nemici  della 
«  Chiesa,  coperti  della  pelle  di  a- 
w  gnello,  si  riuniscono  per  depii- 
«  mere  i  loro  pastori,  e  per  sor- 
si prendere  la  semplicità  de'  fedeli 
w  sotto  il  pretesto  di  riforma  e  di 
«  zelo.  Fingendo  di  voler  correg- 
«  gere  gli  abusi,  essi  fanno  delle 
M  mine  a'  fondamenti  della  santa 
>»  Sede,  eh' è  il  centro  dell'unità". 
Ma  ciò,  che  i  buoni  e  zelanti  ve- 
scovi non  sapevano  bastantemente 
compiangere,  era  il  vedere  quelli^ 
i  quali  si  vantavano  figli  della  Chie- 
sa, unirsi  a' suoi  nemici,  per  far 
rivivere  le  loro  invettive  contro    il 


EMS  .271 

sovrano    Pontefice,  e   ripetere  del- 
le calunnie  tante  volte  confutate. 

Gli  stessi  elettori  ecclesiastici, 
coU'arci vescovo  di  Salisburgo  Col- 
loredo,  già  nolo  pel  suo  male  u- 
more  contro  la  santa  Sede,  e  pel 
suo  spirito  d' innovazione  dimostra- 
to nella  sua  pastorale  de' 29  giu- 
gno 1782,  come  rilevasi  dalle  Me- 
moires  pour  servir  a  Vhist.  eccl. 
de  siecl.  XVIII,  lom.  II,  p.  246, 
per  maggiormente  avvalorare  le  lo- 
ro pretensioni,  contrarie  all'imme- 
morabile possesso  della  santa  Sede, 
fin  dall'agosto  di  detto  anno  1786, 
si  adunarono  con  altri  vescovi  in 
jiscliaffemhurgo  (Fedi)^  per  forma- 
re una  lega  ben  stravagante  contro 
l'autorità  pontificia,  in  virtù  della 
quale  spedirono  i  loro  quattro  de- 
putati Heimes  ,  Reck ,  Tautfer,  e 
Kenick,  ad  Ems,  per  tenere  sul 
proposito  un  conciliabolo,  che  molli 
vescovi  della  Germania  riguarda- 
rono, come  dicemmo,  affatto  e  di- 
rettamente opposto  non  solo  alla 
consuetudine,  ma  a  tutte  le  leggi 
canoniche.  Il  Bercastel  citato,  a 
pag.  i47  dice,  che  i  detti  quattro 
deputati,  e  commissari  furono  mu- 
niti di  poteri  della  più  strana  esten- 
sione dagli  arcivescovi,  che  si  cre- 
devano in  potere  di  sciogliere  i 
dubbi,  i  quali  agitavano  le  coscien- 
ze, e  definire  i  limiti  dentro  i  qua- 
li volevano  circoscritta  l' autorità 
pontificia.  Questi  li  costituirono 
giudici  assoluti  delle  attuali  con- 
troversie, e  quel  eh' è  più  singola- 
re, giudici  dei  loro  stessi  commit- 
tenti :  «  Persuasi  che  la  libertà  del 
»  suolo  dovesse  infiuire  sulla  libertà 
»>  delle  teologiche,  e  politiche  loro 
}>  discussioni,  non  solo  scelsero  un 
»  terreno  dove  fu  proibito  ogni 
:>  esercizio  della  cattolica  religione, 
«   ma  si  radunarono  in  una  taver- 


272  EMS 

M  na.  Colà  col  bicchiere  alla  roano, 
«  con  Febronio  ed  Eybel  sul  desco 
*>  censorio  legislativo,  erigendosi  in 
*>  arbitri  supremi,  e  riformatori 
»>  plenipotenziari  della  Chiesa,  e  del 
M  SUO  capo,  della  disciplina,  e  del 
«  domma,  contando  per  nulla  i 
»  canoni,  ed  i  concilii,  si  studiaro- 
«  no  di  rovesciare  da  imo  a  som- 
>*  mo  tutta  la  divina  economia  del- 
w  la  religione,  formando  un  mo- 
»  stro  orribile  di  costituzione  ec- 
»   clesiastica  ". 

Sì  conosce  bene  qual  fosse  l'a- 
ni mositìi  de'  prelati  congregati  a 
mezzo  dei  loro  commissari!  a  Ems 
ne'  XXI II  articoli,  che  formarono 
nel  loro  conciliabolo,  e  negli  altri 
X^XI,  che  il  vescovo  di  Salisburgo, 
il  pili  accanito  di  tutti,  presentò 
-all'imperatore,  per  essere  da  lui 
Jegalmente  sanzionati,  co'quali  pre- 
tesero di  rovesciare  interamente  il 
celebre  concordalo  della  nazione 
germanica,  firmato  dall'imperatore 
Federico  III  nel  i44^  nella  die- 
ta di  Aschaffemburgo ,  combinato 
col  Pontefice  Nicolò  V,  il  quale 
concordato,  oltre  a  riguardare  spe- 
cialmente la  collazione  de' benefizi, 
restringeva  l'autorità  vescovile ,  e 
stabiliva  la  primazia  de'  romani 
Pontefici,  sopra  tutte  le  chiese,  ciò 
che  allora  non  volevano  più  i  con- 
gregati di  Ems.  Ma  per  essere 
chiunque  pienamente  informato  di 
questo  punto,  oltre  alle  molte  ope- 
re, che  su  di  esso  accenna  il  Ta- 
\anli  ne  Fasti  dì  Pio  VI,  al  tom. 
II ,  pag.  23 ,  sebbene  avverta  a 
pag.  26,  che  per  la  maggior  parte 
sieno  piene  di  menzogne,  può  ve- 
dersi particolarmente  quella,  che 
porta  il  titolo  :  /storiche  osserva- 
zioni sopra  il  così  detto  risultato 
del  congresso  di  Ems,  con  una  ve- 
ra dichiarazione,  Francfbrt,    e  Li- 


EMS 

psia  1787.  Lo  slesso  punto  è  an- 
cora benissimo  trattalo  nelle  citale 
Memoires  pour  servir  a  V  Histoirr. 
ecclesiastique  du  siede  XVIII,  Pa- 
ris 1806.  F.  Concordato  Germa- 
mco. 

Adunque,  ai  2 5  di  agosto  del 
1786,  i  suddetti  quattro  deputati 
dei  mentovati  quattro  prelati  riuniti 
ad  Ems  sottoscrissero,  e  stabilirono 
in  XXIII  arlicoli  un  piano,  più  at- 
to a  formare  lo  scisma,  che  a  ren- 
dere la  pace  alla  Chiesa.  In  questi 
si  diceva  che  Gesù  Cristo  avea  da- 
to agli  apostoli,  ed  ai  vescovi  loro 
successori,  un  potere  illimitato  di 
legare,  e  di  sciogliere  tutte  le  per- 
sone, ed  in  tutti  i  casi,  e  che  per 
conseguenza  non  si  doveva  piìc  ri- 
correre a  Roma,  non  avendo  biso- 
gno de' suoi  capi  immediati.  Aunulla- 
vansi  le  esenzioni  de'  religiosi,  ad  ec- 
cezione di  quelle  che  fossero  confer- 
male dall'  impero  :  decisione  assai 
strana,  di  negare  al  Papa  sopra  una 
materia  ecclesiastica,  un'autorità,  che 
si  accordava  alla  podestà  civile.  Si  de- 
cretava che  i  religiosi  non  dipende- 
rebbero più  dai  loro  superiori  stra- 
nieri; che  ogni  vescovo  potrebbe  dis- 
pensare ne' casi  riservati  alla  santa 
Sede,  e  ne' matrimoni;  che  potreb- 
be assolvere  i  religiosi  da' loro  voti 
solenni  ;  che  questi  non  si  potes- 
sero fare  ne'  conventi  degli  uomi- 
ni, se  non  dopo  l'età  di  venticin- 
que anni,  ed  in  quelli  delle  mona- 
che se  non  dopo  i  quarant'anni  ; 
che  non  si  domanderebbero  più  a 
Roma  gì'  Indulti  Quinquennali , 
cioè  la  facoltà  per  cinque  anni  di 
dispensare  nei  matrimoni;  che  tutte 
le  dispense  domandale  ad  altri 
fuori  del  vescovo  sarebbero  nulle; 
che  le  bolle  de' Papi  non  obbli- 
gherebbero se  non  fossero  accetta- 
te dal  vescovo;    che   le    nunziature 


EMS 
apostoliche  cesserebbero  interamen- 
te. Indi  si  decideva  l'abolizione  del 
giuramento  de' vescovi  al  Papa;  e 
se  questo  ricusasse  di  confermare  i 
vescovi,  essi  trainerebbero  nella  anti- 
ca disciplina  i  mezzi  di  conservare 
il  loro  uffizio^  sotto  la  protezione 
deW imperatore,  la  cui  autorità  spes- 
so imploravano  gli  arcivescovi  elet- 
tori, e  quello  di  Salisburgo,  in  que- 
sti articoli,  senza  pensare  alla  loro 
stravagante  contraddizione,  di  ricu- 
sare la  loro  sommissione  al  proprio 
capo  legittimo.  Simili  a  questi  era- 
no gli  altri  articoli  del  congresso 
di  Ems,  che  ratificarono  i  quattro 
^ircivescovi,  i  quali  ogni  sforzo  ado- 
perarono per  tirare  alla  loro  lega 
gli  altri  vescovi  della  Germania: 
ma  questi  conoscendo  il  laccio,  a 
cui  li  volevano  condurre,  resistet- 
tei'o  con  petto  forte,  a  tali  solleci- 
tazioni co' loro  scritti,  ed  opposta 
condotta  da  tutti  i  zelanti  cattoli- 
ci grandemente,  ed  altamente  lo- 
data, siccome  fanno  fede  le  storie. 
11  risultato  del  congresso,  narra  il 
Cardinal  Pacca  a  pag.  33,  che  nei 
primi  di  settembre  fu  inviato  al- 
l'imperatore, con  una  lettera  co- 
mune dei  quattro  arcivescovi  piena 
di  accuse  calunniose  contro  la  san- 
ta Sede,  ed  i  romani  Pontefici,  e 
scritte  con  penna  intinta  nel  fiele  di 
Paolo  Sarpi,  della  quale  gli  stessi 
arcivescovi  che  la  sottoscrissero  ne 
ebbero  appresso  rossore  e  vergo- 
gna. 

Or  persistendo  i  quattro  prelati 
nel  piano,  cominciarono  a  metter 
in  pratica  i  regolamenti  formati  ad 
Ems  nelle  loro  diocesi,  non  doman- 
dando più  gì'  Indulti  Quinquenna- 
lij  ma  concedendo  da  loro  mede- 
simi le  dispense,  ch'essi,  ed  i  loro 
predecessori  avevano  da  si  lungo 
tempo  domandate  alla  santa  Sede. 
VOL.    ixi. 


EMS  273 

Ma  eglino  non  potevano  ignorare, 
che  avendo  il  sagro  concilio  di 
Trento  dichiarati  nulli  i  matrimo- 
ni contratti  in  certi  gradi  di  pa- 
rentela, ed  avendo  esso  lasciato  il 
Papa,  come  conservatore  de'  cano- 
ni, la  cura  di  dispensare  ne'  casi 
opportuni,  a'  soli  sovrani  Pontefici 
apparteneva  esclusivamente  il  diritto 
di  accordare  le  dispense  necessarie, 
onde  gli  arcivescovi  non  potevano 
arrogarsi  questo  diritto,  senza  con- 
traddire alla  decisione  di  un  con- 
cilio generale,  e  senza  turbare  la 
sicurezza  de'  matrimoni,  e  per  con- 
seguenza il  riposo,  e  la  tranquilli- 
tà della  società. 

Trattandosi  pertanto  della  validi- 
tà de*  sagramenti ,  e  della  santità 
dell'unione  coniugale.  Pio  VI  cre- 
dette di  non  dover  più  tacere ,  ed 
ordinò  al  suo  zelante  nunzio  di  Co- 
lonia di  avvertire  i  curati  delle 
diocesi  de'  tre  elettori  ecclesiastici , 
colla  circolare  de'  3o  novembre 
1786,  che  i  matrimoni  contratti 
con  impedimenti  dirimenti,  senza  le 
dispense  della  santa  Sede,  erano  nul- 
li, e  che  gli  arcivescovi  sulle  dispen- 
se de'  matrimoni  non  avevano  al- 
tra facoltà  che  quella  loro  conferi- 
ta dalla  santa  Sede  negl'  Indulti 
Quinquennali,  eh'  essi  avevano  più 
volte  domandato.  Giacche,  siccome 
osserva  il  Bercastel,  non  potendo 
Pio  VI  farsi  ascoltare  per  mezzo 
del  suo  nunzio  dai  metropolitani, 
usò  del  diritto  di  parlare  ai  pa- 
stori inferiori  ;  diritto  nemmeno 
contrastato  dai  nemici  dell'autorità 
pontificia,  diritto  riconosciuto  per 
legittimo  da  Febronio,  e  dai  fe- 
broniani,  diritto  senza  il  quale  l'au- 
torità, e  giurisdizione  del  sommo 
Pontefice,  che  forma  un  domraa  di 
fede  presso  i  cattolici,  sarebbe  una 
chimera ,  ed  una  pura  illusione. 
18 


2^/1  E  MS 

L'elettore  di  Colonia  fu  quello  che 
dimostrò  maggior  disprezzo  alla  cir- 
colare del  nunzio  monsignor  Pacca, 
rappresentandola  come  un  attenta- 
to contro  i  suoi  diritti ,    del  quale 
si  lagnò  non  solamente    coli' impe- 
ratore fratello,  ma  ancora  col  santo 
Padre.  Questi    gli    rispose    con   un 
Pontificio     breve    de'    20     gennaio 
1787,  nel  quale  gli  faceva    sapere, 
che  per  suo  ordine  espresso  aveva 
il  nunzio    pubblicato    quella    circo- 
lai-e,  e  gli  mostrava,  che  l'uso  ge- 
nerale della  Chiesa,  e  la   decisione 
dei  concili  riservano    a'  soli  sommi 
Pontefici    il    diritto    delle    dispense 
in  certi  casi,  ciò  che  si    conferma- 
va   dalla    pratica    delle    chiese    di 
Treveri,  di  Magonza ,    e  della   sua 
medesima   di  Colonia,  mentre    egli 
stesso  avea  domandato  molle  volte 
questi  indulti,  che    oggi    pretende- 
va   inutili.    Indi    gli    rimproverava 
Pio  VI  la  maniera  tenuta  verso  il 
suo  nunzio  apostolico,  che  non  ave- 
va voluto  ricevere,    e    Io  esortava 
a  non  unirsi  a'  nemici  della  Chiesa 
in  que' tempi  così  calamitosi.  L'ar- 
ciduca   elettore    rispose    certamente 
a  questo  breve  con  proteste  di  at- 
taccamento,   e    divozione    verso  la 
santa  Sede,  che  nulla  valevano  sen- 
za gli  effetti  corrispondenti,  poiché 
continuò  a  sostenere  le  sue  preten- 
sioni, benché  poco  dipoi  l'avessero 
abbandonato  due   de'  suoi  colleghi. 
11  principe  di  Sassonia,  elettore  di 
Treveri,  domandò  gV  Indulti  Quin- 
quennali per    la    sua    diocesi,    non 
permettendogli   la  sua  pietà  di  ac- 
ciecarsi  più  colle  viste  degli    auto- 
ri del  nuovo   Codice   di  disciplina, 
e  domandò  al  Papa    la    sanatoria, 
per  riparare  all'errore  delle  dispen- 
se che  avea  conferite.  L'elettore  di 
Magonza,  che  dapprima  era  entra- 
lo con  zelo  nella  lega,  domandò  le 


EMS 
solite  dispense,  rinnovò  il  commer- 
cio col  nunzio  Pontificio,  e  chie- 
dendo per  coadiutore  monsignor  De 
Dalberg,  promise  al  Papa  di  la- 
sciar tutto  nello  stato  come  prima 
del  congresso  di  Ems. 

Non  restavano  dunque  in  questa 
lega,  che  gli  arcivescovi  di  Colonia 
e  di  Salisburgo,  i  quali  presenta- 
rono alla  dieta  di  Pvatisbona  nel 
1788  le  loro  Memorie  in  favore 
del  ridetto  congresso,  e  particolar- 
mente contro  le  nunziature.  La  s. 
Sede  vi  rispose  con  un'altra  me- 
moria, che  fece  presentare  alla  stes- 
sa dieta.  Ma  i  raggiri ,  suggeriti 
dallo  spirito  di  discordia,  svaniro- 
no ben  presto  per  gli  avvenimenti 
più  disgustosi,  che  successero  dipoi. 
I  torbidi  del  Brabante ,  la  morte 
dell'  imperatore  Giuseppe  II,  e  so- 
prattutto la  tremenda  rivoluzione 
francese,  distrussero  la  lega  di  Ems, 
ed  i  quattro  arcivescovi ,  che  1'  a- 
vevano  conchiusa,  espiarono  col  de- 
predamento de'  loro  stati ,  e  colla 
perdita  della  loro  potenza  tempo- 
rale, e  delle  loro  sedi  arcivesco- 
vili ancora,  soppresse  dalla  france- 
se potenza  vittoriosa,  le  ambiziose 
pretensioni,  che  si  erano  formate  a 
danno  della  pace  della  Chiesa,  e 
de'  diritti  del  venerabile  suo  capo; 
onde  spogliati  di  tutto,  impararo- 
no a  compiangere  nell'  esilio  da  lo- 
ro sofferto  le  nunziature  contro  le 
quali  avevano  palesato  un  ardore 
così  mal  concepito.  P^.  le  sullodate 
Memoiresj  dove  questo  interessantis- 
simo punto  si  tratta  con  ecclesia- 
stica libertà,  e  commendevole  chia- 
rezza, com'esigono  questi  gravi  ed 
importanti  argomenti. 

Mentre  dunque  gli  elettori  ec- 
clesiastici del  sagro  loniauo  impe- 
ro con  alcuni  poclii  vescovi  sem- 
bravano aver  dichiarato  una  guer- 


EMS 

ra  giurisdizionale  alla  santa  Sede; 
molti  altri  vescovi  della  Germania, 
fra'  quali  a  cagione  di  onore  no- 
mineremo con  distinzione  i  vesco- 
vi di  Spira,  di  Fulda,  d'Hildesheim, 
di  Wurtzbnrg,  di  Paderbona,  di 
Liegi,  e  di  Ratisbona,  sostenevano 
intrepidamente  i  diritti,  de'  quali 
la  Sede  apostolica  si  trovava  in  pos- 
sesso da  tante  centinaia  d' anni , 
senza  che  giammai,  com'  essi  dice- 
vano, la  maestà  e  potenza  del  cor- 
po Germanico  restasse  compromes- 
sa e  violala  in  modo  alcuno.  Vi- 
dcsi  allora  ben  autenticato  il  sen- 
timento di  questi  zelanti  vescovi, 
quando  nel  tempo  medesimo ,  in 
cui  si  contrastava  un  tal  diritto  alla 
santa  Sede,  come  pernicioso  alla 
podestà  sovrana,  Federico  Gugliel- 
mo li  re  di  Prussia  principe  pro- 
testante attaccatissimo  alla  religio- 
ne de'  suoi  predecessori,  e  geloso 
piti  di  qualunque  altro  de'  diritti 
della  sovranità,  fece  sapere  al  nun- 
zio monsignor  Pacca,  che  poteva 
esercitare  liberamente  tutta  l'eccle- 
siastica giurisdizione,  come  nunzio 
co'  cattolici  de' suoi  stati,  uella  stes- 
sa maniera ,  che  avea  fatto  sotto 
il  di   lui  antecessore  Federico  li. 

Finalmente  noteremo  che  nel 
1789  i  tre  elettori  ecclesiastici,  seb- 
bene fossero  in  mezzo  ai  guai  dei 
loro  stati,  dove  si  andava  comu- 
nicando lo  spirilo  predominante  di 
liberlà,  e  d' indipendenza,  tuttavol- 
ta  persistevano  nelle  massime  di 
sopra  descritte,  e  l'arcivescovo  di 
Salisburgo  loro  principale  capo,  co- 
me primate  della  Germania,  non 
cessava  di  sollecitale  la  soppressio- 
ne della  nunziatura  di  Monaco,  con 
una  memoria  che  diresse  alla  dieta 
di  Ratisbona,  per  conservare,  com'e- 
gli si  esprimeva,  i  diritti  de'  vesco- 
vi lesi  dal  sistema    praticalo    dalia 


ENA  275 

corte  di  Roma,  che,  secondo  lui , 
troppa  autorità  accordava  ai  nun- 
zi pontificii  in  pregiudizio  degli 
Ordinarii.  Ma  Pio  VI  fece  compi- 
lare un  autentico  trattato  sull'  an- 
tichità, e  sulle  prerogative  dei  Niin- 
zi  apostolici  (Vedi),  e  con  pontificio 
breve  de'  14  novembre  1790,  ne 
trasmise  degli  esemplari  stampati 
ai  tre  elettori,  ed  all'  arcivescovo 
di  Salisburgo.  Questo  libro  avea 
per  titolo  :  Sancdssimi  D.  N.  Piì 
Papae  VI  Responsio  ad  metropo- 
li tana  s  Moguntinum^  Trevirensem , 
Coloniensem,  et  Salisbiirgensem  su- 
per nunliaturis  apostolicis,  additis 
biiiis  litteris  ad  archiepiscopum  et 
ad  capitulum  Coloniae.  Con  detto 
breve  il  Papa  esortò  i  quattro  ar- 
civescovi a  desistere  dallo  scanda- 
loso attentato  contro  il  Vicario  di 
Cristo,  in  un  tempo  che  riceveva 
da  tante  altre  parti  disgusti  e  dis- 
piaceri. Quindi ,  o  perchè  siffatta 
esortazione  facesse  breccia  nei  loro 
animi,  o  per  le  turbolenze  e  solle- 
vazioni, che  già  si  estendevano  in 
gran  parte  dei  punti  limitrofi ,  gli 
elettori  desistettero  dalle  loro  pre- 
tensioni presso  la  dieta  di  Ratisbo- 
na, e  la  nuova  nunziatura  di  Ba- 
viera restò  nel  suo  pieno  vigore,  e 
lo  è  tuttora,  ad  onta  di  tutti  gli 
sforzi  del  congresso  di  Ems.  Chi 
poi  biamasse  più  dettagliate  noti- 
zie sul  medesimo,  può  leggere  l'o- 
pera intitolata.  Colpo  d'occhio  sul 
congresso  di  Ems,  traduzione  dal 
francese,  arricchita  di  note ,  e  di 
una  appendice  di  monumenti,  Aleto- 
poli  1788.  Contro  il  suddetto  con- 
gresso fu  anche  scritta  l'opera  fran- 
cese, che  venne  stampata  a  Dussel- 
dorff  presso  Rauffmann. 

ENAGHDOC  (Enagdunum).  Cit- 
tà episcopale  dell'  Irlanda  nella  pro- 
vincia di  Cumiacia,  nella  contea  di 


276  ENC 

Galway,  die  Coramanville  dice  uul- 
ta  nel  secolo  XII  alla  metropoli  di 
Tuam,  di  cui  era  suffraganea,  seb- 
bene ciò  non  avesse  efifetto,  che 
verso  il  i3i8.  Questa  sede  ven- 
ne chiamata  pure  Enagdowie ^  ed 
Huambruin,  dal  concilio  di  Melli- 
fonte  del    i\5i. 

ENCENIA  (Encoenia).  Rinnova- 
zione, dedicazione,  o  solennità  an- 
niversaria della  Dedicazione  (Fedi) 
delle  chiese.  Questa  solennità  fu 
chiamata  dal  Balsamone  Anoexium, 
festa  della  dedicazione,  o  dell'apri- 
niento  d'una  chiesa,  dalla  apertura 
delie  porte  di  un  nuovo  tempio. 
Gli  ebrei  celebravano  l'encenia  il 
giorno  i5  del  loro  nono  mese  in 
memoria  della  restaurazione  o  puri- 
ficazione del  tempio  saccheggiato, 
e  contaminato  da  Antioco  Epifane, 
170  anni  avanti  la  nascila  di  Ge- 
sù Cristo;  restaurazione  fatta  da 
Giuda  Maccabeo  per  la  prima  vol- 
ta quindici  anni  dopo.  Avevano  gli 
ebrei  due  altre  feste  dello  stesso 
nome,  l'una  per  la  dedicazione  del 
tempio  fatta  da  Salomone,  ed  av- 
venuta verso  l'anno  1008  avanti 
Gesù  Cristo,  e  l'altra  in  memoria 
di  Zorobabele,  e  del  ritorno  del 
popolo  ebreo  dalla  cattività  di  Ba- 
bilonia ,  l'anno  5 16  avanti  Gesù 
Cristo  ai  3  del  mese  Adar,  cor- 
rispondente a'  IO  marzo.  F.  Pao- 
lo Medici,  Riti  e  costumi  degli  ebrei 
confutati,  capo  XXV.  Della  festa 
delle  encenie  detta  Chanucà.  Il  Sar- 
nelli,  nelle  Lett.  eccl.  t.  IV.  Lett. 
XXVII,  tratta  Perche  alcune  feste 
degli  ebrei  abbiano  nomi  greci. 

ENCHENVOERWiLLELMo,  Car- 
dinale. W^illelmo  o  Guglielmo  En- 
chenvoer,  nato  nel  14^4  i"  Utrecht 
nelle  Fiandre,  canonico  di  Anversa,  e 
preposto  della  chiesa  di  Utrecht,  fu 
indivisibil  compagno  del  Cardinale 


ENC 

Adriano  Florenzi ,  e  suo  agente  ih 
Roma.  Assunto  questi  al  pontifica- 
to col  nome  di  Adriano  VI,  l'En- 
chenvoer,  eh'  era  stato  presente  alla 
elezione  di  lui,  fu  investito  della 
carica  di  datario,  e  creato  vescovo 
di  Toi-tosa.  Adriano  VI,  essendo  in- 
fermo nel  i52  3  a'  10  settembie, 
convocò  il  concistoro  nella  sua  ca- 
mera, e  sebbene  vicino  a  soccombere, 
pure  volle  lui  solo  promuovere  al 
Cardinalato  col  titolo  presbiterale 
de'  ss.  Giovanni  e  Paolo.  In  segui- 
to Clemente  VII  gli  diede  l'ammi- 
nistrazione del  vescovado  di  Utrecht. 
Questo  Cardinale  fece  ristorare  il 
magnifico  portico  e  la  facciata  del- 
la basilica  del  suo  titolo,  e  volle 
eziandio  eretto  al  Pontefice  suo  be- 
nefattore uno  splendido  mausoleo 
nella  chiesa  di  s.  Maria  dell'Anima 
in  Roma,  ricco  di  belle  sculture , 
e  decorato  di  una  iscrizione,  eh' è 
un  sunto  delle  geste  di  quel  Papa. 
Restaurò  al  modo  che  dicesi  al 
suo  articolo  la  chiesa  dell'  Ani- 
ma ,  e  la  dotò  di  alcune  case  vi- 
cine, in  una  delle  quali  egli  pure 
abitava.  Fu  però  sventurato  nel 
sacco  di  Roma  accaduto  sotto  Cle- 
mente VII;  in  esso  per  salvare  dal 
saccheggio  le  sue  sostanze  venne  ob- 
bligato a  pagare  a  certo  capitano  Od- 
done, giusta  quello  che  ci  racconta 
il  Riganti,  Commentari  delle  regole 
della  Cancelleria,  t.  I,  la  esorbi- 
tante somma  di  quarantamila  scudi. 
Morì  in  Roma  nel  i534.  Ebbe  se- 
polcro nella  chiesa  dell'Anima,  do- 
ve gli  fu  eretto  un  bel  monumento 
al  Iato  destro  della  porta  maggio- 
re del  tempio.  Esso  è  ornato  di 
due  colonne  di  verde  antico,  che 
sostengono  l'urna  su  cui  vedesi  la 
statua  del  Cardinale  distesa  e  ve- 
stita degli  abiti  pontificali ,  lavoro 
di  mediocre  scoltura.    Leggesi    an- 


ENC 
Cora  una  lapide,  in   cui  si    contie- 
ne repilogo  della  sua  vita  ,   ove  il 
suo    cognome    è    scritto    in    questo 
modo  :  Eiickeiivoìrlio. 

ENCICLICA  (Enciclìcae).  Lette- 
re circolari ,  circulares  _,  chiamate 
anche  lettere  cattoliche,  Litterae  ca- 
tholicae.  Quando  le  lettere  si  scri- 
vevano a  tutti  •  ciisliani  così  ven- 
nero appellate,  circolari ,  e  cattoli- 
che, non  perchè  contenessero  la  pro- 
fessione della  fede  cattolica ,  ma 
perchè  si  scrivevano  a  tutta  la  Chie- 
sa, e  cosi  erano  universali.  JXel  con- 
cilio tenuto  da  s.  Pietro  dopo  l'an- 
no 5 1  dell'  era  cristiana  in  Geru- 
salemme cogli  apostoli ,  fu  deter- 
minato di  non  doversi  inquietare 
i  gentili  convertiti  alla  fede  colle 
osservanze  mosaiche.  La  decisione 
fu  inviata  per  lettera  ad  Antiochia, 
con  una  formola^  che  dipoi  venne 
adottata  dai  concili  generali:  Visum 
est  Spiritili  Sancto,  et  nobisj  e  da 
questa  lettera  ebbero  origine  le  let- 
tere encicliche,  o  circolari.  J^.  il 
Rinaldi,  Annal.  eccL,  all'anno  14^, 
num.  8,  e  l'articolo  Lettere  Apo- 
stolix:he.  Al  presente  Lettere  apo- 
stoliche, o  Lettere  encicliche  sono 
quelle,  clie  il  sommo  Pontefice  di- 
rige a  tutti  i  patriarchi ,  primati , 
arcivescovi,  e  vescovi  della  Chiesa 
cattolica.  Sulle  lettere  encicliche  nel 
secolo  decorso  scrisse  un'  erudita 
opera  l'abbate  Francesco  Bencini. 

ENCRATICL  F.  Ieratici  Ere- 
tici. 

ENCRATIDE  (s.).  Nacque  nel 
Portogallo,  e  divenuta  adulta  die- 
desi  di  nascosto  alla  fuga  ,  perchè 
suo  padre  voleva  collocarla  in  ma- 
trimonio, mentr'ella  avea  fatto  vo- 
to di  sua  virginità  al  Signore. 
Giunta  in  Saragozza,  città  ove  al- 
lora fieramente  si  perseguitavano  i 
veri  confessori  di  Gesù  Cristo,  rvon 


ENE  277 

si  abbattè  nello  spirito,  anzi  con- 
dotta in  faccia  al  tiranno,  gli  rin- 
facciò senza  riguardi  la  sua  crudel- 
tà. Daziano  ,  tale  era  il  nome 
del  persecutore,  offeso  dai  rimbrotti 
di  questa  giovine,  la  diede  in  ma- 
no ai  carnefici,  affinchè  la  tormen- 
tassero. Ella  resistette  alle  più  fie- 
re carnificine  con  eroica  costanza, 
lodando  il  Signore,  e  quantunque 
lacerata  nelle  coste ,  privata  della 
mammella  sinistra,  e  di  una  por- 
zione del  fegato,  non  mori  sul  mo- 
mento. Cacciata  in  prigione,  rese 
lo  spirito  al  Signore  per  le  ripor- 
tale ferite  nell'anno  3o4.  Essa  nel 
culto  è  unita  ad  altri  diciotto  mar- 
tiri, che  in  quello  stesso  giorno  in 
Saragozza  sostennero  il  martirio. 
La  festa  è  assegnala  ai  16  di  a- 
prile. 

ENDEO,  o  ENNA  (s.).  Neil'  Ir- 
landa da  un  ricco  signore  di  Er- 
gali nacque  Endeo.  S.  Faina  sua 
sorella,  abbadessa  del  monistero  di 
Uill-Aine,  lo  esortò  ad  abbandona- 
re il  mondo,  ed  egli  pronto  ai  santi 
consigli,  si  chiuse  nel  monistero  di 
Rosnal.  Di  lì  a  molti  anni  torna- 
to in  patria,  vi  fondò  un  gran  con- 
vento neir  isola  d'Aran.  Molti  si- 
gnori accorsero  per  ivi  ricoverarsi. 
S.  Endeo,  con  una  vita  tutta  de- 
dita all'orazione  e  contemplazione, 
edificò  la  comunità,  cui  presiedeva, 
e  morì  santamente  sul  terminare 
del  sesto  secolo.  La  sua  festa  è  as- 
segnata il  dì  21   marzo. 

ENEA  Silvio,  Cardinale.  V,  Pic- 

COIOMINI. 

ENEMONDO  (s.).  Da  un'illu- 
stre  famiglia  delle  Gallie  ebbe  ori- 
gine Enemondo,  il  quale  si  dedicò 
di  buon'ora  all'esercizio  delle  cri- 
stiane virtù.  Consecratosi  al  servi- 
zio del  Signore,  fu  ordinato  sacer- 
dote, e  quindi  crescendo  ognor  più 


ENE 

Jielio  7elo  e  nella  pietà,  \enne 
insignito  del  carattere  episcopale. 
Egli  resse  la  chiesa  di  Lione  con 
quella  attività  e  premura  ch'è  pro- 
pria dei  veri  pastori.  Diede  com- 
pimento alla  chiesa  di  s.  Pietro,  ed 
in  quella  pose  una  comunità  di 
vergini.  Colia  predicazione  richia- 
mava i  traviati  all'  ovile  di  Cristo, 
colle  larghe  limosine  soccorreva  ai 
bisogni  dei  poveri,  e  gì'  infermi,  e 
gli  afflitti  ritrovavano  in  lui  il  con- 
solatore pili  opportuno.  Morto  Clo- 
doveo  II,  il  perfido  Ebroino  pre- 
fetto del  palazzo ,  sospettando  nel 
santo  vescovo  il  suo  accusatore,  per 
le  vessazioni  eh'  ei  commetteva  so- 
pra il  popolo  di  Lione ,  macchinò 
di  privarlo  di  vita.  Per  coprire  il 
reo  disegno,  Enemondo  fu  impu- 
tato reo  di  lesa  maestà ,  e  quindi 
da  un  drappello  di  soldati  raggiun- 
to in  Sciallon  sulla  Senna,  ove  e- 
rasi  rifugiato,  fu  barbaramente  uc- 
ciso, il  che  avvenne  a'  28  settem- 
bre dell'anno  GSrj.  S.  Wilfrido,  che 
fu  poscia  vescovo  di  York,  ed  altri 
ecclesiastici  che  lo  seguivano,  por- 
tarono il  suo  corpo  a  Lione,  e  lo 
seppellirono  nella  chiesa  di  s.  Pie- 
tro. Il  giorno  28  settembre  è  sacro 
alla  sua  memoria. 

ENEPiA.  Sede  vescovile  d' Afri- 
ca, la  cui  provincia  non  è  cono- 
sciuta, ed  il  cui  vescovo  Massimi- 
no  intervenne  alla  celebre  confe- 
iJenza  di  Cartagine.  Coli.  Cart.  e. 
I2  3_,  not.  209. 

ENERGUMENO.  Quegli,  che  è 
posseduto  dal  maligno  spirito,  os- 
sia dal  Demonio  i^Vedi).  Ossessione 
chiamasi  lo  slato  di  colui,  che  è 
tormentato  dal  demonio,  e  perciò 
si  dire  anche  ossesso.  L' ossessione 
differisce  dall'  invasamento  in  ciò, 
cAe  nell'ossessione  il  demonio  agi- 
sce esteriormente,  e   neil'  iuvaMone 


ENE 
agisce  internamente.  Non  si  può 
melteie  dubbio  sulla  possibilità,  e 
sulla  realtà  delle  ossessioni,  e  de- 
gl'in vasamenti,  senza  dichiarare  falsa 
la  Scrittura  sacra,  e  l' esperienza  di 
tutti  i  secoli,  e  di  lutti  i  luoghi. 
Alcuni  autori  antichi  e  moderni 
affermarono,  che  questo  termine  di 
energumeno,  energumeniis,  nella  sa- 
gra Scrittura  significa  soltanto  que- 
gli che  contraffa  le  azioni  del  de- 
monio, ed  opera  cose  sorprcntlenti, 
che  sembrano  soprannaturali.  Ma  il 
Bergier  prova  il  contrario  nel  Diz. 
enciclopedico  alle  parole  Posseduto, 
e  Invasione.  La  promessa  fatta  da 
Gesù  Cristo,  che  i  suoi  discepoli 
avrebbero  il  poteie  di  scacciare  i 
demoni  in  suo  nome,  e  che  ha  pei*- 
petuato  nella  Chiesa  col  mezzo  de- 
gli Esorcismi  [Fedi),  è  un'  altra 
prova  della  realtà  degl'  invasamen- 
ti, la  quale  non  ammette  alcun 
dubbio.  E  questo  im  fatto  ricono- 
sciuto dai  pagani  medesimi,  che 
cioè  gli  esorcisti  della  Chiesa  scac- 
ciavano i  demoni  dal  corpo  degli 
ossessi.  Abbiamo  da  Tertulliano 
neir  Jpologet.  e.  28:  >»  Che  qui 
»  avanti  i  vostri  tribunali  venga 
«  condotto  alcun  riconosciuto  per 
w  invasato  dal  demonio,  e  clie  un 
»  cristiano,  qualunque  siasi,  coman- 
»  di  a  questo  spirito  impuro  di 
w  parlare  ;  questo  spirito  di  tene- 
»  bre  confesserà  qui  pure  realmen- 
«  te  non  essere,  che  un  demonio, 
«  e  che  d' altronde  egli  non  osa 
«  falsamente  farsi  credere  un  Dio". 
Dicono  i  teologi,  che  se  gli  esorcismi 
non  ottengono  sempre  il  loro  ef- 
fetto, ciò  proviene  dalla  poca  fe- 
de di  coloro,  sopra  i  quali  ven- 
gono impiegati.  Gli  stessi  sagra- 
menti,  per  efficaci  che  sieno,  non 
operano  però  sempre,  per  mancan- 
za delle  necessarie  disposi/ioni    pei 


ENE 

parte  di    coloro,  che    li     ricevono. 

II  Macri,  nella  Not.  dé'vocab.  kcI, 
dice,  ch'energumeno,  o  indemoniato 
deriva  da  una  parola  greca.  Dal  con- 
cilio costantinopolitano  Tenergume- 
no  viene  chiamato  Arrepdlius  can. 
6,  in  Tnil.  :  ArreptilioSy  se  simu- 
lanteSy  et  qui  moruni  probitatc  eo- 
rum  figuranij  et  habitum  simulate 
praeferunt  visum  est  omnimode  pu- 
uiri.  Sono  dunque  gl'indemoniati 
irregolari,  ed  esclusi  dagli  ordini, 
e  funzioni  ecclesiastiche,  come  si 
legge  essere  stabilito  nei  canoni  a- 
postolici  :  Siquis  daemonem  ìiabeat, 
ne  fiat  clericus,  sed  ncque  cum  fi- 
delihus  precetur.  Purgatus  autem 
recipiatur,  et  si  sit  dignus ,  fiat. 
can.  i8.  Dalle  quali  parole  si  rac- 
coglie, che  gì'  indemoniati  non  as- 
sistevano in  chiesa  ai  divini  offizi 
con  gli  altri  fedeli,  ma  dimorava- 
no con  i  catecumeni,  dopo  i  quali 
ancor  essi  erano  mandati  fuori  con 
voce  alta  prima  della  consagrazio- 
ne,  dicendo  il  diacono  ;  Ite,  Hener- 
gumeni,  come  si  legge  nella  litur- 
gia di  s.  Clemente  I  Papa.  Inoltre 
la  primitiva  Chiesa  usava  di  tene- 
re gli  energumeni  nella  classe  dei 
penitenti,  di  fare  per  essi  preghie- 
re particolari,  ed  esorcismi.  Come 
la  maggior  parte  erano  pagani, 
quando  erano  guariti  si  facevano 
istruire,  e  per  ordinario  ricevevano 
il  battesimo.  F.  Catecumeno,  e 
Chiesa. 

Dice  il  p.  Chardon,  Storia  dei 
Sagramentij  t.  II,  p.  i8o;  che  ai 
penitenti,  e  catecumeni  si  permet- 
teva partecipare  delle  preci,  in 
quella  parte  della  messa,  che  pre- 
cedeva l'offertorio,  ed  in  quel- 
la che  seguiva  la  lezione ,  ed  i- 
struzione,  dopo  le  quali  si  man- 
davano fuori,  come  pure  allora  in 
certi  luoghi  si  congedavano  gli    e- 


ENF  279 

nergiimeni,  cioè  quelli  contro  cui 
il  demonio  esercitava  la  sua  forza 
visibilmente,  o  continuatamente,  o 
per  intervalli.  Imperocché,  dice  M. 
Thiers  :  »  Chiamavansi  energurae- 
«  ni  quelli,  sopra  i  quali  il  de- 
«  monio  aveva  qualche  possanza, 
M  ed  autorità  in  qualsiasi  modo. 
M  Così  gli  ossessi,  e  quelli  ch'era- 
«  no  agitati  da  terrori  panici,  e 
'>  quelli,  eh'  erano  molestati  da  va- 
«  ne  illusioni,  e  generalmente  tut- 
M  ti  quelli,  che  si  abbandonavano  al 
«  furore  delle  loro  passioni,  si  chia- 
»  mavano  energumeni  nel  linguag- 
»  gio  di  s.  Dionigi,  e  d' altri  an- 
»  tichi  autori".  Tutti  costoro  a- 
dunque  si  mandavano  fuori  di  chie- 
sa, quando  cominciava  la  messa  dei 
fedeli.  Usciti  eh'  erano,  si  serravano 
le  porte,  ed  allora  nella  maggior 
parte  delle  chiese  si  recitava,  o  can- 
tava il  simbolo  della  fede,  ch'era 
come  il  contrassegno  della  unione 
tra'  fedéli,  e  di  cui  non  si  dava 
notizia  a'  catecumeni  mandati  fuori 
coi  penitenti,  ed  energumeni.  Il 
concilio  d' Oranges  poi  escluse  dal 
sacerdozio  gli  energumeni,  e  li  pri- 
vò dall'  esercizio  del  loro  ordine, 
quando  la  invasione  era  posteriore 
alla  loro  oidinazione.  Sì  può  con- 
sultare la  dissertazione  sulle  osses- 
sioni, e  gV  invasamenti  del  demonio 
del  p.  d.  Agostino  Calmet,  che 
trovasi  in  fine  del  X  tom.  della 
Bibbia  stampata  nel  1750.  F^,  E- 
nergumenus  nel  Hierolexicon  del 
Macri. 

ENFITEUSI  (Emphyleusis).  È 
un  contratto  per  molti  anni  di 
una  eredità,  col  patto  di  coltivar- 
la, renderla  migliore;  o  d'un  fon- 
do, col  carico  di  fabbricarvi;  o  di 
una  casa  col  patto  di  rifabbricarla, 
mediante  una  certa  modica  corri- 
sposta ,   pagabile     in    ciascun    au- 


28o     *  ENG 

no  dal  prenditore.  Nel  Diziona- 
rio della  lingua  italiana y  l'enfi- 
teusi è  definito;  Contratto  con- 
sensuale in  \irtù  di  cui  si  cede  ad 
altri  il  dominio  utile  di  uno  sta- 
bile in  perpetuo,  od  a  tempo  lun- 
go pel  pagamento  di  un  annuo 
canone  in  ricognizione  del  dominio 
diretto.  Chiamasi  enfìteuta,  o  en- 
fiteuticario,  colui  che  riceve  l'en- 
fiteusi, come  anche  dicesi  livellario. 
L' enfiteusi,  dicono  i  legisti,  vale 
l'alienazione  del  fondo,  come  che 
non  perpetua,  giacché  è  dessa  un 
alienazione  della  proprietà  utile 
nella  persona  del  prenditore,  du- 
rante tutto  il  tempo  della  conces- 
sione, con  una  ritenzione  della  pro- 
prietà diretta  dalla  parte  del  ven- 
ditore. 

ENGELBERTO  (s.).  Da  una 
assai  chiara  famiglia  del  Berrì  nac- 
que Engelberto.  In  età  ancora  te- 
nera diede  a  divedere  un'inclina- 
zione felice  per  la  virtù.  Destinato 
da'  genitori  suoi  allo  stato  ecclesia- 
stico, fu  ancora  per  tempo  provveduto 
di  pingui  benefizii  ;  e  col  divino  aiuto 
ne  fece  un  buon  uso.  Divenuto  in 
progresso  gran  proposito  della  chiesa 
di  Colonia,  ed  acquistatosi  fama  di 
zelante  sacerdote,  ed  imperterrito 
sostenitore  della  fede,  fu  quindi  dal 
Pontefice  Innocenzo  III  promosso  al- 
l'arcivescovato di  Colonia,  e  con- 
sacrato r  anno  1 2  1 5.  Colla  sua  dot- 
trina e  prudenza  dissipò  le  opposi- 
zioni e  gì'  intrighi  insorti  nella  sua 
promozione,  con  fermezza  mantenne 
ì  diritti  della  sua  chiesa,  e  €on  ze- 
lo apostolico  a  tutti  inspirava  il 
santo  timore  di  Dio.  Molte  e  sva- 
riate furono  le  contraddizioni,  che 
dovette  sostenere  nel  lungo  suo  epi- 
scopato. Terminò  finalmente  vitti- 
ma della  perfidia,  lasciando  la  vita 
sulla  pubblica  strada,    assalito    dai 


ENH 

suoi  nemici,  che  a  furia  di  colpi 
il  sagrificarono,  non  altra  difesa  e- 
gli  opponendo,  che  la  preghiera  di 
perdono  a  Dio  rivolta  pe'suoi  car- 
nefici. 11  giorno  7  novembre  del- 
l'anno 1225,  seguì  il  suo  marti- 
rio, sostenuto  per  la  difesa  della 
libertà  della  Chiesa,  ed  obbedien- 
za al  supremo  Gerarca.  11  mar- 
tirologio romano  assegna  la  sua  fe- 
stività nel  giorno  stesso,  che  sof- 
ferse il  martirio. 

ENGO  (s.).  Nacque  di  origine 
regia  nelf  Irlanda.  Cresciuto  negli 
anni,  e  con  questi  vieppiù  in  lui 
aumentatosi  l' amore  verso  Iddio, 
fatta  spontanea  rinunzia  dei  beni 
terreni,  si  rinchiuse  nel  celebre  mo- 
nistero  di  Cluaiu-Edneach.  Dotalo 
di  un  profondo  sapere,  ben  presto 
il  suo  nome  si  rese  celebre;  ma  la 
sua  umiltà  mal  sofferendo  gli  elo- 
gi, lo  determinò  ad  allontanarsi  da 
quel  sagro  ritiro,  e  recarsi  in  quel- 
lo di  Tamlacht,  verso  Dublino. 
Visse  per  sette  anni  in  qualità  di 
converso,  occupandosi  negli  uffizi  i 
più  abbietti  della  comunità,  per 
sempre  più  perfezionarsi  nella  san- 
ta umiltà.  Un  tal  sistema  di  vita 
lo  fece  di  bel  nuovo  conoscere  per 
un  gran  santo,  e  quindi  la  fama 
ne  rinnovava  gli  elogi.  Engo  di  ciò 
accortosi,  tornò  al  primiero  suo  mo- 
nistero,  ma  non  per  questo  potè  egli 
sottrarsi  dall'ammirazione,  ch'egli 
sempre  abborrì.  Fu  in  progresso  di 
tempo  creato  abbate,  e  per  ultimo 
anche  vescovo.  Scrisse  vari  opusco- 
li sui  santi  del  proprio  paese,  pei 
quali  sentiva  una  tenera  divozione, 
e  morì  nel  bacio  del  Signore  l'an- 
no 824.  La  sua  festa  è  assegnata 
il  dì   1 1   marzo. 

ENHAM,  EINSHANUM.  Città 
d'Inghilterra,  dove  neh' anno  1009 
fu  tenuto  un    concilio.    In   esso  si 


ENN 
fecero  ventitré  canoni  per  la  rifor- 
ma de' costumi,  e  della  disciplina 
ecclesiastica.  Anglia  t.  I,  Labbé  t. 
IX,  Arduino  t.  VI  ,  e  Diz.  de  Con- 
cili, che  lo  chiama  concilio  Ein- 
shamense. 

ENNA  (s.).   V.  Endeo  (s.). 

ENNODIO  (s.).  Discese  da  illu- 
stre famiglia  delle  Gallie,  percorse 
i  suoi  studi  in  Milano,  e  congiun- 
to in  matrimonio  con  nobile  e  ric- 
ca giovine,  visse  del  tempo  gustan- 
do le  delizie  del  secolo,  dimentico 
delle  obbligazioni,  che  si  devono  a 
Dio.  La  grazia  divina,  che  suo  Io 
voleva,  il  chiamò  col  mezzo  de'ri- 
morsi  continui,  e  lo  vinse  per  mo- 
do, che  secondato  dalla  moglie,  si 
ascrisse  alla  ecclesiastica  milizia, 
mentre  la  sua  sposa  si  consecrò  a 
perpetua  continenza.  Divotissimo  di 
s.  Vittore  di  Milano,  implorò  l'as- 
sistenza di  lui,  per  condurre  una 
vita  santa  sino  alla  morte,  e  ne 
ottenne  la  grazia.  Ricevette  gli  or- 
dini sagri  da  s.  Epifanio  vescovo 
di  Pavia,  si  diede  a  tutto  uomo 
agli  studi  ecclesiastici,  e  scrisse  l'a- 
pologia del  Pontefice  Simmaco,  e 
quella  del  concilio  da  questo  tenu- 
to contro  lo  scisma  di  quei  giorni. 
Verso  l'anno  5 io  fu  eletto  vesco- 
vo di  Pavia,  ed  egli  con  zelo  ed 
autorità  apostoHca  saggiamente  go- 
vernò quella  chiesa.  Ebbe  onore- 
vole missione  dal  Pontefice  Ormis- 
da, per  riunire  le  chiese  di  orien- 
te, e  di  occidente,  e  quantunque 
abbia  incontrati  due  viaggi  a  Co- 
stantinopoli, e  con  ogni  cura  pos- 
sibile procurato  il  buon  successo, 
fu  però  sconfortato  nella  riuscita, 
e  per  X  altrui  mala  fede  fu  quasi  in 
pericolo  di  perdere  la  vita,  obbli- 
gato a  montare  su  di  un  naviglio 
vecchio,  e  tutto  roso.  Ritornato  alla 
sua  sede,  con  indefessa  cura  si  die- 


ENO  281 

de  alla  santificazione  del  suo  greg- 
ge, i  poveri  sovvenendo  con  le  li- 
mosine,  i  traviali  richiamando  col- 
la predicazione,  gì'  infermi  ed  i  tri- 
bolali confortando,  quelli  colle  sue 
visite,  questi  co'  suoi  atlettuosi  con- 
sigli. Giunto  agli  anni  quarantot- 
to, Iddio  il  chiamò  a  se,  ed  il 
giorno  I  agosto  del  52  i  spirò  san- 
tamente, 11  martirologio  romano 
segna  la  sua   festa  ai    17  di  luglio. 

ENO  (^Aenus) .  Città  vescovile 
della  provincia  di  Rodope,  nell'  e- 
sarcato  di  Tracia  nella  Romania 
sulla  Marisa.  Commanville  dice, 
che  nel  quinto  secolo  fu  quivi  eret- 
ta la  sede  vescovile,  suffraganea 
della  metropoli  di  Trajanopoli,  e 
che  nel  nono  divenne  arcivescova- 
to onorario.  Attualmente  è  un  ti- 
tolo episcopale  in  partibus  infide- 
liuTììj  sotto  la  medesima  metropo- 
litana di  Trajanopoli  egualmente 
in  partibus,  che  suole  conferire  la 
santa  Sede.  Per  traslazione  di  mon- 
signor Ignazio  Giustiniani  da  questo 
titolo  di  Eno  alla  chiesa  residen- 
ziale di  Scio,  che  tuttora  governa, 
il  Papa  Pio  Vili,  nel  concistoro 
de'  18  marzo  i83o,  lo  conferì  a 
monsignor  Ignazio  Carisi  della  dio- 
cesi di  Girgenli.  Al  presente  è  ve- 
scovo Enense  in  partibus,  monsi- 
gnor Pietro  Botaillon  della  congre- 
gazione dei  Maristì,  vicario  aposto- 
lico dell'  Oceania  ossia  Polinesia 
centrale,  fatto  dal  Papa  che  regna. 

ENOTICO,  o  ENOTICON.  E- 
notìcum  seu  Henonilicum.  Editto, 
o  libro  famoso  dell'  imperatore  di 
oriente  Zenone ,  così  detto  dalla 
voce  greca  unitivo,  od  unione,  per- 
chè r  eretico  imperatore  voleva,  e 
pretendeva  con  esso  comporre,  ed 
accordare  la  diversità  di  opinioni 
in  materia  di  fede.  Questo  editto 
venne  chiamato    pure   di    pacifica- 


?j83               eno  eno 

zione,  e  pubblicalo  da  Zenone  nel-  la  solloscrivere  al  prelato   che    ri- 

l'anno  4»'^'^   P^i'   conciliare    ed    in-  sta})iliva,    ed    accertarsi    così    della 

sieme  riunire  i  cattolici  cogli    ere-  sua  fede. 

tici  EiUichiani  (f^edi),  essendo  sta-  Quindi    l'editto    venne    ricevuto 
to  a   ciò  persuaso    da    Acazio    pa-  ben  presto  da  tutti  i  partigiani  di 
triarca  di  Costantinopoli,    nell'assi-  Pietro  Mongo,  siccome  notori  ere- 
curarlo    colie    più    vili    adulazioni,  tici.   Giovanni  di    Talaia    abbando- 
ch'  egli  poteva  decidere  le  questio-  nò  la  sede    d'  Alessandria,    mentre 
ni  di  fede;  al  qual  fine  avea  for-  l'intruso  ricevette  l'enotico  in  trion- 
mato  l'editto,  che  inoltre  favoriva  fo,  e  si  adoperò  a  tutto  suo  pote- 
gli  errori  degli  eutichiani,   e    face-  re  di  farlo  ricevere  nell'  intero  E- 
va  questi  trionfare.  Questo  decreto  gitto.   Ma  avendo    nel    pubblicarlo 
di  unione,  e  rappacificazione  è  una  ricusato  di  dire  anatema   al  conci- 
lettera     indirizzata     ai     vescovi,    ai  lio    di    Calcedonia  ,    gli    eutichiani 
chierici,  ai  monaci,  ed  ai  popoli  di  più  rigidi,  che  dopo    furono    detti 
Egitto,  e  di  Libia.  Esso   condanna  Acefali^  o  senza  capo,   si    separa- 
deslramente  il  concilio  di  Calcedo-  rono  dalla  comunione  di    lui.    Ri- 
nia  celebrato  l'anno  4^^?   ^^^    ^^'  stabilì    Pietro    Mongo    nelle    sagre 
tribuiva    degli    errori,    e     favorisce  tavole,  o  dittici  di  Alessandria,  i  no- 
gli  eretici  seguaci  di  Eutiche^  seb-  mi  di  Dioscoro,   e    di    Timoteo-E- 
bene  pronunci  contro  di  loro  ana-  luro,    dopo    aver    levati    quelli    di 
tema,    esteriormente    però,    ed    in  Proterio,  e  di  Timotco-Solofaciolo, 
sola    apparenza.    Questa    specie    di  il     cui     corpo   fece    disotterrare,    e 
formolario,  per  riunire  tutti  i  dif-  gettar  fuori  della  città.  Anzi,  oltre- 
ferenti partiti^  non  produsse  il  buon  passando     i     limiti     dell'  editto,     e 
effetto  che  l'imperatore  si  confida-  smentendo  quanto  da  lui  era  stato 
va,  e    venne    detestato    da    tutti    i  promesso  all'  imperatore,  e    al  pa- 
cattolici,  parte  perchè  era  esteso  in  triarca  di  Costantinopoli,  anatema- 
termini    equivoci,    e    parte    perchè  tizzo  colla  ultima  temerità  il    con- 
mostrava rigettar  l'autorità  del  det-  ci  lio  calcedonese,  e  la  lettera  di  s. 
to  concilio  generale,  laonde  l'orien-  Leone  I.  Acazio,  non  potendosi  per- 
te  si  trovò  pieno  di    discordie,    di  suadere    di    questo    ingrato    conte- 
perturbazioni,  e  di  scandali,  quan-  gno,  spedì  ad  Alessandria  deputati 
do    se    ne    bramava    i'  estinzione,  per    accertarsene.    Ma    Pietro,    cui 
L' enotico    è  riportato    dal    Berca-  dopo  tanti  altri  eccessi  nulla  costa- 
stel.  Storia  del  Cristianesimo   tom.  va  la  menzogna,  sfrontatamente  ne- 
VII.  Intanto  nuovi  torbidi    furono  gò  tutto,  ed  allora  approvò  il  con- 
suscitati per  la  nuova  intrusione  di  cilio  di  Calcedonia,  e  ne  parlò  con 
Pietro  Fullone  nella  sede  d'  Antio-  molto  onore  nella  risposta  che  fece 
chia,  e  per  la  nuova  intrusione   di  ad  Acazio.   In  tali  sensi  pure  scris- 
Pietro  Mongo  in  quella  di  Alessan-  se  al  santo  Pontefice  Simplicio,  nei 
dria,  il  quale  come  capo  degli  ere-  momento  che  colla  maggior  impu- 
tici era  stato  deposto,    e    messo    a  denza  lo  rigettava  innanzi  agli  egi- 
sua  vece  Giovanni   di    Talaia.    Fu  ziani.  Tale    incostanza  ed    empietà 
per   Pietro    Mongo  principalmente,  divise  gli  scismatici  in   una  molti- 
die  Zenone  fece  stendere  la  formo-  tudine  di  conventicole  senza  subor» 
la  di  fede  ossia  l' Enotico,  per  far-  di  nazione,  senza  capo,  e  senza  pa- 


ENO 

ttiarca  ;   fra'  quali  furono    i  nomi- 
nati   Acefali    (Fedi).    Giovanni    di 
Talaia  si   recò  in  Roma    ap[)cllan- 
dosi  alla    santa    Sede,    fu    ricevuto 
con  paterna  tenerezza   dal  Papa  s. 
Simplicio,  e  mentre  ne    intrapren- 
deva con  calore  la  difesa,  ed  ado- 
peravasi  a  mantener  salda  la  fede, 
nella     chiesa    d'Alessandria,    e     in 
quella  di  Antiochia  invasa  da  Pie- 
tro  FuUone    protetto    dal    Mongo, 
venne  colpito  dalla  morte  nel  4^3. 
Subito  fu  sollevato  alla  cattedra 
apostolica  s.  Felice    li,    detto    IH, 
il  quale     si    studiò     di    seguire    le 
tracce  del   predecessore,,    che    stava 
per  condannare  V  Enotico.  Il  nuo- 
vo Pontefice,  senza  disonorare  Ze- 
none, con  una  condanna    formale, 
affine  di  non  alienare   1'  animo    di 
questo  principe,  il    disapprovò    ab- 
bastanza   per    impedire    gli    etfelli 
dell'editto  seduttore,  e  come    mo- 
numento   ingiurioso  che    attaccava 
i  più  sacri   diritti    della    spirituale 
potestà    ed    ingerivasi    ad    ammae- 
strare i  dottori,  ed  obbligava  i  pri- 
mi prelati  a  sottoscrivere  un  nuo- 
vo simbolo  di  credenza.  Il  Novaes 
però  dice,  che  s.    Felice    II,    detto 
IH,  riprovò  l'  Enotico,  o  editto  di 
pacificazione  dell'imperatore  Zeno- 
ne ;  ed  il  Macri  aggiunge,  che  que- 
sto libro  fu  dal    Pontefice    dichia- 
rato di  niun  valore,   anzi    condan- 
nato in    un    concilio    di     quaranta 
vescovi  d'Italia.   Il  p.    Daude  nel  t. 
II,   par.  II   Histor.   unw.  pag.  60 1, 
tratta     eruditamente  :     Quibiis     ex 
caiisis  Ecclesia  Heuolicon    Zenonis 
abominata  sii?  Ancora  si    possono 
consultare     il     Baroni©     agli    anni 
5i8,  e  519;  e  Baldassare  Bebelto, 
De  Henolìco  Zenonis^    Argenterà  ti 
1673.  Scrisse  il  Pontefice  s.  Felice 
HI  una  rispettosa  lettera  all'impera- 
tore, ma  insieme  coraggiosa  a  soste- 


liNO  283 

nimcnto  della  verità  in  favore  del 
concilio  di  Calcedonia,  non  che  con- 
tro Pietro  Mongo,  ed  i  suoi  seguaci, 
e  fautori.   In   pari   tempo  scrisse  ad 
Acazio,  rimproverandolo   della  sua 
irregolare  condotta,  e  di  un    poli- 
tico silenzio  su   quella    stravagante 
dell'  imperatore,    nel    ristabilimento 
dell'eresia.   I   legati  del    Pajxi    Vi- 
tale, e   Miseno   furono    vilipesi    ed 
imprigionati   in  Costantinopoli;  ma 
disgraziatamente  furono    sedotti,   e 
tradirono  gl'interessi    della  Chiesa, 
contro  de'quali  pi*otestò  Felice,  ter- 
zo legato,  che  arrivò  dopo  di  loro 
nella  città.  Tornati  in  Roma  i  le- 
gati  prevaricatori   furono  scomuni- 
cati, e  deposti  dal  vescovato,  quin- 
di furono  ancora  scomunicali,  Pie- 
tro Mongo,  ed    Acazio    autore    del 
primo  scisma  tra  la    chiesa    greca, 
e  la   latina,  essendo  stato  il    Papa 
istruito   di   tutto.  Sessantasette    ve- 
scovi sottoscrissero  tal  condanna,  ed 
Acazio  si  abbandonò  ai  più  orribi- 
li eccessi.  Non  andò  guari  che  tan- 
to egli,  quanto  Zenone  terminaro- 
no di  vivere,  ed  a  Zenone  succes- 
se neir  impero  Anastasio,  il    quale 
non  era    migliore    di    lui.    Mentre 
questi  regnava,  nel    49^)  ^^i  eletto 
il  Pontefice  s.  Simmaco,  ma  Feslo, 
senatore  romano,  corrotto  dal    de- 
naro, per  far  sottoscrivere  dal  Papa 
r  Enotico.,  fece  in  pari  tempo  eleg- 
gere r  arciprete  Lorenzo  in  antipa- 
pa, giacche   avea    avuto    l' incarico 
a  Costantinopoli  di    guadagnare    il 
defonto    Pontefice    s.    Anastasio    II 
per  la  conferma    dell'  Enotico.    Da 
s.    Simmaco,    da' di   lui    successori, 
in    una    parola    dalla   santa    Seóe, 
costantemente  fu  riprovato  V  Eno-^ 
tico,  eh' è  quanto  dire  1' eresia  eu- 
tichiana.  ^.Agnello  Anastasio, /5/0- 
ria  degli  antipapi^  t.  I,  p.  98,  e  seg. 
EJNRICO  DA  Treviso  (s.).  Quau- 


284  ENR 

lunque  nalo  in  Bolzano,  chiamasi 
Enrico  da  Treviso,  per  essersi  ivi 
recato  a  provvedere  ai  bisogni  del- 
la vita,  essendo  egli  nato  da  ge- 
nitori assai  poveri.  Col  travaglio 
delle  sue  mani  nutriva  il  suo  cor- 
po, e  col  raccoglimento,  e  colla  peni- 
tenza, santificava  il  suo  spirito.  Per 
supplire  al  difetto  d'ogni  umana  col- 
tura, per  istruirsi  frequentava  i  ser- 
moni, e  da  quelli  ritraeva  tanto  van- 
taggio da  adempiere  fedelmente  tutti 
gli  evangelici  precetti.  Ogni  giorno 
assisteva  alla  messa,  ed  al  divino 
uffizio,  dava  a' poveri  in  segreto 
quanto  gli  sopravvanzava  dalla  gior- 
naliera sua  opera,  conduceva  la  vi- 
ta con  austerità,  e  cercava  a  tutto 
potere  di  nascondere  per  gran- 
de umiltà  le  sue  virtù.  Dolce  nel 
tratto,  era  a  tutti  caro,  né  vi  fu 
mai  chi  lo  sentisse  lagnarsi  su 
questo  argomento.  Sì  accostava  di 
freqwente  alla  santissima  comunio- 
ne, ed  ogni  giorno  ai  piedi  del  con- 
fessore mondava  la  sua  anima,  af- 
fine di  rendersi  sempre  più  caro 
al  Signore.  Reso  vecchio  pegli  an- 
ni e  molto  più  stanco  per  le  fa- 
tiche sostenute,  e  le  macerazioni 
praticate,  visse  il  rimanente  de'suoi 
giorni  accattando,  non  mai  per  sé 
giornalmente  ritenendo,  se  non 
quanto  a  lui  occorreva  per  soste- 
nersi. Una  vita  si  lunga,  e  santa- 
mente condotta  fu  coronata  da  una 
morte  la  più  tranquilla,  e  soave. 
Jl  giorno  IO  gingno  i3i5  volò 
egli  al  cielo,  ed  il  popolo  trivigia- 
no  a  folla  concorse  alla  sua  stanza 
a  venerare  il  suo  corpo.  La  festa  di 
questo  santo  è  assegnata  il  giorno 
stesso  della  sua  morte. 

ENRICO  II,  imperatore  (s.).  Da 
Enrico  duca  di  Baviera,  e  da  Gi- 
sella figlia  di  Corrado,  re  di  Bor- 
gogna, trasse  i  natali  il  nostro  En- 


ENR 

rico  nell'anno  972.  Al  zelantissi- 
mo e  dotto  vescovo  di  Ratisbona 
s.  Volfango  fu  affidata  l'educazio- 
ne di  questo  principe,  ed  egli  cor- 
rispose in  tutto  mirabilmente,  ar- 
ricchendo il  suo  intelletto  di  umane 
scienze,  e  fornendosi  il  cuore  di 
sante  virtù.  Neil'  anno  996»  succes- 
se al  padre  nel  ducato  di  Baviera, 
e  morto  nel  1002  l'imperatore 
Ottone  suo  cugino,  fu  eletto  in  suo 
luogo  e  cónsagrato  re  di  Germa- 
nia in  Magonza  dall'arcivescovo 
Willegiso.  Appena  egli  sali  sul  so- 
glio, conobbe  quanto  eslesi  diven- 
nero i  suoi  doveri  con  Dio  e  co- 
gli uomini.  Per  ben  dirigersi  in  sì 
arduo  cimento,  incominciò  dal  ri- 
volgersi a  Dio  con  fervida  prece, 
per  ritrarre  lumi  a  ben  gover- 
nare i  suoi  popoli,  e  promuovere 
in  questi  la  gloria  di  Dio,  Tesai  la - 
zione  della  Chiesa,  la  pace,  e  la 
propria  loro  felicità.  Sostenne  qual- 
che guerra,  e  sempre  con  buon 
successo  ,  perchè  lo  fece  per  ispi  - 
rito  di  difesa,  e  non  di  orgoglio  o 
rapina.  Nell'anno  ioi3,  si  recò  a 
Pavia,  e  celebrate  le  feste  del  s. 
Natale,  si  trasferì  a  Roma  per  ri- 
cevere dalle  mani  de!  supremo  Ge- 
rarca Benedetto  Vili  la  corona  im- 
periale. Il  giorno  22  febbraio  del 
IO  14  presentossi  Enrico  colla  regi- 
na Cunegonda  sua  sposa  alle  soglie 
del  Vaticano.  11  Papa,  che  ivi  si 
trovava  ad  attenderlo,  lo  addiman- 
dò  prima  d' introdurlo,  se  voleva 
egli  essere  il  protettore  della  santa 
Sede,  e  mostrarsi  fedele  in  ogni 
cosa  ai  vicari  di  Gesù  Cristo,  li  re 
avendo  risposto  che  il  prometteva, 
allora  il  Pontefice,  presa  dalle  ma- 
ni di  Enrico  la  corona,  la  sospese 
dinanzi  all'altare  di  s.  Pietro,  e 
dopo  averla  consegrata,  la  pose  sul 
capo  di   Enrico,    coronando  lui,   e 


ENR 

la  regina  sua  sposa.  Per  leslimo- 
niare  la  sua  gratitudiue  ed  il  suo 
filiale  rispetto  al  supremo  Pasto- 
re, conlermò  Enrico  e  rinovellò 
le  donazioni,  che  i  suoi  predecesso- 
niaveano  fatto  alla  santa'Sede,  del- 
la cillà  di  Boma,  dell'  esarcato  di 
Ravenna,  e  di  vari  altri  dominii. 
Ritornato  a  Pavia  celebrò  ivi  le 
feste  pasquali.  Visitò  poscia  il  mo- 
nistero  di  Cluni,  cui  fece  pieziosi 
doni,  e  giunto  finalmente  a  Stras- 
burgo, convocò  ivi  un'  assemblea 
generale  sì  di  ecclesiastici,  che  di 
laici  pel  mantenimento  del  buon 
ordine  nell'impero.  Zelando  di  con- 
tinuo l'onore  di  Dio,  molti  furono 
i  templi  da  lui  eretti,  e  standogli 
sommamente  a  cuore  il  bisogno  dei 
poveri,  provvide  a  questi,  col  pian- 
tare ospedali  agi'  infermi,  asili  di 
sicurezza  a  periclitanti  donzelle,  e 
case  di  ricovero  a  vecchi  impoten- 
ti. Quantunque  vivesse  egli  stacca- 
to da  tutto  ciò,  che  sa  di  mon- 
do, bramava  non  per  tanto  di  ri- 
ti raisi  da  esso,  e  licoverarsi  nella 
badia  di  s.  Vanno  a  Verdun;  ma 
fu  distolto  dal  saggio  abbate  Ric- 
cardo, il  quale  vedeva  in  Enrico 
un  principe  tutto  zelo  per  la  reU- 
gione,  e  tutto  amore  pe'  suoi  sud- 
diti. Giunto  agli  anni  cinquan- 
tadue di  età,  e  ven'tidue  di  re- 
gno, cessò  di  vivere  li  i4  luglio 
1024,  nel  castello  di  Gione  presso 
Halberstadt.  Le  reali  e  politiche  sue 
virtù  lo  hanno  posto  nel  novero 
degli  eroi,  e  le  cristiane  lo  ascris- 
sero nella  schiera  de'  santi.  Molti 
furono  i  miracoli  operati  per  in- 
tercessione di  lui,  e  il  Pontefice 
Eugenio  III  lo  sollevò  all'  onor  de- 
gli altari,  ordinando  la  sua  festa 
ai    i5  luglio. 

ENRICO  Eremita  (s.).    Nel    re- 
gno di  Danimarca  da  non  volgare 


ENff  285 

famiglia  nacque  Enrico.  Infiamma- 
to di  amore  divino,  sino  da  gio- 
vane si  staccò  dalle  cose  del  mondo, 
per  donarsi  tutto  al  Signore.  Ab- 
bandonata la  patria  sua,  scelse  le 
contrade  settentrionali  dell'Inghil- 
terra, e  neir  isola  di  Coclet  si  ri- 
fugiò.  Praticando  le  più  austere 
penitenze,  visse  da  romito,  ciban- 
dosi di  solo  pane,  e  questo  procac- 
ciato col  sudor  di  sua  fronte.  Ten- 
tato dal  demonio,  e  dagli  uomini 
ancora,  seppe  vincere  questi,  e  quel- 
lo colla  pazienza,  umiltà  e  carità. 
Mori  in  odore  di  santità  il  dì  16 
gennaio  1127,  ed  in  tal  giorno  si 
celebia  la  festa  di  lui. 

ENRICO  d'Upsal  (s.).  Inglese 
di  nascita  si  recò  Enrico  con  Ni- 
cola Breakspear  suo  compatriotto 
a  predicare  il  santo  evangelio  ai 
popoli  del  settentrione.  Nel  i  i4B 
fu  consecrato  arcivescovo  d'Upsal 
dallo  stesso  Breakspear,  che  nel- 
l'anno 1 154  venne  sublimato  al  so- 
glio Pontificio  col  nome  di  Adria- 
no IV.  Resse  Enrico  con  ogni  stu- 
dio e  santo  zelo  la  Chiesa  affida- 
tagli, e  procurando  la  conversione 
di  molte  provincie,  si  recò  anche 
in  Finlandia  a  spargere  la  divina 
semente.  Ricolmate  di  benedizioni 
le  sue  cure  evangeliche,  fu  egli  in 
quelle  contrade  onorato  col  titolo  di 
apostolo,  e  copiosi  frutti  trasse  da- 
gli sparsi  sudori,  e  di  più  ne  avrebbe 
ancora  raccolti,  se  un  empio,  che  En- 
rico voleva  far  entrare  in  dovere,  non 
avesse  comperato  un  sicario,  che  a 
furia  di  pietre  sulla  strada  il  la- 
sciasse. La  sua  morte  avvenne  nel- 
r  anno  ii5i,  e  la  sua  tomba  fa 
onorata  dal  dono  de'  miracoli.  La 
festa  di  lui  si  solennizza  li  19  gen- 
naio. 

ENRICO  (s.).  Ordine  equestre. 
Quest'Ordine  militare   fu  istituito 


286  ENR 

dall'  elettore  di  Sassonia,  e  re  di 
Polonia  Augusto  Federico  IH,  nel 
i'j36,  in  occasione  che  si  celebra- 
va r  anniversario  dell'avvenimento 
di  quel  principe  alla  reggenza  del- 
l'elettorato,  ovvero  a' 7  ottobre 
giorno  suo  onomastico.  L'  Ordine 
venne  stabilito  in  onore  di  s.  En- 
rico I,  detto  l' imperatore.  Gli  fu 
assegnata  per  insegna,  e  distintivo 
una  stella  con  otto  raggi  o  punte, 
in  mezzo  alla  quale  si  vede  il  bu- 
sto di  queir  imperatore  alemanno. 
Sul  rovescio  della  stessa,  si  leggono 
le  parole  pietali,  et  vìrluli  bellicaey 
alla  pietà  ed  al  valore  guerriero. 
La  stella  è  attaccata  con  una  cor- 
della d' argento,  ed  un  nastro  di 
velluto  chermisino.  Ma  di  questo 
Ordine,  che  dopo  il  1768  prese 
maggior  splendore,  e  fu  diviso  in  clas- 
si, de'  suoi  statuti  pubblicati  nel 
1829,  non  che  della  variata  sua 
decorazione,  si  tratta  all'  articolo 
Sassonia  [Vedi). 

ENRICO,  il  Leone.  Ordine  e- 
questre,  civile  e  militare,  istituito 
dal  duca  Guglielmo  di  Brunswick. 
Gli  stati  della  sovrana  casa  di 
Brunswick,  almeno  per  la  maggior 
parte,  erano  per  lo  passato  situati 
nel  circolo  della  bassa  Sassonia,  la 
minore  in  quello  di  Westfalia  sul 
Reno,  e  la  più  piccola  in  quello 
dell'  alta  Sassonia.  Nel  circolo  della 
bassa  Sassonia  aveva  il  ducato  di 
Brema,  e  Lawenburgo,  i  principati 
di  Luneburgo,  Calemberg,  e  Gru- 
benhagen,  come  pure  le  signorie  e 
contee  unite.  Nel  ciicolo  di  West- 
falia avea  il  principato  di  Werden, 
e  le  contee  d' Iloy,  Diepholz,  Spie- 
gelberg,  ed  Hallermand,  unite  que- 
ste due  ultime  al  principato  di  C^- 
lemberg.  Finalmente  possedeva  nel- 
l'alta Sassonia  la  contea  di  Hohn- 
&lcin,  ai  quali  possessi    si    aggiuu- 


ENR 
gevano  le  contee  di  Bentheim,  e 
di  Stemberg,  situate  nel  circolo  di 
Westfalia  sul  basso  Reno.  La  casa 
di  Brunswick,  il  cui  ducalo  dopo 
le  note  vicende  politiche  del  i8i4 
è  regolato  da  una  legge  comune, 
si  annovera  tra  le  pili  antiche,  ce- 
lebri, ed  illustri  di  Germania,  giac- 
che la  risalire  la  sua  origine,  non 
meno  che  la  casa  d' Este  in  Ualia, 
dal  possente  Azzo  cui  appartenevano 
Milano,  Genova,  e  molti  paesi  del- 
la Lombardia.  Sposatosi  Azzo  nel 
I  i4o  con  Cunegonda,  erede  delle 
possessioni  della  casa  guelfa  in  A- 
lemagna,  e  in  Baviera,  ebbe  un  fi- 
gliuolo chiamato  Welfo  che  può 
considerarsi  come  il  fondatore  della 
casa  di  Brunswick.  Egli  divenne 
proprietario  non  solo  de'  beni  pa- 
terni, ma  altresì  del  ducato  di  Ba- 
viera, per  r  investitola,  che  gliene 
diede  l'imperatore  Enrico  IV,  in 
premio  di  aver  fedelmente  seguito 
le  sue  parti  nelle  gravi  circostan- 
ze, in  cui  trovossi  nel  burrascoso 
suo  regno. 

Uno  de'  discendenti  di  Welfo  fu 
Enrico  //  Leone,  il  quale  venne 
ingiustamente  nel  1179  posto  al 
bando  dell'  impero  da  Federico  I 
imperatore;  il  perchè  fu  privato 
del  ducato  di  Baviera,  di  quello 
di  Sassonia,  e  dei  possedimenti  che 
avea  sì  nell'  Italia,  che  nella  Sve- 
zia, non  che  altrove,  solo  restan- 
dogli il  ducato  di  Brunswick,  e 
il  principato  di  Luneburgo ,  che 
furono  eretti  in  ducato  indipen- 
dente. Questo  ducato  in  progresso 
di  tempo  si  suddivise  in  diversi 
stati,  i  quali  furono  tutti  riuniti 
in  un  solo  verso  la  metà  del  se- 
colo XVI  dal  duca  Ernesto  di  Zeli; 
dopo  la  cui  morte  i  figli  Enrico, 
e  Guglielmo  operarono  altra  divi- 
sione, iòndandu  il  primo  il  ducuto 


EJNR 
di  Brunswirk-Wolfenljiiltel ,  eli'  è 
l'alluale  ducalo  di  Brunswick  ,  ed 
il  secondo  quello  di  Brunswick-Lu- 
neburgo.  Veramente  la  casa  di 
Brunswick  propriamente  detta  in- 
cominciò nel  I  2o4  da  Ottone  I,  e 
terminò  con  Magno  li,  a  cui  ven- 
ne dietro  il  ramo  di  Luneburgo, 
che  incominciò  da  Bernardo,  e  ter- 
minò con  Ernesto  nel  ì5^6.  Ab- 
biamo poi  il  ramo  di  Danneberg, 
oggi  Wolfenbuttel,  ch'ebbe  princi- 
pio da  Enrico,  e  termine  con  Au- 
gusto Guglielmo;  indi  vengono  i 
due  rami  di  Brankeberg,  e  l'altro 
di  Beven,  usciti  ambedue  da  quelli 
di  Wolfenbuttel;  indi  quello  di 
Zeli,  ch'ebbe  origine  da  Gugliel- 
mo, morto  nel  i5g2,  fino  a  Gior- 
gio Guglielmo,  dopo  che  questo  ra- 
mo di  Zeli  si  uni  a  quello  detto 
di  Annover  (T  edi),  o  chiamalo  an- 
che elettoiale,  il  quale  ebbe  per 
capo  Ernesto  Augusto,  nato  nel 
1629,  da  cui  trasse  origine  Gior- 
gio Luigi,  nono  elettore,  proclama- 
to nel  17 14  le  d'Inghilterra,  do- 
po la  morte  della  regina  Anna. 
L'  ultimo  ramo  detto  di  Brunswick, 
incominciato  da  Enrico,  terminò 
con  Federico  Ulrico  nel  i634,  ^^- 
la  qual'  epoca  tutti  i  beni  di  lui 
passarono  nella  casa  di  Lunebur- 
go. Dopo  la  pace  di  Tilsit,  quan- 
do l'imperatore  Napoleone  nel  1807 
eresse  il  regno  di  Westfalia  pel  suo 
fratello  Girolamo,  il  ducato  di 
Brunswick  formò  la  parte  princi- 
pale di  esso,  e  Brunswick  già  ca- 
pitale del  ducato,  fu  capoluogo  del 
dipartimento  dell'Ocker.  Termina- 
to il  dominio  di  Napoleone,  e  ras- 
settate le  cose  di  Europa  per  la 
pace  universale,  fra  i  sovrani  che 
risalirono  sugli  aviti  troni,  uno  fu 
il  duca  di  Brunswick  (Vedi). 
Volendo  l'attuale  duca  Gugliel- 


ENR  287 

mo  mostrarsi  grato  a  coloro,  che 
con  fedeltà  avevano  servito  la  sua 
casa  tanto  in  guerra,  che  in  pace, 
ed  eziandio  premiare  tjuelli,  che  si 
fossero  distinti  nella  milizia,  nelle 
arti,  e  nelle  scienze,  a'  25  aprile 
1834  eresse  un  Ordine  equestre 
sotto  il  titolo  di  Enrico-Leone y  af- 
fine di  ricordare  con  esso  il  sullo- 
dato  antenato,  al  quale  propria- 
mente ^i  può  attribuire  la  forma- 
zione del  ducato  di  Brunswick  co- 
me trovasi  presentemente.  Gli  sta- 
tuti dell'  Ordine  prescrivono ,  che 
la  dignità  di  gran  maestro  è  sem- 
pre annessa  al  governo  del  duca- 
to; che  l'ordine  è  diviso  in  quat- 
tro classi:  i."  di  gran  croci;  2." 
di  commendatori  di  prima  classe;' 
3.°  di  commendatori  di  terza  clas- 
se; 4'"  ^'  cavalieri  stempiici.  Cia- 
scun suddito  del  ducato  può  aspi- 
rare ad  esservi  ammesso,  e,  tranne 
alcuni  casi,  si  decorano  ne'  gradi 
superiori  soltanto  quelli ,  che  già 
ne  sono  stati  cavalieri.  Consiste  la 
decorazione  in  una  croce  d'oro  ot- 
tangolare, smaltata  in  azzurro  colle 
punte  ornate  di  palle  dorale,  aven- 
te sopra  uno  scudo  rosso.  Sulle 
aste,  e  nello  scudo  della  croce  so- 
novi  le  armi  gentilizie  de'  duchi  di 
Brunswick  ;  e  nello  scudo  rosso , 
che  è  nel  rovescio,  si  legge  l'epi- 
grafe :  IMMOTA  FmE,  avente  intorno 
la  data  della  fondazione  dell'Ordi- 
ne. I  gran  croci,  oltre  la  decora- 
zione descrilta,  portano  dal  sinistro 
lato  del  petto  una  piastra  ottan- 
golare guernita  con  raggi  di  ar- 
gento che  circondano  la  croce,  la 
quale  contiene  la  cifra  del  flnnda- 
tore.  1  commendatori  poi  della  pri- 
ma classe  portano  la  croce  otta- 
gona  di  argento,  anche  dalla  par- 
te sinistra  del  petto.  Inoltre  que- 
st'Ordine cavalleresco  ha  pure  una 


288  ENR 

croce  di  merito,  dÌT?isa  in  due  clas- 
si :  la  prima  ha  la  croce  d'oro,  il 
ciii  scudo  contenuto  nel  centro  ha 
].\  cifra,  e  la  corona,  e  ne'  quattro 
lati  l'epigrafe  :  immota  fides,  e  gli 
angoli  attraversati  da  una  corona 
di  quercia.  La  croce  di  merito  del- 
la seconda  classe  è  di  argento,  e 
senza  l'ornamento  della  corona  di 
quercia. 

ENPiICO  DI  MARSiAco  (b.),  Car- 
flinale.  Enrico  nacque  d'  illustre 
famiglia  nel  castello  di  Marsiaco, 
presso  Clugny  nelle  Gallie.  Fino 
dagli  anni  di  sua  gioventù  diede 
prove  di  un'esimia  pietà,  la  quale 
perfezionatasi  poscia  col  progredir 
<iegli  anni,  lo  fece  salire  ai  supre- 
mi onori  della  Chiesa  non  solo,  ma 
sì  bene  ancor  degli  altari.  Professò 
la  regola  cistcrciense  nel  celebre  mo- 
iiistero  di  Chiaravalle,  e  tanta  fu  la 
purezza  dei  costumi  e  il  sapere  pro- 
fondo che  ivi  rifulse  in  lui,  da  riguar- 
darlo quasi  un  secondo  san  Bernar- 
<Io .  Giovinissimo  fu  eletto  abbate 
del  monistero  di  Altacomba^  e  nel 
I  177  di  Chiaravalle.  Un  anno  do- 
po ricusò  il  vescovado  di  Tolosa  ; 
ma  ivi  si  condusse  col  Cardinale 
Pietro  di  s.  Grisogono  legato  Pon- 
tificio, e  i  vescovi  di  Poitiers,  e  di 
liathe  per  combattere  gli  albigesi, 
contro  de'  quali  scrisse  una  bella 
esortazione  distesamente  riportata 
dal  Baronio,  Fu  in  questo  incon- 
tro che  ridusse  al  seno  della  cat- 
tolica Chiesa  il  famoso  eresiarca 
Pietro  Morano.  Nel  11 79  Alessan- 
dro III  lo  chiamò  al  concilio  La- 
teranese,  e  in  quel  concilio  stesso 
lo  creò  Cardinale  vescovo  di  Albano, 
quantunque  egli  si  rifiutasse  di  ri- 
cevere quella  dignità,  come  prima 
avea  fatto  riguardo  alla  generale 
prefettura  del  suo  Ordine.  Lo  stes- 
so   Pontefice    lo    volle    onorare   di 


ENR 

molte  legazioni,  che  sempre  avea- 
no  per  iscopo  la  conversione  de- 
gli eretici,  e  lo  sterminio  delle  pra- 
ve loro  dottrine.  Cosi  gloriosa- 
mente si  adoperò  in  tale  officio, 
che  tra  le  altre  vittorie ,  li  strinse 
d'assedio  nella  rocca  di  Vallevinti 
sì  fattamente,  che  disfatti  appieno 
dovettero  in  ogni  modo  sgombra- 
re da  tutta  la  Francia.  Quivi  de- 
pose gli  arcivescovi  di  Lione,  e  di 
JVarbona,  che  avevano  preso  parte  in 
men  leciti  affari;  e  fece  una  ri- 
gida riprensione  ad  alcuni  altri  ve- 
scovi ed  abbati,  la  cui  morale  avea 
avuta  una  qualche  macchia.  Dopo 
di  ciò,  recossi  alla  visita  del  moniste- 
ro di  Chiaravalle,  dove  lasciò  prezio- 
si doni,  e  fece  ricoprire  di  piombo 
la  basilica  di  quell'insigne  cenobio 
col  danaro  esibitogli  dal  re  d'Inghil- 
terra Enrico  li,  presso  del  quale  go- 
deva un'altissima  riputazione.  Con- 
chiuse benanco  la  pace  tra  questo 
principe  e  il  re  di  Francia,  cui 
non  meno  riusciva  gradito.  Ritor- 
nato poi  in  Italia,  ottenne  dalla  re- 
pubblica di  Venezia  un'  armata  per 
marciare  contro  Saladino,  e  passa- 
to nell'Alemagna,  stabilì  la  sospi- 
rata pace  tra  l' imperatore  Federi- 
co I  e  la  Chiesa,  Anzi  tanto  si  ado- 
però presso  Federico,  che  lo  indus- 
se a  mettersi  alla  testa  delle  sue 
truppe,  e  recarsi  in  Palestina  pel  ri- 
cupero delle  terre  sante.  Dopo  la 
morte  del  Papa,  se  ne  venne  a  Ro- 
ma, e  trovò  già  eletto  Lucio  III,  che 
lo  accolse  con  grande  onore,  e  lo  volle 
compagno  nel  suo  viaggio  alla  volta 
di  Verona.  Quivi  ebbe  luogo  tra  i 
Cardinali  elettori  di  Urbano  III, 
alla  cui  morte,  accaduta  in  Ferra- 
ra, egli  assistè  sino  all'ultimo  istan- 
te. Allora  egli  slette  sul  punto  di 
essere  eletto  Pontefice,  e  lo  sareb- 
be   stato  certamente ,  se  la  profon- 


ENR 

da  di  lui  umiltà  non  ne  avesse 
posto  un'insuperabile  opposizione. 
Concorse  quindi  per  la  elezione  di 
Gregorio  Vili,  e  poscia  per  quel- 
la di  Clemente  III,  che  lo  destinò 
subito  suo  vicario.  In  quest'  ofH- 
cìo  riconciliò  Federico  Barbarossa 
colla  Sede  apostolica,  e  meritossi  il 
glorioso  titolo  di  Colonna  della  Chie- 
sa. Clemente  III  volle  eh'  ei  si  con- 
ducesse nelle  Fiandre  per  pacificare 
la  chiesa  di  Arras  col  conte  di  Fian- 
dra; e  trasferitosi  poi  nella  città  di 
Liegi,  riordinò  il  capitolo,  e  indusse 
lo  stesso  vescovo  Rodolfo  a  pren- 
dere la  divisa  dei  crocesignati.  Con- 
sumato finalmente  dalle  fatiche,  as- 
salito in  Arras  da  mortale  infer- 
mità, volle  essere  portato  in  quel- 
la cattedrale,  dinanzi  all'altare  di 
s.  Andrea,  ed  ivi  nel  1188  finì 
la  sua  vita.  Le  sue  spoglie  poi  fu- 
rono trasferite  al  monistero  di  Chia- 
ravalle,  e  là  il  vescovo  di  Nincolne 
le  depose  tra  le  ossa  di  s.  Bernar- 
do e  di  s.  Malachia,  con  una  breve 
iscrizione.  Le  singolari  virtù  di  Ini 
lo  esaltarono  a  tanta  gloria,  che  fu 
ascritto  tra  i  beati  dell'Ordine  cistcr- 
ciense, e,  giusta  il  Saussy,  anche  nel 
martirologio  gallicano.  Compose  que- 
sto pio  Cardinale  varie  opere,  che  so- 
no riportate  dall'Oudin,  nel  secondo 
tomo  del  suo  Commentario.  Tra  que- 
ste abbiamo  diciassette  epistole  al  Pa- 
pa Alessandro  III,  che  sono  riportale 
anche  dal  Tissier,  t.  Ili,  Biblioteca 
de' padri  cisterciensii  e  un  trattato 
De  peregrinante  civ itale  Dei.  Ne 
deve  tacersi  che  predicò  innanzi  al 
Pontefice  Urbano  III,  a  Federico 
I  imperatore,  ai  re  d'Inghilterra  e 
di  Francia,  da' quali  fu  molto  ap- 
plaudito. 

ENRICO,  Cardinale.  Enrico  fu 
assunto  a  questa  dignità  da  Ales- 
sandro li,  Papa  del  1061,  il  quale 

VOL.     XXI, 


ENR  289 

gli  conferì  il  vescovato  di  Porto  e 
s.  Ruffina. 

ENRICO,  Cardinale.  Enrico  Car- 
dinale del  titolo  di  s.  Maria  in 
Trastevere.  Da  uno  stromento  di 
locazione  fatto  da  lui,  e  dai  cano- 
nici di  quella  basilica  in  data  10 
maggio  iii4j  sotto  il  pontificato 
di  Pasquale  II,  col  quale  affittaro- 
no il  castello  di  Rignano ,  diocesi 
di  Civitacastellana ,  si  argomenta 
che  Enrico  sia  stato  creato  Cardi- 
nale dall'anzidetto  Pontefice,  giac- 
che intorno  alla  vita  ed  epoca  pre- 
cisa di  lui  mancano  ulteriori  rela- 
zioni. 

ENRICO,  Cardinale.  Enrico  era 
siciliano  di  nazione,  monaco  e  de- 
cano del  monistero  di  Mazzara  in 
Sicilia.  Fu  creato  diacono  Cardi- 
nale di  s.  Teodoro  da  Pasquale 
II,  Papa  del  1099.  Assistè  all'e- 
lezione di  Gelasio  II ,  e  giusta 
il  Ciacconio  anche  a  quella  di  O- 
norio  II  ;  ma  tale  opinione  sembra 
mancare  di  appoggio. 

ENRICO,  Cardinale.  Enrico  del 
titolo  di  s.  Prisca,  fu  creato  da  Ono- 
rio II  nel  dicembre  dell'anno  r  15*7. 
Insorto  lo  scisma  nel  sagro  Colle- 
gio, questo  Cardinale  col  suo  voto 
contribuì  alla  elezione  dell'antipapa 
Anacleto  II,  e  fu  così  acerrimo  di- 
fensore di  lui,  che  ben  più  volte 
co'suoi  colleghi  scrisse  a  favore  del- 
l'antipapa  lettere  commendatizie  a 
Lotario  II ,  re  dei  romani.  Pose 
ancora  il  suo  nome  in  una  bolla 
spedita  da  Anacleto  li,  presso  la 
basilica  dei  ss.  Apostoli ,  nell'anno 
ii3o. 

ENRICO,  Cardinale.  Enrico  eia 
figlio  del  reEmmanuello  ed  infante 
di  Portogallo.  Nacque  l'anno  i5i3i 
in  Lisbona,  e  fino  dalla  sua  tenera 
età  diede,  chiari  segni  del  suo  ani- 
mo grande  e  pio,  dell'eccellente  in- 

»9 


290  ENR 

gegno  di  cui  era  fornito,  e  di  un 
cuore  fatto  per  la  virtù.  Istruito 
sino  da  fanciullo  nelle  lingue,  e 
negli  alti  studi  particolarnoente  ec- 
clesiastici, fece  gran  profitto,  ed  a 
malincuore  staccavasi  dallo  studio. 
Di  quattordici  anni  vestì  l'abito  cle- 
ricale, quindi  fu  arricchito  di  ab- 
bazie, e  provveduto  con  diverse  di- 
gnità, come  di  gian  priore  del  real 
monistero  di  s.  Croce  di  Coimbra, 
che  richiamò  all'antica  disciplina,  ed 
alla  regolare  osservanza  ;  e  di  venti 
anni  fu  eletto  arcivescovo  di  Braga. 
Adempì  tutte  le  parti  di  zelante 
pastore,  visitando  personalmente 
tutta  la  sua  provincia,  riformando 
i  costumi,  togliendo  gli  abusi,  eser- 
citandosi in  tutte  le  maniere  nel- 
l'episcopale ministero;  e  nel  sino- 
do, che  celebrò  nel  iSSy,  stabilì 
santissime  leggi.  Provvide  le  chiese 
miserabili  dell'occorrente,  molte  ne 
l'istaurò,  massime  la  cattedrale  di 
Braga,  ove  fondò  una  celebre  scuo- 
la per  istruzione  della  gioventù. 
Binunziata  poi  nell'anno  iSSq  quel- 
la sede,  venne  da  Paolo  III  crea- 
to supremo  inquisitore  di  quel  re- 
gno. Ivi  introdusse  il  tribunale  del- 
l' inquisizione  nelle  città  di  Coim- 
bra, Goa,  ed  Evora.  A  questa  cit- 
tà egli  ottenne  ancora  la  dignità 
di  metropoli  nelT  ecclesiastico  ;  ed 
anzi  egli  ne  fu  il  primo  arcivesco- 
vo ,  dopo  la  morte  del  Cardinal 
Alfonso  suo  fratello.  V.  Evora. 
Paolo  III,  a'  16  dicembre  i545, 
lo  assunse  al  Cardinalato  col  titolo 
presbiterale  de'  ss.  Quattro  Coro- 
nati, e  Giulio  III  dipoi  lo  dichiaiò 
legalo  perpetuo  a  latere  in  Por- 
togallo. Fregiato  di  tante  dignità, 
fece  luminosa  mostra  della  più  pro- 
fonda umiltà,  ed  esercitossi  in  ogni 
virtù,  che  diffusamente  descrive  il 
Cardella    nelle    Memorie    istoriche 


ENR 
de'  Cardinali,  lom.   IV,  pag.    273 
e  seg.  Immensi  furono  i    vantaggi, 
che  fece    alla    città,  ed  arcidiocesi 
di  Evora,  principalmente  per  le  pie 
e  letterarie  istituzioni.  Quando  mo- 
rì nel  i564  l'arcivescovo  di  Lisbo- 
na,   Pio    IV    lo    trasferì    a  quella 
chiesa,  sebbene  in  seguito  fece  ri- 
torno alla  sua  amata  chiesa  di  E- 
vora.  Sommo  fu  l'attaccamento,  che 
sempre  ebbe  per  la  santa  Sede,  ed 
incomparabile  la  profonda  venera- 
zione, che  nutriva  pel  romano  Pon- 
tefice; i  quali   sentimenti    procurò 
d' istillare  in  tutti  i  portoghesi.  Me- 
cenate delle  lettere,  e  de'  letterati, 
questi  ebbero  in  lui  un  dotto  am- 
miratore, ed  un  munifico  proletto- 
re. Scrisse  diverse  opere  per  lo  più 
spirituali ,    ed  ascetiche  ,  registrate 
da  Diego  Barbosa  nella  sua  Biblio- 
teca Lusitania.  Durante   la    mino- 
rità del  re  Sebastiano  suo    nipote, 
egli  in  unione  della  regina  vedova 
di  suo  fratello  Giovanni  HI,  fu  anche 
reggente  del  regno.  Mancato  però  a 
vivi  quel  principe,  il  Cardinale  Enri- 
co, a'  28  agosto  del  1578,  fu  ricono- 
sciuto per  legittimo  sovrano.  Assunto 
alla  regal  dignità,  non  depose  mai 
l'abito  Cardinalizio  ;  portò  bensì  lo 
scettro,  ma  non    prese    la    corona, 
portando  in  vece    la  berretta  Car- 
dinalizia   in    capo.    Ad    evitare    le 
guerre  per  la  successione  al  trono, 
fu  costretto  a  domandare  dispensa 
per  maritarsi  a  Gregorio  XIII,  che 
gliela  negò  pei  motivi,  che  dicem- 
mo al  volume  XX  pag.    126    del 
Dizionario.  Tanto  come   reggente, 
che  come  re  assoluto,  formò  la  fe- 
licità   de'    fortunati    suoi    sudditi. 
Morì  nel    i58o,  fornito  di  gloriose 
virtù,  e  decorato  di  meriti    i    più 
segnalati.  Le  spoglie  di  lui  da  Al- 
nieirira   furono  tiasferite  ad  Evora 
nel  collegio  de'  gesuiti ,  eretto    da 


ENR 
lui,  nel  quale  domesticamente  per 
molto  tempo  aveva  abitato.  Filip- 
po li  poi  le  volle  deposte  a  Be- 
lem,  nella  tomba  di  quei  sovrani. 
Passati  cento  anni  fu  aperta  la  tom- 
ba di  lui,  per  essere  collocato  nel 
-sontuoso  mausoleo  erettogli  dal  re 
Pietro  II  di  Braganza,  ed  il  cada- 
vere di  lui  fu  trovato  interamente 
incorrotto.  Narrasi  ancora,  che  nel 
conclave  di  Giulio  111  egli  avesse 
avuti  parecchi  voti  de' Cardinali  per 
innalzarlo  al  sommo  Pontificato. 

ENRIQUEZ  Enkico,  Cardinale. 
Enrico  Enriquez,  nobile  napoletano 
dei  princìpi  di  Squinzano  a' dì  3o 
settembre  1701,  nacque  in  Campi, 
feudo  della  sua  famiglia  nella  pro- 
vìncia di  Lecce.  Benedetto  XIII  lo 
impiegò  nel  governo  di  parecchie  cit- 
tà del  suo  stato  ecclesiastico  ;  e  il  suc- 
cessore di  lui  Benedetto  XIV,  aven- 
done un'altissima  stima,  Io  spedì 
nunzio  alla  corte  di  Madrid ,  e 
dieci  anni  dopo,  a'  26  novembre 
1753,  lo  creò  prete  Cardinale  di 
s.  Eusebio  ,  e  legato  in  Raven- 
na. Quivi  egli  trovò  la  fine  del- 
la mortale  carriera  nel  dì  25  a- 
prile  1756,  pianto  da  tutti  i  buo- 
ni. La  memoria  di  questo  celebre 
Cardinale  ricorda  le  molte  virtù 
preclarissime,  che  lo  adornarono  in 
virtù.  All'articolo  Chiesa  di  s.  Eu- 
sebio (Vedi),  dicemmo  come  fu  per 
lui  generosamente  restaurata,  ed  ab- 
bellita. Prudentissimo  negli  affari  i 
più  difficili ,  disinteressato  negl'  in- 
contri i  più  vantaggiosi,  d' animo 
grande,  inimico  acerrimo  dell'ozio  e 
della  lentezza,  fu  caro  a  tutti,  utiHssi- 
mo  negl'impieghi,  mecenate  de'lelte- 
rati,  e  gloria  della  romana  porpora. 
Ma  la  singolare  pietà  di  lui  risplende 
in  manieia  distinta  nella  bella  ver- 
sione ch'ei  fece  in  lingua  italiana  del 
prezioso  libro  De  iinilatione    Chii- 


EPA  291 

stìy  cui  aggiunse  molle  note  e  pre- 
ghiere ,  dove  spira  una  vera  cari- 
tà emulatrice  di  quella  che  ani- 
mava il  grande  autore  di  quel  li- 
bro immortale.  Una  eccellente  edi- 
zione di  questa  versione,  con  pa- 
recchie riflessioni  del  sig.  ab.  De- 
Lammenais,  fu  eseguita  in  Venezia 
l'anno  1840  nella  tipografia  Emi- 
liana. Nel  tomo  I,  par.  II,  pag. 
234  degli  Annali  d'Italia  del  p. 
Zaccaria  gesuita ,  si  ti  ova  I'  elogio 
storico  di  questo  dotto  e  pio  Car- 
dinale, di  cui  fece  l' orazione  fu- 
nebre il  p.  Bartolommeo  Carrara 
teatino,  la  quale  fu  stampata  in 
Faenza  nel   1756. 

EPAONA.  Luogo  di  Francia  as^ 
sai  disputato,  ove  si  tenne  un  ce- 
lebre concilio  conosciuto  sotto  il 
nome  di  Epaonense,  ed  anco  Po- 
mense.  Credesi  che  sia  Vene  nella 
diocesi  di  Bellay,  Ponas  villaggio 
del  Delfinato,  nel  territorio  Cre- 
zantieu  poco  lungi  da  Vienna,  ov- 
veio,  e  più  probabilmente,  Alho^ 
o  Albon,  nella  diocesi  di  Vienna^ 
e  nel  centro  del  regno  di  Borgo- 
gna in  vicinanza  del  Rodano.  Sicco- 
me, al  dire  di  alcuni,  Epaona,  o  Eh- 
baona  anticamente  dipendeva  dalla 
chiesa  metropolitana  di  Vienna, 
dall'  imperatore  Lodovico  I  il  Pio^ 
verso  l'anno  83 1,  fu  data  in  feu- 
do al  conte  Abba,  o  Abbo,  e  così 
vuoisi  che  da  lui  la  terra  di  Epao- 
na  prendesse  il  nome,  chiamandosi 
Albo  con  piccolo  cambiamento  fa- 
cile in  que' tempi.  Altri  asseriscono, 
che  il  conte  ricevesse  la  terra  in 
feudo  dalla  stessa  chiesa  di  Vienna, 
mentre  alcuni  affermano  che  que- 
sta reclamasse  in  vece  i  suoi  dirit- 
ti, lesi  dall'  imperiale  investitura.  Il 
santo  vescovo  di  Vienna  Avito,  con 
lettera  convocò  a  questo  rinomato 
concilio    venticinque    vescovi    tutti 


7.^2  EPA 

del  regno  di  Borgogna,  sotto  il  re 
Sigismondo,  ch'egli  avea  converti- 
lo alla  fede  cattolica,  per  regolare 
i  diversi  stali  della  Chiesa,  cioè  i 
fondi  delle  chiese,  il  cui  usufrutto 
era  accordalo  a'  chierici  per  riscuo- 
terne r  entrate,  distinguendoli  di- 
ligentemente dai  heni  propri.  I  più 
illustri  de' vescovi  intervenuti  al 
concilio,  furono  s.  Vivenziolo  di 
Lione,  s.  Apollinare  di  Valenza , 
s.  Gregorio  di  Langres ,  e  s.  Prog- 
mazio  di  Autun.  S.  Avito,  nella 
convocazione,  si  querelò  della  ces- 
sazione de'concilii,  e  protestò,  che 
il  Papa  gliene  avea  fatti  dei  rim- 
proveri. 11  concilio  si  celebrò  nel- 
l'anno 5 17,  a'  i5  settembre,  ed 
ivi  si  fecero  quaranta  canoni,  che 
per  la  loro  importanza  accenne- 
remo. 

Il  primo  prescrive,  che  i  vesco- 
vi deputati  dal  metropolitano  ad 
un  concilio,  o  all'  ordinazione  di 
un  vescovo,  non  possano  dispensar- 
sene, meno  il  caso  d'infermità. 

Il  secondo  esclude  i  bigami  dal 
sacerdozio,  e  dal  diaconato. 

Il  terzo  esclude  dal  chericato  co- 
loro, che  avevano  fatto  pubblica 
penitenza. 

Il  quarto  proibisce  ai  vescovi, 
sacerdoti,  e  diaconi,  di  tenere  uc- 
celli da  caccia. 

Il  quinto  vieta  a'  preti  di  una 
diocesi  d' impiegarsi  in  altra  dio- 
cesi senza  il  consenso  del  proprio 
Ordinario,  a  meno  che  questo  non 
li  abbia  già  ceduti  ad  altra  dio- 
cesi. 

Il  sesto  proibisce  di  dar  la  co- 
munione ad  un  sacerdote,  o  ad  un 
diacono,  che  viaggia  senza  lettere 
del  suo  vescovo. 

Il  settimo  dichiara  nulle  le  ven- 
dile de'  beni  della  Chiesa  fatte  dai 
sacerdoti  amministratori  d'una  par- 


EPA 

rocchia.  Erano  inoltre  obbligati  a 
scrivere  in  atti  le  cose  acqui- 
state si  per  loro,  che  per  la  chie- 
sa. La  stessa  cosa  è  ordinata  agli 
abbati.  Non  potevano  nulla  vende- 
re senza  la  permissione  del  vescovo, 
ne  donare  la  libertà  a  quegli  schia- 
vi, eh'  erano  stati  dati  ai  monaci, 
com'  è  prescritto  nell'  ottavo  ca- 
none. 

Nel  nono^  e  nel  decimo  è  ordi- 
nato, che  un  abbate  non  possa  go- 
vernar due  monisteri,  ne  stabilir- 
ne de' nuovi  senza  intendersi  col  ve- 
scovo. 

L'  undecime  ordina,  che  i  chie- 
rici possano  stare  in  causa  innanzi 
ai  giudici  secolari,  difendendo,  e 
non  domandando,  se  non  per  ordi- 
ne del  vescovo. 

Il  decimo  secondo  proibisce  al 
vescovo  di  vendere  qualunque  cosa 
de'  beni  di  chiesa  senza  l'  approva- 
zione del  metropolitano;  però  gli 
permette  fare  utili  cambii. 

11  decimo  terzo  dichiara,  che  un 
chierico  convinto  di  falso  testimo- 
nio, sarebbe  riguardato  qual  reo 
di  delitto  capitale,  ed  in  conseguen- 
za sarebbe  deposto  secondo  il  XXII 
canone,  e  messo  in  un  monistero 
pel  rimanente  de'  suoi  giorni,  e  non 
sarebbe  stato  ammesso  alla  comu- 
nione che  in  qualche  luogo  solo. 

Il  decimo  quarto  dispose,  che 
quando  un  chierico  d' una  chiesa  è 
fatto  vescovo  di  altra,  deve  lascia- 
re alla  chiesa,  che  ha  servito,  tut- 
lociò  che  ha  ricevuto  in  via  di  do- 
no, ritenendo  solamente  quanto  a- 
vesse  acquistato  per  suo  uso,  come 
proverà  cogli  scritti. 

Il  decimo  quinto  prese  provvi- 
denza su  que' chierici  d'ordine  su- 
periore, che  fossero  stati  convinti 
di  avere  mangiato  cogli  eretici,  do- 
vendo essi  essere  divisi  dalla  corau- 


EPA 

iilone  da'  fedeli  per  un  anno  ;  ai 
giovani  chierici  caduti  in  questo 
tallo  dovea  sol  darsi  un  castigo 
corporeo.  Se  un  laico  avesse  assi- 
stilo ai  banchetti  degli  ebrei,  era- 
gli  vietato  mangiar  co*  chierici. 

Il  decimo  sesto  peimette  a'  sa- 
cerdoti di  dar  l'unzione  della  cre- 
sima agli  eretici  infermi  in  punto 
di  morte,  allorché  in  questo  slato 
bramino  convertirsi. 

11  decimosettimo  dichiara  nulle 
Je  donazioni,  che  fa  il  vescovo  dei 
beni  di  Chiesa,  meno  che  non  ab- 
bia questa  indennizzata  del  proprio 
con  altrettanto. 

11  decimo  ottavo  non  peimette 
a' chierici,  che  possano  acquistar  il 
diritto  di  prescrizione  sui  beni  del- 
la chiesa,  pel  decorso  di  tempo,  che 
li  avranno  posseduti. 

11  decimo  nono  dichiara,  che  se 
un  abbate  trovato  colpevole,  od  in 
frode,  quantunque  si  dica  innocen- 
te, non  vuol  ricevere  un  successo- 
re dalla  parte  del  suo  vescovo, 
r  affare  sarà  portato  avanti  al  me- 
tropolitano. 

11  ventesimo  vieta  a'  vescovi,  ai 
sacerdoti,  ai  diaconi,  ed  a  tutti  gli 
altri  chierici  di  andare  a  trovare 
donne  in  ore  indebite,  ciò  che  si- 
gnifica al  mezzodì,  ed  alla  sera, 
aggiungendo  che  se  avranno  neces- 
sità di  visitarle,  sieno  accompagnati 
da  altri  chierici. 

Il  ventesimo  primo  aboh  la  con- 
sngrazione  delle  vedove  chiamate 
diaconesse  ;  solo  permette,  in  caso 
che  volessero  farsi  religiose,  di  dar 
loro  la  benedizione  della  peni- 
tenza. 

11  ventesimo  terzo  ordina,  che 
quegli  il  quale  avendo  ricevuta  la 
penitenza,  l'abbandona  dimentican- 
do il  buon  proponimento,  per  con- 
durre una  vita   secolare,    non    po- 


EPA  293 

tra  essere  ammesso  alla  comunio- 
ne, se  non  quando  riprenderà  Io 
stato  che  avea  lasciato. 

Il  ventesimo  quarto  permette  ai 
laici  di  accusare  qualunque  chieri- 
co, purché  dicasi  il  vero. 

Il  ventesimo  quinto  proibisce  di 
porre  reliquie  negli  oratorii  di 
campagna,  se  non  v'hanno  chieri- 
ci del  vicinato,,  che  si  possano  re- 
care a  farne  Y  ufficio,  ed  onorar 
quelle  ceneri  preziose  col  salmeg- 
giare. Che  se  non  ve  ne  fossero  di 
abbastanza  vicini,  non  se  ne  ordi- 
nerà alcuno  senza  una  sufficiente 
fondazione  pel  vestito,  e  manteni- 
mento. 

11  ventesimo  sesto  vieta  di  con- 
sagrare coir  unzione  del  crisma  al- 
tri aitali,  fuorché  quelli  di  pietra, 
ciocché  prova  che  ve  n'erano  alcu- 
ni di  legno. 

Il  ventesimo  settimo  prescrive, 
che  i  vescovi  della  provincia,  nella 
celebrazione  dei  divini  uffizi,  si  uni- 
formino ai  riti  della  metropolitana. 

Il  ventesimo  ottavo  dichiara,  che 
se  muore  un  vescovo  prima  di  a- 
vere  assoluta  una  persona  condan- 
nata, potrà  assolverla  il  successore, 
previo  il  pentimento,  e  la  peniten- 
za per  parte  del  colpevole. 

Il  ventesimo  nono  riduce  a  due 
anni  la  penitenza  degli  apostati 
dalla  fede,  quando  si  convertano  : 
devono  però  digiunare  ogni  tre 
giorni  in  detti  due  anni^  frequen- 
tar le  chiese,  star  dalla  parte  dei 
penitenti,  ed  uscire  coi  catecumeni. 
Se  essi  movessero  lagnanze,  si  faces- 
se loro  osservare  la  penitenza  degli 
antichi  canoni,  ch'era  d'una  gian 
quantità  d'  anni. 

11  trentesimo  proibisce  di  ricevere 
a  penitenza  quelli,  che  avessero  fat- 
to matrimoni  incestuosi,  se  non  si 
sepaiassero.  Cosi  chiama vansi  i  ma- 


294  EPA 

iFÌmonl  colla  cognata,  colla  suoce- 
ra, colla  nuora,  colla  vedova  dello 
zio,  colU  cugina  germana,  o  nata 
germana. 

Il  trentesimo  primo  prescrive , 
che  r  omicida,  il  quale  avesse  evi- 
tala la  pena  della  legge,  dovesse 
fare  la  penitenza  indicata  dal  XXII 
e  XXIII  canone  d*  Ancira. 

Il  trentesimo  secondo  vuole,  che 
la  vedova  d'  uà  prete,  o  d' un  dia- 
cono, noo  possa  rimaritarsi,  e  se 
ciò  farà,  il  concilio  comanda  sia 
cacciata  dalla  chiesa,  come  suo  ma- 
rito, fin  che  non  si  separino. 

Il  t^'entesimo  terzo  dispone  do- 
versi considerare  le  chiese  degli 
eretici  come  impure,  ed  esecrabili, 
e  non  potersi  applicare  ^d  usi  san- 
ti, non  essendo  possibile  purificar- 
le. Sì  potranno  però  riprendere  le 
tolte  per  violenza  ai  cattolici  :  vi- 
ceversa il  X  canone  del  primo 
concilio  d'  Orleans,  ordinò  che  deb- 
ba nsi  consagrare  le  chiese  degli  e- 
retici,  e  questa  è  l' usanza  generale 
della  Cl^iesa. 

Il  trentesimo  quarto  comanda, 
che  il  padrone,  il  quale  di  sua  au- 
torità avesse  fatto  morire  il  suo 
schiavo,  sarebbe  privato  per  due 
anni  della  comunione  della  Chiesa. 
Il  trentesimo  quinto  comanda 
ai  cittadini  nobili  di  celebrar  la 
notte  di  Natale,  e  di  Pasqua  col 
loro  vescovo  in  qualunque  luogo 
egli  si  trovi,  affine  di  ricevere  la 
benedizione. 

Il  trentesimo  sesto  dichiara,  che 
non  si  doveva  togliere  a' peccatori 
la  speranza  del  perdono  se  facesse- 
ro penitenza,  e  si  correggessero  ;  e 
che  in  punto  di  morte  si  rimettes- 
se loro  la  penitenza  canonica,  col- 
la condizione  che  la  farebbono  se 
guariti. 

li  trentesimo  settimo  vieta  di  ordi- 


EPA 

nar  chierico  un  laico,  prima  che 
abbia  dato  prove  di  pietà. 

Il  trentesimo  ottavo  proibisce  alle 
donzelle  di  entrare  in  monistero,  ec- 
cetto che  non  sieno  d'una  certa 
età  e  virtù  provata,  e  quando  i 
bisogni  del  monistero  il  domandi- 
no. Quelli  stessi,  che  vi  entrano 
per  dire  la  messa,  debbono  uscir- 
ne appena  terminato  il  sagrificio; 
ciò  che  dimostra  che  le  religiose 
aveano  soltanto  le  cappelle  entro 
i  monisteri. 

Il  trentesimo  nono  decreta,  che 
se  uno  schiavo  reo  di  atroce  de- 
litto si  rifugia  in  chiesa,  non  sarà 
esente  che  dalle  pene  corporali,  e 
non  si  obbligherà  il  padrone  a 
prestar  giuramento  di  non  tagliar- 
gli i  capelli  per  farlo  riconoscere. 

Il  quarantesimo  canone  dichiara 
che  i  vescovi,  i  quali  trascuravano 
di  vegliare  all'  osservanza  di  questi 
canoni,  saranno  colpevoli  davanti 
Dio,  e  davanti  a'  loro  confratelli, 
liegia  tom.  Vili,  Labbé  tom.  IV, 
e  Dìz.  de   Concini. 

EPARGHIO  (s.).  Quantunque  i 
genitori  di  Eparchio  ogni  studio, 
e  forza  ponessero,  affinchè  il  pro- 
prio figlio  servisse  al  secolo,  egli 
dominato  da  uno  spirito  di  ritira- 
tezza, preso  commiato  da  loro,  an- 
dò a  ricoverarsi  nel  monistero  di 
Sedaciac  nel  Perigord.  Sotto  la  di- 
sciplina di  quell'abbate  per  nome 
Martino,  ben  presto  egli  crel^be  in 
fama  di  santità,  per  cui  mal  soffe- 
rendolo  la  sua  umiltà,  si  slaccò  da 
quello,  e  si  rinchiuse  in  una  cellet- 
ta  presso  Angouleme,  col  consenso 
del  vescovo  di  Perigueux,  e  di  Mar- 
tino l'abbate.  Ordinato  sacerdote, 
di  continuo  esercitossi  in  opere  di 
pietà  verso  il  prossimo,  e  di  mor- 
tificazione verso  sé  stesso.  Morì 
sautamculc  il  di  primo  luglio  58 1, 


EPE 

dopo  aver  dimoralo  per  quaranta 
anni  nella  sua  cella.  La  festa  di 
lui  é  assegnata  il  dì    i    luglio. 

EPATTA.   V.  volume  VI,  pag. 
25 1    del  Dizionario. 

EPERIES  (Eperiessen.).  Città  con 
residenza  vescovile,  di  vescovo  di 
rito  greco  unito  nell*  Ungheria,  li- 
bera, e  reale,  capoluogo  del  comi- 
tato di  Saros,  sulla  riva  sinistra  del 
Tarcza  ne'  confini  della  Galizia.  E 
residenza  d'  una  corte  di  giustizia, 
e  di  una  sopraintendenza  della  con- 
fessione Augustana,  la  cui  giurisdi- 
zione si  estende  sopra  tutto  il  cir- 
colo al  di  qua  della  Theiss.  Que- 
sta bella  città  di  forma  oblunga  è 
assai  ben  fortificata,  ed  ha  grandi 
sobborghi.  L' interno  è  ben  fabbri- 
cato, e  fra  gli  altri  edifizi  si  osser- 
Tano  la  cattedrale,  con  un  bel  cam- 
panile, ed  il  palazzo  pubblico.  Han- 
Movi  un  ginnasio  cattolico,  una  chiesa, 
un  collegio  luterano,  ed  altri  stabi- 
limenti. A  poca  distanza  all'est  della 
città,  nel  villaggio  di  Lovar,  si  tro- 
vano alcune  sorgenti  salse,  le  qua- 
li sembra  che  fossero  di  una  gran- 
dissima importanza.  Questa  città  fu 
occupata  dai  malcontenti  ungheresi 
nel  1682  ,  che  si  prestavano  a  for- 
tificarla, allorché  il  generale  Schultz 
gli  attaccò  nel  loro  campo,  e  gli 
sconfisse.  Assediò  poscia  Eperies , 
ma  invano;  rinnovando  però  l'as- 
sedio nel  1 685,  la  guarnigione  ca- 
pitolò, ed  entrando  egli  nella  piaz- 
za, ne  disarmò  tutti  gli  abitanti. 

La  sede  vescovile  di  Eperies,  E- 
periae,  di  rito  greco  unito,  fu  fon- 
data dal  sommo  Pontefice  Pio  "VII, 
con  bolla  data  a'  22  settembre 
1818,  la  cui  diocesi  venne  forma- 
ta col  dismembrare  in  parte  quel- 
la di  Munkacs,  dichiarandola  suf- 
fraganea  della  metropoli  di  Strigo- 
nia.  Quindi  Pio  VII,  nel  concistoro 


E  PI  ^95 

de' 2  ottobre  dell'anno  1818,  vi 
prepose  a  primo  vescovo  monsi- 
gnor Gregorio  Tarkovitz  della  dio- 
cesi di  Munkacs.  Da  ultimo  jMir 
sua  morte  il  regnante  Gregorio 
XVI,  nel  concistoro  de'3o  gennaio 
1843,  ha  dato  a  questa  sede  per 
secondo  vescovo  monsignor  Giusep- 
pe Gaganctz  della  Galizia,  già  par- 
roco in  diversi  luoghi,  e  delegato 
del  suo  vescovo.  La  chiesa  catte- 
diale,  bello  e  solido  edifizio,  è  de- 
dicata a  Dio,  ed  in  onore  di  s. 
Giovanni  Battista.  Il  capitolo  è 
composto  di  cinque  dignità,  di  cui 
la  maggiore  è  quella  di  prevosto, 
con  tre  preti  e  due  chierici  addet- 
ti al  divino  servigio,  senza  le  pre- 
bende di  teologo,  e  penitenziere. 
La  cura  delle  anime  nella  catte- 
drale è  affidata  ad  un  amministra- 
tore, ed  ivi  è  il  fonte  battesimale. 
Contiguo  le  è  l'episcopio.  Nella  città 
sonovi  un'altra  chiesa  parrocchiale 
col  battisterio,  un  convento  di  fran- 
cescani, ed  un  ospedale.  La  mensa 
ad  ogni  nuovo  vescovo,  in  propor- 
zione alle  rendite,  è  tassata  ne'  li- 
bri della  cancelleria  apostolica  in 
fiorini  cinquecento  quarantotto. 

EPHOD.  F.  Efod. 

EPIFANE.  Fu  figlio  di  Car- 
pocrate.  Questi,  oltre  l'avere  di- 
fesa l'eresia  di  suo  padre  e  dei 
gnostici  suoi  seguaci,  combattè  a- 
pertamente  la  legge  di  Mosè,  e 
sopra  tutto  i  due  ultimi  precetti 
del  decalogo,  ne  la  pensava  molto 
bene  del  vangelo,  benché  dicesse  di 
seguirlo.  Fleury  I.  3,  n.  20. 

EPIFANIA,  o  Festa  dei  Re. 
Epiphania.  Festa  solenne,  che  la 
Chiesa  celebra  a' 6  gennaio.  Questo 
nome  significa  apparizione  ,  per- 
chè in  tal  giorno  Gesù  Cristo 
cominciò  a  farsi  conoscere  ai  gen- 
tili. 1  greci  la  chiamano  TlicophOf 


296 


EPI 


nia ,  apparizione  di  Dio,  per  la 
stessa  ragione.  Nota  il  Garampi 
nelle  sue  Memorie^  a  p.  207,  che 
fu  detta  anche  EpUhania,  e  fra  le 
ragioni  cui  adduce,  avvi  forse  quella 
probabile  di  unire  in  una  sola  pa- 
iola i  due  nomi  di  questa  solenni- 
tà, cioè  Epiphania^  e  Theophania. 
Dice  il  Macri  che,  negli  atti  dei 
ss.  Giuliano  e  compagni  martiri,  fu 
chiamata  questa  festa  assolutamen- 
te Jpparitio.  La  parola  Epifania^ 
soggiungiamo  col  Donati,  àe  Dittici 
p.  207,  tanto  presso  i  gentili,  che 
presso  gli  antichi  cristiani  nuli'  al- 
tro appunto  significava,  che  la  pre- 
senza, o  manifestazione,  ed  appari- 
zione di  Dio.  E  ciò  infatti  accadde  nel 
battesimo  di  Gesù  Cristo,  solennizza- 
to dai  greci  sino  dal  principio  della 
Chiesa,  specialmente  in  questo  gior- 
no, in  cui  r  eterno  Padre  manife- 
stò la  sua  presenza  con  quella  vo- 
ce :  Hic  est  Filius  meus  dilectus 
ec,  e  nello  stesso  tempo  per  la 
sua  attestazione  si  riconobbe  Gesù 
Cristo  essere  il  suo  vero  figlio,  e 
lo  Spirito  Santo  si  rendette  visi- 
bile agli  uomini  in  figura  di  co- 
lomba. Vi  è  ancora  chi  crede  es- 
sere stato  dato  il  nome  di  Epipha- 
nia^  o  Theophania^  a  questa  festa, 
perchè  molte  chiese  anticamente  in 
tal  giorno  celebravano  la  nascita 
di  Gesù  Cristo,  essendosi  con  que- 
sta, per  dir  vero,  manifestato  egli 
primieramente  al  mondo.  Altri  poi 
vogliono,  che  una  tal  festa  sia  sla- 
ta appellata  in  simil  guisa,  perchè 
una  nuova  stella  comparve  in  cielo 
per  servire  di  guida  a' magi,  e  per- 
ciò fu  pur  chiamata  festa  dei  re_, 
a  motivo  della  tradizione,  che  i 
magi,  i  quali  adorarono  Gesù  Cri- 
vbto,  fossero  re. 

La  Chiesa  dunque  ha    usata    la 
denominazione  di  Epifania  del  SI- 


EPI 

gnore,  per  indicare  la  manifestazio- 
ne, o  la  presenza  di.  Dio  fra  gli 
uomini.  Questa  festa,  che  si  può 
chiamare  una  triplice  solennità,  al 
dire  del  citato  Macri,  e  del  Ri- 
naldi all'anno  58,  num.  91,  fu 
istituita  dagli  apostoli.  Nei  primi 
secoli  della  Chiesa  celebravasi  nello 
stesso  giorno,  specialmente  nelT  o- 
rienle,  tanto  la  festa  di  Natale,  che 
quella  dell'Epifania;  ma  la  chiesa 
Alessandrina  nel  principio  del  quin- 
to secolo  separò  queste  due  feste, 
e  fissò  quella  di  Natale  (Fedi), 
ciocche  altri  attribuiscono  al  Papa 
s.,  Giulio  I,  al  di  25  dicembre. 
Nello  stesso  tempo  le  chiese  della 
Siria  seguirono  l'esempio  delle  oc- 
cidentali, le  quali  sembra,  che  le 
abbiano  distinte  in  ogni  tempo,  co- 
me si  può  vedere  nel  Bingham,  1. 
20,  e.  4>  §•  2j  t-  9)  P^g-  67.  S.  Gre- 
gorio Nazianzeno  intitolò  una  sua 
omilia,  recitata  in  questa  festa  :  de 
Epiphaniisy  sive  de  Natali  Domi- 
ni. Poiché  con  essa  rammemorava 
la  manifestazione  della  divinità  fat- 
ta ai  pastori ,  nello  stesso  modo , 
con  cui  nella  festa  dell'Epifania  si 
rammentava  quella  fatta  ai  re  ma- 
gi, che  per  distinzione  dicevasi  fe- 
stuni  secundìs  Epìphaniis. 

Al  volume  IV,  p.  279  del  Di- 
zionario, nel  parlare  dell'  origine, 
e  di  quanto  riguarda  questa  festa, 
dicemmo  che  1'  usanza  invalsa  nel- 
r  occidente  di  onorare  con  due  fe- 
ste la  nascita  di  Gesù  Cristo,  e  la 
sua  manifestazione  a'  magi,  risale 
al  quarto  secolo,  ed  autore  di  essa 
divisione  fu  s.  Giulio  I,  creato  Pon- 
tefice l'anno  336.  Tutti  convengo- 
no, che  i  latini,  almeno  nel  quinto 
secolo,  hanno  ristretto  la  parola 
Epifania  alla  festa  dei  re,  nella 
quale  celebriamo  tre  grandi  miste- 
ri, pe' quali  Gesù  Cristo  ha  mani- 


EPI 
feslato  la  sua  gloria  agli  uomini, 
cioè  r  adorazione  dei  re  magi  nel 
Presepio  (Pedi),  e  nella  città  di 
Betlemme;  il  battesimo  di  Gesù 
Cristo  nel  Giordano  per  mezzo  di 
s.  Giovanni  Battista  ;  e  il  primo 
miracolo  che  fece  Gesù  Cristo,  in 
cangiar  1'  acqua  in  vino  alle  nozze 
di  Cana  in  Galilea;  perchè  nel 
primo  di  questi  misteri,  Gesù  Cri- 
sto si  è  fatto  conoscere  ai  re  magi 
colla  luce  di  una  stella  ;  nel  secon- 
do ha  ricevuto  la  testimonianza  di 
sua  divinità  dal  Padre  eterno,  e 
dallo  Spirito  Santo  ;  nel  terzo  ma- 
nifestò la  sua  gloria  col  primo  dei 
suoi  stupendi  miracoli,  che  obbligò 
specialmente  i  suoi  discepoli  a  cre- 
dere in  lui.  La  meravigliosa  unio- 
ne di  questi  tre  sublimi  misteri  fa 
sì,  che  la  festa  dell'  Epifania  sia 
una  delle  più  auguste,  e  delle  più 
antiche.  Fu  sempre  annoverata  fra 
le  cinque  prime,  che  talvolta  tro- 
vansi  qualificate  come  feste  cardi- 
nalij  le  quali  sono:  Pasqua,  che 
comprende  la  passione,  e  la  risur- 
rezione ;  la  Pentecoste  ;  V  Ascensio- 
ne j  la  Teofania  o  Natale  ;  e  la 
Epfania.  Dopo  questa  festa,  si  ca- 
ratterizzano le  domeniche,  che  se- 
guono colie  loro  settimane,  fino 
alla  settuagesima,  col  nome  dopo 
V  Epifania.  V.  il  Butler  delle  feste 
Mobili,  pag.  143,  e  seg.,  trattato 
quarto;  Delle  domeniche  tra  l'E- 
pifania, e  la  quaresima. 

Un  tempo  celebravasi  l'Epifania 
dopo  una  vigilia ,  ed  un  rigoroso 
digiuno  :  si  passava  la  notte  in  pre- 
ghiere, ed  in  letture  spirituali,  co- 
me nelle  vigilie  delle  altre  princi- 
pali feste.  Ma  quando  si  cambiò 
l' uso  di  vegliare  alla  notte  nella 
Chiesa,  cessò  pure  il  digiuno,  per- 
chè questo  giorno  era  compreso 
nello  spazio  fra  il  JVatale,  e  l'Epi- 


EPI  297 

fania,  essendo  tutti  i  giorni  di  que- 
sto intervallo  riguardali  come  al- 
trettanti dì  festivi,  e  tale  spazio 
come  una  festa  continuata,  ciocche 
si  estese  eziandio  ai  religiosi,  ai 
quali  il  secondo  concilio  di  Toui^ 
del  566,  proibì  il  digiuno  dal  Na- 
tale sino  all'Epifania,  f^.  Digiuno. 
L'Epifania  ha  ima  ottava,  che  non 
è  inferiore  a  quella  di  l^asqua  ,  e 
di  Pentecoste.  11  giorno  di  quest'ot- 
tava era  festivo  di  obbligo  al  tempo 
di  Carlo  Magno  ;  indi  si  permise  di 
lavorare  dopo  la  messa,  e  sebbene 
il  dovere  di  ascoltare  la  messa  in 
tal  giorno  da  lungo  tempo  abbia 
cessato  interamente,  l'ottava  dell'E- 
pifania conserva  sempre  uno  dei 
primi  gradi  nella  Chiesa.  Per  en- 
trare poi  nello  spirito  della  festa  del- 
l'Epifania, noi  dobbiamo  rendere  vi- 
ve azioni  di  grazie  a  Dio,  della  nostra 
avventurosa  vocazione  al  cristiane-, 
simo,  noi  ch'eravamo  gentili;  ado- 
rare di  cuore  Gesù  Cristo  come  i 
magi,  offrendo  con  loro  il  sagrifi- 
zio  dei  nostri  beni  figurati  coli'  o- 
ro ,  delle  nostre  preghiere  figurate 
coir  incenso,  e  delle  nostre  cattive 
inclinazioni,  figurate  nella  mirra , 
la  cui  amarezza  denota  la  mor- 
tificazione, come  dicemmo  al  cita- 
to luogo  del  Dizionario.  V.  il  Roc- 
ca, Optra  omnia,  lom.  I,  XXIV, 
Quinam  fuerini  UH  magi,  qui  stella 
moniti,  Christum  infantem  adora- 
verunt;  e  gli  autori  che  trattarono 
della  festa  dell'  Epifania,  presso  il 
Donati  loc.  cit.  ;  non  che  il  Zac- 
caria in  Onomaslicon  rituale,  ver- 
bo Epiphania.  Aggiungeremo  qui 
appresso  alcune  erudizioni  riguar- 
danti i  riti  con  cui  si  solennizzò, 
e  tuttora  si  solennizza  la  festa  del- 
l'Epifania, che  il  sommo  Pontefice 
celebia  con  assistere  nella  sua  cap- 
pella al  vespero,  ed  alla  messa,  co- 


298  EPI 

me  si   desciive    al  voi.    "Vili,  pag. 

254  e  seg.  del  Dizionario. 

Celebrando  la  Chiesa  latina  nel- 
la festa  dell'Epifania  principalmen- 
te l'adorazione  de'  magi ,  nel  mat- 
tutino tralascia  il  solito  invitatorio, 
j>er  non  imitare  il  perfido  Erode, 
che  simulatamente  mostrava  di  vo- 
lere ancor  egli  adorare  il  nato  re. 
MiracoL  de  eccles.  ohs.  e.  ^o.  Ov- 
vero perchè  i  magi  non  furono  in- 
vitati all'adorazione  del  bambino 
Messia  manifestamente  come  i  pa- 
stori con  l'antiunzìo  di  un  angelo, 
ma  colla  stella.  V.  Durando,  1.  6,  e. 
16;  Alenino,  ^e  div.  offic.  Perchè 
non  si  usi  l'invitatorio,  Io  dice  pure 
il  Sarnelli  nel  tom.  IV,  lett.  XIII, 
Delle  antifone  del  salmo  Venite , 
nel  terzo  notturno  della  ss.  Epifa- 
nia, e  del  foro  de'  magi.  Si  trala- 
scia anche  l'inno,  simbolo  dei  per- 
fetti, per  non  essere  allora  perfe- 
zionata, ma  solamente  principiala 
la  conversione  dei  gentili.  In  que- 
sto giorno  un  sacerdote,  vestito  col 
piviale,  ascendeva  il  pulpito  per  an- 
nunziare al  popolo  le  feste  mobili 
dell'anno,  così  ordinando  il  Ponti- 
ficale romano;  ed  il  concilio  Au- 
relianense  quarto  prescrive  nel  pri- 
mo canone:  Paschae festivitas  an- 
nis  singulis  ah  episcopo  denuncielur. 
Questo  decreto  venne  confermato 
dal  concilio  toletano  quarto  cap.  4« 
Anticamente  si  leggeva  V  epistola 
dal  prelato  Alessandrino,  al  quale 
era  stata  data  la  cura  di  annun- 
?iiare  a  tutte  le  chiese  il  giorno  di 
Pasqua  dell'anno  corrente,  perchè 
lieir  Egitto  fioriva  la  scienza  astro- 
nomica. Tuttora  nella  chiesa  am- 
brogiana,  per  antichissima  consue- 
tudine, il  diacono  nel  dì  dell'Epi- 
fania annunzia  al  popolo  dopo  Te- 
vangelo  la  prossima  Pasqua ,  con 
questa    formula:    Novcrit   chariias 


EPI 

yestraj  fratres  cha  rissi  mi ,  quod  ant 
nuente   Dei  et  Domini  Nostri  Jesu 

Chris  ti  misericordia  die men- 

sis Pascila  Domini  cum  gau- 
dio celebrahinms.  I^.  Dco  gratias. 
La  chiesa  ambrogiana  nella  festa 
dell'Epifania,  oltre  le  dette  manife- 
stazioni di  Cristo,  aggiunge  la  me- 
moria ancora  della  moltiplicazione 
del  pane,  e  dei  pesci,  con  cui  Gesù 
Cristo  saziò  cinque  mila  persone 
che  lo  avevano  seguito  nel  deserto 
per  ascoltare  la  sua  divina  parola. 
L'inno  Illumina  Altissime,  che  si 
canta  in  questa  festa,  ricorda  tutte 
le  enunciate  circostanze.  Quel!'  in- 
no si  attribuisce  a  s.  Ambrogio,  e 
forse  sino  da  lui  nella  chiesa  mi- 
lanese celebrasi  questa  quadruplice 
memoria.  Anche  la  chiesa  d'Ippo- 
na  neir  Africa  seguitava  la  stessa 
pratica,  e  si  congettura  averne  s. 
Agostino  introdotto  il  rito  dopo 
averlo  appreso  in  Milano  allorché 
vi  soggiornava.  Negli  odierni  vespe- 
ri  l'arcivescovo  di  Milano  usava  la 
pianeta  sinché  fosse  terminato  l'in- 
no, dopo  il  quale  assumeva  il  pi- 
viale, e  lo  stesso  facevano  i  diaco- 
ni, recandosi  in  sagrestia  a  deporre 
le  dalmatiche.  Nella  messa  cantata 
nel  dì  dell'Epifania,  l'arcivescovo 
medesimo  siede  in  trono  dal  prin- 
cipio della  lezione  sino  alla  fine 
delle  melodie  sull'  Àlleluja,  e  co- 
me nelle  feste  di  Natale,  e  di  Pa- 
squa, un'antifona  premettevasi,  ed 
ancora  si  piemelle  all'  evangelo , 
chiamata  perciò  ante  evangeliuni, 
la  quale  vuoisi  pure  in  altre  chiese 
recitata. 

La  chiesa  greca  in  questo  gior- 
no celebra  solennemente  il  battesi- 
mo di  Cristo,  e  tale  celebrità  vie- 
ne chiamata  dal  Nazianzeno  /^e- 
sUim  luminuni,  peichè  solennizza- 
vasi    con    lumi    accesi ,   anzi  come 


EPI 

daj^li  orientali  furono  nominale  E- 
pifanic,  Ja  Natività  di  Cristo,  quan- 
do si  manifestò  a'  pastori,  e  la  se- 
conda quando  si  manifestò  a'  ma- 
gi, come  dicemmo,  così  questa  se- 
conda venne  pure  intitolata:  de  lii- 
minibiiSf  idest  secundis  Epiplianiis. 
Jn  questa  solennità  i  greci  benedi- 
cono con  molle  cerimonie  l'acqua, 
in  cui  tre  volte  immergono  la  cro- 
ce in  memoria  del  battesimo  di 
Gesù  Cristo,  con  la  quale  acqua 
poi  non  solo  benedicono  le  case  , 
ma  se  ne  servono  nelle  infermità, 
pei  miracoli  operati  dal  Signore 
col  mezzo  di  essa,  tra'  quali  si  ri- 
corda quello  esperimentato  da  mol- 
ti, che  tale  acqua  per  molti  anni  si 
conservi  incorrotta,  del  che  s.  Gio. 
Crisostomo  ne  fa  indubitata  fede, 
homil.  de  baplism.  Christi.  Da  que- 
sto rito  i  greci  scismatici  prendono  ar- 
gomento per  rimproverare  a  noi  la- 
lini  la  settimanale  benedizione,  che 
facciamo  dell'acqua,  dicendoci  ere- 
tici, ed  indegni  di  tal  prodigio,  per- 
chè la  nostra  acqua  benedetta  si 
corrompe.  A  questa,  e  ad  altre  si- 
mili obbiezioni,  dottamente  rispose 
Emmanuele  Caleca,  scrittore  greco, 
nel  lib.  4}  cap,  i3,  adducendo  ot- 
time ragioni  ,  tra  le  quali  prova 
che  anche  presso  i  Ialini  si  conser- 
va incorrotta  l'acqua  del  fonte  batte- 
simale, la  quale  si  rinnova  soltanto 
due  volte  all'anno.  Dice  il  Macri, 
che  ancora  le  acque  del  Giordano, 
santificate  col  sagro  contatto  del 
Verbo  incarnato,  si  conservarono  in- 
corrotte per  molti  anni.  Tuttavol- 
ta  la  sana  critica  ne  insegna,  che 
tanto  l'acqua  benedetta  nell'Epifa- 
nia, come  le  acque  del  Giordano , 
qualche  volta  si  saranno  conserva- 
le incorrotte  per  molti  o  diversi 
anni,  non  provandosi  come  mira- 
colo permanente.  1  greci,  comechè 


EPr  29ry 

sieno  obbligati  a  comunicarsi  nel 
giorno  di  Pasqua,  e  nella  festa  di 
Natale,  pure  quelli  che  per  legit- 
timo impedimento  non  possono  in 
dette  due  feste  ricevere  l'Eucari- 
stia, in  vece  prendono  dal  sacer- 
dote un  cucchiarino  dell'acqua  be- 
nedetta nell'Epifania.  La  festa  del- 
l' Epifania  fu  inoltre  in  tanta  sli- 
ma nella  chiesa  greca,  che  gì'  im- 
peratori si  tenevano  per  etnpi  se 
non  assistevano  a'  divini  uflìzi,  per 
cui  Giuliano  apostata,  ancorché  ne- 
mico de'  cristiani ,  mentre  era  in 
Francia,  per  cuoprire  la  sua  mal- 
vagità, volle  trovarsi  presente  alia 
sagra  funzione ,  come  raccontano 
Ammiano  Marcellino  nel  lib.  21,  ed 
il  Piinaldi,  parlando  della  festa  dei 
magi  all'anno  i,  num.  36,  dicen- 
do che  s.  Gregorio  Nazianzeno  af- 
ferma altrettanto  di  Valente  impe- 
ratore. La  stessa  dimostrazione  fe- 
cero gì'  imperatori  ariani ,  laonde 
Teodorico  piamente  stabilì,  che  set- 
te giorni  prima  di  questa  festa,  e 
sette  giorni  dopo  si  cessasse  dallo 
strepito  giudiziale,  1.  1.  e.  de  feriis. 
La  Chiesa  latina  adunque,  cele- 
brando in  questa  festa  specialmen- 
te r  adorazione  de'  magi ,  osserva 
que'  riti,  che  si  leggono  presso  i 
liturgici,  come  descrivono  il  Ga van- 
to, Bauldry,  ed  altri.  Solo  qui  no- 
teremo ,  che  in  questo  giorno  si 
pubblicano  le  feste  mobili  dopo  ii 
canto  del  vangelo  secondo  il  de- 
cretato dei  nominati  concilii  d'Or- 
leans, e  di  Toledo,  dai  diacono  j, 
o  da  altri  giusta  la  consuetudine 
de'  luoghi  nel  pulpito,  o  in  quel 
luogo  dove  si  canta  il  vangelo,  co- 
me prescrive  il  Pontificale  roma- 
no, nella  part.  3,  de  puhlicat.  fest. 
Il  nominato  Bauldry  consiglia  al 
pubblicatore  di  pionunziare  un  bre- 
ve discorso,  spiegando  al  popolo  in 


3oo  EPI 

volgare  quanto  si  cantò  in  latino. 
Fra  l'oltava  di  questa  festività  non 
si  possono  dire  messe  votive  pri- 
vate, uè  de  Requiem^  come  nel 
1627  decretò  la  congregazione  dei 
riti.  In  Roma  si  celebra  solenne- 
mente questa  festa  nella  chiesa  del 
collegio  urbano,  la  quale  è  dedi- 
cala ad  onore  dell'Epifania  di  Ge- 
sù Cristo,  e  dei  tre  santi  re  magi, 
celebrandosi  ivi  il  divin  sagrifìzio 
in  tutti  i  riti,  come  si  disse  nel  voi. 
XIV,  pag.  220  del  Dizionario.  A 
pag.  228  poi  abbiamo  narrato  l'e- 
sercizio accademico,  che  in  detto 
collegio  ha  luogo  nella  prima  do- 
menica dopo  questa  festa  egualmen- 
te in  onore  dell'Epifania  del  Si- 
gnore, e  de' santi  re  magi,  in  cui 
si  ammira  il  sorprendente  spetta- 
colo di  vedere  riunite  in  una  va- 
sta sala  tante  diverse  nazioni  con 
differenti  linguaggi ,  tessere  poeti- 
camente un  serto  al  divino  Infan- 
te sceso  sulla  terra  a  redimere  le 
genti,  e  celebrare  il  felice  avveni-- 
mento  della  vocazione  de'  magi , 
siccome  i  primi  adoratori  di  Gesù 
tra  i  gentili.  Questo  spettacolo,  che 
solo  può  offrire  la  capitale  dell'or- 
be cattolico  per  le  favelle  nume- 
rose e  diverse  l'una  dall'altra  cele- 
branti sì  grande  solennità,  ha  pre- 
so là  denominazione  di  Festa  delle 
lingue  a  Roma.  Pel  gran  concorso 
degli  spettatori  distinti ,  massime 
stranieri ,  e  di  rango  elevato ,  ad 
appagare  la  loro  fervente  brama, 
l'esercizio  accademico  dal  1841  in 
poi,  oltre  l'aver  luogo  nell'anzidetta 
domenica,  che  immediatamente  tie- 
ne dietro  l' Epifania  ,  si  rinnova 
pure  nel  giorno  appresso.  A  que- 
sta seconda  accademia  non  inter- 
viene in  abito  alcun  Cardinale  o 
prelato,  e  se  mai  interviene  incede 
i»  ahi  lo  corto,   mentre  nella  pre^ 


tPI 

cedente  vanno  tutti  in  abito,  ma 
senza  rocchetto ,  cioè  que'  prelati 
invitati  o  addetti  alla  Propaganda, 
ed  i  Cardinali  della  congregazio- 
ne. Sono  poi  invitati  alla  seconda 
accademia  i  corpi  religiosi,  ed  i  col- 
legi di  Roma.  Tale  si  è  il  mera- 
viglioso esercizio  accademico,  che 
presenta  Roma,  destinata  mai  sem- 
pre ad  essere  grande,  e  sotto  i  Ce- 
sari ,  e  sotto  i  Pontefici.  Dell'otta- 
vario  poi ,  che  di  questa  festa  si 
solennizza  nella  sontuosa  chiesa  di 
s.  Andrea  della  Valle  dei  chierici 
regolari  teatini  in  R.oma,  dalla  pia 
società  eretta  sotto  la  protezione 
di  Maria  santissima  regina  degli 
apostoli ,  faremo  qui  una  speciale 
menzione  pel  complesso  delle  sue 
circostanze. 

Come  in  Betlemme  il  Salvato- 
re del  mondo  chiamando  ad  un 
tempo  i  pastori  ebrei,  ed  i  magi 
gentili,  tolse  ogni  distinzione,  e  col- 
legolli  in  un  stesso  vincolo  di  fe- 
de e  di  carità  ;  non  altrimenti  la 
pia  società  ha  un  doppio  ben  inteso 
scopo  nella  celebrazione  di  questo 
otta  vario,  di  riunire  cioè  tutti  gli 
ordini,  e  le  classi  di  persone  per 
la  difesa,  accrescimento,  e  propa- 
gazione della  santa  fede,  non  che 
della  pietà  cattolica,  e  per  avviva- 
re, e  diffondere  in  tutti  i  cuori  il 
fuoco  della  carità,  facendo  in  mo- 
do che  si  verifichi  ciò  che  si  nar- 
ra de' primi  fedeli  :  midtitudinis  ere- 
dentiuni  erat  cor  unum,  et  anima 
una.  AI  primo  scopo  sono  dirette 
le  preghiere,  le  prediche ,  e  1'  ele- 
mosine che  si  fanno  nell'oltavario; 
al  secondo  mira  l'unione  mirabile 
dell'uno,  e  l'altro  clero  nelle  fun- 
zioni che  accenneremo,  cioè  a  dire 
dei  Cardinali,  dei  prelati,  delle  corpo- 
razioni religiose,  dei  seminari,  dei 
cullegi,e  di  altri  corpi  morali  di  ^o- 


EPÌ  EPr  3or 
ma;  in  una  parola  tulli i  gradi  della  nario  romano,  e  il  seminario  va- 
gerarchia  ecclesiastica  secolare  ere-  ticano,  ed  i  collegi  germanico, 
golare,  prendono  parie  con  santa  scozzese,  irlandese,  urbano,  ca- 
gata nella  sagra  cerimonia.  11  nu-  pranicense,  Pamphily,  inglese,  e 
merosissimo  popolo  sì  romano  che  della  pia  casa  degli  orfani ,  o  Sai- 
straniero,  d'ogni  grado  e  condizio-  viati.  Si  dà  termine  cjuindi  a  tal 
Ile  che  n'è  spettatore,  mostra  segni  diurno  pio  esercizio  con  altra  pre- 
non  equivoci  di  pia  e  religiosa  sod-  dica  italiana  ,  col  canto  delie  li- 
disfazione.  tanie  lauretane,  colla  esposizione  so- 
INon  potendo  tutte  le  classi  di  lenne,  e  colla  benedizione  del  ss. 
persone  riunirsi  nell' ottavario  ad  Sagramento  compartita  da  un  Car- 
un'ora  nella  detta  chiesa,  le  sagre  dinaie.  Finalmente  alle  ore  venti- 
funzioni,  a  comune  utilità,  sono  di-  quattro,  vale  a  dire  sull'entrare 
vise  in  sette  tempi,  e  ripartite  co-  della  sera ,  vi  è  nella  medesima 
me  segue:  sull'aurora  si  celebra  chiesa  altra  lezione  spirituale,  meu- 
r  incruento  sagrifìzio,  accompagna-  tre  con  prediche  nelle  vicine  piaz- 
to  dalla  recita  del  santo  rosario ,  ze  si  esorta  il  popolo,  e  lo  s'invi- 
e  di  altre  preghiere  analoghe  alla  ta  alla  funzione  notturna,  che  ha 
solennità  dell'Epifania,  le  quali  so-  compimento  con  la  recita  del  san- 
no seguite  da  un  sermone  morale  to  rosario,  con  altre  preci,  e  col- 
in  italiano,  e  dalla  benedizione  la  benedizione  con  la  sagra  pisside 
colla  sacra  pisside.  Verso  le  ore  sedi-  contenente  la  ss.  Eucaristia.  1  sacri 
ci,  cioè  alle  ore  nove  antimeridiane,  ministri,  nel  corso  de'sopraddelti 
ha  luogo  la  messa  cantata  in  so-  giorni,  ascoltano  le  confessioni  dei 
lenne  rito  latino,  celebrala  alter-  penitenti, che  in  folla  vi  accorrono, 
nativamente  dai  pp.  teatini,  mino-  avendo  poi  luogo  la  comunione 
ri  conventuali,  trinitari  scalzi,  ago-  generale,  che  si  fa  per  mano  di 
stiniani,  cappuccini,  della  missione,  un  Caidinale,  anzi  a  comodo  dei 
minori  riformati,  barnabiti,  mino-  fedeli  tutte  le  dette  funzioni  nel- 
ri  osservanti,  carmelitani  scalzi  ec.  l'anno  corrente  si  proseguirono  si- 
Alle  ore  diciassette,  ha  luogo  l'ai-  no  alla  domenica  de'  quindici  gen- 
tra  messa  in  uno  dei  riti  orienta-  naio,  in  cui  ebbe  luogo  la  comu- 
li ,  come  greco,  maronita,  arme-  nione,  e  nella  sera  un  Cardinale, 
no,  ec,  coU'assist^nza  del  clero  se-  dopo  aver  dato  la  benedizione  col 
colare,  e  regolare  del  proprio  rito,  ss.  Sagramento,  diede  a  tutti  sa- 
seguita  da  una  predica  in  lingua  lutari  ricordi.  Questo  stesso  Car- 
o  inglese,  o  spagnuola,  o  tedesca,  dinaie,  nella  vigilia  della  solennità, 
o  francese.  Nella  prima  ora  pome-  secondo  il  rito  di  santa  Chiesa  , 
ridiana,  cioè  ad  ore  italiane  dician-  avea  eseguito  la  solenne  benedizio- 
nove  sermoneggia  a  \icenda  un  ne  dell'  acqua.  I  predicatori  sono 
oratore  o  francese,  o  polacco,  dopo  distinti  individui  del  clero  secolare 
una  lezione  spirituale  nel  rispettivo  e  regolare,  prelati  e  vescovi, 
idioma  :  succede  inoltre  altra  le-  In  tal  guisa,  nella  capitale  del 
zione  spirituale  sulla  solennità  che  cristianesimo,  la  pia  società  della 
festeggiasi  ;  e  tosto  recitasi  il  santo  regina  degli  apostoli  celebra  l'  ot- 
rosario  con  preci  analoghe  al  mi-  tava  della  festa  dell'Epifania,  e 
stero,  alle, -quali  assistono   il  semi-  mentre  invila  tutti  gli  ordini,  eie 


3o7.  E  PI 

classi  di  persone  a  partecipare  ad 
una  inedesima  funzione,  dà  loro 
occasione  di  professare  avanti  la 
culla  del  Salvatore,  in  un  coi  pa- 
stori e  coi  magi,  quella  medesima 
unità  di  spirito,  con  cui  dilatan- 
do la  fede  e  la  pietà,  confermino 
se  stessi,  e  gli  altri  nel  sentimento 
della  cristiana  carità,  vincolo  d'ogni 
perfezione.  »  I  figli  della  Chiesa, 
"  cui  SI  religiose,  ed  edificanti  no- 
«  tizie  perverranno,  non  cessino  di 
«  innalzare  inni  di  ringraziamento 
M  al  Padre  delle  misericordie,  che 
«  avendone  sparse  in  copia  sul  pò- 
»  polo  sì  romano,  e  sì  estero,  in- 
M  tervenuti  a  quelle  sagre  funzio- 
M  ni,  si  degni  spargerne  ancora  in 
«  avvenire,  a  trionfo  ulteriore  del- 
«  la  vera  religione,  nella  città,  ove 
*»  ha  centro  e  stabile  sede  ".  Nel 
1837  si  è  pubblicato  in  Pioma  col- 
le stampe  il  libretto  intitolato  : 
U Epifania  del  Signore j  ovK>ero  spie- 
gazione del  mistero  della  vocazio- 
ne de'  gentili  alla  fede,  disposte  in 
otto  letture  per  l' ottavario  della 
stessa  solennità ,  dal  dotto  p.  d. 
Gioacchino  Ventura ,  ex  generale 
de'  chierici  regolari  teatini. 

Se  un  tempo,  come  si  disse,  ce- 
lebravasi  Y  Epifania  dopo  una  vi- 
gilia, ed  un  rigoroso  digiuno,  che 
pure  si  procrastinò  dopo  la  festa, 
tuttavolta  in  certe  epoche  vi  si  so- 
stituirono assai  male  a  proposito 
delle  feste  molto  opposte  all'asti- 
nenza, ed  alla  mortificazione.  La 
conformità,  che  trovossi  tra  le  feste 
del  Re  beve,  ed  i  saturnali,  fece 
pensare  ad  alcuni  autori,  che  la 
prima  fosse  una  imitazione  della 
seconda.  Deslions  de  Senlis  scrisse 
il  libro  intitolato  :  Discorso  eccle- 
siastico contro  il  paganesimo  del 
re  beve.  I  saturnali,  dicono  essi, 
cominciavano  in  dicembre,  e  dura- 


EPI 

vano  tutti  i  primi  giorni  di  genna- 
io, nei  quali  cade  la  festa  dei  re. 
I  padri  di  famiglia  nel  cominciare 
i  saturnali  mandavano  ai  loro  ami- 
ci focaccie,  e  frutta,  e  mangiavano 
con  essi  :  in  alcuni  luoghi  sussiste 
ancora  1'  uso  delle  focaccie.  In  que- 
sti conviti  eleggevasi  ancora  un  re 
della  fava,  cattivo  avanzo  del  pa- 
ganesimo, cui  la  Chiesa  ha  sempre 
riprovato  per  le  dissolutezze,  che 
si  commettevano.  I  pagani,  nel  ce- 
lebrare le  feste  in  onore  di  Satur- 
no, pretesero  rappresentare  le  im- 
magini del  secolo  d'oro,  nel  quale 
lutti  gli  uomini  erano  eguali,  e 
perciò  estraevano  a  sorte  un  re 
immaginario,  che  talvolta  toccava 
ad  uno  schiavo,  il  quale  nel  tempo 
del  saturnale,  comandava  al  pro- 
prio padrone,  ed  agli  altri.  Ed  è 
ciò  appunto,  che  i  cristiani  imita- 
rono, mescolandovi  alcune  conside- 
razioni religiose,  sia  nel  pretendere 
di  onorare  i  santi  re  magi ,  sia 
nel  dare  ai  poveri  la  parte  del- 
la focaccia,  che  dedicavasi  a  Dio, 
ed  alla  beata  Vergine ,  sia  nel 
portar  la  fava  della  focaccia  alla 
offerta,  come  se  volessero  onorare 
Gesù  Cristo,  il  quale  in  tal  giorno 
fu  adorato  come  il  re  dell'univer- 
so, e  fargli  omaggio  di  una  vana, 
e  ridicola  immagine  di  dignità  rea- 
le ,  che  pur  si  doveva  alla  sorte. 
In  tal  modo  univasi  la  superstizio- 
ne alla  dissolutezza,  cambiandosi 
una  vigilia  di  penitenza,  con  una 
veglia  di  feste  profane.  Niente  pro- 
vando queste  applicazioni  generali, 
e  degeneiando  le  pratiche  religiose 
in  pazzie,  molli  concilii  le  represse- 
ro con  santissime  leggi.  Sifiatle  fe- 
ste stravaganti  e  licenziose,  mesco- 
lale di  sagro  e  profano,  furono  pu- 
re accennate  in  vari  luoghi  del 
Dizionario,  come    nel    voi.    VI,    a 


EPI 

png.  76  e  seg.  Oltre  a  ciò  va  let- 
to l' articolo  Befana,  o  Befania. 

EPIFANIA.  Città  vescovile  del- 
r  Asia,  della  seconda  Cilicia,  nella 
diocesi  d'Antiochia,  sotto  la  metro- 
poli di  Anazaiho,  la  cui  erezione 
secondo  Commanville  risale  al  sesto 
secolo.  Plinio  dice,  che  anticamen- 
te chiamavasi  Oeniarifhs,  e  che 
prese  il  nome  di  Epifania  per  ono- 
rare il  re  di  Siria  Antioco  Epifane, 
il  quale  possedeva  la  Cilicia.  Narra 
Tacito,  che  il  paese,  ov'era  questa 
città,  da  Lucullo  venne  sottomesso 
al  dominio  romano,  verso  l'anno 
683.  Si  legge  nella  Siria  Sagra, 
che  questa  città  era  tra  i  gioghi  del 
monte  Amano,  che  grande  splen- 
dore recò  alia  sua  chiesa  il  santo 
vescovo  Anfione,  intervenuto  a  vari 
concilii,  compreso  il  Niceno,  e  che 
Niceto  intervenne  al  sinodo  Mosue- 
slano.  Nel  tom.  II,  p.  89^  del- 
l' Oriens.  Christ.^  sono  registrate  le 
notizie  dei  sette  suoi  vescovi,  An- 
fione, Hesico,  Policrono,  Marino, 
Niceto,  Basilio  e  Paolo. 

EPIFANIA.  Sede  vescovile  della 
seconda  Siria  nel  patriarcato  d'x4n- 
tiochia,  eretta  nel  secolo  quinto, 
sotto  la  metropolitana  di  Apamea. 
Questa  città  di  Siria  sull'  Oronte, 
soggetta  ai  romani  dall'anno  6go, 
e  dalla  spedizione,  che  fece  Pom- 
peo nel  territorio  di  Apamea,  e 
nella  Celisiria,  era  fra  Larissa,  ed 
Aretusa.  Gli  orientali  la  riguarda- 
vano come  una  delle  più  antiche 
del  mondo,  e  credettero  essere  sta- 
ta fondata  da  Hemath,  uno  dei  fi- 
gli di  Canaan,  per  cui  fu  anche 
chiamata  Hemath  ed  Hamath.  I 
macedoni  le  cambiarono  il  nome 
in  quello  di  Epiflmia,  ad  onore  di 
Antioco  Epifanio.  Dalla  Sìria  Sa- 
gra si  rileva,  che  in  questa  città 
giunsero  gli  esploratori  mandati  da 


EPI  3o3 

Mosè  per  riconoscere  la  terra  pro- 
messa, che  vi  nacque  Antioco  sud- 
detto, che  vi  regnò  quel  Thou,  il 
quale  inviò  doni  di  omaggio  al  re 
David,  ma  Salomone  volle  conqui- 
starla. Vuoisi  ivi  esistere  degli  avanzi 
di  quel  tempio,  che  con  rara  ma- 
gnificenza eresse  a  s.  Gio.  Dama- 
sceno Cosimo  suo  vescovo,  il  quale 
fu  presente  al  concilio  Calcedonese. 
Fu  di  lui  successore  Eutichiano,  e 
poco  dopo  Epifanio  ne  occupò  la 
cattedra  episcopale.  Nove  furono  i 
vescovi  che  vi  ebbero  sede.  Attual- 
mente Epifania,  Epiphanien.,  è  un 
titolo  vescovile  in  partibiis,  sotto 
la  metropoli  pure  in  partibus  di 
Antiochia,  che  conferisce  il  sommo 
Pontefice. 

EPIFANIA.  Famiglia  de'  conti 
di  Marsi ,  principi  di  Benevento , 
donde  uscì  il  Cardinal  Desiderio, 
poscia  Pontefice  Vittore  III  (  Ve- 
di). 

EPIFANIO  (s.).  Trasse  i  suoi 
natali  nella  Palestina  circa  l'anno 
3 IO.  Dopo  una  cristiana  familiaie 
educazione,  passò  in  età  giovanile 
in  Egitto,  sotto  egregi  precettori. 
Nel  lungo  tempo,  che  quivi  sog- 
giornò, si  diede  a  conoscere  ed  a 
praticare  quanto  v'  avea  di  piìi 
perfetto  negli  esercizii  de*  solitari. 
Dal  conversarvi  con  alcuni  gnosti- 
ci, imparò  i  loro  dogmi  e  misteii. 
Riuscì  inutile  ogni  loro  attentato 
di  corrompergli  il  cuore,  e  la  pu- 
rità della  sua  fede,  che  anzi,  cono- 
sciute le  loro  trame  ed  eresie,  ne 
li  denunciò  a' rispettivi  vescovi,  i 
quali  ne  sbandirono  quasi  ottanta. 
Bitornato  in  Palestina,  vi  fondò  un 
monistero,  di  cui  prese  il  governo, 
e  fu  sollevato  al  sacerdozio.  Dap- 
poich'egli  governò  qualche  tempo 
quel  monistero,  suo  malgrado  fu 
ordinato    vescovo    della    metropoli 


3o4  EPI 

dell'isola  di  Cipro,  delta  prima 
.Sa lamina,  ed  allora  Costantia.  Mal- 
grado le  indefesse  pastorali  sue  cu- 
re, avea  sempre  tra  le  mani  la  sa- 
cra Scrittura,  e  gli  autori  ecclesia- 
stici, che  prima  di  lui  aveano 
scritto  sulla  religione.  L' assiduità 
all'orazione,  la  carità  la  più  fervida 
ed  operosa  a  beneficio  del  suo  pros- 
simo, formavano  il  carattere  della 
sua  penitenza,  di  cui  l'amor  di  Dio 
era  l'anima  ed  il  principio.  Ebbe 
relazione  strettissima  colla  rinoma- 
ta vedova  s.  Paola  di  Roma.  Que- 
sto santo  fu  sempre  grandemente 
opposto  ad  Origene,  perchè  lo  cre- 
deva reo  degli  errori,  che  trovavan- 
si  ne' suoi  scritti.  Nell'anno  4^^ 
raccolse  il  concilio  della  sua  pro- 
vincia, in  cui  condannò  la  lettura 
d'  Origene.  Quantunque  grandi  sie- 
no  gli  elogi,  che  gli  furono  fatti  in 
vita  e  dopo  la  morte  da  nobilissi- 
mi padri  della  Chiesa,  viene  accu- 
sato d'  essere  stato  troppo  credulo 
fautore  de'  nemici  di  s.  Giangriso- 
stomo.  Mori  nel  ritorno  da  Pioma 
a  Salamina,  essendo  ancora  in  ma- 
re neir  anno  4^3,  di  novantatre 
anni  in  circa.  Di  lui  abbiamo:  i. 
11  Iratlalo  dell'eresie,  eh' è  la  più 
considerabile  delle  sue  opere,  pre- 
ferito da  s.  Agostino  a  quello  stes- 
so di  s.  Pilastro.  È  pur  anche  ci- 
tato dai  padri  del  settimo  concilio, 
i  quali  gli  danno  l' onore  di  avere 
trionfato  di  tutte  l'eresie  in  8o  ti- 
toli, essendo  appunto  il  medesimo 
trattato  diviso  in  8o  eresie.  Notisi 
per  altro,  che  col  nome  di  eresia 
intende  s.  Epifanio  una  setta,  o 
società  d'uomini,  i  quali  hanno  sul- 
la religione  sentimenti  particolari. 
E  quindi  ne  numera  e  distingue 
venti  prima  della  nascita  di  Gesù 
Cristo,  e  le  altre  sessanta  dopo, 
fino  a' suoi  giorni.  II,  h'Jncorato, 


EPI 

in  cui  tratta  non  solamente  della 
Trinità,  ma  altresì  dell'  Incarnazio- 
ne, della  resurrezione  de'  morti,  e 
di  quasi  tutti  i  dogmi  della  reli- 
gione. Diede  a  quest'opera  tale 
greca  denominazione,  che  significa 
ancoraj  appunto  perchè  contenen- 
do essa  tutti  que'  passi  della  Scrit- 
tura, che  vagliono  a  stabilire  la 
nostra  fede,  serve  a'  fedeli  quasi  di 
ancora  a  confermarli  in  essa.  IH. 
Un  trattato  delle  misure  e  de'pesi, 
nel  quale  fa  vedere  la  sua  profon- 
da erudizione,  e  che  serve  a  mag- 
giore intelligenza  della  Bibbia.  IV. 
La  raccolta  delle  proprietà  degli 
animali  sotto  il  nome  di  phisioh' 
già  :  opera  per  altro,  la  quale  sem- 
bra anteriore  a  questo  santo,  ve- 
nendo allegata  da  Origene,  quan- 
tunque non  gli  vengano  negate  le 
mistiche  riflessioni,  e  le  morali  so- 
pra questo   naturalista. 

EPIFANIO  (s.).  La  fama  di  san- 
tità, ed  il  dono  dei  miracoli  furo- 
no i  motivi  per  cui  Epifanio  fu 
chiamato  a  reggere  la  chiesa  di 
Pavia.  La  sua  eloquenza  profonda, 
e  r  ardente  sua  carità  disarmarono 
il  furore  dei  barbari,  che  a  quei 
giorni  infestavano  le  contrade  d'I- 
talia. Sostenne  varie  ambasciate,  e 
difficili,  nelle  quali  sempre  meritos- 
si  r  ammirazione  ed  il  rispetto  di 
tutti.  Incontrò  un  viaggio  in  Bor- 
gogna per  riscattare  col  suo  dei 
prigionieri  ivi  detenuti,  ed  ammini- 
strò la  sua  chiesa  con  quello  zelo, 
eh' è  proprio  d'un  vero  apostolo 
dell'evangelio.  Giunto  agli  anni 
cinquantotto,  dopo  trenta  di  epi- 
scopale governo,  morì  in  Pavia, 
compianto  da  tutti  nel  497-  ^^^ 
962  il  suo  corpo  fu  trasferito  ad 
Hildeshein  nella  bassa  Sassonia,  e 
rinchiuso  in  una  cassa  d'argento. 
11  suo  nome  è  descritto  nel  marti- 


EPT 

rologio  romanoj  e  la  sua  festa  è 
segnata  il  dì  1 1   gennaio. 

EPIFANIO,  Cardinale.  Epifanio, 
Cardinale  prete  del  titolo  de'  ss. 
dodici  apostoli.  Non  sappiamo  di 
lui  cose  maggiori;  e  riguardo  al- 
l'epoca del  suo  cardinalato,  erede- 
sì  che  vivesse  nel  pontificato  di  s. 
Gelasio  I,  nel  494- 

EPIFANIO,  Cardinale.  Epifanio, 
Cardinale  prete  di  s.  Marcello.  Vivea 
nel  secolo  quinto,  sotto  il  pontifi- 
cato di  S.Gelasio  I;  mancano  però 
ulteriori  notizie  intorno  alla  sua  vita. 

EPIFANIO,  Cardinale.  Epifanio, 
Cardinal  prete  del  titolo  di  s.  Lo- 
renzo in  Damaso,  visse  a' tempi  di 
s.  Gregorio  III,  eletto  nel  ySi; 
ma  delle  geste  di  lui  non  troviamo 
alcuna  particolare  menzione. 

EPIMACO  ed  ALESSANDRO 
(ss.).  Questi  valorosi  campioni  della 
fede  nella  persecuzione  di  Decio, 
l'anno  25o,  intrepidi  sostennero,  per 
amor  di  Gesù  Cristo,  i  più  fieri 
tormenti.  Presi  tutti  due,  e  con- 
dotti dinanzi  al  tiranno,  fu  loro 
comandato  di  tostamente  abjurare 
la  religione  che  predicavano,  e  di 
sacrificare  agi'  idoli.  Opposero  essi 
a  quésti  ordini  una  ferma  ed  asso- 
luta negativa;  per  vincere  la  loro 
costanza,  furono  sottoposti  a  cru- 
deli battiture,  a  strazi  delle  car- 
ni, e  finalmente  a  consumare  il  sa- 
crificio in  mezzo  alle  fiamme.  Be- 
nedicendo il  Signore,  spirarono  essi, 
e  le  loro  anime  volarono  al  cielo 
il  giorno  12  dicembre,  nel  quale 
il  martirologio  romano  segna  la 
loro  festività. 

EPIMACO  (s.).  Nacque  Epima- 
co  in  Alessandria,  ove  confessò  e 
predicò  con  zelo  apostolico  la  fede 
nel  nome  di  Gesù  Cristo,  in  quel 
tempo,  nel  quale  l'apostata  Giulia- 
no infieriva  contro  i  cristiani.  Perciò 

VOL.    XXI. 


E  PI  3o5 

egli  fu  preso,  e  tradotto  in  un'aspra 
e  dura  prigione.  Caricato  per  mol- 
ti giorni  da  eccessivi  travagli  e  mo- 
lestie, il  tutto  sostenne  con  grandis- 
sima pazienza,  e  santa  gioja,  per  cui 
finalmente  venne  condannato  ad  es- 
sere abbrucialo  vivo.  Le  sue  ossa 
e  ceneri  furono  da  alcuni  cristiani 
portate  a  Roma,  e  riposte  in  un 
sepolcro,  da  dove  molti  anni  dopo 
furono  trasferite  in  Alemagna.  Il 
martirologio  romano  ricorda  la  sua 
festa  li    IO  maggio. 

EPIPODIO  ed  ALESSANDRO 
Martiri  (ss.).  Nato  in  Lione  Epi- 
podio,  ed  Alessandro  greco  d'origi- 
ne, tutti  e  due  assieme  percorsero 
i  loro  studii,  e  sino  da  giovanetti 
legaronsi  in  istretta  amicizia,  so- 
lidamente perpetuata  dipoi  col  soc- 
corso della  religione.  Bene  addentra- 
ti nella  perfezione  cristiana  con  una 
vita  temperante,  casta,  e  tutta  in- 
clinata alla  pietà,  anelavano  al 
martirio.  Infierendo  in  quei  giorni 
la  persecuzione  contro  i  seguaci  del 
vangelo,  uscirono  di  Lione  per  se- 
guire i  consigli  del  divino  Maestro, 
e  si  ritirarono  in  un  borgo  vicino, 
ove  vissero  alcun  tempo  sconosciu- 
ti; ma  finalmente  scoperti,  furono 
tosto  arrestati,  e  cacciati  in  prigio- 
ne. Tradotti  poscia  al  tiibunale, 
confessarono  con  tutta  intrepidezza 
la  loro  credenza,  e  quantunque 
dalle  più  barbare  carnificine  mal- 
trattati, non  mai  il  coraggio  loro 
scemò,  e  quindi  consumarono  il  sa- 
crificio, il  primo  col  capo  mozzato, 
l'altro  col  supplizio  di  croce.  I  cor- 
pi loro  furono  di  soppiatto  traspor- 
tati, e  sepolti  in  una  collina  non 
molto  lontana  da  Lione,  e  quel  se- 
polcro divenne  celebre  ben  presto 
per  la  quantità  dei  miracoli  che  vi 
si  operarono.  La  festività  loro  è  as- 
segnata ai  22  aprile. 

20 


3o6  EPI 

EPIRO.  Contrada  d'Europa  nel- 
la Grecia,  in  passato  regno,  ma 
poscia  unito  a  quello  di  Macedo- 
nia. È  terminata  al  settentrione  dal- 
la Macedonia,  all'  oriente  dalla  Tes- 
saglia, al  mezzodì  dall'Acaja,  ed 
all'occidente  dal  mare  Jonio.  Que- 
sto paese  intersecato  da  montagne, 
e  diviso  quasi  per  opera  della  na- 
tura, divenne  famoso  nell'antica  sto- 
ria, per  la  sua  vicinanza  alla  Gre- 
cia. Quantunque  non  molto  esteso, 
secondo  Strabene ,  dividevasi  in 
quattordici  nazioni  avanti  la  guer- 
ra di  Troja,  fra  le  quali  contavan- 
si  i  caonii,  i  tesprozii,  gli  eticii, 
gli  atamani,  gli  ambraci,  i  molos- 
si etc,  ed  Omero  parla  di  molti 
piccoli  re  di  questo  paese.  I  molos- 
si furono  soggiogati  da  Pirro,  prin- 
cipe straniero  della  famiglia  di 
Eaco,  dal  che  venne  il  nome  di 
eacidi  dato  qualche  volta  ai  di- 
scendenti di  questo  principe.  Mo- 
losso figlio  di  Pirro,  e  di  Andro- 
maca successe  al  padre,  e  dopo 
molti  regnanti  oscuri,  la  storia  no- 
mina Admeto,  che  dominava  nel- 
l'Epiro, allorché  Serse  invase  la 
Grecia.  Non  essendosi  dichiarato  in 
favore  dei  greci,  non  fu  ammesso 
all'alleanza  degli  ateniesi. 

Tarimba,  suo  figlio  assai  giovane, 
alla  morte  del  padre  fu  mandato 
in  Atene  per  istudiare  le  lettere, 
e  la  filosofia,  ed  al  suo  ritorno  in- 
trodusse neir  Epiro  estese  cogni- 
zioni, e  diede  a  quel  paese  delle 
leggi  eccellenti.  Gli  successe  il  fi- 
glio Alceste,  ed  alla  morte  di  lui 
il  regno  fu  diviso  tra  i  suoi  due 
figli  Neottolemo,  ed  Ariba.  Rimasto 
solo,  questi  governò  con  molta 
saviezza,  e  protesse  le  scienze.  Die- 
de Olimpia  sua  nipote  in  matri- 
monio a  Filippo  il  Macedone,  pa- 
di*e  di  Alessandro  il  grande. 


.     EPI 

Uno  dei  nipoti  di  Ariba,  chia- 
mato pure  Alessandro,  gli  succes-' 
se  ,  e  sposò  Cleopatra,  figlia  di 
sua  sorella  Olimpia,  e  di  Filippo, 
il  quale  nella  celebrazione  delle 
nozze  fu  assassinato.  Ad  Ariba  suc- 
cessero Eacide  suo  figlio  e  Alceste 
IT,  che  poscia  fecero  guerra  ai  suc- 
cessori di  Alessandro,  i  quali  occu- 
parono il  regno  di  Macedonia.  Pir- 
ro sì  celebre  nella  storia  della  Gre- 
cia, come  in  quella  de'  romani,  fu 
figlio  di  Eacide,  e  dopo  molti  av- 
venimenti successe  allo  zio  Alceste 
li.  Egli  pretendeva  discendere  da 
Achille  per  padre,  e  da  Ercole  per 
madre.  Essendo  giovinetto  passò  in 
Italia  l'anno  280  avanti  l'era  cri- 
stiana, quindi  riportò  grandi  van- 
taggi contro  i  romani,  e  specialmen- 
te contro  il  console  Lavinio,  ma 
in  vista  de' mezzi  che  il  suo  nemi- 
co poteva  facilmente  ottenere  per 
resistergli,  entrò  con  loro  in  trat- 
tative di  pace,  la  quale  fu  rifiu- 
tata, prima  che  avesse  egli  sgom- 
brata r  Italia.  Arrischiò  quindi  un» 
seconda  battaglia,  in  cui  fu  ferito^ 
ed  in  fine  dopo  un  viaggio  in  Si- 
cilia, una  nuova  sconfìtta,  e  qual- 
che infruttuosa  negoziazione,  ritor- 
nò in  Grecia,  ove  si  rese  padrone 
della  Macedonia.  La  spedizione,  che 
intraprese  del  Peloponneso,  gli  riu- 
scì fatale,  perchè  entrando  colle 
sue  truppe  nella  città  di  Argo,  vi 
perì  colpito  da  una  pietra,  che  una 
donna  gU  lanciò  da  un  tetto  l'an- 
no 271  della  detta  era.  Dopo 
qualche  regno  bi*evissimo  e  poco 
interessante,  l'  ultimo  de* quali  é 
quello  di  una  principessa  chiama- 
ta Deidamia,  gli  epiroti  cangiarono 
la  forma  del  loro  governo.  La  na- 
zione si  adunava  ed  eleggeva  i  suoi 
pretori,  ma  i  vicini,  cioè  gli  illiri- 
ci, ed  i  macedoni,  profittavano  spes- 


EPI 

so  delle  discordie  intestine  di  que- 
sto stalo  per  ingrandire  i  pro- 
prii.  Finalmente  i  romani  ridus- 
sero l'Epiro,  come  il  restante  della 
Grecia,  sotto  il  loro  dominio,  e 
divenne  una  provincia  romana.  Si 
sa  che  Pàolo  Emilio  ,  dopo  aver 
vinto  Pirro,  rovinò  settanta  città 
degli  epiroti,  che  avevano  preso  il 
partito  dì  questo  principe,  e  vi  fe- 
ce un  immenso  bottino,  conducen- 
do seco  centocinquantamila  schiavi. 
Passato  r  Epiro  nella  divisione  del- 
l'impero sotto  quello  degli  impe- 
ratori greci ,  questi  vi  stabilirono 
dei  despoti,  che  possedettero  il  pae- 
se sino  al  regno  di  Amuratte  II,  il 
quale  verso  la  metà  del  secolo  XV, 
lo  riunì  ai  vasti  stati  dell'impero 
ottomano.  Le  prodezze  però  del 
valoroso  Scanderberg  per  qualche 
tempo  ne  disputarono  a  Maomet- 
to II  l'intero  possesso. 

Quest'antica  contrada  della  Gre- 
cia fu  suddivisa  sotto  Teodorico 
I  nel  quarto  secolo  in  vecchia,  ed 
in  nuova;  la  vecchia  è  quella  che 
chiamasi  vero  Epiro;  la  nuova  è 
parte  della  Macedonia,  che  noi  di- 
ciamo Albania  (Fedi).  Nicopoli  fu 
la  metropoli  della  prima,  Durazzo 
della  seconda. 

Al  presente  1'  Epiro  comprende 
nella  Turchia  europea  una  conside- 
rabile porzione  dell'Albania,  cioè  a 
dire  quasi  la  totalità  del  sangiac- 
cato  di  Giannina  o  Jannina,  quello 
di  Delvino ,  la  parte  meridionale 
di  quello  di  Aulona,  e  la  parte 
occidentale  di  quello  di  Tricala. 
Narra  l'annalista  Rinaldi  all'anno 
44>  num.  3i,  che  l'apostolo  s.  An- 
drea passò  a  predicare  l'evangelio 
in  Grecia,  e  nell'Epiro,  come  af- 
fermano il  Nazianzeno,  Orai,  in 
Arian.j  ed  il  Grisostomo,  de  12 
apostol.  Dal  medesimo  all'anno  5 1 7 


EPI  307 

num.  34  si  dice,  che  l'Epiro  nella 
giurisdizione  ecclesiastica  era  sog- 
getto per  antica  istituzione  alla 
chiesa  metropolitana  di  Tessaloni- 
ca,  esarca  dell' Illiria,  e  che  il  ve- 
scovo di  Tessalonica  fu  solito  di 
confermare  il  prelato  di  Nicopoli, 
arcivescovo  dell'Epiro,  cioè  metro- 
politano del  vecchio  Epiro.  Questa 
regione  nelle  notizie  ecclesiastiche 
è  posta  nell'esarcato  di  Macedonia, 
e  dividevasi  in  tre  provincie  eccle- 
siastiche. La  prima  provincia,  o 
Epiro  vecchio,  aveva  per  metropo- 
li Lepanto,  cui  poscia  si  uni  Nicopo- 
li, con  otto  sedi  vescovili  per  suf- 
fraganee.  La  seconda  provincia,  o 
Epiro  antico  o  vecchio,  aveva  per 
metropoli  Cassiopea  ossia  Jannina, 
con  sei  sedi  vescovili  sottoposte.  La 
provincia  dell'Epiro  nuovo  com- 
ponevasi  della  metropoli  di  Du- 
razzo, con  venti  sedi  vescovili  per 
sufFraganee.  Nell'anno  5 16  fu  cele- 
brato neir  Epiro  un  concflio,  nel 
quale  si  approvarono  i  quattro 
primi  concili  generali,  e  si  condan- 
narono i  concili  eretici.  Regia  tom. 
X,   Labbé  t.  IV,  ed  Arduino  t.  II. 

Nelle  notizie  ecclesiastiche  delle 
missioni,  l'Epiro  si  divide  in  due 
Provincie,  di  Albania,  e  di  Epiro 
propriamente  detto.  In  Albania  av- 
vi l'arcivescovato  di  Antivari,  che 
ha  per  suflfraganei  i  vescovi  di  Scu- 
tari,  Pulati,  e  Sappa,  in  cui  sono 
circa  settantasei  preti ,  sessantadue 
parrocchie,  e  da  cinquantotto  mila 
cattolici.  In  Epiro  avvi  l'arcive- 
scovato di  Durazzo,  che  ha  il  ve- 
scovo di  Alessio  per  suffraganeo  :  i 
sacerdoti  si  fanno  ascendere  a  tren- 
tadue, le  parrocchie  a  trentasetle  , 
e  i  cattolici  a  trentun  mila. 

EPISCOPATO  (  Episcopatus  ). 
Dignità  episcopale,  lo  stesso  che  ve- 
scovile. V.  Vescovo.    ^ 


3o8  E  PI 

EPISCOPIO.  Palazzo  vescovile, 
vescovato,  abitazione,  e  residenza 
del  vescovo  ordinariamente  conti- 
guo, o  presso  la  cattedrale.  Anasta- 
sio  Bibliotecario,  parlando  della  ba- 
silica lateranense,  ecco  come  si  e- 
spresse  :  Quae  prima  in  foto  man- 
do construcla  est,  et  stabilita  a 
beatae  memoriae  Constantino  impe- 
ratore _,  et  est  JHXta  episcopium. 
Questa  residenza  del  Papa  presso 
la  patriarcale  basilica  lateranense, 
si  chiamò  Patriarci lio  (Vedi)^  il 
quale  era  pure  presso  le  altre  pa- 
triarcali di  s.  Pietro,  di  s.  Paolo, 
di  s.  Maria  Maggiore,  e  di  s,  Lo- 
renzo fuori  le  mura,  pa-  abitazione 
de'  patriarchi  di  Costantinopoli,  di 
Alessandria,  di  Antiochia,  e  di  Ge- 
rusalemme, allorché  si  recavano  in 
Boma  per  qualche  affare,  o  conci- 
lio ec.  Il  Macri,  Noi.  de  voc.  eccL, 
dice  che  Epùcopiiini  alcune  volte 
significò  la  diocesi  del  vescovo,  det- 
ta anche  Vescovato  (Fedi),  leggen- 
dosi in  Flodoardo,  lib.  2,  cap.  1 2  : 
Carolus  rex  Rìgobertum  epi scopa- 
ta deturbavit ,  et  cuidam  MUoni 
sola  tonsura  clerico^  qiiod  seenni 
processerai  ad  belluin,  dedil  lioc 
episcopium.  Ed  altiove,  nel  lib.  2, 
cap.  4)  si  servi  di  questa  voce  nel 
medesimo  significato  :  Post  Egidium 
Remense  rexit  episcopium.  F.  lo 
stesso  Macri  nel  Hierolexkon  alla 
voce  Episcopium.  Che  l'episcopio 
fosse  r  abitazione  propria  degli  an- 
tichi collegii  clericali,  lo  abbiamo 
da  monsignor  Cecconi,  Istit.  de'  sc- 
minariij  pag.  9,  e  seg. 

EPISTOLA  (Epistola).  Parte 
della  messa,  recitata  dal  sacerdote, 
o  cantata  dal  suddiacono  avanti 
r  evangelio,  e  eh'  è  cavala  dalla 
Scrittura  sagra.  II  sacerdote  la  re- 
cita avanti  all'  altare  al  destro  lato 
di  esso,  da  quella    parte   appunto 


EPT 

che  da  questa  lettura  prende  il  no- 
me di  parte  o  lato  dell'epistola,  e 
dalla  cui  estremità  dicesi  cornu  e- 
pislolae.  Epistola,  o  lettera,  è  voce 
che  viene  dal  greco,  e  significa 
mandato,  o  commissione.  Questa 
voce  sebbene  propriamente  signi- 
fichi la  lettera  degli  apostoli,  non 
ostante  anche  tutte  le  lezioni  della 
messa  sono  chiamate  col  nome  di 
epistola.  L'epistola  si  dice  dal  ce- 
lebrante dopo  tutte  le  orazioni,  po- 
nendo le  mani  sopra  1'  altare,  o  so- 
pra il  libro,  come  più  gli  piace, 
come  abbiamo  dal  Missal.  Roman. 
par.  1,  tit.  IO,  rubr.  i.  Finita  la 
lezione  dell'epistola,  si  risponde  Deo 
gratias  (Fedi)  dal  ministro  nelle 
messe  basse,  o  dal  coro  nelle  solen- 
ni. E  similmente  quando  si  leg- 
gono più  Lezioni  (Fedi)^  dopo  cia- 
scuna si  dice  Deo  gratias^  fuorché 
nel  fine  della  quinta  lezione  di  Da- 
niele Dei  sabbati  delle  quattro  tem- 
pora, e  nel  fine  pure  delle  lezioni 
del  venerdì,  e  sabbato  santo,  come 
dicemmo  meglio  al  citato  articolo 
Deo  Gratias,  e  come  si  può  vede- 
re nel  medesimo  Missal.  par.  2, 
tit.  5,  n.  I.  Epistolario,  Epislola- 
riunij  si  chiama  il  libro  ecclesiasti- 
co, che  contiene  tutte  l'epistole,  le 
quah  si  devono  dire  nella  messa,  pel 
corso  e  secondo  l'ordine  di  tutto  l'an- 
no. Io  che  costumano  i  greci ,  i 
quah  lo  chiamano  Apostolos.  Fu 
chiamato  pure  Comes  Hieronymij 
Lectionarius  ec.  Tali  libri  furono 
ornati  con  argento,  oro,  gemme, 
di  appi  preziosi,  come  si  ha  dal 
Zaccaria,  nell'  Onomasticon  rituale^ 
alla  voce  Epistolare  et  Epislola- 
rmm.  Nella  cappella  pontificia,  ed 
in  alcune  chiese,  il  libro  dell'  epi- 
stola si  cuopre  con  drappo  del  co- 
lore corrente,  con  ftangie,  e  ricami 
d'oro,  d'argento,  di  seta,  ec. 


EPI  EPI                   3o9 

L' epìstola  negli  antichi  codici  si  do  si  dice,  che  Alessandro  I  Papa 
dice  Lectio    ex    Àpostoloj  la  quale  ordinò  si  cantasse  l' epistola,  si  de- 
benchè  si  desuma  alle  volte  anco-  ve  intendere,  ch'egli  confermò  con 
ra  dagli    altri    libri    dell'antico,    e  decreto  tal  uso.  Ci  attesta  s.  Giu- 
nuovo  testamento,  e  degli  altri  apo-  stino,  che  la  celebrazione  dell'  Eu- 
stoli,    per    lo    più    però  si    prende  caristia    era    sempre    preceduta    da 
dalle  Epistole,  di  s.   Paolo    [f^edi),  questa  lezione,  ma   soggiunge,   che 
e  per  questo  fu  così  chiamata.  Da  il  presidente  dell'assemblea,  ovvero 
ciò  parimenti  è  provenutOjChe  quello  il  vescovo^  vi  aggiungeva  una  esor- 
che si  legge  dopo  le  Collette  [Fedi)j  tazione,  spiegando  ciò  ch'era  difìl- 
nella     messa    comunemente     viene  cile  ad  intendersi, 
chiamato  epistola.  I  giudei  nei  gior-  Nei  primi  secoli,  oltre  gli  scritti 
ni  di  sabbato  incominciavano  le  lo-  de' profeti,  e  degU  apostoli,  si  leg- 
ro  adunanze  dal  leggere  i  libri  di  gevano  alcune  volte  pubblicamente 
Mosè,  e  de' profeti.  Nel  nuovo  te-  nella  Chiesa   le    lettere   anche    dei 
stamento  s.  Paolo    nella    lettera    I  vescovi,    e    de' sorami    Pontefici,    e 
ai  corinti,    al   e.    i4,    cosi    scrive:  particolarmente  quelle,  che  si  dice- 
Cuni   com'eneritis    unusquisque   ve-  vano  Pacificaef  ossieno   Communi' 
strum  psalmum    habet^   doctrìnam  catoriae.  Col  commercio  di  esse  si 
habet.  Questo  testo  da  alcuni  s'in-  manteneva    l'unità,    e    la  pace    fra 
lerpreta  pei  salmi,  e  lezioni  avan-  il    romano   Pontefice ,    e    gli    altri 
ti    il    sagrifizio.     Più    chiaramente  vescovi,  e  si  sapeva    chi   era  orto- 
scrisse  ai  colossensi,  /\\   Cum   lecta  dosso,  e  chi    eretico.  Sopra  questo 
fuerìt  apud  vos   epistola  haec^  fa-  particolar    punto    di    disciplina     si 
clte^  ut  et   in  Laodicensìuni  ecclc'  possono    vedere   il    citato  Bona    e. 
sia  legatur^  et  eam,    quae    Laodi-  6.  n.  2,  e  il  Martene    de  antìquis 
censium  est,  vos  legatis,  e  nel  fine  eccl.    ritibus  1.    i^  e.  ^^  n.  1.  Co- 
della  prima  lettera  ai  tessalonicen-  munemente  s.  Girolamo  si  dà  per 
si  :  Adjuro  vos  per  Dominum^    ut  autore  della  distribuzione,  cioè  del- 
legatur  epistola  haec  omnibus  san-  la  serie,  e  dell'ordine  delle  lezioni, 
ctis  fratribus.   Imperocché,  sebbene  dell'epistole,  e  degli  evangeli,  e,  che 
ivi  non  si  dica,  che  se  ne  faccia  la  in  tutti  i    giorni    dell'anno  si  deb- 
lezione  nella    messa,    è    però    assai  bono    leggere    nel    sagrificio    della 
verosimile,  che  la  lezione  si  facesse  messa ,    avendo    composto  il    libro 
in  detto  tempo,  non  sapendosi  che  che  chiamò    Comilem  ,    pubblicato 
fuori  di  esso  si  facessero  allora  altre  dalPamelio;  distribuzione, che  vuol- 
adunanze  de' fedeli.  Pe*-  lo  che  Sem-  si  confermata  dal  Pontefice  s.  Da- 
bra  potersi  conchiudere,  essere  de-  maso  I.  Dice  il    Durando,  nel  lib. 
rivato  dagli  apostoli  l' uso  della  le-  1    cap.    18,  che    i    latini  in    tutte 
zione   delle  divine  Scritture,  e  del-  le  domeniche  leggono  l'epistola  del 
r  epistola  nella  messa,  come  anche  nuovo  testamento,  per  essere  gior- 
avvertono  il  Cardinal   Bona    al    1.  no    dedicato   alla    risurrezione    di 
2,  e.  6,  n.    I  ;  il  Bellette  nelle  sue  Cristo,  e    per    significare    lo    slato 
o.y^erv'tìtzzomj  alla  pag.  396;  il  Gran-  della  grazia.  Nei  messali  ambrosia- 
colas    nel     Trattato   della    Messa ,  no,  e  mozarabo  vi  sono  due  lezio - 
pag.  36,    e    De    antìquis    liturgiis,  m  ogni  giorno    da  dirsi    avanti    il 
pag.  5o4.  Nota  ilMacii,  che  quao-  vangelo,  una    ricavala    dall'aulico, 


3. a  EPI 

l'altra  dal  nuovo  testamento.  Il  p. 
Mabillon,  nel  lib.  I  della  liturgia 
gallicana  al  e.  3,  num.  io,  coll'au- 
torità  di  s.  Gregorio  di  Tours,  pro- 
va che  nella  Francia  tre  erano  le 
lezioni  che  si  leggevano,  una  rica- 
vata dai  profeti,  la  seconda  dal- 
l'apostolo,  la  terza  dagli  evangeli. 
Secondo  la  presente  disciplina,  per 
lo  più  si  legge  una  sola  lezione, 
eccettuati  alcuni  giorni ,  ne'  quali 
più  se  ne  leggono,  e  quella  lezio- 
ne ha  per  oggetto  di  erudire  il 
popolo  cristiano,  acciò  con  essa  si 
prepari  al  sagrifizio,  come  e'  inse- 
gna s.  Tommaso,  par.  3,  quaest. 
83,  art.  4*  E  quelli,  che  trattano 
misticamente  del  sagrifizio  della  mes- 
sa, dicono  che  l'epistola  si  legge  pri- 
ma dell'  Evangelo  (P^edì),  non  per- 
chè questo  sia  più  degno  di  quel- 
la, ma  per  additare  gli  apostoli, 
che  andavano  avanti  a  Cristo,  man- 
jdandoli  il  Signore  avanti  la  sua 
faccia  a  due  a  due.  Innocenzo  III 
poi,  nel  lib.  II  Mysterionim  Missae 
e.  19,  osserva,  che  l'epistola,  che  si 
dice  prima  dell'evangelo,  significa 
l'uffizio  del  precursore  di  Cristo, 
cioè  di  s.  Giovanni  Battista,  che 
venne  a  preparare  le  strade  di  lui. 
Dicemmo  che  nelle  messe  basse 
l'epistola  si  legge  dal  sacerdote  ce- 
lebrante, e  nella  messa  cantata  si 
canta  dal  suddiacono,  dicendola  il 
celebrante  con  voce  bassa  ,  ma 
la  cosa  non  è  sempre  stata  così. 
JNell'antica  ordinazione  del  suddia- 
cono non  si  ritrova  cosa  alcuna, 
che  possa  riferirsi  alla  lezione  del- 
l'epistola, come  evidentemente  di- 
mostrano l'Hallier,  De  materia  et 
forma  ordìnationis  al  §  16^  n.46; 
il  Morino  de  sacris  ordìnationibiis 
lìWa  part.  3,  esercitaz.  ji,  e.  3. 
Ciò  apparteneva  ai  lettori.  A  mala- 
rio,  che  visse  nel  principio  del  se« 


EPI 

colo  nono,  al  1.  2,  e.  ir,  si  ma- 
raviglia, come  così  spesso  il  sud- 
diacono leggesse  l'epistola  nella  mes- 
sa. Fa  la  stessa  maraviglia  il  Mi- 
crologo,  scrittore  del  secolo  XI,  al 
e.  8;  ed  il  Durando,  scrittore  del 
secolo  XIII  nel  lib.  I  Ralion.  al 
e.  8,  cerca  con  ansietà,  per  qual 
ragione  il  suddiacono  legga  l'epi- 
stola. Il  Martene,  nel  luogo  citato 
al  n.  6,  è  di  sentimento  che  i  sud- 
diaconi incominciassero  a  leggere 
in  alcune  chiese  V  epistola  nel  se- 
colo Vili.  Ma  oggidì  nell'ordina- 
zione del  suddiacono,  proferendosi 
dal  vescovo  le  seguenti  parole  : 
Accipe  librum  epìslolarum,  et  ha- 
he  potestatem  legendi  eas  in  ec' 
desia  pancia  Dei,  resta  stabilito, 
che  l'uffizio  di  cantar  le  lezioni 
nella  messa  solenne  appartiene  al 
suddiacono.  Non  essendovi  però  il 
suddiacono,  può  essere  cantata  an- 
che da  un  chierico  costituito  negli 
ordini  minori,  purché  la  canti  sen- 
za manipolo,  giusta  le  prescrizioni 
della  sagi'a  congregazione  de'  riti, 
indicate  dal  p.  Merati  nel  tom.  I, 
par.  I,  pag.  202.  Dice  puranco  il 
citato  Macri,  non  essere  stato  anti- 
camente officio  del  suddiacono  il 
cantare  l'epistola,  ed  è  perciò  che 
nella  quaresima,  e  nelT  avvento,  ec- 
cettuate le  domeniche  Laetare  e 
Gaudetej  si  spoglia  della  pianeta 
ripiegata,  quando  deve  cantarla, 
restando  col  camice,  e  col  mani- 
polo; e  terminato  il  canto  riprende 
la  pianeta.  Tra  i  greci  l'epistola 
si  canta  sempre  dal  lettore,  ed  è 
presa  dal  nuovo  testamento.  I  cer- 
tosini nelle  messe  solenni  fanno 
altrettanto,  cantando  un  religioso 
r  epistola  in  coro,  perchè  all'altare 
non  assiste  il  suddiacono,  ma  il 
solo  diacono.  Che  le  monache  cer- 
tosine cantino  l'epistola,    lo  dicem- 


EPI 

mo  al  voi.  XI,  pag.  io5  del  Di- 
zionario. E  circa  il  dirsi  nelle  mes- 
se solenni  dal  sacerdote  celebrante 
l'epistola  a  voce  bassa,  quantun- 
que il  de  Vert,  al  t  IV,  p.  i3i 
txplic.  des  cérénwnieSj  dica  che  la 
rubrica  prescrive,  doversi  dal  cele- 
brante nella  messa  solenne  recitare 
a  voce  bassa  l'epistola,  il  gradua- 
le, ed  il  vangelo,  ciò  non  si  trova 
nel  messale  di  s.  Pio  V,  stampa- 
to nel  1570,  né  in  quello  stam- 
palo sotto  Clemente  Vili  nel  i6o4- 
/T.  gli  articoli  Messa  e  Suddiaco- 
no, ed  il  Sarnelli  tom.  IX  leti, 
eccl,  lettera  IXXW  Della  Epistola; 
nonché  il  Lambertini,  della  santa 
Messa,  sez.  I,  capo  Vili,  §  11. 

EPISTOLARIO.  Libro  conte- 
nente r  epistole.  V.  Epistola.  Nel 
registro  di  s.  Gregorio  I  si  trova 
Tavverbio  Epistolariter  per  signifi- 
care il  contenuto  dell'epistola.  Ab- 
biamo dal  Macri ,  Notizia  de  vo- 
cab.  eccl,  che  col  vocabolo  Epi- 
stolella  fu  chiamato  il  capitolo,  che 
recitasi  nelle  ore  canoniche  prima 
de'  responsori  nel  rito  ambrogiano. 

EPISTOLE  DI  s.  Paolo.  Si  an- 
noverano quattordici  lettere  od  fi- 
pistole  di  s.  Paolo  ;  una  ai  Roma- 
ni, due  ai  Corinti ,  una  ai  Calati, 
una  agli  Efesii,  una  ai  Filippesi , 
ima  ai  Colossesi ,  due  ai  Tessalo- 
nicesi,  due  a  Timoteo,  una  a  Tito, 
una  a  Filemone,  ed  una  agli  Ebrei. 
Credettero  alcuni,  che  s.  Paolo  a- 
vesse  scritto  anche  ai  fedeli  di  Lao- 
dicea.  Gli  atti  di  s.  Tecla,  le  pre- 
tese lettere  di  s.  Paolo  a  Seneca, 
un  vangelo,  ed  un  apocalisse  che 
gli  furono  attribuiti ,  sono  opere 
apocrife,  e  le  tre  ultime  non  sono 
state  conosciute  prima  del  quinto 
secolo.  Dice  il  Bergier,  che  dalla 
lettura  delle  lettere  di  san  Paolo 
si  scorge,  che  furono  scritte  in  oc- 


EPI  3ii 

casic(ne  di  qualche  avvenimento,  di 
qualche  questione  eh*  era  necessa- 
rio decidere,  di  qualche  abuso,  che 
l'apostolo  voleva  correggere  e  di  al- 
cuni doveri  morali  che  voleva  par- 
ticolarizzare  ;  che  non  é  stata  sua 
intenzione  di  dare  in  alcuna  di 
queste  ai  fedeli  un  simbolo,  od  una 
spiegazione  di  tutti  i  donimi  della 
fede  cristiana,  né  di  tutti  i  doveri 
della  morale  ;  che  in  fine,  scriven- 
do ad  una  chiesa,  non  ha  mai  or- 
dinato che  la  sua  lettera  fosse  co- 
municala a  tulle  le  altre.  Delle 
epistole  degli  altri  apostoli ,  come 
di  quelle  de'  romani  Pontefici ,  si 
parla  in  diversi  luoghi  di  que- 
sto Dizionario.  V.  il  Rinaldi  al- 
l'anno 4^  num.  37,  mentre  all'an- 
no 60  num.  58,  dice  che  i  nostri 
maggiori,  quando  si  leggevano  in 
chiesa  l' epistole  di  s.  Paolo ,  usa- 
rono dire  al  lettore  Fax  teciim, 
simbolo  della  comunione  cattolica, 
V.  Epistola. 

EPITAFFIO,  o  EPITAFIO.  In- 
scrizione fatta  sopra  i  sepolcri,  o 
per  iscrivervi  sopra  i  medesimi. 
Epitapliium,  inscriplio  sepulcliralis. 
Molto  antica  è  l'origine  degli  epi- 
taffi, o  delle  iscrizioni  apposte  ai 
Sepolcri  [Vedi)  in  memoria  di 
qualche  defonto.  I  greci  ponevano 
soltanto  per  epitafìio  il  nome  di 
colui,  che  nella  tomba  giaceva  col 
semplice  epiteto  di  buon  uomo,  o 
buona  donna.  In  Alene  si  poneva 
semplicemente  il  tiome  del  defonto, 
quello  del  padre  suo,  e  quello  della 
tribù  cui  aveva  appartenuto.  Al- 
cuni se  ne  fecero  nella  Grecia  as- 
sai lunghi,  contenenti  per  lo  piìi 
un  saggio  della  vita,  o  un  elogio 
del  defonto.  A  Sparta  non  si  ac- 
cordavano epitafli,  se  non  se-  a  co- 
loro, che  morti  erano  in  un  com- 
ballimento,  o  per  il  servigio  della 


3l2 


EPI 


patria,  e  questi  epitaffi  conteneva- 
no un  corto  elogio  dei  de  fonti.  11 
Guasco,  nel  descrivere  i  riti  funebri 
de'  Romanij  dopo  aver  parlato  del 
luogo,  della  struttura,  e  degli  or- 
namenti de'  sepolcri  de  romani , 
dice,  che  questi  essendo  vaghi  di 
lunga  rinomanza,  lo  erano  in  certo 
modo  della  seconda  vita.  Tanto 
studio  però,  tanta  sollecitudine  sa- 
rebbe loro  sembrata  inutile  e  va- 
na, se  non  avessero  potuto  fare  in 
guisa,  che  gli  ammiratori  d'opere 
SI  grandi  venissero  istrutti  della 
loro  condizione,  e  delle  loro  glo- 
riose azioni.  Inventarono  i  romani, 
o,  per  meglio  dire,  adottarono  l'uso 
antichissimo  degli  egizi  e  di  altri 
popoli,  d'incastrare  nella  parte  del 
sepolcro  più  esposta  alla  veduta 
una  tavola  di  marmo,  o  di  pietra, 
in  cui  scolpivano  l' iscrizione.  Que- 
sta tavola  era  propriamente  quella 
che  chiamavasi  Monumentum  j  o 
Monimentum,  perchè  monet  nos,  o 
ci  dà  notizia  della  persona  defonta, 
o  de'suoi,  o  de'proprii  fatti,  e  ci  ren- 
de accorti  che  anche  noi  siamo  mor- 
tali. Appellossi  altresì  cìppiis,  no- 
me appropriato  alle  colonnette  con 
iscrizione  per  denotale  un  confine, 
ed  al  sepolcro  stesso.  L' iscrizione, 
o  l'epitaffio  de'romani,  era  prolisso 
o  breve,  secondo  la  vanità  o  la 
modestia,  l'avvenimento,  e  le  cir- 
costanze, l'arte,  o  l' ineleganza  del 
compositore.  Alcuni  erano  in  versi, 
la  maggior  parte  però  in  prosa. 
Alcuni  erano  posti  per  informare 
i  passeggieri  dei  meriti ,  e  delle 
imprese  del  defonto;  altri  indica- 
vano il  nome,  la  famiglia,  la  di- 
gnità. In  alcuni  segnavasi  l'età  del 
defonto;  in  altri  l'esattezza  giun- 
geva a  tanto,  che  non  solo  l'età, 
ma  il  mese,  l'ora  del  nascimento, 
il  giorno,  l'ora  della  morte,  e  l'o- 


EPI 

ra  ch'era  stato  trasferito  al  sepol- 
cro diligentemente  venivano  indi- 
dicate,  non  escludendosi  gli  epi- 
taffi pei  fanciulli.  Sovente  s' in- 
contrano nelle  tavole  sepolcrali  le 
lettere  S  .  T  .  T  .  L.,  che  signifi- 
cane  SU  libi  Terra  Levis,  ap- 
punto come  se  le  ceneri,  e  le  ossa 
di  un  morto  fossero  capaci  di  sen- 
tire qualche  sollievo  dalla  morbi- 
dezza, o  leggerezza  del  terreno.  Ep- 
pure di  questa  grazia  supplicava- 
no istantemente  gli  dei,  e  questa 
auguravano  ai  loro  estinti  amici 
e  parenti.  Le  altre  lettere  solite 
rinvenirsi  nelle  tavole  sepolcrali 
sono  le  seguenti ,  di  cui  dopo  le 
iniziali  poniamo  il  significato. 

D.  M.  Dìsy  o  Diis  Manibus. 
D.  M.  S.  Dis  Manibus  Sacrum. 
D.  M.  P.  Dis  Manibus  Posuit. 
D.  M.  V.  F.    Dis  Manibus    Vo- 

tuni  Fecit. 
D.  M.  E.  M.  E.   Dis  Manibus   et 

Memoriae  Aeternae. 
D.  L.  S.  Dedit  Locum  Sepulturae, 

ovvero  Dis  Laribus  Sacrum. 
D.   D.    M.    Dedicatum    Dis  Mani- 

bus,    ovvero    Dono    Dedit    Mo' 

numentum. 
H.  S.  E.  Hic  Situs  Est. 

Inoltre  perchè  moltissimi  erano 
i  sepolcri  dei  romani,  e  non  tutti 
abbastanza  sontuosi  per  trattenere 
a  prima  vista  il  viaggiatore,  quelli 
che  pur  bramavano  di  essere  co- 
nosciuti, facevano  porre  nell'epi- 
taffio, Heusj  Fiatar,  ovvero  Siste, 
Fiatar,  o  altre  somiglianti  parole, 
affinchè  il  passeggiero  invitato,  e 
come  forzato  dal  muto  imperioso 
cenno  de'  marmi  si  fermasse  e  leg- 
gesse. Laonde  sovente  avveniva , 
che  ponendosi  per  mera  curiosità 
a  leggere,  trovava  degli  epitaffi  as- 


EPI 

sai  lepidi.  Tra  il  volgo  poi  corre- 
va l'opinione,  che  la  lettura  degli 
epitaffi  facesse  perdere  la  memoria, 
ed  è  credibile,  che  non  pochi  sprez- 
zassero cotale  invito.  Che  il  Ceno- 
lafio  (Fedi)  fosse  un  sepolcro,  o 
monumento  vuoto  innalzato  in  ono- 
re di  un  morto ,  altrove  defonto , 
lo  dicemmo  a  queir  articolo.  Il  Ma- 
cri  disse,  che  si  chiamò  Epitaphista 
il  compositore  di  epitaffi.  Di  que- 
sti si  trovano  molti  esempi  tan- 
to nelle  antiche  lapidi^  quanto  pres- 
so i  classici  autori. 

Raccontano  i  francesi,  che  i  pri- 
mi epitaffi,  che    nel  loro   paese    si 
trovano  collocati    sulle    tombe    dei 
loro  re,  sono  quelli  di    Pipino,    e 
di  Carlo  Magno.  Sulla  tomba   del 
primo    si    scolpi     questa    semplice 
iscrizione  :  qui  giace  pipino  il  padre 
DI  CARLO  MAGNO.  Ma  ìq    Italia  sin- 
golarmente, più  che  in   qualunque 
altra    regione,    forse    seguendo    lo 
stile  dei  romani,  conservossi  il  co- 
stume .    e    con  esso  il  gusto  degli 
epitaffi,  e  questi    si   apposero    non 
solo  ai  sepolcri  dei  principi,  e  dei 
grandi,  ma  sovente  ancora  a  quelli 
di    alcuni    privati    illustri.    Non  si 
estinse,  neppure  ne'  bassi  tempi,  la 
smania  per  gli  epitaffi,  e  molti  più 
o  meno   eleganti ,    o    più  o  meno 
rozzi,  alcuni  talvolta  anche  poetici, 
e  sovente  rimati,  se  ne  composero 
dopo  il  secolo  decimo,  in  tempi  in 
cui  sembravano  totalmente  oscurati 
i  lumi  delle  lettere,  e  delle  scien- 
ze.  Gli  epitaffi  s' ingentilirono    col 
risorgimento  della  letteratura,  co- 
me si  vede  nelle  chiese ,  e  nei  ci- 
miterii,  ove  sono  in  gran  copia.   Il 
Bosio,  l'Arrigi,  il  Mamachi  ed  altri 
autori,  trattano  degli  epitaffi,  delle 
iscrizioni,  e  degli  emblemi,  che  gli 
antichi  cristiani  posero    nelle    cata- 
combe, ne'  sepolcri,  e  ne'  luoghi  ove 


EPI  3i3 

si  seppellivano,  di  che  si  parla  ai 
diversi  analoghi  articoli.  11  dotto 
p.  Lupi  nelle  sue  Dissertazioni  non 
solo  parla  degli  epitaffi  pagani,  ma 
rende  ragione  come  alcuni  di  essi 
trovansi  sopra  i  sepolcri  de'  cri- 
stiani ;  parla  degli  epitaffi  di  que- 
sti ultimi,  scritti  con  molta  trascu- 
ratezza; delle  esecrazioni  contro  i 
violatori  de'  sepolcri  usate  negli 
epitaffi  SI  gentileschi,  che  cristiani, 
e  come  i  cristiani  non  cominciaro- 
no ad  usarli  che  circa  i  tempi  delle 
irruzioni  dei  barbari  in  Italia  ;  in 
fine  che  nei  soli  epitaffi  cristiani  si 
trovano  espresse  le  calende,  le  no- 
ne, e  gl'idi  giusta  la  regola  del 
Mabillon,  del  Malvasia,  e  del  Fon- 
tanini.  Il  p.  Menochio,  nelle  sue 
Stuore  nel  tomo  II,  pag.  44^>  *'i- 
ferisce  diversi  epitaffi  ingegnosi  e 
curiosi.  Il  Buonarroti,  nelle  sue  Os- 
servazioni sopra  alcuni  frammenti 
di  vasi  antichi  di  vetro j  a  pag.  64, 
ed  a  pag.  1 65  a  1 69 ,  parla  delle 
acclamazioni  funerali  de'  cristiani 
verso  de'  morti  scritte  nelle  lapidi, 
e  che  il  Dulcis  anima,  che  sì  legge 
nelle  iscrizioni  sepolcrali  de'cristia- 
ni,  è  una  formola  presa  dalle  ac- 
clamazioni funerali.  Riguardo  poi  al- 
la formola,  la  quale  si  legge  in  siffat- 
te iscrizioni,  dormit  in  pace,  ag- 
giunge che  i  primi  cristiani  la  pre- 
sero da  quelle  parole  di  Cristo: 
Lazarus  amìcus  noster  dormit,  e 
dalle  altre  da  luì  dette  per  la  fi- 
glia deli'archisinagogo,  Marc.  e.  5, 
v.  4o;  alla  qiial  formola  allude 
s.  Gregorio  Nazianzeno  nell'orazio- 
ne XI  verso  il  fine.  Quindi  con- 
chiude che  per  la  stessa  ragione 
i  sepolcri  de' cristiani  si  dissero 
cimiteri,  quasi  dormitori,  parola 
che  racchiude  in  se  una  fede  del- 
la risurrezione,  anzi  la  morte  mede- 
sima chiumarono  dormizione,  e  sou- 


3i4 


EPO 


no,  come  dissero  jìsvegliamento  la 
|-isurrezione. 

EPOCA.  L'epoca  è  un  punto  fis- 
so, ovvero  un  tempo  certo  e  degno 
di  osservazione  nella  storia,  del  qua- 
le si  servono  i  cronologisti  per  inco- 
minciare a  contare  gli  anni,  e  che 
d'ordinario  è  fondato  su  qualche 
avvenimento  memorabile.  Lo  stu- 
dio della  Cronologia  (  J^edi)  ha 
per  mira  di  portare  la  sicurezza 
sul  tempo,  dei  fatti  principali  isto- 
rici, i  quali  tempi  con  parola  gre- 
ca chiamansi  (riposo.  L'epoca  dif- 
ferisce dal  periodo  in  ciò,  che  il 
periodo  è  giro  di  anni  destinato 
a  ripigliarsi  dopo  finito  il  suo  cor- 
so; mentre  l'epoca  invece  è  un 
punto,  che  apre  e  termina  uno 
spazio  nella  durata  (  F.  Era).  In 
tre  spezie  si  dividono  l'epoche,  cioè 
nelle  sagre,  nelle  ecclesiastiche,  e 
nelle  civili  p  politiche.  L'epoche 
sagre  sono  quelle,  che  si  prendono 
dalla  Bibbia,  o  santa  Scrittura,  e 
che  riguardano  particolarmente  gli 
ebrei,  come  il  diluvio,  il  quale  vuoisi 
avvenuto  l'anno  del  mondo  i656; 
la  vocazione  di  A  bramo  ,  1'  anno 
202 2;  l'uscita  degli  ebrei  dall'E- 
gitto, nell'anno  25i3;  il  tempio 
di  Salomone  terminato  nel  3ooo; 
la  libertà  concessa  agli  ebrei  da 
Ciro  l'anno  34^8;  la  nascita  di 
Gesù  Cristo,  accaduta  l'anno  4ooo; 
la  distruzione  del  tempio  di  Ge- 
rusalemme operata  da  Tito,  insie- 
me alla  dispersione  degli  ebrei  as- 
segnata all'anno  del  mondo  4074, 
e  corrispondente  all'anno  74  dal- 
la nascita  di  Gesù  Cristo,  ed  al- 
l'anno  70  dell'era  volgare.  L'epo- 
che ecclesiastiche  tratte  dalla  sto- 
ria della  Chiesa,  incominciano  do- 
po l'era  cristiana  o  volgare,  come 
il  martino  di  s.  Pietro,  e  quello 
di  s.  Paolo  in  Roma,  all'anno  66, 


EPO 
o  69;  l'era  di  Diocleziano  o  dei 
martiri,  registrata  agli  anni  284, 
o  3o2;  la  pace  data  alla  Chiesa 
nel  pontificato  di  s.  Melchiade, 
da  Costantino,  il  Grande,  il  pri- 
mo imperatore  cristiano,  nell'an- 
no 3 12,  o  3i3;  il  concilio  gene- 
rale di  Nicea,  celebrato  sotto  san 
Silvestro  I  l'anno  325.  Le  epoche 
civili  o  politiche,  tratte  dalla  sto- 
ria degli  stati ,  sono  quelle  che 
concernono  gì'  imperi,  e  le  monar- 
chie del  mondo,  come  la  fonda- 
y.ione  di  Roma,  l'anno  del  mondo 
325o,  p  3256;  l'epoca  della  re- 
pubblica romana,  la  cessazione  di 
questa,  il  cominciamento  dell'im- 
pero d' occidente  ec.  ec.  Secondo 
queste  varie  divisioni  di  epoche, 
si  distinguono  i  tempi  dell'antico, 
e  del  nuovo  testamento ,  della  leg- 
ge di  natura,  della  legge  scritta, 
e  legge  di  grazia .  Ci  sono  ancora 
\  tempi  oscuri,  i  favolosi,  gli  sto- 
rici, i  secoli  d'oro,  quelli  di  ra- 
me, di  ferro,  di  legno,  di  loto,  e 
così  altre  denominazioni  arbitra- 
rie. Ma  sulle  epoche  vanno  con- 
sultati i  cronologisti,  la  celebre 
opera,  Varte  di  verijicare  le  date^ 
e  gli  eccellenti  trattati  di  Lenglet 
nelle  tavolette  cronologiche  della 
storia  universale  sagra  e  profana, 
e  la  Cronologia  per  servire  alla 
storia  universale,  del  nostro  ap- 
plaudito italiano  Cesare  Cantù. 
Sulle  epoche  è  pure  molto  interes- 
sante il  Quadro  cronologico  d'isto- 
ria antica  e  moderna ,  sagra  e  pro- 
fana, dal  principio  del  mondo  si- 
no all'anno  MDCCCXXXFIII , 
traduzione  dal  francese  con  molte 
correzioni  ed  aggiunte  del  p.  Tom- 
maso Pendola  delle  scuole  pie,  Siena, 
1 838.  Secondo  il  Martirologio  roma- 
no nell'anno  corrente,  sono  trascorsi 
7040  anni  dalla  creazione  dclmon- 


EPO 

do,  4^00  ^^^^  ^^^  diluvio  tini- 
versale,  2995  anni  dalla  edifica- 
zione di  Roma,  e  i843  anni  dal- 
rincarnazione.  Però  nel  Diario 
Romano  del  medesimo  anno  cor- 
rente ai  21  aprile  è  registralo  il 
natale  di  Roma,  cioè  in  questo 
giorno  principia  l'anno  2592,  dac- 
ché i  germani  fratelli  Romolo,  e 
Remo  cominciarono  l'edificio  del- 
l'eterna città,  che  fii  da  essi  chia- 
mata Roma. 

Né  mancarono  quelli  che  regi- 
strarono le  epoche,  i  giorni,  gli 
anni,  e  le  combinazioni  memoran- 
de di  qualche  principale  personag- 
gio, il  perchè  ne  accenneremo  al- 
cune. Fu  principalmente  memora- 
bile pel  gran  Pontefice  Leone  X 
il  giorno  1 1  dei  mesi,  essendo  in 
tal  giorno  nato,  ed  avendo  prese 
le  insegne  cardinalizie,  ed  essendo 
slato  costretto  a  fuggir  da  Firen- 
ze, fatto  prigioniero  a  Ravenna, 
liberalo  e  fatto  l'ingresso  solenne 
in  Firenze,  eletto  Papa,  colla  qual 
dignità  prese  possesso  della  basili- 
ca lateranense  agli  1 1  di  aprile 
i5i3,  cavalcando  lo  stesso  cavallo 
col  quale  un  anno  prima  nello  stes- 
so giorno  era  stato  fatto  prigione 
in  Ravenna.  Tuttociò  fu  notato 
da  uno  scrittore  di  quel  tempo, 
con  quei  versi  che  riporta  il  No- 
vaes  al  tom.  VI,  p.  1 65.  L'im- 
peratore Carlo  V  nacque  in  Gand 
l'anno  i5oo  nel  giorno  24  feb- 
braio festa  di  s,  Mattia,  ed  in  tal 
giorno  successivamente  prese  pos- 
sesso della  monaichia  spagnuola 
l'anno  ìSij,  fu  eletto  re  de' ro- 
mani nel  iSig,  coronato  impera- 
tore dal  Papa  Clemente  VII  nel 
i53o:  inoltre  nel  medesimo  gior- 
no fece  prigioniero  nel  i525  il 
suo  rivale  Francesco  I,  e  dopo 
avere  rinunziato   all'impero,  nello 


Ero  3i5: 

stesso  giorno,  disteso  sul  cataletto 
volle  essere  spet latore  alle  sue  so- 
lenni esequie.  Giannangelo  Medici 
entrò  in  Roma  ai  26  dicembre  i527, 
ed  ivi  dopo  trenta^ue  anni  nell'i- 
stessa  ora  e  nel  giorno  stesso  fu  elet- 
to Papa  col  nome  di  Pio  IV.  11  Pan- 
vinio  notò  nella  sua  vita,  che  es- 
sendo egli  nato  il  giorno  di  Pasqua, 
eletto  Pontefice  nella  notte  di  Na- 
tale ad  ore  sette,  e  coronato  in 
quello  dell'Epifania,  si  combinò 
che  tutti  e  tre  sono  giorni  di  Pa- 
squa. 

Abbiamo  dal  p.  Tempesti  nella 
vita  del  magnanimo  Sisto  V^  che 
il  mercoledì  fu  sempre  felice  per 
lui,  dappoiché  in  questo  giornp 
nacque,  si  vestì  frate,  divenne  vi- 
cario del  suo  Ordine,  fu  fatto  Car- 
dinale, creato  vescovo,  eletto  Pa- 
pa, non  che  coronato  il  primo 
maggio  i585,  giorno  in  cui  ne^ 
1572  era  morto  s.  Pio  V,  suo 
gran  benefattore.  Di  Clemente  Vili 
§i  ha  che  nacque  di  giovedì,  indi 
progressivamente  nel  giorno  di  gio- 
vedì fu  creato  Papa ,  ammalò  e 
quindi  morì.  Molte  poi  sono  le 
combinazioni  di  quelli,  che  mori- 
rono nel  giorno  anniversario  della 
loro  nascita;  tali  furono  i  Cardi- 
nali Enrico,  e  re  di  Portogallo,  Giu- 
lio Roma,  Giambattista  Palletta, 
Ottavio  Raggi,  ed  a'  nostri  giorni 
Giorgio  Doria  Pamphily.  Altri  e- 
guali  aneddoti  sono  in  vari  arti- 
coli  del  Dizionario. 

EPPENSTEIN  (di)  SiGiFRiDo  , 
Cardinale.  Sigifrido  de' baroni  di 
Eppenstein,  alemanno  di  nazione, 
fu  dapprima  preposto  della  chiesa 
di  s.  Pietro  di  Magonzaj  e  quindi, 
nel  pontificato  d' Innocenzo  III, 
eletto  arcivescovo,  l'anno  1200. 
Però  di  questa  sede  non  potè  ave- 
re per  allora  il  possesso,  attese  le 


3i6  EQU 

controversie   di    Leopoldo   vescovo 
ili  Vormazia,  ii    quale    portava   a 
quel  posto   i    più    alti   diritti,    ed 
era  sostenuto    da    Filippo    re    di 
Francia.  Sigifrido  ricorse  in  Colo- 
nia a  Guidone,  vescovo  Cardinale 
di    Palestrina    e    legato    pontificio, 
ed  anzi  da  lui  ricevette  la  episco- 
pale consecrazione.  Recatosi  quindi 
a  Roma,  ottenne  il  pallio  da   In- 
nocenzo III,  il  quale  lo  creò  Car- 
dinale, assegnandogli  secondo  mol- 
ti autori,  il    titolo    di    s.  Sabina, 
quantunque    il    Ciacconio    in    tale 
opinione  in  nessuna  maniera  si  ac- 
cordi. 11  Mallinckrot  lo  vuole  an- 
che vescovo  di   Sabina  ;    ma    V  U- 
ghellio,  ed  altri  classici  autori,  non 
ne  parlano    in    alcun     modo.     Si 
trattenne    il  Cardinale    in    Roma 
iìnchè,    decisa    la    quistione    della 
sede  di  Magonza,  ivi  si    recò  insi- 
gnito eziandio  del  carattere  di  le- 
gato apostolico.  Per   quattro   anni 
amministrò  anche  il    vescovato  di 
Vormazia,  essendo  stato  condanna- 
lo  all'esilio  l'anzidetto    Leopoldo. 
Celebrò  due  concilii,  imo  in  Ister- 
ford,  r  altro  in  Magonza,  e  molto 
operò  pel  ristabilimento    della  di- 
sciplina ecclesiastica  e  della   mora- 
le.   Eseguì  in    Aquisgrana    V  inco- 
ronazione di  Federico  li;  ma  poco 
di  poi  la  morte  lo  colse  nella  cit- 
tà d'isterford,    e    nel    i2  3o   ebbe 
la  tomba  nella  chiesa  di  s.  Maria 
con  una  breve  iscrizione.  Nel  12^5 
era  slato    presente    anche    ad    un 
sinodo,  che    da  Corrado    vescovo 
porluense   fu    celebrato    nella   sua 
chiesa  di  Magonza. 
>    EQUA,  od  EQOANA,  Acquea- 
sesy  seu   f^icus    Aequensis ,  o  vico 
di  Sorrento.  Città  vescovile    d'Ita- 
lia nella  provincia  di  Terra   di  La- 
voro, nel  regno  di  Napoli,  situata 
lungo  una  collina,  su  piccola  baju, 


EQU 

o  golfo  presso    il  mare,  nella    re- 
gione   degli     anlichi    picentini.    Il 
terremoto  del   1694  la  ridusse    in 
istato  rovinoso  ;  è  tuttavia  capo  di 
circondario.  Ivi  si  veggono  ancora 
alcune  rovine  dei  palazzi  degl'  im- 
peratori, ed  alcune  case  di  delizia 
edificate    dai    grandi    dell'impero. 
Avendola    distrutta    i  goti ,    il    re 
Carlo  II  verso  l'anno   1 3oo  vi  fece 
costruire  una  nuova  città,  che  de- 
nominò  P^ico  dì  Sorrento.  Egli  vi 
fece  trasferire  la  chiesa  principale, 
e  la  parrocchia    di    Equa,    ed  ot- 
tenne dal  Pontefice  Bonifacio  Vili 
r  erezione ,  o  il  trasferimento  del- 
la sede  vescovile,  che  dichiarò  suf- 
fraganea    della    metropoli  di    Sor- 
rento.   Neli'Ughelli,   Italia   sacra 
tom.  VI,  p.  63o  e  seg.,  si  legge  che 
un  Rufali  n'era  arcidiacono,  e  nel 
1286  fu  fatto  vescovo  di  Ravello, 
e    che  Bartolommeo    sedeva    qual 
vescovo  in  Equa   nel    1 294  ;    indi 
incominciando  da  Giovanni  Cimino, 
creato  vescovo  nel    i3oo  da  Boni- 
facio   Vili,    riporta    le    notizie   di 
altri     ventotto     vescovi ,     1'  ultimo 
dei  quali    dall'  UgheUi    registrato , 
é  Tommaso    d'Aquino  del    1706. 
L'  ultimo  vescovo  però  fu    monsi- 
gnor  Paolino    Pace    della    diocesi 
di  Cassano,  fatto  vescovo  da   Cle- 
mente XIV  nel  concistoro    de'  io 
maggio    1773.  Quindi  il  Pontefice 
Pio  VII,    coir  autorità    della  bolla 
De  utdiori  Doniinìcae,  quinto  ka- 
lendas  julii    1818,  ne  soppresse  la 
sede,  che  in    perpetuo    riunì    alla 
chiesa  di  Sorrento. 

EQUI  LI  A,  Equiliitnij  seu  Acqui- 
liuni.  Città  episcopale  della  Vene- 
zia^  e  del  vicariato  italico,  distrut- 
ta dagli  unni,  di  cui  pretendest 
che  le  rovine  sieno  dalla  parte 
nominata  Giesol,  o  lesolo  verso  il 
mare  nella  Marca  Trivigiana.    La 


EQU 

sede  vescovile  fu  eretta  nel  secolo 
settimo  sotto  la  metropoli,  e  pa- 
triarcato di  Grado,  donde,  al  dire 
di  Commanville,  fu  poscia  trasfe- 
rita a  Città  Nova  (Fedi).  L*Ugheili 
neW  Italia  sacra  ne  riporta  le  no- 
tizie al  tom.  X,  pag.  75  e  seg., 
in  uno  a  quelle  dei  ventiquattro 
vescovi  che  vi  ebbero  sede.  Il  pri- 
mo fu  Pietro  dell' 876,  l'ultimo 
Andrea  vescovo  Equilinus  nel  1 45o, 
dopo  la  cui  morte  Paolo  II  nel 
1466  la  uni  a  Città  Nova. 

EQUINOZIO  (  Aequinoclìiim) . 
Il  tempo,  nel  quale  i  giorni  sono 
eguali  alle  notti  in  tutto  il  mon- 
do. È  quando  il  sole  entra  nel 
circolo  equinoziale,  circa  li  1 1  mar- 
zo, e  li  23  settembre:  il  primo 
si  chiama  equinozio  di  primavera, 
ed  il  secondo  autunnale. 

EQUIZIO  (s).  Mentre  s.  Bene- 
detto stava  tutto  occupato  nello 
stabilire  la  sua  regola  a  Monte 
Cassino,  Equizio  con  una  vita  con- 


EQU  3.7 

dotta  in  mezzo  all'austerità,  e  con- 
tinua preghiera,  si  rendeva  noto  e 
celebre  nell'Abruzzo.  Quantunque 
fosse  semplice  laico,  col  suo  esem- 
pio, e  colla  sua  ardente  carità  in- 
fondeva in  que' popoli  l'amore  al- 
la ritiratezza,  all'orazione,  ed  al 
travaglio.  Popolò  tutta  la  Valeria 
di  monaci,  vestiva  da  povero,  con 
iscarso  cibo  ciba  vasi,  poco  dormi- 
va, ed  il  resto  del  giorno  impie- 
gava nel  lavorare  ì  campi,  e  nel 
visitare  i  suoi  allievi.  Finalmente 
giunse  al  termine  di  sua  vita,  e 
morì  in  odore  di  santità  nell'anno 
540.  Il  suo  corpo  è  venerato  ad 
Aquila  nella  chiesa  di  s.  Lorenzo; 
e  la  sua  festa  si  celebra  li  1 1 
agosto. 

EQUIZOTO  o  EQUIZOTA  , 
(Equisetum).  Sede  vescovile  della 
Mauritiana,  nell'  Africa  occidenta- 
le, sotto  la  metropoli  di  Sitifi. 
Vittore  suo  vescovo  intervenne  al- 
la conferenza  di  Cartagine. 


FINE    DEL    VOLUME    VIGESIMOPRIMO. 


286026 


AX4 


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BX  841  .n67 

1840 

SMCR 

Maroni ,  Gaet 

ano. 

1802-1883. 

Dizionario  d 

i  erud 

i  z  ione 

storico-ecc 

lesias 

t  ica 

AFK-9455  (awsk)